Scialba e priva di interesse

scritto da WEST
Scritto 21 anni fa • Pubblicato 21 anni fa • Revisionato 21 anni fa
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- Nota dell'autore WEST

Testo: Scialba e priva di interesse
di WEST


“Scialbo e privo di interesse.” E poi un cinque meno. Così la professoressa giudicò un mio tema alle medie.
Ricordo mentre tornavo al banco con il foglio protocollo tra le mani, il voto scritto in rosso e quelle parole fredde scolpite con il pennarello.
Oggi è cominciata così la giornata. L’ho avvertito subito mentre ho poggiato il piede a terra e ho guardato l’immagine del generale Grant sul comodino che sembra più sbiadita del solito.
Ciao Generale, che mi dici stamane?
Mi alzo, mi sembra di essere più pesante del solito mentre vado in bagno per una doccia. Forse sono bioritmi, penso, cercando di fischiettare mentre mi asciugo ma ho già capito che non funzionerà.
Guardo il telefono e sento che è ora. Chi li sopporterebbe i colleghi oggi? Una scusa, un contrattempo e il gioco è fatto, un giorno di ferie come quando si faceva sega al liceo. Si ho deciso, oggi faccio il pensionato, compro un giornale e mi siedo al gianicolo nella quiete mattutina.
Perché sono venuto qui? Non so, c’è un bel faro che non serve più a nulla, la veduta della mia città e una statua di Garibaldi sul piazzale che ricorda epoche lontane. No, non basta per far vibrare le mie corde perché dopo un ottimo periodo le lacune dell’anima sono tornate anche se so che andranno via e la ruota del sorriso si porrà di nuovo al punto giusto. Sembra però che ogni tanto che ci si debba fermare.
“ Ricordati che hai sofferto tanto, hai sofferto due volte in modi diversi e la seconda hai taciuto per affetto, ricordati di chi è andato via, ricordati che non è andata come speravi." D’accordo, mi ricordo, ma stiamo calmi e non lasciamoci travolgere penso tra me. Devo capire anche gli altri e i problemi che li hanno fatti allontanare.
Per distrarmi apro il giornale. Eccole quelle facce sorridenti dei politici, forse è stato uno sbaglio acquistare il quotidiano, era meglio portare un libro o un fumetto. La rabbia monta mentre nervosamente sfoglio le pagine ed osservo quelle facce. Eccoli là quelli che non mantengono mai le promesse (“come non le hanno mantenute gli altri con te vero?”)
La voce misteriosa si fa sentire. Rabbia, ho tanta rabbia dentro, mi fa venire in mente un film con un tipo in giacca e cravatta che gira per la città con un valigietta e un bazooka infilato dentro.

”QUALCUNO DEVE PAGARE PER I TUOI DOLORI”

Di nuovo la voce. Si, con loro potrei farlo. A loro non voglio mica bene e potrei “punirli” facendo saltare in aria quegli avvoltoi con il sorriso stampato mentre sono seduti ad un tavolo. Ma qui non funzionerebbe, sto pensando delle sciocchezze, non sarei capace di schiacciare un moscerino con la scarpa, la vita non è un film. Già, cosa è la vita? Quella che speravo mentre ero tra le mura del liceo che si vede da quassù? Questa non è la mattina del bicchiere mezzo pieno, è l’altra, perché neanche la città mi ascolta immobile nella sua storia.
Tiro su il bavero del giaccone poi con il cellulare mando un messaggio, così se non sono felice io almeno lo saranno gli altri.

“Ciao vecchio mio come stai?”

Fatto, messaggio inviato. Ora provo a chiamare un amico. C’è la segreteria telefonica, probabilmente è al lavoro ma lascio detto qualcosa lo stesso.

“Heilà cialtrone ci si vede una sera?” e giù una risata cavernicola.

Ecco, abbiamo fatto contento qualcun altro no? Spengo il telefonino, forse questa scatolina farebbe una figura migliore come rasoio.
In angolo del piazzale c’è una giostra e osservo i bimbi che ridono e girano. Gira il mondo gira e giro anche io la testa per sbirciare sotto la gonna di una colf per far tornare il buon umore.
Bah, mi alzo e cammino tra mitici busti di personaggi che con occhio fiero guardano lontano. Hanno berretti, baffoni, cappelli piumati sembrano invincibili mentre dinanzi a quelle facce scolpite mi sento sempre più piccolo. Che ci faccio qui? Io non so più niente.
Vorrei prendere la macchina del tempo e andarmene, non mi riconosco in questa epoca, forse c’è stato un errore, sono come un orologio che gira all’incontrario. Forse non sono più adeguato, sono un cane sciolto perso nei suoi pensieri. Sono su una navicella che ha perduto il contatto con la terra e vaga nello spazio senza sapere dove andrà a finire. Non so se incontrerò scimmie urlanti , freddi monoliti, essere trasparenti ed ospitali. Sono come un astronauta con il casco appannato che vede allontanarsi facce amiche e non capisce dove sta andando mentre ha perso i contatti con base amicizia.
Un bimbo mi sorride. Non posso negargli un buffetto. Quanto mi piacerebbe essere come lui, ignaro, incosciente. La mamma lo insegue, sorrido anche a lei. No signora, stia tranquilla sono solo uno che legge il giornale.
Devo solo aspettare che questa giornata passi perché è un giorno di ordinaria inutilità con una valigia piena di fogli scarabocchiati al gianicolo, sotto la statua di Garibaldi. Se la gente passa indifferente senza degnare di uno sguardo uno come lui che è stato famoso, chi si ricorderà di me? Cosa ho lasciato a quelli che ho voluto bene? Perché non hanno compreso che non volevo niente? Dove ho sbagliato? Dov’è che l’ingranaggio si inceppato? Cosa è stato questo diverso sentire? Generazionale? Caratteriale? Non so, evidentemente non ho capito nulla. Mi accendo la sigaretta del perdente, detesto i perdenti. Perché sono un vincente? No, sono di un'altra razza più sottile. Chi è perdente sempre ha meno problemi ma è dura per il perdente che vinceva. E’ dura atterrare dopo un volo meraviglioso sulle spine di un cactus.
Passa il tempo e mi viene in mente seduto sulla panchina,un personaggio dei fumetti che combatteva contro l’uomo ragno. Ricordo che si chiamava "l’uomo sabbia”o roba del genere, era fortissimo ma aveva un punto debole. Spiderman riusciva sempre a localizzarlo perché lui lasciava i granelli, granelli di sabbia, come quelli che ci lasciamo alle spalle nella vita. Dentro quei granelli ci sono le voci e i volti di quelli che abbiamo incontrato e che un giorno hanno timbrato un ticket di solo andata per il viaggio del distacco.
Mi fermo sul piazzale e guardo la mia città. Meglio andare ora, con questa malinconia potrei rovinare questa bella piazza solare, non lo merita. Scendo verso Trastevere, il quartiere dove sono nato. Il volto di mia nonna che veniva a cercarmi quando indossavo giocattoli che oggi non ci sono più, sembra sbucare da quelle case.
Cento anni addosso, così mi sento mentre come un mammouth con le zanne spezzate proseguo la mia mediocre passeggiata. Persino il leone simbolo del mio quartiere, sembra sbadigliare spelacchiato e solitario su una copertina di un libro in vetrina.
E’ sera, sono tornato a casa. Accendo il cellulare e c’è un messaggio, nel frattempo c’è la segreteria telefonica che lampeggia. Leggo il messaggio sul display mentre con il ditone pigio il pulsante della segreteria.

“Ciao vecchio mio come stai?”
“Heilà cialtrone ci si vede una sera?”

Missione compiuta, abbiamo movimentato la fine di questa giornata.
Si è stata una giornata inutile, scialba e priva di interesse, ma almeno è finita.
All’improvviso un suono, come un ruggito che arriva dai tetti natii e che subito si trasforma in una voce, in una parola.
“VIVI”
Ascolto quella voce e invio un sorriso senza rancore agli amici volati via.
Domani passo in agenzia e prenoto un viaggio per sentire il vento sulla pelle.

(Dalla raccolta: Distacchi e sorrisi. Stefano Jacurti- copyright)



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