Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Il faro tra due mondi
Gabriele non si fidava più di nessuno.
Non era sempre stato così. Da ragazzo credeva nelle persone, nei progetti, perfino nelle promesse dei telegiornali. Poi erano arrivate le guerre, non una, non due, ma una sequenza infinita di conflitti che non finivano mai davvero. Si spostavano, cambiavano nome, ma restavano sempre lì, come un rumore di fondo che divorava tutto, lontane territorialmente ma vicine economicamente.
Prima l’economia aveva iniziato a scricchiolare. Poi si era spezzata.
I prezzi erano saliti così in fretta che nessuno riusciva più a stare dietro ai numeri. Il pane era diventato un lusso. La carne, un ricordo. Le città, dei mostri affamati.
Il novanta per cento della popolazione viveva nella fame.
Il resto comandava.
Nadia, invece, continuava a vedere qualcosa di diverso.
«Non può finire così,» diceva spesso.
Aveva un dottorato in botanica, ma soprattutto aveva una cosa che ormai era diventata rara: la capacità di immaginare un futuro.
Gabriele la guardava scuotendo la testa.
«Il futuro è già successo. E non è andato bene.»
Lei sorrideva.
«Allora ne facciamo uno nuovo.»
Erano amici da quando avevano sei anni.
Nessuna storia complicata, nessun “quasi” romantico, nessun rimpianto. Solo una presenza costante, solida. Avevano attraversato insieme tutto: scuola, lavori precari, primi fallimenti, e poi il crollo.
A trent’anni, erano rimasti soli.
Non perché il mondo li avesse dimenticati.
Ma perché avevano scelto di smettere di farne parte.
Il camper era vecchio già quando l’avevano comprato anni prima, ora era quasi un miracolo su ruote. Gabriele lo aveva sistemato pezzo per pezzo: motore rattoppato, serbatoio adattato, pannelli solari recuperati da un magazzino abbandonato.
Nadia lo aveva riempito di vita, semi, attrezzi, libri, contenitori, vasetti, sacchetti etichettati con una calligrafia precisa.
«Non possiamo portare tutto,» le aveva detto Gabriele.
«Non portiamo tutto,» aveva risposto lei. «Portiamo ciò che può diventare tutto.»
Un giorno lasciarono la città all’alba, non dissero addio a nessuno.
Non c’era più nessuno a cui dirlo.
Le strade erano piene di silenzi strani.
Auto abbandonate, finestre rotte, insegne spente. Ogni tanto, qualche figura ai margini: troppo magra, troppo veloce, troppo attenta.
Gabriele guidava senza fermarsi.
«Niente città,» disse.
«Niente città,» confermò Nadia.
I piccoli paesi non erano meglio, avevano sperato nel contrario, invece trovarono occhi vuoti, campi secchi, mani tese.
Una volta si fermarono, Un uomo offrì loro due uova in cambio di benzina.
Gabriele rifiutò, Nadia accettò, divisero le uova quella sera, in silenzio.
«Non possiamo aiutare tutti,» disse lui. «Lo so.» «E allora?» Nadia lo guardò. «Allora aiutiamo quando possiamo. E sopravviviamo quando dobbiamo.»
Dopo due settimane, avevano già capito una cosa:
Non esisteva più un “posto giusto”.
Solo posti meno sbagliati.
L’incontro con il vecchio avvenne quasi per caso.
Una strada secondaria, vicino alla costa. Il mare si intravedeva tra gli alberi secchi, come una promessa lontana.
L’uomo era seduto su una sedia di plastica, davanti a una baracca di legno.
Sembrava aspettarli.
«Avete qualcosa da scambiare?» chiese, senza alzarsi.
Gabriele rimase in silenzio.
Nadia scese dal camper.
«Dipende,» disse. «Lei cosa offre?»
Il vecchio sorrise appena.
«Quello che vi serve.»
Passarono un’ora a barattare.
Un coltello per del cibo secco. Una coperta per una tanica d’acqua.
Poi il vecchio guardò il camper.
«Quello è buono.»
Gabriele si irrigidì.
«Non è in vendita.»
«Lo so,» disse il vecchio. «Per questo lo voglio.»
Nadia lo osservò.
«E cosa ci darebbe in cambio?»
L’uomo indicò il mare.
«Una barca.»
La risata di Gabriele fu breve e amara.
«Una barca?»
«Non una qualsiasi.»
Fece una pausa.
«Una Beneteau Evasion 25.»
Il nome non significava molto per Nadia.
Per Gabriele, sì.
Era una barca vera. Non un relitto improvvisato.
«E perché dovremmo fidarci?» chiese.
«Non dovreste,» rispose il vecchio. «Dovreste solo decidere.»
Li portò al piccolo porto.
La barca era lì.
Bianca, segnata dal tempo ma integra. Solida.
«Piena di gasolio,» disse il vecchio. «E ancora capace di andare lontano.»
Gabriele salì a bordo.
Controllò il motore. I serbatoi. La struttura.
Tutto tornava.
«Perché?» chiese, scendendo.
Il vecchio si sedette sul molo.
«Perché io non posso più usarla.»
«E noi sì?»
«Forse.»
Li guardò uno per uno.
«Dove state andando?»
Gabriele esitò.
Nadia rispose.
«Via.»
Il vecchio annuì lentamente, «Allora ascoltate.»
Raccontò di un faro.
Un isolotto nel Mediterraneo, tra Italia e Spagna. Difficile da trovare, impossibile da raggiungere senza sapere dove cercare.
«Un mio amico lo gestiva,» disse. «Un testardo. Diceva che finché il faro restava acceso, qualcosa del mondo valeva ancora.»
Fece una pausa.
«È morto due mesi fa.»
Il vento si alzò leggermente.
«Quel posto è isolato. Terra coltivabile. Mare pieno.»
Guardò Nadia.
«E se sai cosa fare con le piante… può diventare casa.»
«E perché dirlo a noi?» chiese Gabriele.
Il vecchio sorrise.
«Perché siete ancora in due.»
Il silenzio durò a lungo, Si vedeva che Gabriele non si fidava, « Senti Vecchio, ma come fai ad essere sicuro che il tuo amico è morto, i cellulari sono off line da un pezzo, non è che ci mandi li e troviamo qualche sorpresa?»
Il Vecchio fece segno di seguirlo dentro alla baracca, in un angolo una radio ad onde corte, «Ecco con questa ci tenevamo in contatto, orari prestabiliti per preservare le batterie, l’ultima volta che l’ho sentito non stava bene, sapeva che era alla fine, speravo avesse torto, ma purtroppo.»
Quella notte, dormirono poco.
«È una follia,» disse Gabriele.
«Lo so.»
«Potrebbe essere una trappola.»
«Sì.»
«Potremmo morire.»
Nadia si voltò verso di lui.
«Qui moriamo sicuro.»
Al mattino, accettarono.
Lasciare il camper fu più difficile del previsto, era stato rifugio, casa, confine.
Ma la barca… la barca era possibilità.
Il vecchio diede loro una mappa disegnata a mano.
«Non seguite le rotte,» disse. «Seguite il vento.»
Poi aggiunse: «E quando lo trovate… accendetelo di nuovo.»
Partirono al tramonto.
Il mare era diverso da come Nadia lo immaginava.
Non era libertà, era incertezza.
Il primo giorno fu calmo.
Il secondo, meno.
Il terzo, una tempesta li prese di lato.
Il vento cambiò direzione senza preavviso, una raffica secca, poi un’altra più forte, Nadia era gia in piedi, una mano salda sul corrimano e l’altra a bloccare una cassetta che scivolava. «Gabri, quanto è grave?» Gabriele non rispose subito, guardava l’orizzonte che non era più una linea ma un muro che si muoveva verso di loro. «Abbastanza grave penso»
«Puoi uscirne prima che ci investa?»
«Ormai no, tieniti salda Nadia!»
Onde alte, vento forte, il motore che sembrava sul punto di cedere.
Gabriele non lasciò mai il timone.
Nadia sbatté contro la parete interna, trattenne un grido. «Tutto sotto controllo, vero?» disse piu per abitudine che per convinzione.
«Certo,» rispose lui, poi più piano: «Forse.» Il vento salì ancora. Non era più aria, era pressione. Spingeva, tirava, entrava ovunque. Le corde fischiavano, il motore vibrava in modo irregolare.
«Il motore regge?» urlò Nadia.
Gabriele abbassò lo sguardo per un attimo, come se potesse capire qualcosa ascoltando.
«Per ora.»
Un’altra onda. Più alta.
La prua si sollevò troppo, poi cadde giù con un colpo secco. L’acqua invase il ponte.
Nadia si mosse senza pensarci.
Secchio, pompa, mani. L’acqua era fredda, pesante, sembrava voler restare.
«Non basta!» gridò.
«Non deve bastare,» rispose Gabriele. «Deve tenere.»
Per un attimo si guardarono.
Non c’era più spazio per le parole inutili, la pioggia cadeva grossa, violenta, bruciava sulla pelle, per un istante c’erano solo legno, acqua e buio, il resto non esisteva più.
Ogni onda non era uguale alla precedente, ma peggiore, ma Gabriele restava li sul timone imperterrito come se vedesse la via da seguire, poi lentamente qualcosa cambiò.
Il vento perse gradualmente forza, le onde erano meno rabbiose, il mondo ricominciò ad allargarsi.
Quando finalmente il mare si calmò Gabriele lasciò il timone, il tempo di passarsi una mano sul viso e cercare Nadia con lo sguardo, lei gli si avvicinò e lo abbracciò, «Tutto ok?» lui la guardò con uno sguardo di uno che si sta tranquillizzando ma che in realtà non ci crede «Credo di si» le rispose.
«Ma non mi chiedere di tornare indietro,» Nadia rise, un suono breve, quasi incredulo, erano appena passati attraverso una tempesta, e forse non era l’ultima di quest’avventura.
Il quarto giorno, all’alba, lo videro.
All’inizio sembrava una roccia, poi una forma, una struttura. Il Faro.
L’isolotto era più grande di quanto pensassero. Non molto, ma abbastanza, Terra, non solo pietra. Attraccarono con difficoltà, il silenzio era totale, solo il crocchiare delle dieci galline che erano rimaste li per quel tempo, magre ma in salute.
La porta del faro era chiusa.
Gabriele la forzò.
Dentro, polvere e ordine.
Come se qualcuno fosse uscito un attimo prima.
Trovarono il corpo fuori dietro alla struttura, per terra vicino ad una panchina
Composto.
In attesa.
Nadia si fermò.
«Lo seppelliamo,» disse.
Gabriele annuì.
Ci volle tutto il giorno.
Quella sera, salirono in cima, la lanterna era spenta, Gabriele guardò Nadia. «E adesso?» Lei fece un respiro. «Adesso ricominciamo» Ci vollero giorni per sistemare tutto. Settimane per capire.
Il terreno rispondeva.
Lento, ma vivo. Nadia lavorava ogni giorno. Provava, sbagliava, riprovava. Il mare dava. Non sempre. Ma abbastanza.
Gabriele riparava, costruiva, osservava l’orizzonte. Sempre.
Non parlarono mai del mondo che avevano lasciato.
Non serviva.
Una sera, dopo un mese, Nadia accese la lanterna.
La luce si accese tremando.
Poi si stabilizzò. Si videro negli occhi. Non dissero nulla.
Quella notte, per la prima volta da anni, dormirono senza paura.
Passarono due mesi, il vento cambiò, le piante crebbero. Un giorno, Gabriele vide qualcosa all’orizzonte, una barca. Piccola. Lontana.
«Nadia,» disse, lei uscì e guardarono in silenzio,
«Che facciamo?» chiese lui. Nadia non rispose subito. Poi guardò il faro.
La luce.
Il mare. «Vediamo chi sono,» disse. Gabriele annuì lentamente. La barca si avvicinava.
Il mondo, forse, non era finito, ma non sarebbe più stato lo stesso.
E su un isolotto dimenticato, tra due terre che non avevano più confini, una luce continuava a brillare.
Non per salvare tutti.
Non per cambiare tutto.
Ma per dire una cosa semplice, ostinata, umana:
qui, si può ancora ricominciare.
Capitolo 2 : Cambiamenti in arrivo
La barca si avvicinava lenta.
Troppo lenta per essere una minaccia.
Troppo dritta per essere alla deriva.
Gabriele la osservava senza parlare.
Occhi stretti, corpo fermo, come se ogni movimento potesse cambiare qualcosa.
«Nadia.»
Lei uscì, si asciugò le mani sui pantaloni e guardò verso il mare.
Rimasero in silenzio per qualche secondo.
Poi lui disse:
«Se salgono, non li mandiamo più via.»
Non era una domanda.
Nadia lo guardò di lato, quasi infastidita.
«Se non li facciamo salire, siamo già andati via noi.»
Gabriele non rispose.
La barca ormai era vicina.
Si vedevano le persone a bordo.
Cinque.
Magri. Fermi. Attenti.
Non c’erano armi visibili.
Ma nel mondo che avevano lasciato, non significava molto.
L’attracco fu complicato.
Il vento spingeva di lato, le correnti tiravano indietro.
Gabriele scese per primo sugli scogli, afferrò una cima.
«Lentamente! Così!»
Uno degli uomini annuì, ma si vedeva che non aveva più forza.
Alla fine, con uno strappo secco e un rumore di legno contro pietra, la barca si fermò.
Per un attimo nessuno si mosse.
Poi Nadia fece il primo passo.
«Potete scendere,» disse. «Piano.»
Erano cinque.
Due uomini.
Tre donne.
E una bambina.
Avrà avuto dieci anni. Forse meno.
La pelle scura di sole, le labbra secche, gli occhi troppo grandi per il viso.
Stringeva una corda come se fosse qualcosa di importante.
Sembravano tutti consumati.
Non solo stanchi.
Consunti.
«Da dove venite?» chiese Gabriele.
Uno degli uomini rispose, con la voce ruvida:
«Liguria.»
Indicò il mare alle loro spalle.
«Stavamo andando verso la Spagna. Dicevano…» si fermò un attimo, come se la frase gli pesasse «…dicevano che lì è più facile ripartire.»
Nessuno commentò.
L’altro uomo si fece avanti di mezzo passo.
«Non vogliamo problemi,» disse. «Solo…»
Cercò le parole. Non le trovò subito.
«Un pasto caldo,» continuò.
«E una notte senza onde.»
Il silenzio tornò.
Gabriele li guardava uno per uno.
Non cercava quello che dicevano.
Cercava quello che non dicevano.
Le mani.
Gli sguardi.
Le pause.
Nadia non aspettò.
«Venite,» disse alle donne. «Dentro.»
Una di loro esitò.
«Possiamo?»
Nadia fece un mezzo sorriso.
«Se non potevate, non lo dicevo.»
Le tre donne entrarono nel faro, lentamente, come se ogni passo fosse una concessione.
La bambina passò per ultima.
Guardò Gabriele per un attimo, nel suo sguardo non c’era paura ma lo stava valutando, poi seguì le altre. Fuori rimasero i due uomini.
Il vento si era calmato, ma non abbastanza da coprire il silenzio.
«Da quanto siete in mare?» chiese Gabriele.
«Troppo, per chi come noi non è abituato» rispose il primo.
L’altro fece un mezzo sorriso stanco.
«Abbastanza per aver voglia di terraferma.»
Gabriele annuì, ma non si rilassò.
«Avete incontrato altri?»
«Sì.»
«E?»
L’uomo esitò.
Poi scosse la testa.
«Meglio di no. Posso solo dirti che forse avevano capito solo guardandoci che non avevamo niente che gli serviva, credo »
Era una risposta.
E bastava.
Gabriele li studiò ancora qualche secondo.
Le spalle abbassate.
Le mani vuote.
La stanchezza vera, quella che non si finge.
Non erano pericolosi.
Erano disperati.
E, forse, era più complicato così.
Alla fine fece un passo indietro.
«Restate stanotte,» disse, aveva già deciso anche senza il parere di Nadia ma forse sapeva che non serviva chiederglielo.
Dentro, una luce si accese.
La cucina economica scaldava più della stanza, il ferro era segnato dal tempo, annerito in alcuni punti, ma faceva il suo, sopra, una pentola borbottava piano. Un odore semplice, caldo. Verdure, qualcosa di salato, qualcosa che ricordava casa.
Nadia si muoveva con gesti precisi.
Non c’era fretta, ma nemmeno spreco.
Le tre donne la osservavano all’inizio in silenzio, poi una di loro si fece avanti.
Avrà avuto poco più di trent’anni, i capelli raccolti male, le mani segnate.
Tirò fuori dalla tasca un piccolo vaso di vetro.
«È tutto quello che ho,» disse. «Spezie. Le faccio io.»
Nadia lo prese, lo aprì.
L’odore cambiò subito. Più pieno. Più vivo.
La guardò.
Non sorrise subito, ma gli occhi sì.
«Allora oggi mangiamo meglio,» disse.
La donna abbassò lo sguardo, quasi imbarazzata.
Ma era la prima volta che qualcosa che portava veniva accolto così.
Si sedettero tutti insieme.
Un tavolo troppo piccolo per sette persone, sedie diverse, qualcuno in piedi, qualcuno appoggiato.
Nessuno parlò per i primi minuti.
Si mangiava.
Lento. Attento.
Come se ogni boccone dovesse durare di più.
La bambina fu la prima a rompere il silenzio.
«Da quanto siete qui?»
Nadia si fermò un attimo.
«Abbastanza per capire che può funzionare.»
«Funzionare come?» chiese uno degli uomini.
Gabriele, dall’altra parte del tavolo, alzò appena lo sguardo.
«Non lo sappiamo ancora.»
Silenzio.
Poi l’altro uomo annuì lentamente.
«Meglio così.»
Le parole iniziarono a uscire a piccoli pezzi.
Da dove venivano.
Cosa avevano lasciato.
Cosa avevano sentito dire.
La Spagna.
Altri porti.
Posti “più sicuri”.
Nessuno davvero sicuro.
«Avete incontrato qualcuno che ce l’ha fatta?» chiese Nadia.
Uno scosse la testa.
L’altro rispose dopo un attimo:
«Abbiamo incontrato gente che ci provava.»
Non era la stessa cosa.
La bambina ascoltava senza parlare più.
Ogni tanto guardava la luce del faro che filtrava dalla finestra.
Come se fosse qualcosa da imparare.
Quando finirono, nessuno si alzò subito.
Il caldo della stanza, il cibo nello stomaco, il silenzio che non faceva più paura.
Per una sera, bastava.
Dormirono sparsi.
Coperte tirate fuori, giacigli improvvisati, qualcuno vicino al muro, qualcuno vicino alla porta.
La primavera era già avanzata.
L’aria non pungeva più.
Per la prima volta dopo giorni, il sonno arrivò senza onde.
Fuori, Gabriele non dormiva.
Seduto su una cassa, guardava il buio diventare meno buio.
Le mani intrecciate, lo sguardo fisso da qualche parte che non era il mare.
Faceva conti a mente, acqua, cibo, spazio, e non tornavano i conti, come fare. Poi la porta del faro si aprì piano, uno dei due uomini uscì, senza fare rumore.
Aveva in mano una tazza, si avvicinò senza parlare e gliela porse.
Gabriele la prese, diffidente per abitudine, poi sentì l’odore.
Si fermò.
«Caffè?» disse, quasi incredulo.
L’uomo annuì.
«Un po’. Lo tenevamo per…» fece un mezzo gesto vago «…quando serviva.»
Gabriele bevve un sorso.
Amaro. Forte.
Vero.
Era passato così tanto tempo che sembrava quasi sbagliato.
«Grazie,» disse.
L’uomo si sedette accanto a lui. Tirò fuori qualcosa dalla tasca, iniziò a lavorarlo con calma.
«Fumi?»
Gabriele lo guardò.
Poi guardò la sigaretta che stava prendendo forma tra le dita dell’altro.
Carta sottile. Tabacco irregolare.
Annui lentamente.
«Sì.»
La accese.
Inspirò.
Il fumo gli riempì i polmoni come un ricordo.
Rimasero in silenzio per un po’.
«Non potete tenerci tutti,» disse a un certo punto l’uomo, senza guardarlo.
Gabriele non rispose subito.
«Lo so.»
«Nemmeno noi possiamo andare avanti così.»
Un’altra pausa.
«Allora?» chiese Gabriele.
L’uomo fece spallucce.
«Allora si trova un modo.»
Gabriele annuì.
Il cielo stava cambiando colore.
Quando Nadia uscì, la luce era già chiara.
Guardò loro due, seduti vicini, il fumo che si disperdeva lento.
«Abbiamo parlato,» disse Gabriele.
Nadia incrociò le braccia.
«Bene.»
Fece qualche passo avanti, abbastanza da farsi vedere da tutti quelli che iniziavano a svegliarsi dentro.
Aspettò, uno alla volta uscirono tutti, solo la bambina dormiva ancora, Nadia non alzò la voce, non era da lei, non serviva, piu che altro, spiegava la cosa : «Questo posto può tenere,» disse.
«Ma non per tutti. Non per sempre.»
Nessuno parlò.
«Chi arriva ha un posto,» continuò.
«Un pasto caldo. Una notte. Riposo.»
Fece una pausa.
«Poi si decide.»
Guardò uno per uno.
«Se resti, contribuisci.»
«Se parti, lasci qualcosa.»
Un’altra pausa.
«Non è un rifugio.
È un punto di passaggio.»
Il vento mosse appena i capelli.
«E il faro resta acceso solo se ha senso.»
Silenzio.
Poi la bambina che si era svegliata, dalla porta:
«E se qualcuno non vuole andare via?»
Nadia la guardò.
Non addolcì la risposta.
«Allora trova un motivo per restare.»
Gabriele la osservò.
E, per la prima volta da quando erano arrivati, non disse nulla per correggerla.
Capitolo 3 : Tensione
La notte che seguì, la luce del faro girava lenta, regolare.
Una notte calma.
Troppo calma.
Gabriele si svegliò senza sapere perché.
Rimase immobile qualche secondo, ascoltando, non il vento ne il suono delle onde, altro. Salì sulla torre senza fare rumore.
All’inizio non vide nulla.
Poi, tra un giro e l’altro della luce scorse un’ombra in movimento, bassa e veloce, una barca che puntava loro, era chiara la direzione che aveva.
Gabriele non perse tempo. Scese.
Fuori trovò Mario e Ivan già svegli.
Non dissero “che succede”.
Non serviva.
«Quanti?» chiese Mario.
«Non lo so. Troppo veloci.»
Ivan guardò verso il mare, poi verso la barca con cui erano arrivati loro.
Fece un cenno a Mario.
«Vai a prenderli.»
Gabriele aggrottò la fronte.
«Prendere cosa?»
Mario non rispose. Sparì nel sentiero che portava alla barca.
Il rumore del motore in arrivo si fece più chiaro.
Giravano larghi. Cercavano un punto.
«Che state facendo?» chiese Gabriele.
Nessuna risposta.
Mario tornò.
Aveva due fucili da caccia e una scatola di cartucce, ne passò uno ad Ivan che si mosse verso il lato dell’isolotto, quello meno visibile.
Si fermò un attimo davanti a Gabriele.
Uno sguardo veloce, cercava una conferma, Gabriele capì, non disse nulla, non era il momento di parlare.
La barca fece un altro giro, più stretta, ora si vedevano, erano in sei, «Sono troppi,» disse Gabriele.
Mario caricò il fucile con calma.
«Sono abbastanza.»
Si mosse verso una posizione alta, esposta.
Visibile.
Ivan sparì lungo una discesa laterale, più ripida, nascosta.
La barca rallentò.
Poi accelerò di colpo verso un punto di attracco.
«Nadia,» disse Gabriele, entrando nel faro.
«Chiudetevi dentro. Adesso.»
Lei non fece domande.
Capì dal tono.
«E tu?»
«Resto fuori.»
Uno sguardo.
Bastò.
Nadia chiuse la porta dietro di sé.
Il primo colpo fu di Mario.
In aria.
Secco. Netto.
Un avvertimento.
Il suono rimbalzò sul mare.
Per un attimo, la barca rallentò.
Poi continuò.
«Alt!» gridò Mario.
Nessuna risposta.
Tre uomini saltarono giù, acqua alle ginocchia, avanzando verso gli scogli.
Veloci. Coordinati. Non erano improvvisati, uno di loro alzò la mano, poi un lampo, lo sparo. Il colpo passò vicino a Mario, scheggiando la pietra dietro di lui
Non era un avvertimento.
Ivan sparò subito dopo, un colpo solo, preciso. Uno dei predoni si piegò sul fianco, poi crollò a metà movimento, gli altri due si fermarono per un attimo, poi lo afferrarono e iniziarono a trascinarlo verso la loro barca, di copertura dalla barca spararono due colpi alla cieca
Mario non si mosse.
Rimase in piedi, fucile puntato.
Non sparò.
Aspettò.
La decisione non era sua.
Gli uomini raggiunsero l’acqua, lo caricarono a bordo.
Movimenti rapidi, nervosi.
Uno di loro si voltò verso l’isola.
Non urlò.
Non serviva.
«Torniamo.»
La barca si allontanò veloce, inghiottita dal buio.