Lampi brevi di immagini sempre uguali, i ricordi.
Se cerco un’immagine di me, bambina, rovino su foto frutto di scelte altrui.
Ovvio.
Nessuno si può vedere se non in posa e, non essendo stata bambina nella selfie époque, indubbiamente ad altri il giudizio di cogliere me, in un momento specifico, che parlasse di me nel tempo.
Rimettersi ai giudizi altrui potrebbe essere terapeutico, a volte. Potremmo mettere meglio a fuoco quelle che a noi sembrano pagliuzze, dove altri vedono travi.
Salvo poi il libero arbitrio di stracciare quelle foto che non ci piacciono affatto, restando fermi sulle nostre posizioni lapidarie e continuare a lanciare pietre, a ferire e condannare altri.
La mia foto è una bambina in giacca a vento blu aperta, sciarpa, berretto. Sul terrazzo.
Un grandissimo terrazzo pieno di neve.
Spensierata apparentemente.
Le mani nude nella neve perché con i guanti monodito era fatica fare quel bellissimo pupazzo che vedevo nella testa.
E il naso e le guance rosse.
Nessun ricordo del freddo.
Da piccola non soffrivo affatto né freddo né caldo. O magari si. Ma di certo passavano inosservati. Dovevo realizzare quel bellissimo pupazzo che avevo in testa.
Come quelli in TV.
Che non mi sia mai venuto uguale, non significa che abbia mai smesso di cercare di realizzare le cose esattamente come me le figurassi.
Ripensando a quella bambina, altri pensieri e altri ancora, si susseguono. Repentini e veloci.
Il primo è che, se penso a qualcuno, un qualcuno qualsiasi, lo immagino sempre in posture specifiche. In luoghi specifici. Con espressioni specifiche. Fermo ad una stessa età.
Come se la memoria riassumesse.
Che siano persone del passato, perse nel passato, o che siano ancora presenti della mia vita, le immagino e ricordo sempre in un fermoimmagine specifico. Che non cambia quasi mai.
Abitudini, espressioni, modi di fare e di essere.
Sono tutti lì. In una sorta di essenza sempre uguale, estratta dal tempo, dalle situazioni, dalla peculiarità di ogni momento.
L’anima di quella persona, per me.
Il secondo, non per importanza. Piuttosto perché si pensa per vagare di immagini e stimoli impercettibili, ma si parla con logica consequenziale. Rifletto sul fatto che temo maggiormente il paradosso dell’effetto farfalla che non ciò che mi riservi il futuro e cosa possa fare, continuamente, per cercare di realizzare il pupazzo, esattamente come lo immagino in testa.
“Se potessi tornare indietro, cosa cambieresti della tua vita?”
Non mi basterebbe riviverla passo per passo, per cambiare ogni singola cosa che non abbia funzionato. Basterebbe che una sola farfalla morisse accidentalmente, perché cambiare tutto. Un eccentrico mutamento che metterebbe nelle condizioni di tornare continuamente indietro, per sistemare ogni singola cosa che, morendo una farfalla, muterebbe la storia.
Avanti e indietro o indietro e indietro. Continuamente. A cambiare continuamente ciò che non ha funzionato. Perdendo ogni volta ciò che ha funzionato.
E le persone e gli affetti in continuo avvicendarsi.
Snervante.
Le sliding doors di un infinito dedalo di possibili declinazioni di vita. E nessuna sarebbe mai perfetta.
Quel che sono, opinabile se male o bene, è ogni farfalla che è accidentalmente morta o no.
Sono tutte le persone che ho incontrato. Presenti e assenti.
Non ho minimamente idea se sia vero o no. Corretto o no. E, come Clark Gable, me ne infischio anche.
Sono il risultato di tante persone, di tante situazioni, di tanti fotogrammi a puzzle.
I puzzle mi piacciono. Si tratta solo di togliere le lancette a questo orologio che è la vita e raccontare. Tassello per tassello.
Diamo inizio al viaggio.
Ogni nome è un uomo
Ed ogni uomo è solo quello che
Scoprirà inseguendo le distanze dentro se
Quante deviazioni, quali direzioni e quali no?
Prima di restare in equilibrio per un po'
Sogno un viaggio morbido
Dentro al mio spirito
E vado via, vado via
Mi vida così sia
Sopra a un'onda stanca che mi tira su (long way home)
Mentre muovo verso sud (long way home)
Sopra a un'onda che mi tira su (long way home)
Rotolando verso sud (long way home)
Continente vivo, desaparecido, sono qua
Sotto un cielo avorio
Sotto nubi porpora
Mille fuochi accesi
Mille sassi sulla via
Mentre un eco piano da lontano sale su, quaggiù
Un pianto lungo secoli
Che non ti immagini
E polvere di polvere (polvere di polvere)
Di storia immobile
Sopra a un'onda stanca che mi tira su (long way home)…
(Negrita)
L'Uomo Nero testo di Dirce