Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Dopo i primi giorni smisi di aspettare che qualcuno bussasse alla porta per dirci la verità.
Capì che, se volevo sapere qualcosa di mio padre, dovevo andarmela a prendere.
Cominciai a uscire ogni mattina, con una meta diversa e nessuna direzione precisa. Camminavo per la città come se stessi cercando qualcosa che non sapevo riconoscere. Entravo negli uffici, mi fermavo davanti alle caserme, osservavo le persone, ascoltavo le conversazioni a metà.
Imparai presto che le risposte non arrivano mai alle domande dirette.
Arrivano ai margini, nei silenzi, negli sguardi.
Un giorno seguii un uomo che avevo già visto due volte davanti alla tipografia di mio padre. Non sapevo nemmeno perché lo stessi facendo. Forse per disperazione. Forse perché non avevo più altro.
Lo persi quasi subito, ma non importava. Avevo iniziato a capire come funzionava: non cercare una persona, ma restare abbastanza a lungo perché qualcuno, prima o poi, si tradisse.
Passarono giorni. Forse settimane. Il tempo aveva smesso di avere una forma precisa.
Poi, finalmente, qualcuno parlò.
Era un impiegato, uno qualunque. Uno di quelli che non si notano. Avevo fatto la fila per ore e quando arrivò il mio turno dissi il nome di mio padre. Lui mi guardò, esitò un istante, poi abbassò la voce.
«Se è chi penso io… non è più qui.»
Il cuore mi si fermò.
«Dov’è?»
L’uomo si guardò intorno, nervoso.
«Trasferito.»
«Dove?»
Esitò ancora. Poi, quasi controvoglia:
«Al confine. Un carcere… lontano.»
Non disse altro. Non serviva.
Quelle parole bastavano.
Tornai a casa correndo, con il fiato corto e le mani fredde.
Mia madre era in cucina, come sempre. Stava tagliando il pane con una precisione quasi ostinata, come se quel gesto fosse l’unica cosa certa rimasta.
«So dov’è,» dissi, senza nemmeno salutare.
La lama si fermò a metà.
Non si girò subito.
«Parla,» disse.
«Lo hanno trasferito. In un carcere… ai confini. Non è più qui.»
Il silenzio che seguì fu diverso da tutti gli altri. Più profondo. Più definitivo.
Mia madre appoggiò il coltello, lentamente. Poi si sedette.
«Lo sapevo,» mormorò.
«Lo sapevi?» ripetei, incredula.
«Non dove,» disse. «Ma che lo avrebbero portato via. Lontano.»
Mi avvicinai.
«Possiamo andare. Possiamo cercare di—»
«No.»
La sua voce fu netta. Tagliente.
Alzò lo sguardo verso di me.
«Ascoltami bene, Elena. Qualunque cosa succeda… la vita che abbiamo fatto non deve cambiare.»
Rimasi immobile.
«Come può non cambiare?» sussurrai. «Papà non c’è. La tipografia è chiusa. Noi—»
«Noi siamo ancora qui,» mi interruppe. «E questo deve bastare.»
Si alzò, e per la prima volta vidi chiaramente la fatica nel suo corpo.
«Troverò lavoro,» continuò. «Qualunque lavoro. Non importa quale.»
E infatti lo fece.
Nel giro di pochi giorni iniziò a uscire all’alba e tornare la sera stremata. Puliva case, lavava panni, faceva qualsiasi cosa le permettesse di portare a casa qualche moneta.
Le sue mani cambiarono. Diventarono più dure, più segnate.
Ma non si lamentò mai.
Una sera, mentre la osservavo rammendare un vestito ormai troppo consumato, presi coraggio.
«Anch’io posso fare qualcosa,» dissi. «Posso lasciare la scuola. Trovare un lavoro. Aiutarti.»
Lei non alzò nemmeno lo sguardo.
«No.»
«Ma—»
«No, Elena.»
Quella volta sì, mi guardò.
«Tu continuerai a studiare.»
«Non ha senso!» sbottai. «Abbiamo bisogno di soldi, non di libri!»
Si alzò di scatto.
«Abbiamo bisogno di futuro,» disse, con una forza che non le avevo mai sentito. «E il tuo futuro non è nei lavori che sto facendo io.»
«E allora dov’è?» chiesi, con rabbia.
«Nel sapere,» rispose. «In quello che tuo padre ha sempre voluto per te.»
Quelle parole mi colpirono più di uno schiaffo.
Abbassai lo sguardo. Ma dentro qualcosa si muoveva, cresceva.
Qualcosa che non riuscivo più a ignorare.
«Ho un’idea,» dissi, dopo un lungo silenzio.
Mia madre sospirò, stanca.
«Non è il momento per—»
«No, ascoltami.»
Mi avvicinai.
«Noi non sappiamo niente,» continuai. «Sappiamo solo quello che dicono loro. Che è un sovversivo. Ma… perché? Cosa ha fatto davvero?»
Mia madre non rispose.
«E soprattutto,» aggiunsi, sentendo la voce tremare, «perché è stato lasciato solo?»
Il suo sguardo cambiò.
«Cosa intendi?»
«Se ha fatto qualcosa… non può averlo fatto da solo. Qualcun altro deve sapere. Qualcun altro c’era.»
Lei scosse la testa.
«Elena, queste sono cose pericolose.»
«Lo è anche non sapere,» ribattei.
Un silenzio lungo si stese tra noi.
Poi, piano, quasi controvoglia, dissi ciò che ormai era diventato inevitabile:
«Io voglio capire.»
Mia madre mi fissò a lungo.
E in quel momento capii che la bambina che ero stata non c’era più.
E che qualunque cosa avessi scoperto, non si poteva più tornare indietro.