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Stillo assenza glabra,
terminale inizio che sgorga filtrando tra rocce
tutte le gocce, facendosi fiume, a valle, mostrando la voce.
Stillo essenza pigra,
nota afona che stride, strisciando argilla e grafite
in deserti di legno sfibrato, intrecciando fasci di ferite.
Stillo carenza integra,
assordante sussurro che viola i silenzi dello stare
appesa, come cappio, attorno a colli d’ascese amare.
Canto una melodia sacra,
suono di nomi che mai s’appannano tra i vetri dell’iride,
svegliando spasmi di passioni, come stiletto che incide.
Canto risvegliando i chakra,
tra respiri pendolari in eterna partenza, orfani d’anime
dentro malesseri inclinati su ipotenuse e cornee a lamine.
Stringo questo triangolo sgangherato, inabile cornice
per l’occhio infinito, disperso nel vortice di rinascite, risorgente fenice.