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C’è una foto, tra quelle che occupano la mensola centrale della mia libreria, che mi è assai cara. Sul retro si legge “Aprile 1960” e ritrae alcune sartine del Polesine, in posa con la loro maestra. Esse trasmettono all’obiettivo tutta l’ingenuità e la forza con cui vanno incontro al loro non facile futuro. Hanno passato assieme due anni nella stessa stanza, lavorando senza sosta e senza paga, tagliando e cucendo, condividendo speranze e paure, mentre il paese partecipava alle loro risate limpide e ai loro piccoli battibecchi. Si intuiscono i loro desideri innocenti: andare al cinema il sabato sera, risparmiare per un paio di scarpe nuove, incontrarsi sotto casa col fidanzato di sempre.
Chissà quante volte quelle manine svelte avranno desiderato vestiti di velluto e quanti sospiri avranno fatto voltare le pagine patinate delle riviste di moda.
Vedo mia madre che sorride, i denti bianchissimi che le illuminano il viso, l’espressione sfrontata. E sfrontata lo era veramente, ma senza malizia, la Vandina: non capiva la vita di paese, con tutte le sue regole non scritte. Però tutti in famiglia avevano un occhio di riguardo per lei, come fosse un gioiello fragile da proteggere. Mia zia Maria Grazia invece, con il suo fascino inconsapevole, sembra già serenamente rassegnata al suo destino di lavoro e sacrificio. Tra poco avrebbe aperto un laboratorio tutto suo, in casa, in modo da poter essere di aiuto alla nonna e alla mamma.
Ho avuto la fortuna di conoscerle tutte, molti anni dopo quando metà della loro vita era già stata vissuta. Si divertivano e si intenerivano a raccontarmi di quel periodo di giovinezza trascorso troppo in fretta e ritornavano per un po' le ragazze della foto. Io mi immaginavo in posa assieme a loro e poi in quella stanza, a sfogliare riviste e a ridere di niente.