IL SEGRETO DI RAFAEL
Gli anni sono passati ma tutti a Valley Rider ricordano come se fosse accaduto ieri la vicenda di Rafael e di William.
Quelli che allora erano ragazzini, e adesso sono dei vecchi sdentati, si vantano di aver conosciuto i protagonisti di quella storia avventurosa e sentimentale accaduta alla fine dell‘Ottocento.
William Powell era un giovane ranchero svelto oltre che con le parole anche con la pistola.
Il suo carattere egoista, spendaccione, allegro e prepotente gli procurava molte simpatie e molte antipatie, le prime si esaurivano presto appena i suoi difetti venivano conosciuti e le altre permanevano e diventavano pregiudizi.
Suo padre, ex ufficiale, morendo lo aveva lasciato ricco e finché era vissuto aveva cercato di indirizzarlo verso una vita meno irresponsabile.
William, libero infine dai rimproveri paterni, scorazzava per la regione, buttando i suoi soldi in divertimenti e in azzardate speculazioni, comprava e vendeva cavalli senza preoccuparsi di guadagnarci. Solo il suo capriccio aveva valore e guidava ogni sua azione.
Lo seguiva come un’ombra un massiccio e alto indiano che lui per la robustezza e imponenza chiamava Monumento: il suo nome indiano era Falco nero, ma il suo nome fra i bianchi era Rafael.
Il tenente Powell durante un’azione di guerra contro gli indiani lo aveva trovato orfano e piangente e da allora aveva tenuto con sé il piccolo indiano. Non si era separato da lui nemmeno quando si era sposato e aveva avuto un figlio proprio. Poi alla morte della moglie, quando William aveva nove anni, aveva lasciato l’esercito, aveva comprato delle terre e si era dedicato all’allevamento dei cavalli aiutato validamente da Rafael.
Si era arricchito, e alla sua morte aveva lasciato una florida proprietà che il figlio William si accaniva a disperdere e si sarebbe ridotto sul lastrico se non si fosse trovato accanto chi tutelava i suoi interessi.
Falco nero era una figura indefinibile, era a metà tra il servo e l’amministratore della casa e delle terre, oltre ad essere il tutore di William. Quella decina d’anni che lo divideva dal suo giovane padrone lo rendeva vecchio e saggio.
Nei limiti del possibile cercava di rimediare alle sfrontate imprese del suo padrone e di difenderlo da qualche infuriato avversario sia nelle questioni di gioco, sia nelle questioni amorose.
Le sue sregolate passioni rischiavano di rovinarlo, perciò per toglierlo dai guai derivati dal gioco, dall’alcool e dalle donne Rafael lo spronava verso appassionanti battute di cacce.
In queste occasioni William lasciava perdere le sue mollezze di giovane vizioso e si buttava anima e corpo nelle imprese venatorie e ascoltava con rispetto Falco nero ch’era abile ed esperto come nessun altro a seguire una pista, preparare trappole e colpire una preda in fuga. In questi momenti William non lo trattava come un servo, anzi era incredibilmente cordiale e rispettoso e sembravano veri amici, se non per certi aspetti fratelli. Poi si tornava al ranch e William riprendeva a trattare Falco nero con ruvidezza e a chiamarlo Monumento e a definirlo di fronte a qualche amico “ il mio servo”.
Falco nero non tradiva la minima emozione a questi cambiamenti di umore. I muscoli della sua faccia, non brutta, ma con lineamenti che sembravano tagliati nella roccia, non si contraevano; soltanto allungava la mano a un sacchettino di pelle che portava al collo e lo serrava forte.
La dedizione di Falco nero a casa Powell era completa, non aveva altri interessi personali e ciò meravigliava gli uomini; infatti non cercava distrazioni con l’alcool e le donnine allegre. I soldi non gli mancavano: William da questo punto di vista era generoso, gli consegnava sempre una parte dei profitti della terra e degli allevamenti e si dichiarava disposto a dargli di più se glielo avesse chiesto; ma lui non chiedeva niente e quello che riceveva lo accantonava e lo reinvestiva nella proprietà senza dire nulla a William. Non sembrava inoltre che avesse molti desideri di evasione.
Anni prima quando il vecchio Powell era vivo Falco nero si assentava spesso dal ranch per lunghissimi periodi.
E William una volta chiese al padre il motivo di tali assenze, ma lui non volle dirgli nulla. Una sera carpì una parte di un colloquio del padre con Rafael, costui era appena tornato da uno dei suoi misteriosi viaggi.
- Rassegnati Rafael, Dio ha voluto così, la vita continua.
- Continua? No, per me è finita: ho perduto lei e il bambino.
- Non li hai perduti,sono vicini a te, perché vivono anche se in modo diverso.
- Potessi crederlo!
Da quella volta Rafael, come lo chiamava il vecchio Powell, non era più ripartito.
Fin da bambino William senza volerlo confessare era stato geloso dell’affetto che suo padre elargiva a quell’intruso nella sua famiglia. La signora Powell era una donna mite e aveva accettato di buon grado il pupillo del marito e si fidava molto di lui. Aveva badato alla sua istruzione perché voleva che unisse alle abilità fisiche in cui eccelleva, atteggiamenti da perfetto gentiluomo.
Rafael tra gli insegnamenti ruvidi del tenente Powell e le raffinatezze della signora Powell seppe accettare il meglio che gli veniva offerto e divenne un uomo che sapeva destreggiarsi sia nelle praterie selvagge sia nei salotti in città.
William fin da quando ebbe l’età della ragione si rese conto che Rafael pur non occupando un posto ben definito in famiglia riceveva delle attenzioni particolari. La madre naturalmente amando teneramente il figlio non gli faceva pesare le cortesie che ella usava verso il ragazzo indiano. Il padre invece come era nel suo carattere non aveva mezze misure. Nei confronti del figlio era affettuoso, ma severo, voleva molto da lui, perché implicitamente pensava che se aveva ottenuto molto da un trovatello, altrettanto si attendeva da lui.
Purtroppo la morte della moglie lo aveva reso più intransigente. E William crescendo quasi godeva a contrariarlo in tutto e per tutto. Anche per questo esagerava nel trattare Rafael con tracotante disprezzo, esclusi quei momenti in cui provava un’assurda solidarietà verso di lui. Egoista e prepotente com’era non poteva riconoscere come la discreta sorveglianza di Rafael lo aveva tolto spesso dai pasticci.
Per scrollarsi di dosso la sensazione che il vero padrone del ranch fosse lui, ogni tanto faceva e disfaceva e lo rimproverava severamente quando Rafael poneva qualche obiezione in proposito. Agendo in questo modo credeva di metterlo al suo posto, cioè tra i servi. Però nonostante queste sue alzate di ingegno in genere gli lasciava le redini dell’amministrazione, anche perché ci sapeva fare con gli animali e i dipendenti.
Aveva un potente ascendente sugli uomini per farli lavorare tranquilli e soddisfatti; infatti le liti erano bandite al ranch, anche perché Rafael era un vero Monumento, forte e calmo, si interponeva tra i vogliosi di lite e con parole maniere ferme metteva pace; e secondo il caso picchiava i più rissosi, poi li aiutava a rimettersi in piedi e riprendeva i suoi discorsi pacificatori. Nessuno poteva sognare di fargli mordere la polvere, perché non era un ammasso di muscoli senza cervello, come poteva sospettarsi guardando la sua prestanza erculea, ma aveva un’intelligenza incredibile e sebbene parlasse poco ogni sua parola scavava l’anima. Vestiva in un modo bizzarro, a metà tra la foggia indiana e quella dei bianchi. A parte il suo colorito bronzeo, si riconosceva subito in lui l’origine indiana perché portava i capelli lunghi e fermati da una stretta fascia che gli stringeva il capo. Era una specie di omaggio alla sua gente, infatti non voleva dimenticare la sua origine; pur avendo assimilato i valori dei bianchi, la loro religione. Era un modo orgoglioso di gridare la sua identità e non nasconderla.
***
Il cavallo guidato con mano ferma da William, ormai sulla soglia dei ventiquattro anni, portò il giovane in giro per i suoi possedimenti. Durante quella solitaria cavalcata con piacere constatò che la fattoria vicina alla sua era stata comprata da una ragazza di ventidue anni che suppliva alla fresca età una forte energia. Lo salutò con franchezza e con poche parole gli presentò i quattro fratelli, il più grande dei quali aveva solo sedici anni.
Annalise Richardson non capiva come mai la sua decisione di vivere lì dovesse sorprendere tutti.
La sua bellezza e il suo carattere fiero lo conquistarono fin dal primo momento che scambiò qualche parola con lei.
Da quel giorno cominciò ad assediarla con una corte insistente, non arrendendosi alle sue chiare ripulse. Non poteva assolutamente credere che un bel ragazzo come lui potesse essere rifiutato da una qualsiasi Annalise. Inoltre c’era un motivo di rivalità fra di loro: infatti egli era un allevatore di bestiame - cavalli e mucche - ed aveva a questo scopo moltissima terra, mentre Annalise data l’esiguità dei suoi pascoli non poteva permetterselo, così aveva venduto i suoi animali e aveva messo a grano la sua terra, trasformandosi in coltivatrice. La cosa non turbava gli altri allevatori, il suo esempio in quella regione non era stato seguito da nessuno; perciò la prendevano come una stramberia femminile. William invece era seccato sia perché la terra di Annalise confinava con i suoi pascoli, sia perché temeva che accadesse come altrove, ossia che i coltivatori cominciassero a danneggiare gli allevatori. Lui di proposito esasperava il problema, perché in realtà non digeriva l’idea che una ragazza lo respingesse.
Per dispetto una volta ordinò al capo dei mandriani di invadere in parte i campi coltivati dei Richardson.
Rafael si accorse subito che le bestie stavano deviando e avevano abbattuto gli steccati con prontezza di riflessi si buttò in mezzo alla mandria e la ricacciò indietro. I danni furono minimi.
Rafael rimproverò il capo dei mandriani e seppe che il padrone gli aveva dato quell’ordine sconsiderato.
Annalise lasciati in casa i due fratelli più piccoli lavorava nei campi con gli altri due fratelli più grandi. Dapprima disperata aveva cercato di evitare quel disastro, poi si era rassegnata all’inevitabile e aveva ordinato a Dick e a Sarah di ritirarsi e lasciare che le bestie passassero. L’apparizione provvidenziale di Falco nero e il suo intervento provocarono una viva ammirazione in Annalise che assisté all’accaduto da lontano.
Dick inviato da lei a ringraziare l’indiano sentì la conversazione fra lui e il capo mandriano.
Imbarazzato non sapeva cosa fare.
- Che cosa c’è ragazzo?
- Signore, mia sorella vi prega di accettare la sua gratitudine per quello che avete fatto.
- Molto gentile da parte sua, ma dille che non ho fatto niente di speciale. Il signor Powell saprà fare il suo dovere per i danni che avete riportato.
In effetti William più tardi andò da lei e gli diede del denaro per risarcirla dei danni di quel deplorevole incidente.
Questo suo bel gesto sarebbe stato accolto diversamente, se Dick non avesse riferito alla sorella ciò che aveva udito, e quindi Annalise fieramente rifiutò il denaro e gli rimproverò il suo comportamento ipocrita e malvagio.
Infine soggiunse: - Non sopporterò più le vostre prepotenze. Poiché lo steccato non serve per tenere lontano le vostre mandrie dalla mia terra, la recinterò con il filo spinato, e inoltre se vedrò ancora la punta del vostro cappello da queste parti non esiterò a sparare. Adesso, signor Powell, andatevene!
La ragazza mantenne la promessa, recintò con il filo spinato la propria terra e si procurò un fucile.
William sempre più invaghito di lei decise di mettere fine a quella schermaglia e dimostrare che i suoi sentimenti erano seri. Andò dal reverendo Samuel Brown e lo incaricò di parlare ad Annalise.
***
Il viso stupefatto di Annalise strappò un sorriso al reverendo Brown, che le confermò: - Sì, mia cara avete udito bene, il signor Powell mi ha mandato qui per chiedere formalmente la vostra mano.
Annalise rimase in silenzio a considerare la portata di quelle parole, poi rialzò il capo decisa: - Mi dispiace, ma non posso accettare la sua proposta. Non stimo e non amo il signor Powell, perciò la mia risposta è no!
- Pensateci ancora figliola, il signor William Powell è giovane, ricco ed attraente. Se vi sta a cuore l’avvenire dei vostri cari fratelli, dovrete riflettere bene prima di rifiutare un uomo che risolverebbe i vostri problemi. In fondo siete una ragazza sola con due fratelli e due sorelle tutti più piccoli di voi. Non avete un reddito se non i proventi di coltivazioni che un anno possono andare bene e gli altri anni male. In periodi di magra cosa mangerete? Di che cosa vivrete?
- Dio non mi abbandonerà e non abbandonerà i miei fratelli. Non ho bisogno di avere accanto a me un uomo ricco, ma un uomo onesto, forte e generoso. Entrambi conosciamo la cattiva reputazione di William Powell. E’ un individuo prepotente, non affidabile. Sfumato il capriccio di questo matrimonio riprenderebbe le sue cattive abitudini e allora povera me! legata per sempre a un marito indegno.
- Siete troppo severa con lui e poco fiduciosa nelle vostre attrattive. Una buona moglie sa calmare un uomo irrequieto.
- Mia madre era una buona moglie e mio padre l’ha lasciata con cinque figli! Lei è morta di crepacuore e di stenti. E nostro padre dopo tanta “irrequietezza” è venuto a cercarci… - Ebbe un singhiozzo subito represso. - Sapete che cosa ha fatto? si è scaricato la coscienza, dandoci dei soldi ed è subito ripartito! Questo ranch comprato con i suoi soldi è tutto ciò che noi figli abbiamo avuto da lui.
Ci siamo trasferiti qui perché in città rischiavamo di essere divisi fra parenti caritatevoli. Per questo ho deciso di non legarmi mai ad un uomo ricco e irresponsabile.
William appresa la sua risposta negativa si infuriò contro quella testarda ragazza.
Andò il giorno seguente da lei accompagnato da Rafael, che notando il suo stato alterato volle seguirlo.
Annalise non lasciò entrare in casa il suo pretendente respinto. Alle sue insistenze prese il fucile e lo spianò contro di lui per liberarsi dalle sue pressanti avances.
- Basta! Andatevene, ciò che avevo da dire a vostro riguardo l‘ho detto al reverendo Brown! Detesto la vostra prepotenza: dite di amarmi e mi tormentate in ogni occasione! Il vostro non è amore, è una insana passione che mi offende. Approfittate della mia presunta debolezza di donna per opprimermi, ma io non sono debole. Badate, se insistete con il vostro deprecabile atteggiamento vessatorio sono capace di uccidervi; andate via!
La sua foga era pericolosa.
- Avanti, Monumento, disarmala!
L’indiano a malincuore acconsentì a quest’ordine. Scese da cavallo anche lui, avanzò verso Annalise e si interpose tra lei e William. Tese una mano dicendo fermamente: - Non fate pazzie, miss Annalise, datemi il fucile.
Lei lo guardò tremante come un animale preso in trappola e lui soggiunse a voce bassa: - Non abbiate paura, non vi sarà fatto del male, ci sono qua io ad impedirlo.
Annalise rassicurata era già sul punto di cedere, ma William non capiva quelle esitazioni e nel movimento della ragazza che stava abbassando l’arma vi vide un inesistente pericolo; allora arrabbiato contro Rafael gli urlò: - Stupido, strappale il fucile dalle mani! - E mentre diceva così si buttò contro Annalise per toglierle il fucile.
Questa sua avventata mossa ebbe l’effetto di far partire un colpo accidentale: infatti lei sussultò spaventata e premette involontariamente il grilletto.
Lo sparo e il seguente gemito immobilizzarono William.
Rafael era stato colpito in pieno petto e lentamente stramazzò a terra!
Superato lo sbalordimento William risalì a cavallo e corse via senza pensare a niente, ascoltando soltanto la voce della sua paura.
Annalise sgomenta con le mani ai capelli si avvicinò al corpo dell’uomo che aveva ucciso, almeno così era convinta. Con sollievo si accorse che Falco nero seppur ferito gravemente era ancora vivo.
La ragazza subito si rianimò e ritrovò il suo sangue freddo: mandò uno dei suoi fratelli a chiamare il medico e con gli altri faticosamente trasportò il ferito su un letto dentro la casa. Nell’attesa del medico disinfettò la ferita con dell’acquavite e la fasciò alla meglio, poi bagnò la fronte del ferito con acqua fresca.
Falco nero si riprese e fece subito il gesto di alzarsi.
- Devo andare via!
- Fermo, no! Cosa fate?
- William… Il mio padrone… Devo andare da lui!
- Che ve ne importa in questo momento del vostro padrone? E’ fuggito via vigliaccamente, senza curarsi di voi, senza accertarsi se eravate morto o no.
- Non è un vigliacco, chiunque può avere un attimo di paura… Debbo avvertirlo che… Non ha nessuna colpa, è stata una disgrazia… E neanche voi, miss Annalise, ne avete colpa.
- Sì, è stata una disgrazia, non volevo farvi del male.
Era debolissimo e fu facile per lei costringerlo a non alzarsi.
Venne il medico che lo curò: estrasse la pallottola, disinfettò e fasciò strettamente la ferita.
Dapprima vedendo che era in sé ne fu contrariato e spiegò ad Annalise: - Sarebbe stato meglio che fosse rimasto svenuto, nell’estrarre la pallottola soffrirà molto e non rimarrà immobile come sarebbe il caso. Purtroppo ho finito il laudano.
Rafael udì le sue parole e con voce bassa ma ferma disse: - Non mi muoverò.
Come detto non si mosse di un millimetro mentre il dottore frugava nella sua carne per estrarre la pallottola.
Un sudore freddo gli imperlava la fronte, in quei terribili momenti, e solo questo segno indicava la sua straziante sofferenza. Poi fu tutto finito e giacque stremato.
Annaliste, come il dottore, era vivamente ammirata di quella straordinaria forza d’animo. Rivelò tutto al dottore lo svolgersi degli eventi che la esortò a non pensarci; era stata una involontaria fatalità, non era nemmeno il caso di avvertire lo sceriffo, tanto più che lo stesso Rafael aveva riconosciuto l’accaduto come una semplice disgrazia.
Se un responsabile c’era, questo era l’incosciente William che non aveva ascoltato il suo ordine di andarsene e aveva provocato con quella improvvisa colluttazione il ferimento del proprio amministratore.
***
William temendo le conseguenze del suo gesto, passato dal ranch a rifornirsi, era andato a nascondersi in un suo rifugio verso la montagna.
Falco nero in quei giorni di febbre non pensava ad altro che a William: immaginava il suo terrore, il suo rimorso e voleva rassicurarlo sulla propria sorte. Stava male, ma era vivo e ce l’avrebbe fatta.
Annalise mandò qualcuno al ranch Powell, ma non poté sapere altro di William che quel giorno era arrivato come un fulmine, aveva preso delle provviste, qualche abito e via. Non aveva lasciato detto niente e non si era più visto.
Quell’improvvisa scomparsa indignò ancora di più Annalise e afflisse Falco nero. Egli temeva che potesse succedergli qualcosa se si fosse buttato in una disordinata fuga.
Poi ricordò che una volta William portandolo in un rifugio montano gli aveva detto: ” Que-sto è un ottimo posto per nascondersi” e in parte si rassicurò, immaginando che il giovane William fosse andato là a nascondersi.
Tuttavia non vedeva l’ora di riprendere le forze per andare a cercarlo.
- Perché vi preoccupate tanto per lui? A parte il suo deplorevole comportamento in questa tragica occasione vi ha sempre trattato male; la sua arroganza nel considerarvi peggio di uno schiavo è conosciuta da tutti e ho avuto già modo di constatarlo personalmente. Eppure voi lo difendete e siete in ansia per lui; perché?
- Suo padre l’ha affidato a me poco prima di morire. Sento ancora le sue parole: “ Pensa a lui, alla sua vita, che non si perda…” Finché avrò un alito di respiro manterrò la mia promessa. Non mi importa che William mi consideri peggio di uno schiavo purché possa badare a lui e… - Mentre parlava si portò la mano al petto per sfiorare il famoso sacchettino di pelle, ma stavolta non lo trovò. - Dov’è? Dov’è?
- Che cosa? Ah, sì, il vostro amuleto, eccolo qui! Ve l’ho tolto quando, prima che venisse il medico, vi ho medicato sommariamente la ferita.
Glielo diede e lo aiutò a rimetterselo al collo.
- Strano però che continuate ad avere certe superstizioni pagane, a quanto ne so voi siete stato battezzato e siete cristiano.
- Non è un amuleto pagano, è… Non posso dirvelo. Nessuno deve sapere questo mio segreto.
Per evitare di essere ancora interrogato o di lasciarsi sfuggire qualche parola compromettente chiuse gli occhi, come se volesse dormire.
Annalise discretamente rispettò il suo segreto e non gli chiese più niente. Piena di sollecitudine si occupava di lui e quando doveva assentarsi incaricava la piccola Lucy di badare a lui.
I ragazzi Dick sedici anni, Sarah quattordici anni, Lucy undici anni e Thomas otto anni aiutavano la sorella in tutto quello che potevano, ma nonostante la loro buona volontà il peso maggiore della fattoria ricadeva su di lei. Ogni tanto ingaggiava degli uomini, ma per il resto faceva tutto lei. Ricordava ciò che degli zii gli avevano insegnato quando era stata loro ospite in campagna. Ma adesso era tutto diverso, in quelle condizioni di eterna penuria di soldi non aveva grandi prospettive. I braccianti occasionali non erano motivati a lavorare e lei era sempre una donna, anche se energica. Comunque aveva ottenuto ciò che voleva: ciò che rimaneva della sua famiglia era al completo. Negli anni seguenti le cose sarebbero andate meglio.
Appena Rafael si fu rimesso un po’ lasciò il letto e passava il suo tempo seduto su un vecchio seggiolone nel portico.
Un mattina vide Dick che si affannava a tagliare dei ciocchi di legno, spinto da chi sa quale impulso Rafael gli tolse di mano la scure, nonostante le sue proteste e cominciò a lavorare.
Dick vedendo che non riusciva a convincerlo di lasciar perdere, di non far riaprire così la sua ferita corse a chiamare Annalise, che piena di preoccupazione si precipitò a rimproverare Rafael per la sua imprudenza.
- Basta, smettetela! Volete uccidervi? Tornate a sedervi, ecco appoggiatevi a me…
Il gigante per compiacerla ubbidì.
La sua grande mano posata sulla propria fragile spalla turbò Annalise che per la prima volta avvertì la pericolosità di quella presenza maschile in casa sua. Prima infatti aveva considerato l’indiano con materna indifferenza, quasi si trattasse di un grosso, ingenuo bambino.
Cercò di non dare a vedere la sua emozione e dopo averlo fatto sedere sul seggiolone fece per andarsene con una scusa.
- Restate un po’ qui, vi prego.
Sussultò a questa inconsueta richiesta, ma lo accontentò e si sforzo di chiacchierare con lui con la solita disinvoltura, senza riuscirci.
Rafael con dolcezza le disse: - Se non avete voglia di parlare, tacete, il vostro silenzio è molto gradevole per un tipo taciturno come me.
Rimasero in silenzio.
Rafael osservò a lungo senza parere la figuretta gentile vicino a lui, poi chiuse gli occhi fingendo di dormire.
Annalise, prima di allontanarsi,lo guardò con una certa trepidazione.
Fu l’inizio di qualcosa molto dolce e pauroso insieme per lei, che circondò di raddoppiate cure il ferito e insisté perché non tornasse al ranch Powell.
- Mi sembra giusto occuparmi di voi, dato che sono stata io involontariamente a farvi del male. Potete anche da qui badare alle faccende del ranch. Manderò a chiamare il capo mandriano, così potrete disporre le cose necessarie durante la vostra assenza.
- Grazie, accetto il suggerimento e rimarrò finché non mi sarò rimesso. Per sdebitarmi della vostra cordiale ospitalità appena possibile vi darò una mano.
Rafael appena si rimise cominciò ad aiutare Annalise e i suoi fratelli nei lavori della terra.
Annalise con la prudenza della fanciulle perbene evitava di rimanere sola con lui.
Un giorno mentre si trovava nella stalla lo vide entrare e istintivamente sussultò.
- Non abbiate timore, sono venuto a prendere il cavallo. Ormai sto bene. Ho indugiato troppo a partire, debbo andare alla ricerca di William.
- Partite? - Sconvolta reagì in maniera spropositata. - Non potete farlo! Non potete abbandonarmi… Proprio adesso che…
Vedendo che lui prendeva la sella e sistemava i finimenti come se lei non avesse parlato, lo accusò senza pietà e senza paura che venisse a galla il suo segreto sentimento: - Siete insensibile a tutto, come un monumento di pietra! Non sapete neanche che cosa sono i sentimenti, l’amore!
Rafael colpito si fermò un attimo e chinò il viso a terra.
- Non dite così, ho amato anch’io. Anni fa ho perduto la mia sposa e il mio bambino appena nato. Avevo sposato una della mia razza, alcuni anni di felicità, e poi tutto è finito con un dolore che è durato fino a ieri.
- Perdonatemi non sapevo… Ma che significa “ fino a ieri” ?
- Significa che ho finito da poco di soffrire, quando ho ripreso ad amare nuovamente.
Annalise arrossì mentre il cuore le batteva veloce per la felicità.
Gli si avvicinò lentamente e gli pose la mano sul forte braccio.
- Ti prego non partire… Ho bisogno di te, di volgere gli occhi e trovarti. Lo sai cosa significa questo?
Annuì. Le sue dita sfiorarono i contorni del suo volto ansioso rivolto verso di lui. Poi lasciò ricadere la mano.
- Sono un indiano, il discendente di un popolo infelice, non possiedo niente se non la mia dignità, non posso chiederti di essere mia.
- Non importa che tu sia povero, ho rifiutato William ch’era ricco. Tu sei forte e generoso e solo questo conta per me.
Rafael con dolorosa intensità la strinse a sé. Annalise provò una ineffabile pace a starsene fra le sue braccia. La sua delicata personcina aderiva a quella massiccia di lui con ingenua passione.
***
Più tardi Sarah li vide uscire dalla stalla con un’espressione strana stampata sul viso, un insieme di imbarazzo e di contenuta esultanza. Annalise aveva i capelli in disordine e non era stato certo il lavoro a scompigliaglieli. Sarah, che pur essendo ancora una ragazzina ingenua cominciava ad avere guizzi di donna, intuì che solo le carezze di un uomo potevano aver scomposto i capelli di sua sorella, e poiché con lei c’era solo Rafael, doveva trattarsi di lui. Questa verità la turbò. Corse ad avvertire Dick.
Intanto Annalise diceva a Rafael: - Lo dici tu ai miei fratelli che ci sposiamo?
- Se credi. Ma vuoi veramente sposarmi?
- Certo, ora più che mai, dopo quello che è successo. - E diede un’occhiata alla stalla.
- Non è successo niente.
- Appunto! - E rise chinando il capo a terra.
Lei infatti, pazza di gioia di essere riamata, sarebbe stata ben felice di appartenergli, ma lui non ne aveva approfittato. Le mani di Rafael sui suoi capelli, sul suo corpo erano state incredibilmente tenere e rispettose. Quel gigantesco indiano era l’essere più meraviglioso del mondo e Annalise sapeva che non si sarebbe mai pentita della propria scelta.
Più tardi Dick vide solo Rafael seduto sul portico. Tutta la sua indignazione si affievolì di fronte a quell’atteggiamento tranquillo.
Rafael gli rivolse la parola: - Dick, tu sei l’uomo di casa, essendo il maggiore fra i tuoi fratellini, e anche Annalise ha molta considerazione di te, perciò ho deciso di parlarne con te.
- Di che cosa?
- Del fatto che voglio sposare Annalise. Tu che ne dici?
Dick aveva voglia di comportarsi come un bambino e gridare che sua sorella non gliel’avrebbe mai data, però Rafael parlandogli in quel modo dimostrava: primo che era già d’accordo con Annalise, secondo che voleva che si comportasse da uomo. Era quindi inutile opporsi e perciò era meglio assecondare quella commedia.
- Non è una idea malvagia. Quando vi sposerete?
- Prestissimo.
- E dove porterai Annalise?
- Da nessuna parte. Abiteremo qui con voi. Coraggio Dick, ti poteva di peggio come cognato, io almeno so di non essere degno di tua sorella.
A Dick gli si allargò il cuore: finalmente Rafael lo trattava veramente da uomo e lui replicò con la gravità che un adulto in questi casi deve mostrare.
- Non è vero Rafael, a me vai bene e credo che Annalise abbia trovato il tipo giusto in te.
***
Un paio di giorni dopo Annalise andò dal reverendo Brown per concordare con lui la cerimonia nuziale.
Egli fece un educato tentativo per dissuaderla, ma dovette rassegnarsi vedendola decisa.
La notizia dell’imminente matrimonio volò in giro e tutti decretarono che quella ragazza era matta da legare, ma lo dissero sottovoce perché a nessuno piaceva l’idea di mettersi contro Monumento e di misurarsi con i suoi formidabili pugni.
Rafael tornò al ranch Powell, dove aveva vissuto tanti anni, e avvertì gli uomini che la sua permanenza lì era provvisoria. Fino al ritorno di William avrebbe continuato ad occuparsi del ranch, però dopo era deciso ad andarsene.
- Dov’è il padrone?
- Al rifugio in montagna.
Nessuno chiese altro. Rafael con il permesso di Annalise era andato a controllare che fosse davvero là, tuttavia non si era rivelato. Istintivamente aveva intuito che il ritorno di William avrebbe rovinato la serenità di quelle imminenti nozze.
Dopo il matrimonio era pronto a tutto, ma prima era meglio che William stesse ancora lontano da loro.
Purtroppo il caso volle che uno dei mandriani per inseguire un cavallo andasse verso la montagna e si imbattesse in William, intento a cacciare.
Dopo un giro di frasi lui seppe tutto, che Rafael era vivo e che stava sposando Annalise!
Furibondo si slanciò verso la fattoria di Annalise. La semplice cerimonia nuziale si sarebbe celebrata a casa Richardson.
Entrò con la barba lunga e urlò tutto il suo disprezzo, la sua rabbia di essere stato soppiantato da un volgare indiano, il suo servo.
Rafael dapprima cercò di restare calmo e stringeva fino a far scricchiolare le ossa della mano il sacchetto di pelle che portava sotto la camicia, poi quando lui insultò Annalise prendendola per una creatura viziosa, piena di morbose curiosità esplose: - Basta William! Mi vergogno al pensiero che sei figlio del tenente Powell. Insulta pure me, ma lascia stare Annalise. Ho accettato tutto da te, persino di spogliarmi dei miei diritti, per te ho rinunciato di portare il nome dei Powell. Ho accettato in silenzio che tu distruggessi il testamento di “nostro” padre, dove mi nominava erede di metà dei suoi beni.
- Che cosa vuoi dire?
- Sapevo la verità e tacevo e la cosa più tragica era che tu eri a conoscenza di questa mia consapevolezza e non hai avuto neanche la dignità di non esasperarmi. La tua boria e i tuoi difetti li ho sopportati perché lui ti aveva affidato a me. Mai io avrei parlato se tu non mi avessi costretto a rivelare la tua infamia.
- Bugiardo, vigliacco! Non è vero niente! Mio padre non ti ha lasciato niente, tu non porti il nostro nome, sei solo uno sporco orfano indiano che lui per pietà ha preso con sé.
- Non ho detto di avere il suo sangue nelle vene, ma lui mi considerava ugualmente suo figlio. Da quando è morto porto qui sul petto la verità. Tenete reverendo Brown, leggete.
Rafael aprì il famoso amuleto e trasse dal sacchetto delle carte ripiegate più volte.
La prima era una lettera.
“ Caro Rafael, sono vicino alla morte, ti affido William, tuo fratello. Ho paura per lui, non permettere che si perda. Assieme a questa lettera c’è una copia del testamento, William lo leggerà dopo la mia morte, ma tu sai cosa c’è scritto. Te ne ho parlato più volte. Come mio figlio adottivo ti spettano la metà delle mie ricchezze, che tu mi hai aiutato ad accumulare, e il diritto di portare il nome dei Powell. Perdonami se finora non ho avuto il coraggio di importi apertamente come mio figlio, ti ho dato il mio nome, però ho avuto ritegno di rivelarlo a William, temevo la sua reazione, egli è geloso di te, del mio affetto per te. Ho gioito della sua nascita, ma mi ha deluso e temo che infangherà il nome dei Powell con il suo carattere ribelle e corrotto. Che Dio abbia pietà di me, ma talvolta rimpiango che sia nato, vedendo che come sperperi denari e onore pur avendo tutto per essere un gentiluomo. Sii la sua guida fraterna, come sei stato un figlio amorevole con me. Benedetto il giorno che ti ho raccolto per tutte le gioie e le soddisfazioni che mi hai dato. Affettuosamente tuo padre. “
L’altra carta era la copia di un testamento in cui il vecchio ufficiale rivelava a William di aver adottato legalmente Rafael e di lasciarlo erede insieme a lui. Infine c’era un regolare atto di adozione di tantissimi anni fa.
William ascoltando dalla voce del reverendo che spiegava il contenuto delle carte impallidiva sempre più e alla fine era bianco come un cencio lavato.
Cercò di difendersi: - Io non sapevo niente…
- Purtroppo non vero, alla morte di nostro padre è venuto al ranch il suo avvocato a cercarti, aveva fretta, doveva partire, e ti consegnò il testamento che hai distrutto e hai detto a tutti che eri stato nominato come giusto erede universale.
Il reverendo Brown, il dottore, il capo dei mandriani e Annalise guardarono con disprezzo William. Egli cercò di ribattere, ma comprendendo ch’era inutile, fece un gesto disperato con la mano e corse via.
Rafael non ascoltò il reverendo che diceva: - Possiamo riprendere la cerimonia…
- No, debbo inseguire William, l’ho distrutto, non era questo che volevo, maledetta verità!
- Rafael…
- Perdonami Annalise, ma lui ha bisogno di me.
Uscì fuori e a cavallo inseguì William. Lo scorse da lontano. Stava andando al ranch, ma il suo cavallo sull’orlo del precipizio incespicò e lo fece cadere giù. Il terribile volo fu fermato da una cengia , ma questa dai suoi movimenti frenetici per risalire franò e cadde giù.
Rafael appena giunse sul posto si rese subito conto dell’accaduto. Gridò con angoscia il nome del fratello.
Si calò giù e si avvicinò a lui. Grazie a Dio era ancora vivo, aveva solo una gamba spezzata e varie escoriazioni. Lentamente risalì portandosi sulle spalle William. Ansimava sotto il peso e per l’impervia salita.
Sulla strada trovò Annalise e il dottore che lo avevano seguito. Portarono William al ranch Powell, ma lui prima di essere curato volle che Rafael prendesse dallo studio del padre un vecchio plico. Era il testamento ancora suggellato.
- Non l’ho distrutto… Non immaginavo la verità, forse non aprendolo volevo convincermi d’essere il padrone e il preferito di nostro padre. Confesso che sospettavo che ti avesse lasciato qualcosa, ma non volevo che te ne andassi. Solo questo calcolo mi ha impedito di aprire il testamento, avevo bisogno di te. La mia presunzione di essere l’unico erede era fondata sulla noncuranza. Non volevo danneggiarti, ti avrei dato tutto quello che mi avessi chiesto. Ma tu non volevi niente, non mi chiedevi niente… Ero io ad avere bisogno di te, non tu di me, ecco perché mi facevi rabbia, sono stato sempre geloso di te perché nostro padre ti idolatrava ed io non potevo somigliarti…
Rafael aveva la gola contratta mentre William parlava con accorata sincerità.
- Zitto fratellino, fatti curare adesso.
Gli fu vicino mentre il dottore raddrizzava e univa le due parti d’osso della gamba, steccandogliela.
William tentò di mostrarsi forte, ma il dolore lo fece gridare e serrare convulsamente la mano di Rafael. E dopo mormorò con amarezza: - Ecco, non sono bravo neanche a sopportare un po’ di dolore fisico. Aveva ragione nostro padre: era meglio che non fossi nato.
- Non dire così. Anch’io avrei gridato se avessi dovuto farmi sistemare una gamba mal ridotta come la tua. E poi nostro padre si sbagliava, involontariamente è stato proprio lui a renderti così. Ogni tuo errore era buono per lui per convincersi che eri un cattivo soggetto, che non eri come ti voleva e ciò a un certo punto deve averti influenzato talmente che ti sei sentito obbligato a non smentirlo. Neanche io ti ho aiutato chiuso nel mio stato di apparente vittima della tua ingiustizia. Se ti avessi affrontato chiaramente senza pensare troppo alla mia dignità, forse tutto sarebbe stato diverso. C’era in me il sottile autocompiacimento di vederti avvilito nella mia considerazione. Ti volevo bene, ma non ti stimavo. Ma ormai è finita, è inutile rimpiangere il passato.
- Ti darò tutto quello che ti spetta.
- No, non voglio niente… - Si fermò di colpo, guardò William e allargo le braccia sconsolato . - Ecco ci sono ricascato, maledetto il mio orgoglio.
William sorrise comprensivo e anche Rafael sorrise.
- In effetti voglio due cose da te: prima di tutto la fascia di terra che confina con quella di Annalise così dopo sposati avremo una proprietà unica, e poi… Non so se posso chiedertelo. Sarà un po’ difficile per te.
- Avanti, parla!
- Vorrei che tu fossi il mio testimone di nozze. Ascolta William, ho “bisogno” della tua approvazione alla mia unione con Annalise. Non volevo portartela via…
- Lo so. E’ dura, ma non importa. Sarò felice della tua felicità come un vero fratello.
***
Tutti ricordano come il giovane William cambiò. Un po’ per dimostrare la sua innocenza, un po’ per non tradire la fiducia di Rafael e Annalise si mostrò generoso con loro e cambiò in parte le sue abitudini. Mise del tutto la testa a posto quando venne in paese una giovane e attraente maestrina e si fidanzò con lei nel giro di un mese.
I figli di Rafael e i figli di William crebbero insieme e furono dei cittadini esemplari a Valley Rider.
A distanza di decenni si parla ancora di Rafael e William, vissuti in quella piccola comunità americana di fine Ottocento, come i personaggi di una fiaba a lieto fine.
FATTORE UMANO testo di Maria Alfonsina Arrigo