L'uomo dei sogni

scritto da berry
Scritto 26 anni fa • Pubblicato 23 anni fa • Revisionato 23 anni fa
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Testo: L'uomo dei sogni
di berry


L’UOMO DEI SOGNI

Lo chiamavano l’uomo dei sogni. Tito era il suo vero nome, ma anche lui ormai quasi non se lo ricordava più. La gente da oltre 20 anni lo chiamava l’uomo dei sogni. Tito non era vecchio, aveva 45 anni, ma da quando il suo disagio mentale aveva superato la soglia, appunto venti anni fa, viveva da barbone.
Tito era un barbone sui generis aveva una sua dignità, non si confondeva con gli altri, era sempre pulito, sempre con i capelli rasati, solo la barba era incolta, ma perché lui la voleva così. In verità poteva mantenersi così perché la gente lo amava, lo accoglieva nella propria casa, gli dava da mangiare, gli offriva un bagno caldo e panni puliti.
Lui ricambiava come poteva: raccontava i suoi sogni. Anzi no, raccontava alla gente i loro sogni: li raccontava così bene che la gente li viveva.
Con i bambini riusciva meglio, loro hanno una fantasia illimitata ed anche lui era rimasto un po’ bambino, ma aveva una capacità unica di espressione che sortiva un effetto quasi ipnotico. Con i bambini inoltre poteva utilizzare gli effetti speciali come li chiamava lui; ad esempio con Claudio, figlio di Glor, l’altra sera per fargli fare un giro in deltaplano lo aveva sollevato di peso tenendolo per la cintura e per il bavero facendolo piroettare oltre che con la mente anche con il corpo. Claudio si era divertito sino alle lacrime ed aveva abbracciato Tito tanto forte che non voleva staccarsi più. Tito piangeva sempre quando assisteva a queste scene. Non riusciva a trattenersi.
La gente lo amava e lo cercava sempre, qualcuno gli aveva proposto una stanza fissa in casa; c’era stata persino una donna, Anna, che lo avrebbe ospitato anche con altro scopo… era un uomo pur sempre piacente, ma in lui qualcosa si era rotto anni fa, anzi forse era nato con qualcosa di rotto e senza accorgersene era scivolato lentamente ai margini della società, lentamente, ma inesorabilmente.
Tito raramente aveva anche accettato di dormire in un letto, ma subito se n'era pentito: si stava troppo bene, non voleva abituarcisi. Nella sua strana mente lo stare bene non era contemplato. Lui dormiva sulle scale della chiesa. Era stato ed era un credente, ma la sua era una fede particolare credeva in Dio, ma non negli uomini, così non accettava neppure l’ospitalità del parroco.
Nelle giornate d’inverno la gente gli portava il tè caldo le coperte, lo supplicava a volte di andare al riparo, ma lui niente, accettava solo per il tempo di un sogno e basta.
Tito andava ogni giorno a casa di Jane una ragazzina di quindici anni sfortunata che non poteva camminare, non poteva più farlo dopo un terribile incidente stradale.
Era stato proprio Tito ad estrarla dalle lamiere, casualmente era l’unico quella notte che si trovasse nei dintorni, poi era arrivata l’ambulanza e gli infermieri lo avevano spinto da parte senza gratitudine.
Jane era svenuta e non sapeva chi l’avesse soccorsa, ma il suo inconscio sapeva che era stato proprio Tito anche se lui non lo avrebbe mai ammesso.
Tito andava a trovarla tutti i giorni e tutti i giorni le faceva fare una corsa, una pattinata, una sciata, anche cose che non aveva fatto da sana. Jane lo adorava e la sua famiglia naturalmente anche: era l’unico che riusciva a risollevarle lo spirito sempre così cupo.
Jane ogni volta lo supplicava di restare con lei a casa sua, ma Tito rispondeva tappandosi le orecchie con i pollici e facendo gli sberleffi. Rideva, ma se ne andava sempre.
I suoi amici di un tempo per lo più lo rinnegavano, loro erano persone riuscite, realizzate... eppure Tito era stato uno di loro, forse il migliore di loro, anche all’università, ma il lato oscuro si era impadronito della sua mente piano piano, inesorabilmente. Altri suoi coetanei cercavano invece la sua compagnia bevendo assieme un bicchiere di vino al bar; a volte anche gli adulti avevano bisogno di sognare e lui era l’unico che riusciva a farglielo fare.
Tito non era mai stato ricoverato in nessun ospedale. Per una volta che aveva avuto mal di denti si era strappato da solo il molare che gli doleva. Era fatto così: aveva paura di tutto e di tutti, almeno di quelli che non conosceva e certo non dei bambini.
L’assistente sociale si era interessata al suo caso, ma ogni volta che Tito la vedeva si metteva ad urlare solo per non ascoltarla. Lui non la odiava, ma sapeva che era l’unico modo per farla andare via. La prima volta l’aveva ascoltata, attentamente, ma le sue parole gli avevano fatto talmente male che aveva vomitato tutto ed aveva pianto per un giorno intero. Tito era aggrappato a quella sua insulsa vita con un filo e quando cercavano di aiutarlo lui reagiva sempre così.
Forse sbagliavano mettendolo davanti alla realtà, forse non era pronto ad affrontare se stesso, ma tutti coloro che volevano il suo bene inevitabilmente lo danneggiavano.
Ormai la gente del posto lo conosceva e lo prendeva per com’era. Era per loro un amico e lo lasciavano vivere la sua vita, insulsa che fosse, come lui la preferiva.
C’era stata come detto una donna che gli si era avvicinata con amore, Anna, e che gli voleva bene in senso profondo, ma Tito aveva paura e con i suoi modi bizzarri glielo aveva fatto capire. Per un periodo era andato addirittura a dormire dietro la scuola per non farsi trovare da lei, finché anche lei aveva rinunciato.
L’unico a non aver rinunciato era il parroco. Chissà perché, ma lui non mollava. Sarà stato perché Tito dormiva davanti alla chiesa e gli dava fastidio, sarà stato perché la gente ascoltava più i suoi racconti che le prediche, sarà perché gli causava un sacro fuoco umanitario, comunque il parroco non perdeva occasione per fargli ramanzine o per mandargli gli assistenti sociali.
Quel giorno però, chissà con che speranza, decise di interessare direttamente il sindaco.
L’autorità interpretò l’appello forse in modo sbagliato, fatto sta che Tito venne prelevato a forza e ricoverato in un manicomio.
Non che lui si trovasse male nemmeno lì, ma non poteva raccontare sogni a gente che non li capiva e poi comunque lui non era matto, aveva solo dei problemi di socializzazione. Ecco. Non era il suo posto lì.
Tito cercò di farlo capire in tutti i modi, ma niente. Ogni giorno un medico diverso lo sottoponeva a sedute interminabili di analisi. Chiacchiere che Tito capiva perfettamente, ma che la sua mente rifiutava come non sue.
Lo facevano scrivere, lui che non prendeva penna in mano da oltre venti anni, non sapeva più farlo, gli ponevano domande alle quali lui non voleva rispondere, che lo facevano soffrire inutilmente. Non gli facevano vedere i bambini. Gli amici lo andavano a trovare, ma ogni volta ne uscivano sempre più scoraggiati. Tito parlava sempre meno e anche i suoi sogni ora erano meno brillanti, meno chiari, più contorti, insomma non divertivano più. Non facevano più sognare.
Tito si stava spegnendo lentamente. Cercarono di ipnotizzarlo, di drogarlo per capire cosa avesse, cosa pensasse la sua mente, ma ora era piatto del tutto. Non si muoveva che a comando e non parlava più.
Si formò un comitato che chiedeva di riavere Tito libero, davanti alla chiesa come un tempo; Jane scrisse lettere disperate, ma la scienza è scienza e deve capire a tutti i costi.
Arrivò persino dagli Stati Uniti una nuova macchina che leggeva il pensiero attraverso degli elettrodi. Tito fu sottoposto a tale prova, ma nella fase cosciente non ne usciva nulla, solo confusione di immagini. Si attese la notte.
Sullo schermo comparve un’immagine. Erano al mare. Tutti con le barchette a vela posto singolo. C’era Tito, c’erano Jane, Glor, Anna, Lara ed altri amici di Tito. Veleggiavano allegri tutti verso il sole. Tito era avanti a tutti.
Tito ad un tratto vide aprirsi davanti a se un vortice. Lui si avvicinò per curiosità: gli sembrava di aver visto una persona in difficoltà. Tito nelle immagini era forte e giovane e allegro, scanzonato un’altra persona dalla realtà. Mentre si avvicinava Tito si rendeva conto che, sì, c’era qualcuno in difficoltà. Qualcuno che girava nei primi flutti del vortice. Gli gridò da lontano di nuotare, di muoversi che lui sarebbe arrivato subito, ma niente la sagoma era immobile girava solamente.
Quando fu abbastanza vicino Tito si bloccò: l’uomo che affondava era lui stesso. La sua immagine speculare. Lui. Si tuffò cercando di afferrarlo, ma i due si compenetrarono diventando uno. Le altre barche si erano accorte dell’accaduto e a loro volta si avvicinavano per aiutare. La scena che videro fu che Tito girava a metà vortice senza reagire. Lo chiamarono, ma niente Tito aveva solo la forza di alzare lo sguardo ed affondare. Ora Tito era in fondo all’abisso. In un punto di bonaccia. Era fermo con gli occhi chiusi.
La macchina registrava anche i suoi pensieri cosicché si poté distinguere un dialogo.
<<Senti sono anni che siamo fermi immobili. Io voglio uscire. Mi ricordo ancora del mondo lassù. Non ce la faccio più. Basta.>>
<<Ma devi aprire gli occhi! Ti rendi conto? Lo sai che ci sono i mostri là fuori! Sai quanta paura fanno! E se morissi dalla paura? Ne varrebbe la pena?>>
<<Ma ti rendi conto che comunque sei sempre nella paura? Gli occhi chiusi non ti salvano, i mostri ci sono anche nella mente. Siamo stati qua sotto nell’oblio immobili per anni, anzi peggio che nell’oblio: siamo stati paralizzati dalla paura. Io voglio risalire!>>
<<Possibile che non capisci ancora? Ci sono i mostri! Credi che siano solo mentali? Credi che la mente non sia reale? Non hai ancora capito? La mente sei tu! Tu crei la realtà e la realtà è questa lo sai.>>
<<Io credo di poterli affrontare, poi sento ancora le voci degli amici lassù. Mi aiuteranno.>>
<<Tu non capisci, non puoi lasciarmi qui io sono te, ti ucciderò con i miei mostri. Tu li conosci, sai quanto sono forti. Li conosci. Non puoi farcela. Ragiona. Rimani. Possiamo stare ancora a lungo così lo sai. Tito non rischiare!>>
<<Ho deciso io apro gli occhi!>>
Sullo schermo si materializzarono ogni genere di incubi una mente malata possa immaginare. Il cuore di Tito rimbalzava sugli altoparlanti.
Tito iniziò a nuotare verso la cima del vortice, ma i mostri lo seguivano e molti gli si erano già attaccati. Tito era spaventatissimo. Aveva gli occhi sbarrati. In un unico atto di coraggio guardò un mostro in faccia e lo colpì disintegrandolo, ma fu l’unico atto di un coraggio disperato. Non si voltò mai più. Ora guardava solo la cima del vortice, ma stava di nuovo scivolando trascinato dai mostri che aveva aggrappati. Nuotava, ma solo con le braccia. Le gambe erano immobili.
Gli amici erano sempre lì e vedendo ricomparire Tito si prodigarono ognuno come poteva.
Lara si immerse, lo raggiunse, ma non vedendo alcunché che lo tratteneva intuendo dallo sguardo il suo terrore non potè far altro che accarezzargli la testa.
Tito cercò di seguirla e fece due bracciate poderose, ma salì solo di poco. Poi tocco ad Anna che gli si avvicinò a sua volta. Anna trasse un respiro profondo e lo baciò. Tito si distrasse. Per un attimo il suo sguardo non ebbe più paura e polverizzò un altro mostro solo con lo sguardo.
Ma durò il tempo del bacio. Anna si allontanò. Tito fece ancora un sforzo e risalì ancora, ma qualcosa lo teneva e lui non voleva guardare cos’era: era sempre terrorizzato.
Lara giocò un’ultima carta si reimmerse e sussurrò all’orecchio di Tito frasi che solleticarono il suo orgoglio. Tito reagì fece ancora due bracciate, ma ora era esausto e di guardare giù non se ne parlava neppure. Qualcosa lo tratteneva, ma lui non aveva coraggio di guardare. Glor, Jane e gli altri, non sapendo cosa fare gettarono funi, gridarono, ma niente Tito era sospeso a metà vortice terrorizzato e bloccato.
Con questa immagine Tito si svegliò e la macchina riprese ad essere confusa.
Tutti i medici erano sbalorditi. Il sogno era talmente veritiero e dettagliato che anche loro lo avevano vissuto con Tito. Erano ancora spaventati dai mostri, ma avevano visto che Tito aveva bisogno di vero aiuto. Lui aveva panico, ma anche spinta. Bisognava subito reinserirlo nel suo ambiente e supportarlo anche con farmaci.
Anna e Lara, diversamente, erano state le persone più importanti per lui. Bisognava che fossero presenti entrambe.
Furono convocate e fu spiegato loro il sogno. Anna rimase sconvolta. Mai aveva pensato che Tito potesse ricambiarla, ma il sogno era chiaro. Lei non lo aveva mai baciato era stata una sua fantasia, ma le era grata per quella fantasia. Decise di riprovare ad avvicinarglisi. Lara apprese di avere un ascendente potente su di lui. Molto potente. Gli voleva bene era un suo grande amico lo avrebbe aiutato anche essendo dura se occorreva. Lo avrebbe fatto.
Tito tornò a dormire sui gradini della chiesa, ma con l’aiuto delle sue due donne e con le medicine che i medici gli avevano prescritto la sua parte volitiva uscì allo scoperto e l’autostima lo fece correre verso la meta di una vita normale.
Tito sposò Anna e rimase amico fraterno di sangue con Lara.
Pensò di poter mettere su carta alcuni dei suoi sogni diventando in breve uno scrittore per l’infanzia best seller.
Jane continuò a godersi Tito: ogni volta che lo cercava lui rispondeva, ogni volta che qualcuno aveva bisogno di lui, l'uomo dei sogni arrivava.
L'uomo dei sogni testo di berry
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