Il mio amico Elfo

scritto da Deninus
Scritto 15 anni fa • Pubblicato 15 anni fa • Revisionato 15 anni fa
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Autore del testo Deninus

Testo: Il mio amico Elfo
di Deninus

IL MIO AMICO ELFO

Se non sbaglio, eravamo più o meno alla fine dell'inverno 1943/44. Quel giorno non c'era scuola, per questo dovevamo ringraziare, si fa per dire, una bomba che, indirizzata probabilmente verso la ferrovia dietro la scuola, aveva con lo spostamento d'aria rotto vetri e riempito di calcinacci alcune aule della scuola.

Conseguentemente, e non c'era alcun dubbio, quella era una giornata da dedicare al gioco. Infatti, all'ora che permetteva l'uso del cortile, quasi ad un cenno convenzionale tutti i bambini del caseggiato erano su un lato del bel giardinetto centrale, seduti sul bordo rosso mattone che lo circondava, in attesa che qualcuno proponesse il gioco a cui dedicarci. Automaticamente, ci si separava, maschi da un lato, femmine dall'altro. Questo probabilmente non a rispetto delle raccomandazioni delle mamme delle bambine che stavano certamente sbirciando attraverso le gelosie, ma solo perché le bambine avevano altri giochi rispetto ai nostri.

Quel mattino s'era deciso di giocare a nasconderci. Il termine "nasconderello", per quanto mi è permesso ricordare, non lo si usava. Giocare a nascondersi significava assegnare ad uno o, al massimo due bambini, il compito di rintracciare gli altri opportunamente nascosti. Prima di partire alla ricerca occorreva che i due contassero fino a trentuno in un angolo preciso di un muro del cortile che, in questo gioco prendeva, il nome di "gas", non ne ho mai scoperto il perché, angolo che occorreva toccare ogni qualvolta si riusciva a ritrovare uno dei compagni nascosti; se uno di questi ultimi, però, arrivava al "gas" prima di essere stato individuato, liberava tutti gli altri.
Nel periodo della guerra giocare a nascondersi significava prevalentemente andare a rintanarsi in cantina. Le cantine degli stabili in quel periodo erano state tutte adibite, opportunamente rinforzate (si fa per dire), a rifugi antiaerei. Quelle di casa mia erano state anche rese comunicanti fra loro fino formare un unico corridoio di porte e antri lungo almeno qualche centinaio di metri.
Non so se vi sia mai capitato, da bambini, di scendere in cantina da soli. Scendervi col papà o la mamma è diverso. Da soli ci si sembra di essere entrati in un altro mondo, forse un po' terrorizzante, ma certamente pieno di fascino. E' necessario qualche minuto prima che gli occhi si abituino al buio. Pian piano poi tutto si colora di una luce particolare che cambia quasi ogni giorno a seconda dell'ora e del tempo che fa fuori.. Ricordo, nelle belle giornate, una tenue luce quasi arancione che cominciava a filtrare da sotto le porte, poi da certi buchi nelle pareti dei quali ho peraltro sempre ignorato lo scopo. Alla fine, almeno per me, tutto diventava arancione, ma di un arancione tanto soffice da rendere quasi evanescenti quei corridoi, quelle porte, quegli antri. Nelle giornate di pioggia il colore tendeva quasi al turchese, ma gli effetti finali erano gli stessi.
Quel giorno senza scuola io facevo parte del gruppo dei bambini che doveva nascondersi. Imbocco di volata la porta della cantina della scala dove abitavo, era la cantina che conoscevo meglio, scendo e prendo il corridoio di destra. La in fondo c'è la cantina della mia famiglia. Qui non mi trovano certamente. Gli altri, scesi per le entrate di altre scale, li sentivo vociare lontani.
Quel giorno il corridoio della cantina della mia famiglia era diverso dal solito. Si apriva in diverse direzioni. Non lo riconoscevo. Ricordo di aver camminato per almeno dieci minuti.
Poi mi diranno che avevano voluto farmi uno scherzo chiudendo tutte le porte di entrata nelle cantine delle varie scale, togliendomi, col rassicurante fascio di luce che le porte producevano, ogni punto di riferimento.

Ad un certo punto noto che una delle tante porte che delimitavano gli spazi dedicati ad ogni famiglia era aperta. Niente di particolarmente strano, le cantine a quell'epoca servivano come ripostiglio per il carbone delle nostre stufe. A questo punto, a costo di apparire banale, vi devo anche dire che, come in tanti racconti di elfi e fate, da quella porta aperta filtrava una luce. Non era però la solita luce tremolante di una candela, di una di quelle tante candele che si usavano in quel periodo, per quanto possa infatti ricordare la luce elettrica era solamente nei corridoi, qualche lampada qua e la, ma all'interno delle singole cantine si usavano candele. Quella che avevo visto era invece una luce ferma, molto intensa che tendeva all'azzurro. La curiosità era forte e dopo qualche attimo di incertezza sono entrato. Certo, non posso dire di averlo fatto da cavaliere coraggioso, ma sono entrato.
La luce era molto forte, e, al contrario di quello che generalmente succedeva entrando in quelle cantine, ho visto subito con chiarezza quello che c'era oltre la porta. Al centro di quello che avrebbe dovuto essere una piccola stanza con le pareti sporche di carbone, ma che, per la verità, era un ampio salone con le pareti azzurrastre, c'era una strana macchina, una specie di computer gigantesco direi oggi, un grande schermo e dei pulsanti. Vicino a questa strana cosa c'era, e qui anche se vi giuro che è la pura verità, farete fatica a credermi, vicino a quella strana macchina c'era un elfo. Un elfo classico, avete presente bombolo dei sette nani? Ecco pensate a lui e avrete delineato perfettamente la figura dell'essere che avevo incontrato. Al contrario della tenuta dei nani di Biancaneve che, se non sbaglio, era rossa, quella di questo personaggio era però marrone. Alto sugli ottanta centimetri, aveva il viso incorniciato da una bella e lunga barba bianca ed il capo ricoperto dal classico berretto a pan di zucchero.
"Vieni avanti Nino, (sembra quindi che mi chiamassi Nino anche durante la guerra) entra, non aver paura. Ora che mi hai trovato, hai quantomeno il diritto che ti vengano spiegate un po' di cose.
Come saprai, sei già grandicello (sfido rispetto a lui!), quando un bimbo nasce c'è subito la corsa dei parenti e degli amici per scoprirne le somiglianze. Somiglia alla mamma, però ha gli occhi del papà, ecc. Se rifletti è comunque una cosa molto bella e dolce ed è certamente un qualcosa che fa accettare meglio l'arrivo in famiglia del nuovo personaggio.
Ebbene, la causa di tutto questo sono io, io e questa macchina. Dalla nascita dell'uomo il popolo degli elfi, che come sai è molto più vecchio del vostro, ha designato una famiglia, la mia, alla cura ed al funzionamento della macchina che vedi e della quale, immagino, vorrai conoscerne lo scopo, il funzionamento. Scopo e funzionamento che sono comunque molto facili da spiegare. Quando apprendo che un seme del papà ha attecchito nell'orticello della mamma, mi do subito da fare. Rintraccio i visi del futuro papà, della futura mamma, dei nonni e faccio una specie di montaggio degli occhi, dei capelli, del naso, eccetera, eccetera, montaggio che controllo attraverso questo grande schermo. Quando sono convinto che tutto è a posto, faccio uscire da questa finestrella il lavoro finito, una specie di fotografia a colori. A questo punto, dato che noi elfi siamo anche, come sai, dei maghi, entriamo in un sogno della futura mamma e le sottoponiamo il viso del suo prossimo bambino. Se sorride significa che il bambino le piace. Tieni presente che molte volte nella premura, le nascite sono tante, finiamo col mettere assieme le parti meno belle dei parenti. Il naso brutto del nonno assieme agli occhi piccoli della zia materna e alla bocca da rana della bisnonna. In questo caso, dopo aver capito che alla mamma non piace quello che, seppure in sogno, sta vedendo, torniamo in laboratorio e rifacciamo il lavoro senza buttare via quella che potremmo chiamare la prima proposta in attesa che situazioni urgenti (adesso con i bombardamenti per esempio capita spesso) ci permettano di ripresentare il nostro lavoro. A proposito, questo mi fa venire in mente la tua nascita…….
Ecco qua, ho appena preparato l'aspetto di una bimba. Se vuoi seguirmi andremo assieme a proporlo alla mamma.
In un attimo ci troviamo in una piccola camera da letto. Le finestre con persiane spalancate lasciavano intravedere grazie alla tenue luce che proveniva dall'esterno, le protezioni di carta gommata che simili ad arabeschi erano applicate sui vetri per proteggerli da rotture provocate da spostamenti d'aria. Sul letto matrimoniale una giovane donna. "Il marito è al fronte", mi sussurra l'amico elfo.
Stai tranquillo ho operato una specie di sortilegio e, anche se si svegliasse, non potrebbe vederti. Aspetta e stai a guardare, ora entro con l'immagine di sua figlia nel suo pensiero.
E' stato come se un tenue raggio di luce si appoggiasse dolcemente sugli occhi della giovane donna e niente più. Da parte mia, ricordando il racconto che mi appena stato fatto, mi sono messo ad osservare con attenzione il viso della donna in attesa di un qualsiasi sua espressione.
Dopo qualche secondo, così come credo succeda spesso a tutti noi quanto sogniamo cose piacevoli, sul viso di quella giovane signora appare un sorriso. "Il sorriso di una mamma felice".




Deninus
Il mio amico Elfo testo di Deninus
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