Il Faro

scritto da Nene
Scritto Ieri • Pubblicato 16 ore fa • Revisionato 16 ore fa
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Autore del testo Nene
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La natura umana non è fatta per la resa, magari non lo sappiamo ma la forza d'animo può spingerci oltre la nostra immaginazione
- Nota dell'autore Nene

Testo: Il Faro
di Nene

 

 

Il faro tra due mondi

Gabriele non si fidava più di nessuno.

Non era sempre stato così. Da ragazzo credeva nelle persone, nei progetti, perfino nelle promesse dei telegiornali. Poi erano arrivate le guerre, non una, non due, ma una sequenza infinita di conflitti che non finivano mai davvero. Si spostavano, cambiavano nome, ma restavano sempre lì, come un rumore di fondo che divorava tutto, lontane territorialmente ma vicine economicamente.

Prima l’economia aveva iniziato a scricchiolare. Poi si era spezzata.

I prezzi erano saliti così in fretta che nessuno riusciva più a stare dietro ai numeri. Il pane era diventato un lusso. La carne, un ricordo. Le città, dei mostri affamati.

Il novanta per cento della popolazione viveva nella fame.

Il resto comandava.

Nadia, invece, continuava a vedere qualcosa di diverso.

«Non può finire così,» diceva spesso.

Aveva un dottorato in botanica, ma soprattutto aveva una cosa che ormai era diventata rara: la capacità di immaginare un futuro.

Gabriele la guardava scuotendo la testa.

«Il futuro è già successo. E non è andato bene.»

Lei sorrideva.

«Allora ne facciamo uno nuovo.»

Erano amici da quando avevano sei anni.

Nessuna storia complicata, nessun “quasi” romantico, nessun rimpianto. Solo una presenza costante, solida. Avevano attraversato insieme tutto: scuola, lavori precari, primi fallimenti, e poi il crollo.

A trent’anni, erano rimasti soli.

Non perché il mondo li avesse dimenticati.

Ma perché avevano scelto di smettere di farne parte.

Il camper era vecchio già quando l’avevano comprato anni prima, ora era quasi un miracolo su ruote. Gabriele lo aveva sistemato pezzo per pezzo: motore rattoppato, serbatoio adattato, pannelli solari recuperati da un magazzino abbandonato.

Nadia lo aveva riempito di vita, semi, attrezzi, libri, contenitori, vasetti, sacchetti etichettati con una calligrafia precisa.

«Non possiamo portare tutto,» le aveva detto Gabriele.

«Non portiamo tutto,» aveva risposto lei. «Portiamo ciò che può diventare tutto.»

Un giorno lasciarono la città all’alba, non dissero addio a nessuno.

Non c’era più nessuno a cui dirlo.

Le strade erano piene di silenzi strani.

Auto abbandonate, finestre rotte, insegne spente. Ogni tanto, qualche figura ai margini: troppo magra, troppo veloce, troppo attenta.

Gabriele guidava senza fermarsi.

«Niente città,» disse.

«Niente città,» confermò Nadia.

I piccoli paesi non erano meglio, avevano sperato nel contrario, invece trovarono occhi vuoti, campi secchi, mani tese.

Una volta si fermarono, Un uomo offrì loro due uova in cambio di benzina.

Gabriele rifiutò, Nadia accettò, divisero le uova quella sera, in silenzio.

«Non possiamo aiutare tutti,» disse lui. «Lo so.» «E allora?» Nadia lo guardò. «Allora aiutiamo quando possiamo. E sopravviviamo quando dobbiamo.»

Dopo due settimane, avevano già capito una cosa:

Non esisteva più un “posto giusto”.

Solo posti meno sbagliati.

L’incontro con il vecchio avvenne quasi per caso.

Una strada secondaria, vicino alla costa. Il mare si intravedeva tra gli alberi secchi, come una promessa lontana.

L’uomo era seduto su una sedia di plastica, davanti a una baracca di legno.

Sembrava aspettarli.

«Avete qualcosa da scambiare?» chiese, senza alzarsi.

Gabriele rimase in silenzio.

Nadia scese dal camper.

«Dipende,» disse. «Lei cosa offre?»

Il vecchio sorrise appena.

«Quello che vi serve.»

Passarono un’ora a barattare.

Un coltello per del cibo secco. Una coperta per una tanica d’acqua.

Poi il vecchio guardò il camper.

«Quello è buono.»

Gabriele si irrigidì.

«Non è in vendita.»

«Lo so,» disse il vecchio. «Per questo lo voglio.»

Nadia lo osservò.

«E cosa ci darebbe in cambio?»

L’uomo indicò il mare.

«Una barca.»

La risata di Gabriele fu breve e amara.

«Una barca?»

«Non una qualsiasi.»

Fece una pausa.

«Una Beneteau Evasion 25.»

Il nome non significava molto per Nadia.

Per Gabriele, sì.

Era una barca vera. Non un relitto improvvisato.

«E perché dovremmo fidarci?» chiese.

«Non dovreste,» rispose il vecchio. «Dovreste solo decidere.»

Li portò al piccolo porto.

La barca era lì.

Bianca, segnata dal tempo ma integra. Solida.

«Piena di gasolio,» disse il vecchio. «E ancora capace di andare lontano.»

Gabriele salì a bordo.

Controllò il motore. I serbatoi. La struttura.

Tutto tornava.

«Perché?» chiese, scendendo.

Il vecchio si sedette sul molo.

«Perché io non posso più usarla.»

«E noi sì?»

«Forse.»

Li guardò uno per uno.

«Dove state andando?»

Gabriele esitò.

Nadia rispose.

«Via.»

Il vecchio annuì lentamente, «Allora ascoltate.»

Raccontò di un faro.

Un isolotto nel Mediterraneo, tra Italia e Spagna. Difficile da trovare, impossibile da raggiungere senza sapere dove cercare.

«Un mio amico lo gestiva,» disse. «Un testardo. Diceva che finché il faro restava acceso, qualcosa del mondo valeva ancora.»

Fece una pausa.

«È morto due mesi fa.»

Il vento si alzò leggermente.

«Quel posto è isolato. Terra coltivabile. Mare pieno.»

Guardò Nadia.

«E se sai cosa fare con le piante… può diventare casa.»

«E perché dirlo a noi?» chiese Gabriele.

Il vecchio sorrise.

«Perché siete ancora in due.»

Il silenzio durò a lungo, Si vedeva che Gabriele non si fidava, « Senti Vecchio, ma come fai ad essere sicuro che il tuo amico è morto, i cellulari sono off line da un pezzo, non è che ci mandi li e troviamo qualche sorpresa?»

Il Vecchio fece segno di seguirlo dentro alla baracca, in un angolo una radio ad onde corte, «Ecco con questa ci tenevamo in contatto, orari prestabiliti per preservare le batterie, l’ultima volta che l’ho sentito non stava bene, sapeva che era alla fine, speravo avesse torto, ma purtroppo.»

Quella notte, dormirono poco.

«È una follia,» disse Gabriele.

«Lo so.»

«Potrebbe essere una trappola.»

«Sì.»

«Potremmo morire.»

Nadia si voltò verso di lui.

«Qui moriamo sicuro.»

Al mattino, accettarono.

Lasciare il camper fu più difficile del previsto, era stato rifugio, casa, confine.

Ma la barca… la barca era possibilità.

Il vecchio diede loro una mappa disegnata a mano.

«Non seguite le rotte,» disse. «Seguite il vento.»

Poi aggiunse: «E quando lo trovate… accendetelo di nuovo.»

Partirono al tramonto.

Il mare era diverso da come Nadia lo immaginava.

Non era libertà, era incertezza.

Il primo giorno fu calmo.

Il secondo, meno.

Il terzo, una tempesta li prese di lato.

Onde alte, vento forte, il motore che sembrava sul punto di cedere.

Gabriele non lasciò mai il timone.

Nadia non smise mai di muoversi.

Quando finì, erano esausti.

Ma vivi.

«Non torniamo indietro,» disse lui.

«Non possiamo,» rispose lei.

Il terzo giorno, all’alba, lo videro.

All’inizio sembrava una roccia, poi una forma, una struttura. Il Faro.

L’isolotto era più grande di quanto pensassero. Non molto, ma abbastanza, Terra, non solo pietra. Attraccarono con difficoltà, il silenzio era totale, solo il crocchiare delle dieci galline che erano rimaste li per quel tempo, magre ma in salute.

La porta del faro era chiusa.

Gabriele la forzò.

Dentro, polvere e ordine.

Come se qualcuno fosse uscito un attimo prima.

Trovarono il corpo fuori dietro alla struttura, per terra vicino ad una panchina

Composto.

In attesa.

Nadia si fermò.

«Lo seppelliamo,» disse.

Gabriele annuì.

Ci volle tutto il giorno.

Quella sera, salirono in cima, la lanterna era spenta, Gabriele guardò Nadia. «E adesso?» Lei fece un respiro. «Adesso ricominciamo» Ci vollero giorni per sistemare tutto. Settimane per capire.

Il terreno rispondeva.

Lento, ma vivo. Nadia lavorava ogni giorno. Provava, sbagliava, riprovava. Il mare dava. Non sempre. Ma abbastanza.

Gabriele riparava, costruiva, osservava l’orizzonte. Sempre.

 

Non parlarono mai del mondo che avevano lasciato.

Non serviva.

Una sera, dopo un mese, Nadia accese la lanterna.

La luce si accese tremando.

Poi si stabilizzò. Si videro negli occhi. Non dissero nulla.

Quella notte, per la prima volta da anni, dormirono senza paura.

 

Passarono due mesi, il vento cambiò, le piante crebbero. Un giorno, Gabriele vide qualcosa all’orizzonte, una barca. Piccola. Lontana.

«Nadia,» disse, lei uscì e guardarono in silenzio,

«Che facciamo?» chiese lui. Nadia non rispose subito. Poi guardò il faro.

La luce.

Il mare. «Vediamo chi sono,» disse. Gabriele annuì lentamente. La barca si avvicinava.

Il mondo, forse, non era finito, ma non sarebbe più stato lo stesso.

E su un isolotto dimenticato, tra due terre che non avevano più confini, una luce continuava a brillare.

Non per salvare tutti.

Non per cambiare tutto.

Ma per dire una cosa semplice, ostinata, umana:

qui, si può ancora ricominciare.

Il Faro testo di Nene
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