- Scene da un matrimonio -

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Racconto scritto sei anni fa. Scene da un matrimonio, combinato, nell'era fascista. Ero indeciso sul genere, tra: romantico e drammatico. Poi, visto il periodo in cui è ambientato, ho ripiegato su: genere storico. Buona lettura
- Nota dell'autore vecchioautore

Testo: - Scene da un matrimonio -
di vecchioautore

Scene da un matrimonio

La chiesa, il sagrato, la piazza, la via principale che attraversava il paese, tutto era stato pavesato a festa. La gente applaudiva felice al passaggio del corteo. E da bordo delle vetture, i genitori, sorridendo magnanimi ringraziavano la folla plaudente. Erano tutti felici, il giorno del matrimonio. Tutti, tranne chi lo doveva essere più degli altri. Loro, gli sposi immusoniti, parevano seguire il proprio funerale!
Dal sagrato sino all’altare, era un profumatissimo prato fiorito quello percorso dall’ombrosa sposa di bianco vestita; accompagnata dall’inorgoglito e serioso padre, impettito nell’orbace d’ordinanza. Il promesso sposo, in piedi accanto all’altare, quando l’organo annunciò l’ingresso della novia… trasse il desolato sospiro del condannato che mette la testa sul ceppo del boia!

Mentre dentro la chiesa la cerimonia iniziava, era tutto un fermento di uomini e donne che correvano da una parte all’altra, tra l’aia e la casa padronale, nella proprietà del padre dello sposo, intenti a sistemare gli ultimi particolari del suntuoso ricevimento.
“Cristina non si riprenderà tanto facilmente”, osservò la domestica, guardando la ragazza che ramazzava il portico con il magone. Le si avvicinò. «Se non te la senti, vai pure a casa», le disse in tono amorevole.
«Non fa niente… poi mi passa», rispose con voce increspata.
Gina la abbracciò, sospirò. «E’ stata una bella botta… sei giovane, ti passerà, ti passerà!»
Gina, come tutti quelli che bazzicavano l’enorme cascina, si era domandata se Paolo avesse trovato il coraggio di andare contro la volontà del padre, che ambiva a un matrimonio di peso per il suo unico figlio. Questo fino a tre estati fa, quando si era palesata, come ospite gradita per trascorrere un mese in campagna, Francesca; colei che ora, nella chiesa a pochi chilometri di distanza, si apprestava a pronunciare il fatidico “sì”.
Gina, era la madre di Cristina.

«Eccoli che arrivano», annunciò Renzo, appoggiando il gomito sul manico della forca.
Sandro infilò la forca nel fieno sul carro e si volse a guardare.
Il corteo di automobili avanzava lentamente per non sollevare troppa polvere, sulla strada bianca.
Quando l’elegante Lancia Astura serie IV cabriolet nera in testa al corteo, con a bordo gli sposi imbronciati, transitò davanti ai due braccianti, Sandro abbassò lo sguardo.
«Coraggio, finiamo di caricare il fieno», lo esortò Renzo, quando il corteo di automobili si era allontanato. «Te lo avevo ben detto di non illuderti, che i ricchi si accoppiano tra loro», aggiunse poi affondando la forca nel fieno, e il coltello nella piaga.
Sandro non rispose, serrando la mascella tirò la forca dal carro e riprese a caricare il fieno.
Renzo, era il padre di Sandro.

Cuochi, camerieri, orchestrali e fotografo erano schierati ai loro posti, in attesa dell’arrivo degli sposi. «Noi abbiamo finito, vieni, Cristina, andiamo a casa», disse Gina.
Cristina tentennò. «Non li vediamo arrivare?»
Gina la cinse in vita. «Meglio di no. Su, andiamo», rispose con dolcezza. E si avviarono in direzione delle case dei braccianti.

Quando la Lancia scoperta alla testa del corteo fece il suo ingresso nell’ampia corte della cascina, l’orchestra sistemata su un carro addobbato alla bisogna accanto all’aia attaccò “Giovinezza”. La Lancia, seguita dalle altre automobili, proseguì oltre l’aia e andò ad arrestarsi davanti alla scalinata della casa padronale; dove l’attendeva il fotografo. Dopo aver esaudito le richieste del fotografo esibendo qualche sorriso forzato, sotto l’occhio vigile dei rispettivi padri che li esortavano ad un atteggiamento “collaborativo”, gli sposi e i rispettivi genitori, seguiti dal codazzo degli ospiti, entrarono nella magione.

Il latifondista Gerolamo Atigua non aveva certo lesinato risorse, per fare del matrimonio del suo figliolo un evento che oltrepassasse i confini della provincia. D’altronde, imparentarsi con un gerarca molto vicino al duce, meritava di essere festeggiato alla grande.
Anche perché Attilio Fortepolpaccio, ancor prima che sua figlia si fidanzasse con Paolo, aveva brigato presso chi di dovere per cedere all’Attigua dei terreni confiscati al prezzo simbolico di una lira!
Era stato durante quella trattativa che i due si erano accordati per sistemare i figli. E così Francesca aveva iniziato a frequentare, come gradita ospite, la cascina del padre di Paolo nei mesi di giugno e luglio; e Paolo la villa a Forte dei Marmi piuttosto che l’attico romano dei Fortepolpaccio nei mesi di agosto e settembre.
Ma l’amore, come la democrazia, non si può imporre. Paolo amava già da tempo la figlia di un bracciante, e quando lo aveva confessato a Francesca, questa lo aveva abbracciato sprizzando felicità da tutti i pori; spiegando poi all’allibito Paolo che lei lo considerava un buon amico e niente più.
A quel punto la vacanza estiva in campagna, tra afa, zanzare e giornate interminabili, si sarebbe potuta trasformare in una punizione divina per Francesca; se non avesse già incontrato Sandro, il bel bracciante dallo sguardo assassino.

Prima di farli accomodare nel salone dove sarebbe stato servito l’opulento pranzo, gli ospiti vennero condotti nel parco della magione per un aperitivo. Qui gli sposi dovettero sottoporsi al rito degli evviva esibendo altri sorrisi forzati per la felicità del fotografo. A quel punto tutti gli ospiti, camerieri compresi, l’avevano capito che si stava festeggiando uno di quei matrimoni d’interesse, dove l’amore, quando c’era, ma non c’era mai, era un accessorio non indispensabile alla riuscita dell’unione: quel che contava era salvare le apparenze… e gli affari di famiglia; tanto poi ci si poteva tradire allegramente!
«Le serve si portano a letto, non si sposano!» aveva tuonato Gerolamo Atigua, quando Paolo gli aveva confessato di amare Cristina. «Dopo il matrimonio, tu e Francesca vi trasferirete a Roma: suo padre ha in mente una carriera diplomatica per il genero. Roma è grande, conoscerai la gente che conta e ti dimenticherai di Cristina!» aveva aggiunto di fronte al figlio che insisteva nel professarsi perdutamente innamorato da sempre della ragazza con cui aveva condiviso l’infanzia.

Il rude Fortepolpaccio, invece, ci aveva messo poco a convincere la remissiva Francesca, promettendole un futuro da suora laica nelle colonie d’oltremare, se solo avesse osato rifiutare la mano di un più che ottimo partito. «Ho parlato con Galeazzo, mi ha promesso che dopo il matrimonio, a tuo marito verrà assegnato un ruolo di primo piano nell’ambasciata, a Berlino», le aveva confidato per convincerla della bontà dell’operazione matrimonio.
«Ma io non lo amo», aveva provato ad obiettare timidamente Francesca, guardandosi la punta delle scarpe. Poi, alzando lo sguardo, in un moto d’orgoglio aveva aggiunto in tono deciso: «E non mi ama nemmeno lui! Io e Paolo siamo e resteremo sempre grandi amici; ma non potremo mai amarci. Fattene una ragione, papà!»
Un sonoro schiaffone risuonò nello studio di Fortepolpaccio. «Me ne frego dell’amore!» proruppe assumendo una posa marziale, oltreché ridicola data la situazione. «Tu sposerai Paolo, vi trasferirete a Berlino e là, lontani da occhi e orecchie indiscrete, potrete andare in cerca dell’amore di letto, tradendovi allegramente!» aveva concluso con il pugno sinistro piantato nel fianco e il mento alzato, mentre agitava l’indice davanti alla singhiozzante Francesca (era tipico dei gerarchi plagiare, ovvero scimmiottare gli atteggiamenti scenografici del loro duce: anche se, v’è da dire, che non possedendo una mascella volitiva, l’imitazione di Fortepolpaccio suscitava spesso e volentieri una trattenuta, a fatica, ilarità negli altri gerarchi).

Camminando di fianco al cavallo che trainava il carro, Sandro, tirandolo per le briglie, lo condusse all’interno della cascina.
Quando giunsero sotto il portico del fienile, Renzo, seduto sopra il carico di fieno con le redini in mano, si lasciò scivolare giù dal carro. «Io vado avanti, tu stacca il cavallo!» comandò.
«Uhm», fece Sandro, «quei nuvoloni scuri promettono pioggia. Attacco un altro carro e vado a caricare il fieno rimasto.»
Renzo guardò il cielo. «Non credo che vengano in qua… almeno non prima di sera. Vieni a mangiare qualcosa, dai!»
«Non ho fame», disse Sandro in tono malinconico, guardando l’aia adibita a pista da ballo e le automobili parcheggiate in fila indiana che occupavano il perimetro della cascina.
Renzo osservò dove andava a cadere l’occhio del figlio. «Sei sicuro di star bene?»
«Sto bene, papà. Non ti preoccupare», rispose mentre staccava il cavallo dal carro carico di fieno.

Renzo entrò nella porta sotto il fienile, percorse il magazzino degli attrezzi e uscendo dal lato opposto si venne a trovare nella parte di cascina, separata dal corpo centrale, dove erano site le insalubri case dei braccianti, le stalle e la porcilaia.
«Sandro non mangia, dice che non ha fame», esordì sedendosi a capotavola.
«Povero figliolo. E’ stata una bella botta, speriamo che gli passi presto», commentò Gina, mentre con un mestolo versava la minestra di legumi nel piatto del marito.
«E lei», fece Renzo, indicando con lo sguardo la figlia all’altro capo del tavolo, «perché non mangia?»
«Che me lo domandi a fare, come se non lo sapessi!» rispose Gina stizzita.
Renzo sbuffò. «Devo aver messo al mondo due figli scemi!»
«Non dire fesserie!» sbottò Gina.
«Ah no? Sai quante volte ho cercato di farlo capire a quel testone di tuo figlio che stava mirando troppo in alto, che i bersagli alla sua portata si trovano più in basso, da questa parte della cascina. Ma lui, niente!» concluse rabbioso, abbattendo un pugno sul tavolo che fece rimbalzare i piatti e sobbalzare Cristina.
«Calmati, bestione! Che i piatti costano!» lo redarguì la moglie.
«Sono calmissimo!» ma il tono diceva altro. Puntò la figlia con il cucchiaio. «E non mi pare che sia andata meglio con quella lì. Eppure mi hai detto di averci provato in tutti i modi e maniere a farle capire come va il mondo. Ma lei, niente!» e giù un altro pugno al tavolo.
A quel punto Cristina corse fuori singhiozzando; Gina lo fulminò con uno sguardo torvo e corse a consolare la figlia.

Nell’ampio salone i tavoli erano stati sistemati a ferro di cavallo. Sposi e genitori, seduti in fondo, potevano vedere e all’occorrenza interloquire con gli ospiti accomodati ai lati. Il fotografo, che si era spostato all’interno del salone per immortalare il lauto banchetto, doveva esortare i due piccioncini a sorridere quando, durante un estemporaneo brindisi chiamato da uno degli ospiti, si apprestava a scattare.
La maggior parte del tempo dedicato al pranzo, gli sposi l’avevano trascorso piluccando qualcosa persi nei loro pensieri.
Paolo non si dava pace per aver perduto la ragazza amata da sempre. «Francesca», mormorò ad un certo punto. Francesca volse lo sguardo su di lui. «Ti ricordi la sera delle lucciole?»
Gli occhi di Francesca s’inumidirono rammentando la sera del primo incontro con Sandro.
Era arrivata in cascina nel pomeriggio, e la sera, dopo cena, Paolo l’aveva invitata a vedere le lucciole.
Francesca, che non avendo mai soggiornato in campagna non rammentava di averle viste, aveva accettato con entusiasmo.
Sandro e Cristina li attendevano sull’aia. Presentandola ai suoi due amici, Paolo si era accorto fin da subito che tra Sandro e Francesca poteva nascere ben più che una semplice amicizia. E non si era sbagliato. Dopo qualche altra sera trascorsa insieme, il quartetto, dopo essersi allontanato dalla cascina si divideva; le due coppie si sarebbero riunite per non destare sospetti poco prima di rientrare.
«Paolo», mormorò Francesca dopo aver rivissuto la sera delle lucciole.
«Sì?»
«Lo amo, non voglio perderlo», confessò con voce increspata.
Paolo annuì. «Anch’io, amo Cristina.»
«Come possiamo fare?»
«Non lo so», sospirò Paolo, «proprio non lo so. Mi spiace, Francesca.»
Francesca stava per ribattere, ma l’ennesima chiamata ad un brindisi e l’esortazione del fotografo a sorridere, pose fine al malinconico intermezzo.

Alle cinque della sera, i commensali si alzarono per dar modo ai camerieri di sparecchiare e poi di apparecchiare per la cena.
In attesa del gran finale, con balli sull’aia alla luce delle torce e fuochi d’artificio, gli invitati si divisero, accomodandosi chi in giardino, soprattutto le signore; chi chiudendosi in salotto, gli uomini, a fumare un sigaro, discutere di politica, affari e a disquisire d’erotismo mettendo alla berlina, con un sarcasmo davvero poco consono a dei gentiluomini, le rispettive amanti; e chi sull’aia, ragazzi e ragazze, ad ascoltare l’orchestra esibendosi nei balli di coppia: valzer, mazurca, tango eccetera.
Paolo e Francesca, accompagnate dalle rispettive madri, furono costretti a farsi un giro in giardino e sorbirsi i consigli delle signore, rivolti in particolar modo alla sposa, su come comportarsi nel menage coniugale.
Alla fine, esausti dopo aver ascoltato i consigli più improbabili, ottennero il permesso di recarsi sull’aia, dove li attendevano gli amici.

Sandro rientrò con il secondo carro carico di fieno quando i componenti dell’orchestra, dopo aver mangiato qualcosa in cucina, erano tornati sul palco e, attaccando “Giovinezza”, diedero inizio al programma pomeridiano.
«Scansafatiche!» ringhiò guardando gli invitati transumare dalla sala da pranzo all’aia.
Dopo aver sistemato il carro sotto il portico e staccato il cavallo, Sandro salì sopra il carico di fieno con la forca e iniziò a sistemarlo sul fienile.
«Sandro», udì chiamare dopo una decina di minuti.
«Cosa vuoi, Cristina?»
«Mamma è preoccupata. Non hai mangiato niente, ti ha preparato qualcosa.»
«Di’ a mamma che non ho fame», rispose affondando la forca nel fieno. Fu in quell’istante che guardando in direzione dell’aia, distante una trentina di metri dal suo punto d’osservazione, vide Paolo e Francesca. «Guardali là, gli sposi novelli come si divertono!» ringhiò.
Cristina si volse e scoppiò in un pianto dirotto.
Sandro saltò giù dal carro e la strinse forte a sé. «Su, non fare così… ti prego, Cristina», diceva accarezzandole i capelli.
«Paolo!» esclamò Francesca, indicando con gli occhi i due.
«Cristina, cosa le è successo?» si chiese Paolo correndo verso l’amata, seguito dalla sposa e dallo sguardo allibito degli invitati.

«Cosa vuoi? Cosa volete? Non ci avete fatto abbastanza male?! Andate al diavolo!» urlò Sandro parandosi davanti alla sorella con i pugni chiusi.
«Devo parlare con Cristina», disse in tono concitato Paolo. «Cristina, ti amo!»
«Oh Paolo, Paolo», singhiozzò lei, aggirando il fratello e buttando le braccia al collo all’amato. «Ti amo, Paolo… ti amo come non ho mai amato», diceva tra un bacio e un singhiozzo.
Francesca e Sandro li guardarono commossi, poi si guardarono negli occhi… e tanto bastò.
Gli ospiti sull’aia non credevano ai loro occhi. L’orchestra smise di suonare.
Sandro li indicò con lo sguardo. «Ora che ti sei sputtanato e ci hai sputtanati davanti a tutti, che intenzioni hai?» gli chiese.
«Non lo so…» cominciò a dire. Vide la prima automobile del corteo, la Lancia cabriolet, a pochi metri con il lungo cofano puntato verso l’uscita, e in un impeto di libertà, esclamò gioioso. «Andiamo!» correndo a sedersi al posto di guida. I tre lo guardarono allibiti.
«Non fare pazzie, dove vuoi andare?» domandò Sandro, indeciso sul da farsi.
«Saltate su, Cristo!» proruppe l’altro.
Stavolta Sandro non se lo fece ripetere, prese per mano le due ragazze. «Coraggio, andiamo!» le esortò trascinandole.
Dopo aver fatto salire Francesca sul sedile posteriore le si accomodò accanto. «Avanti Cristina, datti una mossa!» urlò Paolo, spronandola ad accomodarsi accanto a lui. «Eccomi!» esclamò esprimendo incontenibile gioia nel tono e nel luminoso sguardo balzando sul predellino.
Paolo tirò il pomello dell’accensione il motore si mise in moto istantaneamente. «Gran macchina l’Astura», commentò sorridendo, e inserì la prima.

«Credi che ci lasceranno andare?» domandò Sandro, voltandosi indietro per controllare se li stessero inseguendo.
«No!» rispose Paolo.
«E allora?»
Paolo indicò il cruscotto. «Il serbatoio è quasi pieno… e la Svizzera non è poi così lontana. Chiederemo asilo politico.»
«E se non ce lo concederanno?»
Paolo sorrise. «La figlia di un gerarca e suo marito, sono un gran bel colpo per la propaganda antifascista.»
«Ho paura, Paolo», interloquì Cristina.
«Anch’io, amore», confessò tirandola a sé.
«Cosa faremo se troveremo dei posti di blocco?» domandò Francesca, spaventatissima.
«Ci penseremo se e quando capiterà!» rispose deciso Paolo. «Qualsiasi cosa succeda… non torneremo indietro! Siete d’accordo?» domandò alzando la mano.
Sandro fu il primo a stringerla. «Si va fino in fondo… tutti insieme!»
Francesca tentennò, guardò Sandro negli occhi, e tanto bastò. «Tutti insieme… fino alla fine del mondo!» annunciò con enfasi, posando la sua mano sopra le due che si erano appena strette.
Cristina si voltò indietro: nient’altro che polvere alzata dalla corsa della vettura, polvere che sapeva di ponti tagliati, di un presente ormai passato, lasciato alle spalle per andare incontro all’ignoto futuro. Sorrise malinconica. «Fino alla fine del mondo… e anche oltre, fosse anche l’inferno!» concluse con un po’ meno enfasi e molta strizza, appoggiando la mano tremante sopra le altre tre.

FINE

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