La neve è, per sua natura, generatrice di meditazione. Facile a dirsi, che subito arrivano i problemi dietro la fronte di Giulia, appoggiata sul freddo del vetro, a guardare il piccolo lembo di mondo cambiare in bianco, le mani a scaldarsi sul termosifone. Esiste il ‘per natura’? Beh, anche no. Come sintetizzare ‘generatrice di meditazione’ in una sola parola? Qualche tentativo, incerto e cacofonico, di neologismo usando gli arcaismi del greco. Poi, una resa, piccata: troppa meditazione, troppo logos. Sta così.
In fondo alla testa, le sussurra una poesia, che lì per lì le sembra adatta, se la segna mentalmente: dopo, andrà a ricercarla per leggersela e assaporarla. Evidentemente la poesia non era così importante, perché ‘dopo’ non riuscirà davvero a ricordarsi quale fosse. Con suo sommo fastidio.
Il gioco mentale cambia, sulle note e sulle parole, riadattate al suo caso, di una canzone in sottofondo. “Tornano sempre” e il più delle volte mentre io me ne sto andando via. “Tornano e tornano a tornare. Dagli amanti amati e da quelli trascurati.” Vorrebbe, e chi non lo vorrebbe, essere della prima risma. La vocina stridula e cattiva le ricorda di essere della seconda. E non è neanche detto. E aggiunge, con (im)pertinente e quasi compiaciuta precisione: neanche una Penelope consumata o trasfigurata. Solo una Giulia, Giulietta per gli affetti, estenuata sul ciglio tremolante dell’abbandono.
Il pensiero si disperde in rivoli che scendono in basso, profondi, e riemergono, subdoli, carsici, a tradimento a volte piacevole a volte no.
La fronte ormai ghiacciata le devia alcuni rigagnoli, da periferici a centrali. Con passo disordinato, nell’assenza irreale di rumori del piccolo appartamento, Giulia si muove verso il tumulto della libreria. Il caos ghignante le ricorda tutte quante le volte in cui si sia ripromessa di scacciarlo, e sta lì beffardo, con aria di sfida. Lei finge di non notarlo, ma quando afferra, sicura della posizione, il libro dallo scaffale fa una piccola linguaccia mentale al suo nemico-amico. Il libro è un vecchio ricordo dell’infanzia, un’edizione per bambini dell’Odissea. Quando le capita di ripensarci da lontano, si ricorda i toni dei colori: i blu scuri declinanti verso il nero, il bianco della veste di Nausicaa, la luce di Atena, lo sguardo nero di Penelope. Sfoglia il libro sorridendo e indugiando sulle pagine dedicate a lei. E le immagini del profilo perfetto, irresistibile di Irene Papas si sovrappongono a quelle del libro.
Chi sa lo sforzo che faceva Penelope per nascondere alla luce i suoi pensieri. Chi sa le parole amare che giravano in vortice nella sua testa, mentre sfidava la tela, e le parole di odio, mentre la disfaceva. Quando malediceva Troia “odiata dalle donne greche”, quando lanciava strali contro il colpevole di quella guerra, di quella lontananza.
“Oh se allora, quando con la nave si dirigeva verso Lacedemone, l'adultero fosse stato sommerso dal furore delle acque! Io non sarei rimasta nel gelo di un letto vuoto e, abbandonata, non mi sarei lamentata dell'interminabile trascorrere dei giorni, né, mentre cercavo di ingannare il grande spazio della notte, la tela ricadente avrebbe stancato le mie mani, prive di te. Quando non ebbi a temere pericoli più spaventosi di quelli reali? L'amore è un sentimento permeato di paure angosciose.”
E il terrore, scacciato con un gesto della mano, ma misurato ché nulla deve trapelare attraverso la compostezza, ché nessuna breccia deve aprirsi sul gorgo, anche se un assalto, un’imboscata, la fierezza dei Troiani possono, da un momento all’altro, scagliarsi contro Ulisse.
“Alla fine, chiunque venisse sgozzato in campo Acheo, il mio cuore di innamorata diventava più freddo del ghiaccio”.
E il ristoro delle notizie che leniscono.
“Troia è ridotta in cenere, nuda terra quello che prima era muro”.
E il rimbrotto dell’amante che trema.
“Hai avuto il coraggio, troppo, troppo dimentico dei tuoi, di entrare nell'accampamento dei Traci con un agguato notturno e, di trucidare con l'aiuto di un solo compagno tanti guerrieri. Eri davvero prudente e ti preoccupavi anzitutto di me! Per la paura il cuore mi palpitava di continuo finché si seppe che, vittorioso, avevi attraversato il campo alleato sui destrieri traci.”
Il tempo scorre, lungo le recriminazioni.
“Distrutta per gli altri, per me sola resti ancora in piedi, Pergamo che, il colono vincitore ara con i buoi catturati. Dove una volta sorgeva Troia, ora c'è il grano e il terreno da mietere con la falce è in pieno rigoglio, reso fecondo dal sangue troiano; le ossa affioranti dei guerrieri sono colpite dalle lame ricurve degli aratri, l'erba ricopre le rovine delle case.”
Il tempo corre lungo due dimensioni, quella del lampo che muggisce, quella delle sabbie mobili che inghiottono.
Il tempo pulsa e diventa una bocca aperta, che si sfalda in una voragine, nera, muta, in cui i rigagnoli delle angosce si buttano a capofitto, penetrano e squassano, derisori, dalle radici.
“Tu, che pure sei vincitore, te ne stai lontano e non mi è dato sapere quale sia la causa del ritardo o in quale parte del mondo tu, crudele, te ne stia nascosto. In quali terre vivi, o dove indugi lontano? Sarebbe meglio che fossero ancora in piedi le mura di Febo - mi adiro, ahimè, incoerente, contro i miei stessi desideri! -: saprei dove combatti e avrei timore solo della guerra ed il mio lamento si unirebbe a molti altri. Non so di cosa ho paura, ma, da insensata, ho paura di tutto e vasto spazio si offre alle mie angosce. Qualunque pericolo del mare e della terra sospetto che sia la causa di un ritardo così prolungato. Mentre sono in preda a sciocchi timori, tu puoi essere preso dall'amore per una straniera - tale è l'indole vogliosa di voi uomini! Forse le racconti anche quanto è zotica tua moglie, buona soltanto a cardare la lana. Possa io ingannarmi e questo sospetto svanisca nell'aria leggera, e non avvenga che tu, libero di tornare, voglia restare lontano!"
La promessa a blandire il ritorno, a scongiurare la separazione insopportabile. La devozione senza condizioni.
“Il padre Icario mi spinge ad abbandonare il letto vuoto e continua a rimproverare la mia interminabile attesa. Continui pure a rimproverare! Sono tua, devo essere considerata tua: io, Penelope, sarò sempre la sposa di Ulisse.”
Il rimpianto, quasi una scusa per quando gli occhi di lui dagli occhidi lei scenderanno quasi involontariamente lungo il suo corpo, quando la volontà negherà quel lampo di delusione negli altri occhi e lei lo vedrà, senza poter credere alle parole, senza poter fare a meno di sentire una lama affondare e rigirarsi, scardinando quello che resta del suo spirito.
“Io, che alla tua partenza ero una giovane donna, per quanto presto tu possa tornare, di certo ti sembrerò diventata una vecchia.”
Giulia chiude il libro, con un sospiro che non avrebbe voluto sospirare. Perché se fosse Penelope tesserebbe quella odiosa tela con mani sicure, dita sapienti, lo sguardo concentrato, sicuro di sé e della sua arte, quasi di sfida. Sì, potrebbe essere una maschera, ma senza la minima crepa. L’ultima maschera, definitiva. E, invece, da Penelope consumata, da Giulietta guastata, la scelta, inconscia e per questo più dura da scardinare, è un vigliacco, lento procrastinare.
Uno stillicidio.
Il pensiero si raggruma, inizia a girare su se stesso, avviluppato alle immagini troppo vivide dei ricordi. Le viene l’idea di restare lì, sul divano, a vedere quanto a lungo e quanto dentro possa arrivare a torturarsi. Qualcosa oppone un muro, ribatte con un’altra idea, più salubre. Fuori c’è un mondo bianco, abbacinante. Si alza, infila in ordine sparso papala, guanti, piumino, sciarpa a tre giri di collo, prende le cuffie, le spinge nelle orecchie, prende le chiavi, spegne la luce, accende la musica.
Che la neve riesca ad abbacinare anche i suoi pensieri, li scartavetri, li levighi e infine ne lasci solo uno netto, il pensiero che dà un taglio deciso, un dolore appuntito, preciso, fulmineo e poi la ferita da leccare.
Sulla soglia di casa, sulle labbra fa il verso alla musica.
Flicka flicka flicka.
Here you are.
Pénélopes usées, Juliettes avachies testo di Anj_