Fui riaccompagnata a casa da Nicolò, un ragazzo molto più grande di me che mi aveva accolta con molta cordialità il giorno precedente. La sua corporatura imponente stonava con i suoi teneri occhi castani, che lo facevano somigliare ad un grande orso gentile, fumava nervosamente e non riusciva a non farsi scappare una risata ad ogni mia affermazione, sicuramente per gentilezza e al fine di rendere più tiepida l’atmosfera dei dialoghi fra conoscenti. Accanto a lui sedeva una ragazza molto esuberante, Giulia, che continuava a sottolineare, anche se innocentemente, la mia inesperienza e giovanissima età rispetto a tutti gli altri componenti della brigata. nonostante la sua insistenza avesse generato in me un tremendo fastidio, continuai a sorriderle mostrandole un’espressione di serenità, forse per difendere me stessa da una forte debolezza. Arrivammo a casa dopo un interminabile viaggio scandito dalle urla e gli scherzi insultanti di Giulia, che sembrava mostrare nei miei confronti la stessa tenerezza che si prova parlando con un bambino. Durante una pausa che avevamo fatto il giorno stesso per pranzare, dopo che tutti ebbero finito il proprio piatto di spaghetti al pomodoro cucinati dagli anziani del partito, fu il momento per i fumatori di concedersi la gioia e la tranquillità di una sigaretta. Vedendomi la sola che si teneva in disparte dal resto del gruppo, Giulia mi porse una piccola borsetta in cui era solita tenere le sue sigarette. Accettai, sapendo di dannarmi l’anima e la salute, e accesi quel piccolo dono con un gesto molto imbranato, che denotava la mia assoluta inesperienza e il mio imbarazzo. Giulia mi rimproverò appassionatamente, mettendomi in ridicolo davanti a tutti gli altri che guardavano me, un povero cucciolo impaurito dai modi esagerati di quella ragazza, con un leggero biasimo. Imparai presto, mio malgrado e a discapito delle mie esigue finanze personali, come si accendesse una sigaretta nel modo più consono ad una giovane adulta.
Salii le scale di casa mia frettolosamente, rischiando una rovinosa caduta sul marmo ancora rovente a causa dell’audacia dei raggi del sole in quel periodo dell’anno. Affamatissima, mi precipitai nella sala da pranzo dove mia nonna mi aspettava spazientita con una ciotola di pomodori e quel poco che mi era sufficiente per riempire il mio ventre sottile. scambiai pochissime parole con lei, a quindici anni i miei confidenti erano ancora alcuni quadernetti su cui annotavo gli eventi e le emozioni che facevano da re e regine delle mie monotone giornate. Dopo un velocissimo pasto corsi in bagno per darmi una rinfrescata e guardare attraverso i miei occhi gioiosi riflessi nello specchio sporco di residui di sapone. Vidi una bambina diventata ragazza grazie a mezza sigaretta, un bicchierino di vino non troppo forte e la compagnia di ragazzi più grandi e più esperti del mondo, sempre in equilibrio fra una speranza di ferro e la totale disperazione, pieni di problemi fino al collo, ma capaci di spazzare via ogni negatività con il fuoco generato dalle serate che odoravano di birra scadente e fumo di sigaretta.
Cercai nell’armadio dei vestiti mai messi, poiché le occasioni fino a quella sera erano state ben poche, indossai le mie solite ciabattine e feci del mio meglio per essere carina, cercai di domare i miei spettinati capelli biondi e appesantii le mie ciglia con una quantità imbarazzante di mascara, disegnai una pesante linea di eyeliner sui miei occhi azzurri e in poco tempo mi accorsi di aver creato un nuovo stile, tutto e solo mio.
Aspettai l’ora prestabilita, in cui sarebbe dovuto passare qualcuno per portarmi via da casa e sancire l’inizio di un nuovo capitolo della mia vita. Intorno alle ventidue una macchina sconosciuta si fermò davanti al cancello di casa mia assordandomi per qualche istante con il volume altissimo della musica e con gli schiamazzi che provenivano dalla vettura. Il ragazzo alla guida era Alessio, che tutti chiamavano Dylan per una circostanza che nessuno ha mai chiarito in modo approfondito. Un ragazzo basso che aveva impresso sulle labbra un sorriso divertito, quasi enigmatico e talvolta fraintendibile, silenzioso ma allo stesso tempo molto eloquente, tanto che fu facile capire per me la sua singolarità. Accanto a lui stava Arianna e dietro, accanto a me, Emanuele e Lollo. Tutti tranne Lollo gustavano una sigaretta e discutevano su temi piuttosto comuni per gli adolescenti: amore, scuola e famiglia. Cercarono tutti di farmi sentire parte di quella piccola realtà che si era creata nella macchina di Dylan durante le traversate che partivano da Camaiore per arrivare ai locali da loro preferiti, quasi tutti a Viareggio, una città molto comoda per spostare il divertimento da un bar alla spiaggia e viceversa.
durante il viaggio mi feci strada, per come potevo, fra quelle conversazioni di cui sentivo di non fare ancora parte, stentai più volte nel chiedere una sigaretta a qualcuno, indecisa fra il continuare a farmi male e il sentirmi viva per una ragione futile e stupida. Arrivammo al CRO, un circolo che faceva ottimi prezzi per coloro che avevano intenzione di passare una serata serena approfittando dell’oblio alcolico, trovammo lì Alessandro, Samuele, Aurora, Nicolò e Giulia che già da un po’ assaporavano i loro alcolici preferiti, fatta eccezione per Alessandro che se ne stava seduto fra di loro a metà fra la felicità e il tedio. I nostri due gruppi si ricongiunsero e la serata passò scandita da intervalli regolari che prevedevano l’acquisto di birre, una sigaretta alla brezza marina e le pause per il bagno. La musica non era alta e tutti riuscivamo a sentire le voci dell’altro senza il bisogno di avvicinarsi eccessivamente, Lollo dilettò la compagnia con alcune imitazioni, seguito da Alessandro , di cui scoprii il grande talento: era un esperto nel replicare suoni e voci e tutti i presenti gli chiedevano regolarmente di imitare la voce di personaggi della zona che avevano lasciato nella mente di quei ragazzi segni indelebili e serate indimenticabili.
Tornammo a casa tardissimo e mi aspettò una sonora lavata di capo da parte dei miei genitori, che incredibilmente scivolò su una corazza di felicità che quella sera, in poche ore, ero riuscita a crearmi fra sigarette e bottiglie vuote. Prima di lasciarci ci eravamo dati un appuntamento per il giorno dopo che ci avrebbe visti di nuovo tutti insieme a verniciare vecchie assi con cui avremmo dovuto comporre dei tavoli, che rimasero sempre un po’ pendenti e scricchiolanti, ma se non altro con una buona mano di vernice rossa di cui eravamo coperti alla fine di ogni giornata, costretti a buttare via qualche maglietta a causa di alcune macchie troppo ostinate. Un’altra nuova sveglia, qualche bicchiere di caffè forte e un grande carico di volontà era ciò che mi serviva ogni giorno e che non faticavo per niente ad ottenere.
3. La sera testo di Cecilia Torcigliani