Un amico...

scritto da MauroS
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 6 anni fa • Revisionato 6 anni fa
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Autore del testo MauroS

Testo: Un amico...
di MauroS

Da due giorni interi stava buttando sudore e fatica in quella casa. Stanze da pulire, finestre da lavare, rubinetti da scrostare, mobili da spolverare.
Un trasloco, specie in una casa vecchia e non più abitata da vari anni, non è mai una cosa semplice e facile.
La casa era bella, soffitti alti, molta luce, poco rumore. Anche i mobili erano belli. Non erano antichi ma erano comunque abbastanza vecchi. Almeno inizio novecento, o giù di li. I più affascinanti occupavano quasi metà del salone. Un enorme tavolo ovale in noce che si poteva aprire e diventava una piazza d'armi per dodici. Le allunghe necessarie non si trovavano da nessuna parte, forse non c'erano proprio più. Le sedie, alte e scure, con il sedile imbottito, avevano qualche macchia antica e sbiadita. La credenza e la specchiera, una di fronte all'altra, sembravano due portaerei e occupavano quasi tutte le due pareti lunghe della stanza.
Mancava un divano o un sofà, ma in in un angolo c'era un piccolo tesoro. Due poltroncine, con una stoffa a fiori gialli e le sedute imbottite di crine che scricchiolava quando ti ci sedevi. In mezzo un tavolino da tè alto esile con il piano intarsiato con legni di colore diverso a formare una scacchiera ed il bordo rifinito con un cordoncino, forse in cotone ritorto, di un verde che un tempo era stato scuro. Completava il tutto un paralume stranissimo, alto quasi due metri, con lo stelo d'ottone e tre bracci che sostenevano dei porta lampadine di bachelite di almeno cinquant'anni, schermati da piccoli rettangoli di pergamena traslucida con disegnate scene di caccia.
Un angolo molto intimo, raccolto. L'ideale per rammendare, per leggere, conversare quietamente con persone amiche.
Dopo aver portato in casa i vestiti, i libri, le carte e i ricordi, aveva cominciato a rimettere ordine. Una faccenda titanica. Sembrava di essere sempre al punto di partenza. Sistemavi una cosa e ne trovavi altre cinque da aggiustare o da pulire. Da due giorni.
Mai messo il naso fuori di casa, se non per fare qualche compera al negozio di alimentari del paese e una puntata in macelleria e dal fruttivendolo.
Di tanto in tanto, per riposare e riprendere fiato, si sedeva in una delle due poltroncine a fumare una sigaretta e ad immaginare come sistemare quei mobili, mastodontici e belli, in una maniera nuova.
Anche ora stava fantasticando in quell'angolo, vicino alla finestra che dava sul bosco vicino. Era già diventato il posto dove meditare e riflettere.
Il sole stava lentamente diluendosi nella luce della prima sera, il bosco stava perdendo l'immagine di un gruppo di alberi e stava diventando un' unica massa scura.
Allungò la mano per accendere quel paralume, straordinario ed assurdo, e fece cadere a terra le sigarette. Con uno sbuffo di pigrizia staccò la schiena dalla poltrona e si chinò raccoglierle. Non ci riuscì perché erano finite dietro il tavolino. Doveva alzarsi per forza, ma la pigrizia e la stanchezza erano troppo grandi. Allungò le braccia, sollevò il tavolino, molto leggero, e lo spostò verso sinistra, allungando contemporaneamente la gamba destra per avvicinare il pacchetto. Fu in quel momento che si accorse la prima volta che il piccolo tavolo da tè aveva anche un cassettino. Non l'aveva visto prima perché era girato proprio verso l'angolo delle pareti. Un cassettino molto piccolo, che poteva contenere all'epoca qualche sigaro, o qualche rocchetto di filo per rammendare. La manopolina non era più grande di un bottone di camicia. Una piccola mezza sfera di madreperla, con un minuscolo bordino di ottone ritorto.
Lo aprì. Era impossibile non farlo.
Tirò troppo forte, il cassetto uscì del tutto e le sfuggì dalle mani. Cadde, ma prima che toccasse il pavimento, con un movimento rapido e istintivo, ne attutì la caduta allungando un piede. Si fermò capovolto. Sul fondo, infilata a forza in un angolo e trattenuta dalla cornice c'era una vecchia busta di carta gialla. Raccolse il cassetto e se lo mise sulle ginocchia. Guardava la busta, sfiorandola con le dita e pensando a tutti gli anni che erano passati su
quella cosa dimenticata o nascosta. La staccò delicatamente. Rimise al suo posto con cura il cassettino e la rigirò.
Non era indirizzata a nessuno. Era aperta, però.
C'era un foglio, fatto della stessa carta e ripiegato in quattro. C'era un pezzo della vita di qualcuno, lì dentro. Forse solo una lista della spesa. Aprì il foglio.
Era scritto con una calligrafia bella, ma indefinibile. Ispirava contemporaneamente volontà e tenerezza.
Era una lettera. In qualche punto il tempo aveva fatto sbiadire l'inchiostro, rendendo illeggibili le parole.
Il luogo e la data si capivano solo in parte: una "o" ed una "a" ed il numero 02.
Forse era stata scritta in quell'anno: il 2002.
Cominciò a leggere.
C'era scritto questo: "Quello che ho dentro e che ti vorrei chiedere è, ad un tempo, troppo imbarazzante, se non fosse vero, e troppo atroce se, invece, lo fosse. Cosa significa, te essere amici? Per me, vuol dire giocare insieme a qualcuno, e non con qualcuno. A sue spese. Magari senza farlo sapere, che si sta giocando. Essere amici non significa essere sempre sinceri. A volte è possibile mentire, anche agli amici. Lo si può fare mille motivi. Può essere spiacevole, sapere che gli amici ti hanno mentito. L'amicizia però, se è vera, supera tutto questo. La comprensione riesce a dartene una ragione. Tuttavia, l'amicizia può convivere con il dispetto, l'astio, il rancore? Forse si, ma, credo, per poco tempo. Un momento, e poi basta. L'amicizia non è un obbligo, non è un contratto, è una libera scelta nei confronti di qualcuno. Non è nemmeno eterna. Le cose della vita possono cambiare e l'amicizia può finire. Finiscono gli amori totali, figuriamoci l'amicizia. Quello che non credo sia possibile, è continuare un'amicizia che contiene in sé del risentimento. Forse, per onestà, si potrebbero lasciar morire lentamente le cose, in modo indolore, piuttosto che giocare con qualcuno, a spese sue, per un nostro senso di rivalsa. Giocare, ad esempio, fingendosi qualcun altro, per spiare reazioni e comportamenti. Ti dico questo perché un dubbio mi sta consumando. E’ un dubbio, non una certezza. Se lo fosse, non starei scrivendoti. Ci siamo conosciuti in chat, come ricordi, poi ci siamo incontrati, tra noi si è mosso qualcosa, ma non ho chiuso l’account che avevo. Non l’ho più usato, avevo conosciuto te, e non avevo più interesse ad usare quel mezzo di contatto. Tuttavia era rimasto aperto, e ho ricevuto una notifica automatica via mail. Era di una persona che si presentava in un modo gentile e niente affatto invasivo. Ho risposto senza convinzione, più per cortesia che per altro, cercando di rendermi non molto attratto dal continuare a scriverci. Infatti la cosa è cessata. Prima però, mentre mi stavi parlando, hai usato alcune parole nella sequenza esatta con cui le ho usate io, ma con questa altra persona. Parole che con te non ho mai usato. Parole che tu non potevi ripetere. A meno che l'altra persona non fossi tu. Sotto mentite spoglie. Tu che, con una nuova “identità”, cercavi di capire se, nonostante i discorsi che stavamo facendo, giocassi anche altre partite.
E' questo il dubbio che mi sta facendo sentire triste. Essere stato l'oggetto di un gioco, a cui non sapevo di giocare.
Se così fosse, ti chiedo: perché? So di averti dato una delusione, so che tra noi non ha funzionando subito alla grande, come forse ti aspettavi. Era solo l’inizio, però. Ma questa reazione, questa specie di gioco, se fosse vera, perché? Posso pensare che, in realtà, tu stia proiettando all'esterno un risentimento che non puoi accettare di rivolgere al tuo interno. Non lo so. Sento per te un vero sentimento di amicizia. Non mi permetto di andare oltre. Non lo permetto a me stesso, anche se forse lo vorrei già. O forse, non lo permetto perché è troppo presto per chiamarlo con un altro nome.
Ma essere amici significa, anche, sentirsi liberi dagli amici. Liberi di avere rapporti anche con altre persone. II mio dubbio è che tu abbia finto di essere qualcun altro, per vedere quali sarebbero stati i miei comportamenti. Un dubbio, ti ripeto, che mi è letteralmente esploso dentro, quando ho sentito ripetere da te quelle esatte parole, in quella esatta sequenza con cui io le avevo usate. Ma non con te. Almeno credevo. Non te ne posso parlare. Se mi dicessi che è vero la nostra amicizia finirebbe, se mi dicessi che non è vero finirebbe lo stesso. Lo faresti tu. E quindi resto così, con il mio dubbio atroce che mi terrò dentro, sperando di essermi sbagliato e di aver scritto questa lettera per nulla. Tuttavia non posso fare a meno di scriverla. Serve almeno a mettere fuori di me questa incertezza, quasi come si fa con la sauna, per eliminare con il sudore tutte le tossine che abbiamo dentro. Ti voglio bene."
Terminava così.
La firma non c'era più. Forse cancellata dal tempo, o forse mai scritta.
Lasciò scivolare la lettera sulle ginocchia, appoggiò la testa allo schienale della poltroncina e rimase, con gli occhi persi nel vuoto, a ripensare quelle parole. Scritte in un tempo ormai lontano, magari alla luce di quello stesso paralume. Chissà chi era stato a scriverla, chissà a chi era rivolta. Chissà che cosa era stato a spingere l'autore a prendere carta e penna. Chissà se quei dubbi erano fondati o no.
Chissà quanti altri momenti così intimi aveva visto quella vecchia casa.
Fuori, la luce era annegata nel buio. Intorno, il bosco era diventato una barriera compatta, che sembrava voler proteggere la casa dagli spiriti della notte. O, forse, voleva circondarla, per impedirle di andarsene con il suo carico di vite trascorse. Di questo non se ne accorse.
Stava con gli occhi persi nel buio della stanza, in mezzo a quell'isola di luce, fioca e gialla, formata dal paralume, a pensare all'amicizia fra le persone.
Un amico... testo di MauroS
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