MAHARAN O LA LEGGE DEL PENSIERO.
IL DUBBIO
"Il mondo è complessivamente diviso in due parti : i creazionisti e gli evoluzionisti", pensò Maharan. "Tuttavia, chi detiene la verità?" Maharan aspirò profondamente dal suo joint , trattenne a lungo il respiro per ottenere un effetto più "audace", come lo definiva lui. Era solo. Maharan adorava fumare da solo. Avere gente attorno lo avrebbe solamente infastidito e non si sarebbe goduto lo sballo. Perché lo sballo gli faceva attraversare porte dei suoi pensieri, che da "sveglio" non attraversava. Allora pensò profondamente. Gli venne un'ondata di odio verso gli altri. Tutti e tutto erano solo perdita di tempo. "Il tempo... Noi essere umani calcoliamo cose e fatti seguendo rigide leggi matematiche. Ma fino a che punto esse sono vere? E se un giorno, ci accorgessimo che tutto ciò in cui crediamo è un misero errore? Dopotutto ciò che è vero oggi non è necessariamente vero domani. Guardiamoci attorno, no anzi guadiamo oltre. Noi rendiamo tutto più piccolo, perché lo riduciamo all'individuo. L'umano è al centro di tutto. Ma egli non può controllare il tempo. E proprio questo che ci manca, il tempo. Non ne abbiamo abbastanza per sfruttarne appieno la sua esistenza e con questo certe teorie ''folli'' vengono distrutte. Il tempo è fattore di ogni cosa, di ogni conseguenza. Il tempo è infinito, noi non possiamo controllarlo, possiamo solo subirlo. Il tempo è infinito, incontrollabile. Dio è il tempo, egli è incontrollabile. Dio è lo spazio, egli è infinito." Maharan si alzò dal divano per prendere un bicchiere d'acqua, la sua gola gli bruciava. "Alla fine la fisica è parte del grande albero della filosofia, è un ramo che appartiene alla filosofia "naturale" (natura). La fisica è intensa e ha per soggetto lo studio di fenomeni che ci circondano e del mondo esterno. Tuttavia ci furono molti errori, il nostro ragionamento attuale è dovuto dagli errori altrui. Prendiamo un semplice esempio : Un tempo si credeva che ogni corpo celeste girasse attorno alla Terra e che essa fosse al centro dell'universo -ovvero il sistemo geocentrico- questa credenza resistette per migliaia di anni, poi nel 1514 Niccolò Copernico osò congetturare che la Terra non era al centro dell'universo, dichiarò che il sole era al centro e che la terra e gli altri corpi celesti gli giravano attorno - ovvero il sistema eliocentrico-. Il nostro mondo, le nostre conoscenze sono frutto di congetture altrui, congetture facilmente discutibili e distruttibili. Ritorno, amici miei, al mio ragionamento iniziale. E se tutto fosse sbagliato? E se veramente tutto ciò in cui crediamo fosse sbagliato?'' Maharan tossì, la sua gola gli bruciava tremendamente, e la sua testa girava. Non si reggeva in piedi. Ma doveva pensare, doveva riordinare i suoi pensieri. Era troppo confuso, doveva mettere ordine nella sua mente e riflettere. "I pensieri sono la base di tutto, noi siamo essenza dei nostri pensieri''- pensò – " La mente, i nostri pensieri creano ciò che siamo'' Maharan posò lo sguardo sul suo comodino dove giaceva un libro di Cartesio: «Discorso sul metodo» rammentò la filosofia cartesiana, che pone l'Uomo al centro del ragionamento, dell'analisi, l'Uomo è un essere pensante. "Si je doute, je pense et si je pense, je suis". Il dubbio, non voglio cadere nel nichilismo perché non metto in dubbio l'esistenza umana nella sua forma più pura, tuttavia il pensiero porta sempre al dubbio e il dubbio al pensiero. Più dubitiamo di ciò che ci circonda, più pensiamo e se pensiamo costruiamo la nostra essenza, diventiamo creazione dei nostri pensieri. Diventiamo rappresentazione delle nostre idee, diventiamo potenti e esseri pensatori." Gli occhi di Maharan si chiusero piano, combatteva contro il sonno affinché la sua mente potesse ancora gioire delle delizie del pensiero. Ma non ci riuscì, si addormentò cullato dalla droga.
Quella notte fece diversi sogni erotici, la mattina quando si svegliò, si masturbò e venne urlando. Nulla soddisfaceva sessualmente Maharan, solo se stesso, perché lui sapeva esattamente cosa voleva, lui sapeva. Ormai pensava così tanto che inconsciamente si era creato un suo ideale di persona, un suo mondo ideale. Ma non aveva ancora trovato questo Ideale in un mondo colmo di contraddizioni. La solitudine era diventata la sua compagna, lo seguiva ovunque. Quella mattina, dopo essersi masturbato, lavato e vestito decise di uscire per comprare qualcosa da addentare. Non mangiava da due giorni. I pensieri lo divoravano così tanto da dimenticare di essere ancora vivo. Entrava nel suo subconscio e lì poteva restarci per giorni. Nulla aveva più importanza. Arrivato al supermercato incrociò una bella donna, la guardò e pensieri perversi invasero il suo spirito, distraendolo di nuovo dai suoi pensieri filosofici. Quei pensieri erano troppo forti, primitivi, carnali, crudi, animaleschi. La spogliò con lo sguardo immaginando di leccare tutto il suo corpo , di assaporarla, di toccarla. Alla fine dell'atto, l'avrebbe lasciata tremante e ansimante sul suo letto, osservando il suo corpo nudo: i suoi seni, il suo ventre, le cosce. Poi l'avrebbe mandata via, come faceva sempre con le donne, senza neanche sapere il suo nome, o chi fosse, perché non gli importava. A Maharan non importava di nulla. Il sesso era solo realizzazione di desiderio. Continuò il suo tragitto e prese quel poco necessario che gli sarebbe bastato per una settimana. Arrivato a casa si masturbò di nuovo pensando a quella donna. Si accese un joint molto forte e lì poté rilassarsi e dedicarsi completamente ai suoi pensieri.
IL BRAMINO
Rammentò i suoi primi passi. Sembra assurdo, eppure Maharan ricordava esattamente quel momento. Era in campagna con sua nonna, e si aggrappava alla ringhiera del balcone. Sì, si stava inconsciamente aggrappando alla speranza di non cadere. In seguito si staccò, traballante ed incerto. Ma ce la fece. Camminò verso di lei titubante, e tremante. Lei che gli apriva le braccia per accoglierlo, per amarlo con tutte le sue forze. "L'amore"- pensò- "L'amore un semplice sentimento, che a torto da certe persone, viene definito a seconda della persona amata. Eppure esso è unico, si ama ogni cosa, allo stesso modo. Si ama la bellezza." Maharan pensò a quanto amasse i colori. "I colori sono l'essenza della vita. Ogni colore corrisponde ad un sentimento legato a ciascuno di noi, i colori sono il riflesso dell'anima nostra. Sono infiniti, sono materia ed aria." Maharan si alzò, lo stordimento era ancora relativamente forte, ciò nonostante decise di partire. Partire lontano. "Al mare, sì tu ami il mare". Alzandosi dal sudicio divano, cadde, e pianse. Tornò indietro nel tempo e pensò, che tuttora a ventiquattro anni, non aveva più quella forza di alzarsi ed andare avanti, di aggrapparsi alla speranza del "non cadere". Ormai cadeva sempre di più, e più cadeva, più questo sentimento diventava allentante. Cadere era diventato un motivo per rialzarsi, perché quando si tocca il fondo non si può che risalire. Si asciugò le lacrime dal viso, e provò di nuovo ad alzarsi ma non ce la fece. Ci riprovò, le sue ginocchia tremavano, la sua testa girava tremendamente ed il suo cuore batteva furioso nel petto. Era un grido di aiuto che purtroppo non arrivò alle orecchie di nessuno, neppure a quelle di Maharan. Alla fine si alzò, tremante. Non c'era nessuno ad aspettarlo a braccia aperte, perché non amava più. Gettò quattro stracci in una valigetta minuscola, dei libri, un asciugamano, ed uno spazzolino. Prese tutti i suoi risparmi, sarebbero bastati per il suo viaggio senza meta. Uscì di casa, non chiuse nemmeno la porta. Non gli importava. Si avviava verso la stazione per prendere un pullman, ovunque esso fosse diretto, lui l'avrebbe preso. Per scappare dalla realtà, dalla cruda realtà che lo circondava. Vi erano una decina di pullman, salì nel primo. Ma che importa.
- Perché le tue scarpe sono rotte?
Maharan aprì lentamente gli occhi, un bagliore fortissimo di luce lo accecò. "Sono morto"? Si guardò attorno, era sul pullman e accanto a lui vi era un bambino. "No, non lo sono".
- Sei sordo o cosa? Ripeté il bambino.
Guardò il bambino, era brutto, davvero brutto. E questo dettaglio lo infastidiva ancora di più oltre la sua maleducazione. Maharan non sopportava la maleducazione.
- Non sono sordo, smetti di infastidirmi per favore. -Disse Maharan.
- Perché le tue scarpe sono rotte? -Chiese di nuovo.
Maharan osservò le sue scarpe, era vero che erano in uno stato pietoso : la suola della scarpa destra era completamente andata e nell'altra vi erano parecchi fori.
- Non lo so.
- Perché non lo sai?
- Senti...
- Le scarpe sono tue, dovresti saperlo. Perché non lo sai? Perché?
- Ok piccoletto mettiamola così : diciamo che ho camminato così tanto che le mie scarpe si sono rotte. Adesso mi lasci in pace?
- Vuoi che ti racconti una storia?
- Se proprio ci tieni... "Non posso essere maleducato con un bambino, ma questo mi da proprio sui nervi. Ma dov'è sua madre?"
- [...] e disse... - si fermò- Oh mi ascolti viaggiatore?- Chiese infastidito il bimbo.
Maharan si era ancora smarrito nei suoi pensieri, e la voce del piccolo lo riportò alla realtà.
- Sì, sì...
- No, non è vero. Tu non ascolti, ascolta e impara.
Quelle parole colpirono Maharan, e lo fecero arrabbiare al tempo stesso. " Il viaggio sarà lungo".
- Allora, c'è un bramino che deve attraversare il fiume, e vede un barcaiolo. Il bramino chiede al barcaiolo di fargli attraversare il fiume. Il barcaiolo comincia remare ed il bramino gli chiede : "Sai il sanscrito?" ed il barcaiolo gli risponde "No", "allora un quarto della tua vita è perso" replicò il bramino. "Conosci la letterature classica?"-"No" rispose il barcaiolo.-"Allora un altro quarto della tua vita è perso". "Ma dimmi, sai almeno leggere e scrivere?"- "No" rispose il barcaiolo. – "Allora un altro quarto della tua vita è perso". In quel momento il bramino si accorge che vi è un foro nella barca e che l'acqua comincia a salire. La barca sta per andare a fondo. "Lei sa nuotare?" chiese il barcaiolo, -"no"- rispose il bramino. "Allora la tua vita è persa" conclude il barcaiolo.
- Molto bella.
- Grazie per avermi ascoltato. Adesso voglio dormire, non disturbarmi.
- Tss... " Guarda che bella faccia tosta"
Il bimbo girò la testa di un lato e chiuse gli occhi.
Maharan guardò dal finestrino e pensò : "Interessante la storiella. Il bramino che, considerato come un saggio viene spudoratamente umiliato da un barcaiolo. Egli cerca di elogiare la sua saggezza ed intelligenza dinanzi ad uno stupido barcaiolo privo di conoscenza. È troppo facile affrontare una persona debole, troppo facile. Le persone che agiscono in questo modo sono ancora più deboli, più suscettibili e con un complesso di inferiorità. In questo caso il bramino è stato molto stupido, e la sua "saggezza" non l'ha salvato dalla morte. Prima o poi ci arriviamo tutti, la morte non guarda in faccia nessuno. Alla fine è un po' come la fisica. Il bramino rappresenta la fisica teorica, la congettura, la metafisica, colui che sa ma che non sa. Ecco una citazione di Socrate " L'unica cosa che so è di non sapere", saggio è colui che non sa. Ed il barcaiolo raffigura la fisica sperimentale, esaminare come le cose accadono e non come dovrebbero accadere. Lui sa nuotare, perché l'acqua è una realtà, galleggiare, muoversi, toccare e respirare sono realtà. Mentre le scritture, le lingue, le saggezze sono congetture create dagli uomini per dare un senso alla vita. Ma prima o poi ci si scontra sempre alla realtà. Ed è quello che succede al bramino."
LA DONNA E IL MARE
Maharan guardò il bimbo dormire accanto a lui. Quando i suoi occhi erano chiusi sembrava meno brutto, anzi aveva dei bei lineamenti. Poi spostò il suo sguardo al finestrino, dove un'infinita pianura ornata di fiori dai colori sgargianti, sembrava galoppare insieme al pullman. Era quasi sera, il sole calava lentamente e lasciava spazio a colori mozzafiato in cielo. Il pullman si fermò, erano arrivati. Maharan era stordito dal lungo viaggio, ma vide, in lontananza, il mare. Il suo cuore si colmò di gioia. "Incredibile, quante probabilità avevo...". Scese dal pullman e vagabondò per la piccola città senza nome. Era tutto molto diverso. Le case erano squisitamente piccole e la cittadina sembrava molto tranquilla. Si allontanò dalle abitazioni per dirigersi verso il mare. Il suo cuore batteva forte. "Da quanto tempo". Sbucò in una piccola spiaggia, dove contemplò l'immensità del mare. Il suo cuore si fermò. Il canto del vento cullava la sua anima, e il suo profumo era inebriante. Il suono delle onde assomigliava ad una voce incantatrice. Si tolse le scarpe. La sabbia era morbida e tiepida. In seguito, sfiorò l'acqua limpida con un piede. Guardò il cielo capriccioso. Maharan era tremendamente felice in quel preciso momento. Amava la bellezza che sedeva dinanzi a se. La bellezza di una vita, una bellezza eterna ed immortale. Colei che non svanisce mai, indipendentemente dall'umanità. Contemplarla è come guardare Dio dritto negli occhi. Una lacrima bagnò la sua guancia. "La bellezza delle cose esiste nelle mente che le contempla" , David Hume.
In lontananza vide un donna a riva. Sembrava cercasse qualcosa nell'acqua. Si avvicinò. Una piccola signora sulla sessantina che indossava un cappellino di paglia, un maglione blu e dei pantaloni raccolti fino al ginocchio.
- Posso aiutarla signora? -Azzardò Maharan.
Lei si girò, il suo viso era marcato dai segni della vita, ma i suoi occhi... i suoi occhi erano verdi. Verdi come la speranza. Quello sguardo proiettava felicità e serenità. Maharan ebbe una fitta di gelosia.
- A far che giovanotto? -Chiese lei con un sorriso.
- La vedo cercare. Ha perso qualcosa?
-La donna rise istericamente. -Sto pescando ragazzo!- e rispese la sua attività.-Non ti preoccupare, non hai fatto nulla di male. Anzi! -Disse la donna ridendo.- Ma dimmi non ti ho mai visto da queste parti, sei un viaggiatore?
- Sono solo di passaggio. -Rispose Maharan.
Lei non disse più niente e continuò la sua pesca. Intanto Maharan si sedette e ammirò la maestosa bellezza del mare. I movimenti della donna intenta a pescare erano studiati, precisi e lenti. Dannatamente lenti.
- Da quanto tempo fa questo lavoro? -Chiese Maharan.
- Oh... da circa quarant'anni.
- E le piace?
- E chi lo sa.- Rispose lei.
- Ma come fa ad avere così tanta pazienza? -Chiese Maharan.
- Vuoi sapere una cosa? - Domandò la donna.
- Certo.
- Sono cresciuta vicino al mare, ed ho imparato che il rumore dell'acqua è il sale della terra. Devi imparare ad ascoltare, ascoltare i suoni, le parole, i movimenti. Il suono delle onde è il cronometro della nostra vita. Sai, non abbiamo abbastanza tempo qui. Tuttavia come sempre, abbiamo una scelta. La nostra scelta è composta da come sfruttiamo il tempo che ci è dato a disposizione. Con il passare degli anni ho imparato che bisogna avere pazienza, fermarsi e riflettere. Fare tutto di corsa ci fa guadagnare tempo, però ne perdiamo nel medesimo momento. Sai, sono sempre stata qui, non ho mai girato il mondo. Ma sono felice perché sono innamorata. Tu ami qualcuno ragazzo?
Maharan abbassò lo sguardo e sussurrò - Balaji, mio fratello.
-Bene, se nella vita c'è amore, allora c'è felicità.
La donna si alzò e se ne andò salutandolo calorosamente. Maharan rimase solo nella spiaggia a contemplare le stelle che gli ricordarono la sua infanzia e la sua famiglia.
Balaji aveva due anni in più di Maharan e per lui è sempre stato il suo eroe e modello, tuttavia Maharan ha sempre provato una forte gelosia nei suoi confronti. Geloso della sua bellezza, della sua intelligenza e delle sue capacità ad interagire con gli altri. Maharan invece era una persona introversa e piuttosto difficile. Ma la sua infanzia non fu mai triste, ne la sua adolescenza. Maharan viveva in un clima sereno e colmo d'amore. Rammentò momenti della sua infanzia felice e spensierata. I dolci abbracci della madre e le serate ad osservare le stelle assieme al padre. Egli era un fisico teorico. E Maharan adorava ascoltarlo parlare delle stelle, dell'universo e dei buchi neri. Quando suo padre parlava della scienza, Maharan poteva scorgere un bagliore nei suoi occhi, dell'amore e della passione. Amava ciò che diceva, amava le stelle e dare loro un significato mitologico e scientifico a ciascuna di esse. E dell'universo . Per lui l'universo era immaginazione allo stato puro. "Lo si può solo immaginare e basarci su teorie" diceva sempre a Maharan. "E se queste teorie fossero tutte sbagliate?" chiese Maharan una sera. Il padre riflesse per un momento alle parole del figlio. - "Allora in tal caso dovremmo rassegnarci e credere tutti in Dio" rise il padre.
IL BACIO
Maharam si incamminò e lasciò la città. " Non ho niente da perdere". Nel piccolo sentiero vide una cappella. Entrò titubante. Tra Dio e lui vi era sempre stato un conflitto, un'incomprensione tutt'oggi ancora irrisolta. Una volta dentro si guardò attorno : Era davvero piccolo, vi erano circa una decina di panche. Tutte le decorazioni erano neutre, spente tranne un'enorme croce situata nel bel centro della parete centrale che dava sul retro. Maharan vide un prete seduto che fissava il vuoto, oppure Dio? Non aveva voglia di parlargli, non era ancora pronto. "Non adesso". Uscì dalla cappella con discrezione. Vide una giovane ragazza, intenta a bagnare un mazzo di fiori alla fontanella, nel retro della chiesa. Lui si avvicinò e lei si girò. Non era particolarmente bella: immensi occhi castani, lunghi capelli neri e pelle scura. Era molto alta e molto magra. Ma a Maharan piacque comunque, aveva qualcosa di enigmatico. Qualcosa che solo la sua anima poté capire. Era una cosa reciproca. Lasciarono che le loro anime comunicassero al posto delle parole. Si guardarono dritto negli occhi. Ancora una volta vide quella scintilla di felicità, una felicità pura ed ingenua. Ebbe, di nuovo, una fitta di gelosia. La prese contro il muro della minuscola chiesa. Mai in un solo istante, si scambiarono due parole, lasciarono che i loro corpi e le loro anime comunicassero tra di loro. Finito il coito Maharan se ne andò. Salì su per le montagne. Era solo. L'aria era piacevolmente fresca, e vi si poteva contemplare la maestosità del mare da lassù.
D'un tratto un ragazzo giovanissimo sbucò da fuori la strada. Era mezzo nudo, indossava pantaloni troppo larghi per lui. Assomigliava in modo sconcertante a suo fratello Balaji. Guardò Maharan con interesse. Questa volta Maharan non vide felicità nello sguardo di quel ragazzo, vide solamente vuoto. Un vuoto profondo. Il ragazzo si avvinò e d'istinto Maharan si allontanò.
- Cosa vuoi da me? -Chiese Maharan.
- Vuoi fare sesso con me? -Domandò il ragazzo.
- Cosa stai dicendo? Certo che no!
Il ragazzo scappò via. Maharan non capiva, rimase impalato a guardare il ragazzo che correva.
- Aspetta! Urlò "Forse aveva bisogno di aiuto".
Maharan scese dalla montagna e si diresse verso la cappella. Vi entrò, il prete era ancora seduto a fissare nel vuoto.
- Scusi, c'è un ragazzo che mi ha fatto una proposta... Beh penso abbia bisogno di aiuto, è fuggito e...
- Habib.- Lo interruppe il prete, senza voltarsi.
- Come?
- Il suo nome è Habib.
Il prete si voltò e Maharan si avvicinò a lui.
- Posso fare qualcosa per lui? " Ho sentito in lui un grido, un grido di aiuto. E l'ho spudoratamente ignorato. Adesso voglio rimediare".
-E una lunga storia, non c'è niente che tu possa fare.
- Ho tutto il tempo del mondo. -Disse con freddezza Maharan.
- Cosa dici?
- Se me ne andassi perderei stupidamente il mio tempo colmandolo con cose futili. Ascoltare non fa parte di queste.
- Come vuoi - Maharan si sedette affianco al prete. - Habib ha quindici anni. E un ragazzo sveglio. Purtroppo, i suoi genitori sono stati assassinati, e lui ha sul groppone i suoi cinque fratellini. La loro situazione è disperata e uno deve sacrificarsi per portar da mangiare agli altri. Sono molti i ragazzi che lo fanno, vendono il loro corpo per guadagnarsi da vivere. Soprattutto in posti come questi, o vivi o muori.
- E perché nessuno fa niente?
- Perché fanno finta di non vedere e non sapere. Affinché la loro coscienza sia pulita. Replicò il prete.
Il prete si avvicinò e baciò Maharan. Fece entrare con la forza la sua lingua ed assaporò la sua bocca. Maharan era pietrificato. " Ti piace. Ammettilo, è esattamente ciò che vuoi". Maharan cercò di scacciare quei suoi pensieri e girò violentemente la testa. Il prete lo guardò intensamente.
- Non sono ciò che pensi. -Disse il prete.
Maharan accecato dall'umiliazione gli diede un pugno tremendo sulla bocca. Il labbro inferiore del prete si aprì e una marea di sangue ne fuoriusciva. Un'altro destro arrivò di nuovo sulla faccia del poveretto facendolo cadere a terra. Il prete sbatté violentemente la testa. Era vecchio, e le forze gli mancavano. Maharan se ne andò soddisfatto.
Voleva trovare Habib.
CHARAS
Maharan camminava lungo il sentiero. Le sue gambe tremavano. "Ti è piaciuto", lui conosceva quella voce era L'Io che parlava. L'Io, la parte più profonda della mente. L'abisso dell'anima. "No Maharan non ascoltare, vuole confonderti". Maharan stava lottando con se stesso. Dovette sedersi per affrontare i suoi pensieri oscuri. "Sì. Sì mi è piaciuto. La violenza, la brutalità mi garbano. Tuttavia vi incontriamo leggi morali che frenano le nostre voglie più animali. Ma non dovremmo. Dovremmo ascoltare e assecondarle, soddisfare i nostri impulsi. Proprio come le bestie. Da piccoli siamo delle bestie, non conosciamo né il bene né il male. Ma crescendo abbandoniamo parte della nostra libertà per associarci ad una comunità. Ma perché reprimere i nostri desideri? Desideri che si accumulano e, inconsciamente mi distruggono. Ma nessuno mi soddisfa, Dio, quanto è frustante. L'unico vero nemico non è il tempo, ma siamo noi. Siamo esseri limitati, come una bottiglia di latte che si lascia fuori in piena estate. Marcisce dopo due giorni. Noi siamo come quel latte, quel latte buono all'inizio, cremoso, delizioso e poi marciamo. Diventiamo putridi e privi di bellezza, privi di sapore. Cosa farei mai senza la bellezza e la giovinezza? Anch'io mi perderei." Maharan doveva camminare ancora un po', ma vedeva già in lontananza il villaggio. Perché Maharan ci tenesse così tanto a rivedere il ragazzo? Nemmeno lui lo sapeva veramente. Si avviò a passo spedito verso il villaggio. Vi erano tante piccole case, l'una sopra all'altra. Tutte dipinte di blu. Era una della cose più belle che Maharan abbia mai visto. I viali erano stretti con all'interno gente che vendeva gioielli, vestiti, cibi di ogni genere. La gente attorno a lui correva, gioiva e saltava. Era arte. Arte in movimento. Il blu della case era come quello della notte, come quello del mare, del cielo in pieno giorno. Le porte invece erano tinte di verde con sopra delle scritture. Un profumo familiare venne da un bancherella, dove vi era un gruppo di uomini che fumavano. "Finalmente." Maharan si avvicinò a loro.
- Ehi giovane stallone, vieni un po' qua! - Gridò uno a Maharan.
Maharan si avvicinò. "È inebriante, non ce la faccio."
- Sembri smarrito. Tieni fuma questo e andrà tutto meglio.-Disse un omone passandogli uno spinello dalle dimensioni notevoli. -siediti, guarda lì c'è un cuscino.
- Cos'è? Chiese Maharan
-Charas. Va tranquillo non è troppo forte.
Maharan si sedette. E aspirò profondamente, come ha sempre fatto. Aspirò ancora una volta e ancora. Poi lo passò agli altri. Non sentiva più le sue braccia, ne le sue gambe. Sembrava tutto di piombo. Una sensazione meravigliosa. "Quanto mi erano mancate queste sensazioni". Riusciva percepire tutto attorno a lui e nulla al tempo stesso.
- È andato! - Gridò uno ridendo.
Maharan poggiò la testa contro il muro sorridendo, si guardò attorno. Perlustrò con lo sguardo il mondo che lo circondava. Vide mercanti che discutevano con i clienti, oggetti scambiati contro del denaro, vide anche dei giovani ladruncoli rubare discretamente delle mele per poi sgattaiolare via senza lasciare nessuna traccia. Poi osservò le sua dita "uno, due, tre, quattro,cinque". Gli effetti del charas cominciavano a salire. I movimenti, le voci, le risate erano amplificate in modo straordinario. Cominciò a contare le persone che gli passavano davanti, donne, uomini, bambini, persone anziane, tutti. Arrivò sino a trentaquattro. "Trentaquattro". Maharan chiuse gli occhi, l'effetto così sarebbe stato più intenso. "Mi è sempre piaciuta la matematica. Ma forse, ci stiamo veramente sbagliando. Si può dimostrare due più due?" Maharan aprì gli occhi e si guardò le dita. "Uno, due, tre, quattro. Ma è così soggettivo. È la cosa più ovvia e semplice del mondo, direte voi. Due più due. I matematici indiani avevano sviluppato i numeri che adesso consociamo. Partendo dallo 0, sì lo zero significa nulla, niente. Ciò significa che gli esseri umani hanno dato un'inizio al nulla e non hanno posto una fine all'infinito. Vuol dire che tutto ha un inizio ma non necessariamente una fine. I numeri sono infiniti e i calcoli, i ragionamenti derivati da essi seguono quindi il medesimo percorso. Abbiamo quindi ancora tanto da scoprire. Ci vuole solo tempo, e solo il tempo ci confesserà che tutto, assolutamente tutto è sbagliato oppure, tutto è giusto. Forse ricominceremo e potremmo fare il contrario, porre un limite alla fine e non dare mai un inizio al vuoto. Ma Dio quando è nato? Da quanto tempo è lì? Ci sarai mai una fine di Dio? Da quanto tempo esattamente vi è lo spazio? E tra quanto, tutto cesserà di esistere? E poi siamo così ridicolamente piccoli ed insignificanti. Se ci pensiamo la superficie totale della terra è di 510.100.000km2 e il pianeta Venere è il più vicino ad essa. Prendiamo come esempio Venere che dista dalla Terra di circa 40 milioni di chilometri. Enorme vero? Ci servirebbe una quantità di tempo gigantesca per arrivarci, ecco perché una macchina del tempo, anche se se sembra una congettura del tutto fantascientifica, ci permetterebbe di viaggiare nello spazio e nei pianeti. In realtà se ci riflettiamo un po' su, non è fantascienza ma solamente "attualmente irrealizzabile". Il fatto è che ci vuole un grandissimo ingenio e pazienza. Etichettiamo le cose "impossibile", "irrazionale", "paranormale" perché non le capiamo, perché ci sfuggono. Mail fatto che queste cose ci sfuggano non vuol dire che non esistano o che non possano essere concepite. Tutto, e sì voglio essere 'fantasioso', può essere creato, distrutto e trasformato. Tra migliaia di anni creeremo cose nuove, che rivoluzioneranno il mondo, il nostro modo di pensare. O forse torneremo indietro, ci comporteremo come le scimmie. Forse nessuno sarebbe d'accordo con me se dicessi tutte queste cose ad alta voce. Mi prenderebbero per un folle. Uno schizzato. Ma io lo so. Io so che non lo sono." Maharan cercò di alzarsi, ma ancora una volta, il sonno lo portò con sé.
LA LUCERTOLA
Maharan giaceva su un prato. Vide in lontananza suo fratello correre in mezzo ai fiori. Era così puro, così bello. Successivamente il suo sguardo slittò in direzione dei suoi genitori, erano così felici. Si amavano così tanto, la loro felicità era sincera. Una felicità priva di dubbi e timori. Poi avvertì un fastidioso prurito sulla mano destra, abbassò la testa e vide una lucertola. Ebbe una paura tremenda e urlò a squarciagola. Poi più niente, si guardò attorno, i suoi genitori e suo fratello erano spariti nel nulla.
-Ehi Maharan! Allora ce lo fai visitare il museo? – Chiese una ragazza.
- Cosa?- Si girò di scatto Maharan. Non riusciva a riconoscere la ragazza e i giovani dietro di lei, ma sapeva che erano suoi amici. Si trovava attualmente in una foresta cupa e completamente priva di colori. Tutto attorno a lui era grigio. Non capiva.
- Ti sbrighi? Dai vai ad aprire quella maledetta porta. - Disse uno.
Maharan si voltò e adocchiò una strana grotta dalla forma circolare. Si incamminò inquieto verso di essa seguito dal gruppo di persone. Aprì una strana porta costituita di legno. Vi entrarono, e videro splendidi quadri, ma anche loro, privi di colore. Maharan si voltò verso le persone per chiedere spiegazioni, era confuso. Ma non vi era più nessuno. Anche loro erano spariti. Impaurito, li chiamò, e attorno a lui, d'un tratto vide macchie di sangue sulle pareti della grotta. Se la diede a gambe per scappare dal quel luogo. "Sei un un codardo Maharan, scappi sempre". Poi il vuoto totale, ancora una volta. La lucertola era comparsa, era sempre lì che lo osservava. Frammenti di immagini scorrevano nella sua mente. Fissò a lungo il rettile, per trovare rimedio alla sua solitudine. Non capiva, la situazione era assurda. Altri frammenti privi di senso galleggiavano davanti ai suoi occhi. Staccò lo sguardo dalla sua lucertola, e si trovò di nuovo in mezzo ad un prato assieme alla sua famiglia. Suo fratello si avvicinò a lui, gli accarezzò la guancia sinistra con infinita dolcezza e gli diede un casto bacio sulla bocca. Maharan guardò suo fratello maggiore con passione. Si avvicinò e gli sussurrò "Amami". Vuoto. Il nulla di nuovo. Adesso il tempo l'aveva trascinato nel passato, si ritrovò con la testa poggiata sul grembo della madre che gli accarezzava i capelli. Maharan era così felice. Ciò nonostante sua madre si mise a piangere, a piangere così tanto che bagnò tutto il viso di Maharan.
-Svegliati ragazzo! Devo sgomberare tutto, il mercato è finito. – Disse un uomo con un secchio vuoto in mano.
Maharan si svegliò, fradicio e disorientato.
L'OCCHIO DI DIO
Maharan si alzò istericamente, volendo azzannare il marcante che l'aveva svegliato in modo così scortese. Ma egli era già lontano, e Maharan non aveva la forza di correre ad imprecare. Gli doleva la testa. Sentiva i suoi occhi gonfi, colmi di sangue, e il prurito era straziante. Camminò traballante, tra la confusione delle bancherelle che svanivano nei furgoncini. I mercanti recuperavano la loro merce ridendo e cantando. Una giovane donna radunava preziosi anelli d'argento, che allettavano gli occhi di tutti, con grande pazienza, come se in ogni pezzo d'argento vi fossero particelle della sua anima che lei doveva custodire. Un uomo, accanto a lei, metteva via collane dai colori sgargianti, ciondoli dalle dimensioni impressionanti e decorazioni straordinariamente precise. Maharan si avvicinò e in un attimo sfuggente poté guardare con attenzione i disegni di quei gioielli. Uno in particolare attirò la sua attenzione: una lunga collana ornata da perle blu, mille sfumature di blu incastrate in mezzo a piccolissimi pezzi di conchiglia bianchi. Maharan ebbe un tuffo al cuore. Il ciondolo aveva una forma esagonale finemente lavorato sui bordi. Il suo colore era opaco, un po'triste ma nel centro vi era un'occhio. Al suo interno racchiudeva una moltitudine di colori, la pupilla era di un nero intenso, forte, un nero sconvolgente. Maharan era ipnotizzato.
- Sai cosa rappresenta quest'occhio? - Chiese una voce familiare.
Maharan alzò lo sguardo a fatica, i suoi occhi gli pungevano ancora. Ed incrociò profondi occhi neri, stanchi ma forti: quelli di Habib. Non rispose, rimase impalato a guardarlo.
Habib, in un movimento fulmineo acciuffò la collana e se la mise in tasca, controllando accuratamente che nessuno lo stava guardando. -Devo, non ho soldi, è da due giorni che non mangio. Vieni, vendo la collana, mi faccio due soldi e prendiamo qualcosa da bere ok?
- Ok -rispose docile Maharan. Anche lui aveva già rubato in passato, quindi questo comportamento non lo scandalizzava affatto. Maharan era incredulo eppure non aveva nulla perdere e stranamente si fidava di lui. Lo seguì, si avviarono in viuzze molto strette e relativamente buie dove vi erano prostitute molto grasse, per alcune non si riusciva neanche a distinguere se il grasso penzolante fosse la pancia o il seno. Erano scandalosamente ripugnati, una indossava una calzamaglia a rete rosa acceso che lasciava oltrepassare la carne da tutti i fori ed era così stretta da comprime al suo interno tutto il 'lardo' sotto la pancia, e lasciar fuori uscire in modo disgustoso l'esagerate maniglie dell'amore. Che non erano più voluttuose in modo sensuale bensì bistecche cascanti colme di grasso. Entrarono in un minuscolo negozio dai mille accessori. Vi erano scarpe dai tacchi vertiginosi, brillantini ovunque, vestiti striminziti e gioielli di ogni genere. Habib contrattò a lungo e vendette la collana ad un prezzo stracciato. Si diressero poi, in un locale poco affollato e squisitamente decorato. La musica soggiogava da ogni parte. Vi erano pochi tavoli, un gruppetto di persone sparse qua e là. Si sedettero e Habib chiese di portare loro due birre.
- Offro io! -Esclamò Habib.
- Non devi, i soldi non mi mancano. -Rispose Maharan.
- Come siamo presuntuosi, quando qualcuno è gentile con te reagisci sempre in questo modo?
Maharan grugnì ma in cuor suo, ed inspiegabilmente era gioioso di rivederlo.
- Senti, so che l'ultima volta che ci siamo visti ti ho chiesto di fare sesso con me, ma avevo un bisogno disperato di soldi. Quando hai rifiutato ero proprio colpito - rise- nessuno rifiuta del buon sesso. Però devo dire che succhiare piselli non mi diverte molto. Cerco di smettere.
- Quindi adesso rubi? -Chiese Maharan.
- Eh... si va avanti come si può.
Il cameriere portò le due birre accompagnate da qualche stuzzichino. Habib si tuffò e mangiò come una belva. Le sue mani tremavano, sicuramente dovuto alla sensazione di avere del cibo commestibile in bocca. Maharan osservò la furia con cui Habib afferrava il cibo, lo inghiottiva in modo feroce, rapido ed insensibile. La sue dita erano lunghe e sottili, e le sue unghie sporche. Aveva una cicatrice sul pollice della mano sinistra. Poi il suo sguardo salì sulle sue braccia, magre ricoperte da una peluria castana. Scrutò la sua gola, il suo pomo d'Adamo che faceva su e giù al ritmo frenetico della sua abbuffata. Ed infine il suo viso. Un mento marcato, labbra sottili sotto un naso leggermente aquilino e grandi occhi neri come i suoi capelli ricci. Maharan provò sensazioni devastanti e al tempo stesso pericolosamente piacevoli. "Balaji".
- Ti sei innamorato? - Disse divertito Habib con la bocca piena di pane e prosciutto.
- Non credo proprio. -Rispose sorridendo Maharan, sorseggiando la sua birra.
- Allora lo vuoi sapere o no cosa rappresentava quell'occhio su quella collana?
- Certo, dimmi. -Rispose Maharan.
- L'occhio di Dio. -Enunciò Habib con la bocca piena.
- Tu credi in Dio? - Chiese Maharan.
- Assolutamente sì.
- Perché?
- Devo pur aggrapparmi a qualcosa in questa vita. -Disse Habib con un velo di tristezza. - tu invece?
-No, io non ci credo.
Habib sbuffò. - Dio è il mio unico rifugio.
- Cosa rappresenta per te veramente? Chiese Maharan incuriosito.
- Non ho mai perso niente, perché non ho nulla da perdere allora ripongo tutti i miei desideri e speranze in lui. So che non mi deluderà mai. Dio è proprio l'unica persona che non ti delude, che non ti picchia quando fai una cazzata e che ti ascolta quando devi essere ascoltato. Vuoi mangiare qualcosa? Scusa mi sono ingozzato, vado a prendere qualcosa da mangiare. Si alzò senza aspettare una risposta da parte di Maharan.
Dalle parole di Habib, Maharan rammentò una delle tante notti ad osservare il cielo stellato insieme al padre. Non capì mai realmente se egli credesse o no in Dio. Era una sera d'estate, Maharan aveva circa otto anni, sedeva affianco a suo padre giocherellando con i ciuffi d'erba. Poi si tagliò leggermente il dito e si lamentò al genitore. Egli diede un lieve bacio sulla ferita che lasciò piccole chiazze di sangue sulle labbra. Maharan passò il pollice sulle labbra del padre per pulirlo. "Papà, tu pensi che questo taglio sia la volontà di Dio?" chiese Maharan. "In che senso?" domandò suo padre. " Mi sono fatto male. Forse è stato lui a farmi male, perché era una sua volontà. Tu pensi che lui si diverta a farci soffrire?". Suo padre gli accarezzò la testa, scompigliandogli i capelli "No, certo che no, lui non vuole farci del male, cerca solo di comunicare con noi attraverso dei fatti, perché noi non lo sentiamo. Dio veglia su di noi. Ci guarda ininterrottamente." rispose lui. "E come fai a sapere che ci guarda?". " Vedi quella costellazione?" Il padre puntò il cielo, disegnando con il dito la forma di un occhio, " secondo me la posizione di quelle stelle crea un occhio. E quello, è l'occhio di Dio. Con quell'occhio 'stellare' egli ci guarda, sempre". "Ma quindi Dio è il cielo?" domandò Maharan. " Dio è l'infinito nell'infinito. Lui è aria, cielo, terra, mare, spazio, universo. Ovunque tu poni i tuoi occhi vi sarà sempre lo sguardo di Dio. Sai Maharan mi piace pensare che le stelle siano delle piccole celle che racchiudono gli inferi. Se Dio è infinito allora anche Satana lo è. In tal caso, non può esistere un vero paradiso che si colloca in 'alto' e un inferno che si colloca in 'basso'. Poiché l'universo non conosce confini, perché Dio è privo di confini, e mettere dei limiti a Dio sarebbe come porre un limite ai numeri." "Ma quindi in questo caso l'occhio di Dio è formato da tanti piccoli inferi" affermò Maharan. "Non esiste bene senza il male e non esiste male senza il bene Maharan". "Ma tu credi in Dio papà?" . "Non lo so. Forse. Sulla fine la fisica e le sue teorie sono frutto di immaginazione umana, una teoria è vera quando confuta un'altra teoria, tuttavia queste teorie non hanno alcuna realtà, non esistono. Ciò che noi non conosciamo ancora è sicuramente scritto nel cielo, perché nelle stelle vi è la narrazione di Dio".
LA BELLEZZA
Habib ritornò carico di cibo e altri calici di birra. Bevvero e parlarono a lungo del più e del meno senza badare al tempo. D'un tratto la gente cominciò ad applaudire e a fischiare. Ciò incuriosì i due uomini, che allungarono il collo per vedere cosa stava succedendo. Videro una giovane musicista con un violino. Maharan ebbe un sussulto. Gli applausi terminati, ella posò delicatamente il mento inchinando lievemente la testa, poggiò l'arco sulla corda del re, posizionò due dita sulla medesima corda e cominciò a suonare un'aria che sfuggiva alla mente di Maharan. Tuttavia quella melodia era arte, come se il canto della vita fosse un frivolo pensiero che annebbia l'animo umano. Ma egli non vedeva errore in quell'arte, egli non vedeva semplice musica, vedeva bellezza nel suo stato più puro. Voce stridula dall'elegante andatura. Maharan si lasciò andare ed ascoltò con passione. Si rilassò cullato da quelle note maledette, e i suoi pensieri si intrecciarono in una deliziosa danza macabra. "Mi perdo". Rammentò i pomeriggi assieme alla madre musicista, ad ascoltare il suono eccezionale di quella scatola di legno. Ogni singola nota sembrava pura poesia. Maharan si emozionava ogni volta, ed ogni volta, egli piangeva. Anche in quel preciso istante, egli pianse dinanzi alla bellezza, un dolore insopportabile al cospetto di essa. Maharan guardò con attenzione le mani dell'artista. Le dita slittavano furiose sulla tastiera, e l'arco sfiorava le corde tremanti con un'abilità prodigiosa. Gli occhi dell'essere erano indemoniati, posseduti da quella musica che avrebbe risvegliato anche l'anima più tranquilla. Il suono di quel violino era semplicemente perfetto, soave e potente, meraviglioso. Maharan gioiva, la bellezza aveva posseduto il suo corpo e il suo spirito tremava. Decise, a costo della vita, che quel violino sarebbe stato suo. Per sempre. Avrebbe portato quel pezzo di felicità con lui, in eterno. Tuttavia vi era un unico, penoso ed insignificante problema. L'essere indemoniato che suonava il violino. Come osava quella misera ragazza utilizzare quel tesoro dal suono etereo. "Entrerò di nascosto nel suo camerino. Afferrerò il primo oggetto abbastanza tagliente per sgozzarla. Lo squarcio sarà netto, preciso, perfetto. Proprio come la precisione degli spostamenti del suo arco. Toccherei la sua gola sanguinolente per tastare quel misero corpo insignificante, proprio come le sue dita sulla tastiera. I suoi ultimi respiri ed il suo misero sguardo impaurito sarebbero come una patetica preghiera rivolta a Dio. Che essere privo di nobiltà e classe. Prenderei il violino con amore, come se fosse figlio mio. E me ne andrei". Questo folle pensiero lo sedusse in modo perverso. Maharan guardò la violinista ed aspettò che finisse la sua splendida aria. Quando la ragazza finì, si inchinò per ringraziare il suo piccolo pubblico e si diresse verso il camerino. Maharan si alzò e la seguì.
- Ehi! Dove vai bello? Esclamò Habib.
- Sono stato folgorato dalla bravura di quella donna. Voglio andare a scambiare due chiacchiere.
I passi di Maharan erano pesanti e precisi. Vide in lontananza la donna che chiuse dietro di sé la porta del camerino. Incosciente del demonio che le stava a ridosso, colui che le strapperà la sua anima e se la porterà via per sempre. Maharan sfiorò la maniglia della porta, e la aprì. Un bagliore di luce lo accecò per un breve istante. Scorse, riflessa allo specchio, la commovente bellezza della giovane ragazza. Ella aveva gli occhi chiusi intenta ad ascoltare la musica dagli auricolari. Decise di risparmiarle la vita ma al tempo stesso di privarla della felicità più sincera, rubandole il violino. Scrutò velocemente la stanza e intravide non molto lontano il violino. Con una mano svelta ed abile Maharan afferrò lo strumento, quel gesto lo fece rabbrividire di piacere. Lei, non si accorse di nulla. Lui sparì come uno spirito, chiudendo delicatamente la porta, ritornando da Habib.
- Perché il violino? Rise Habib.
- Dobbiamo andarcene, veloce.
- Che cazzo hai fatto?- Chiese preoccupato Habib.
- Nulla. -Rispose Maharan fingendosi offeso- C'erano altri violini in quel camerino, ne ho preso uno in affitto.
Incredibilmente quella bugia inverosimile funzionò. Se ne andarono dal locale al passo frenetico di Maharan che teneva stretto il suo tesoro. Habib lo seguiva irritato e sconcertato dall' atteggiamento del suo compagno. Tuttavia sapeva che quello non era il momento di fare domande, gli avrebbe parlato in seguito. Maharan, mentre camminava a passo spedito pensò che doveva procurarsi una custodia per proteggere il suo nuovo gioiello, non poteva di certo girare con un violino in grembo. Ripensò velocemente ad un pomeriggio assieme alla madre, ove egli custodiva il violino della genitrice mentre lei cercava i suoi spartiti " Mamma quand'è che diventerò bravo come te?", " Molto presto caro, molto presto. Devi semplicemente essere paziente e delicato. Sei già molto bravo per la tua età, hai una grande abilità e sopratutto, un buon orecchio" Rispose la madre con affetto. "Tutto ciò che conta figlio mio, è l'amore che ci metti quando suoni questo gioiello. I sentimenti sono tutto. Questa è la mia anima." Sua madre gli porse il piccolo violino appartenente a Maharan e disse " E questa, è la tua". Dopo anni di duro lavoro, di ripetizioni e lezioni Maharan seppe padroneggiare perfettamente il violino. Però, un giorno accadde la disgrazia che distrusse per sempre il suo cuore. Vide due amici di suo fratello a casa sua, che tanto odiava, scagliare con furia perversa il suo amato strumento. Il violino sembrava urlare disperato, vibrando con tutte le sue forze per resistere alla brutalità ingiusta che gli stavano affliggendo. Maharan non reagì, sentì frammenti del suo cuore sbriciolarsi insieme all'anima del violino. Da quel giorno egli non suonò più.
Tuttavia oggi Maharan ritrovò una felicità perduta. Il violino di quella ragazza gli aveva parlato, gli aveva sussurrato la sua melodia. Doveva essere suo. Doveva. Anche se facendo ciò ha strappato parte dell'anima all'artista e l'ha portata via con sé, per sempre.
IL GANGESH
Ora che Maharan aveva in possesso il violino tanto desiderato si sentiva come rinato. Lo guardò intensamente, annusando il suo odore. Come se l'odore di quel violino emanasse l'essenza della vita. Lo toccò, e pizzicò due corde per creare una melodia soffocata. Non esisteva più nulla, non vi era spazio per nient'altro oramai nel cuore di Maharan. Era arrivato all'apice della beatitudine, tutto trovò un senso.
- Si può sapere perché hai rubato il violino a quella povera ragazza? Chiese Habib.
Maharan lo guardò, non voleva fingere. E gli raccontò la verità.
- Era destino, era scritto. Concluse Maharan.
- Io non ti capisco, sei un po' inquietante sai.
Camminarono in silenzio per le vie strette e illuminate della città. Si salutarono.
Non si videro mai più.
Nella giornata, Maharan vagabondava nelle strade della cittadina. Di giorno vi era un caldo insopportabile, e poi le strade erano colme di gente. Gente che urlava, che andava di fretta. Gente brutta, gente bella, fastidiosa, cordiale, stupida. Una cosa nauseante. Decise, in seguito, di tornare nella sua camera e rimanerci sino al calar del sole. A Maharan non importava di nulla. Ma proprio nulla. Fissava il soffitto come se questo dovesse cadergli addosso, e Maharan aspettava solo quel momento. L'oscurità rubò il posto alla luce quindi Maharan si sentì sollevato. Si masturbò, si vestì, prese con sé il violino ed uscì a girovagare per la città. Arrivò nella parte più alta del borgo, ove poteva contemplarlo. Non vi era nessuno. Circondato soltanto da un alberello, una misera panchina e, qualche metro più in là, un precipizio. Avanzò lentamente verso il vuoto. I suoi piedi facevano rumore al contatto dall'erba fresca. Il battito del suo cuore accelerò quando vide il cuore della città sotto i suoi piedi. Chiuse gli occhi e sorrise. "Che sensazione meravigliosa" pensò. I suoi pensieri si annebbiarono. Maharan era forse folle. Completamente folle. Non voleva capire, non voleva sapere. Voleva tutto e voleva il nulla. Maharan voleva l'amore ma lo rifiutava, egli voleva la vita ma si lasciava sedurre dalla morte. Voleva tutto, ma tutto rappresentava il vuoto.
- Buttarsi da un precipizio è poco elegante. - Dichiarò una voce roca nascosta nell'oscurità.
Maharan aprì bruscamente gli occhi e cercò la provenienza di essa. Scorse vicino all'alberello una figura magra. "Ma come ho fatto prima di non accorgermi della sua presenza?". . Si avvicinò, quasi arrabbiato per aver rotto quel momento così intimo che intratteneva con se stesso. Vide un uomo anziano, con indumenti molto larghi e un capello ridicolamente grande. Ma ciò che più colpì Maharan erano i suoi foltissimi baffi. Immensi. Rimase lì in silenzio dinnanzi a quest'uomo.
- Sa, ho sempre pensato che se un giorno mi suiciderò, cucinerò una bella torta al limone. Sì, una torta gigantesca e ci metterò dentro il veleno. Poi mi sederò davanti al camino, ad assaporare la mia torta. Fetta per fetta. Ogni fetta potrebbe essere l'ultima, quella fatale. Come una roulette russa. Morirei seguendo il sadico principio della vita.
- Perché mi sta dicendo questo? Chiese Maharan.
Il vecchio si accarezzò i baffi. E sembrò riflettere su qualcosa.
-L'ho forse importunato? Chiese infine il vecchio.
- No. Da quanto tempo è seduto lì?
- Da un bel po'. Vedo che possiede uno splendido violino. Sa suonarlo?
- Sì.
-Hum... -si accarezzò ancora una volta i baffi- si sieda, la prego.
Maharan lo guardò con acceso interesse, lo incuriosiva. Si sedette e posò il violino vicino ai suoi piedi. Il vecchio gli tese una mano :
- Io sono Gangesh. È un onore.
Maharan serrò la mano. - Rispondo al nome di Maharan.
Il Gangesh era un personaggio intrigante, e magrissimo. I suoi occhi sembravano voler saltargli fuori dalla testa, un naso prosperoso spiccava dai folti baffi. Poiché erano proprio i baffi a dominare l'intero quadro del viso. Malgrado il suo aspetto, aveva qualcosa di grandioso. Era maestoso.
- Cosa affligge il suo animo? Domandò il Gangesh.
- Nulla.
- Sono un vecchio stupido, ma ne ho viste molte nella mia vita. Il suo gesto dinnanzi a quel precipizio era poetico, colmo di desiderio. Me lo spieghi, la prego.
- Non lo so. Rispose Maharan.
- Cosa non sa?
Maharan non rispose subito. Pensò che parlare con quest'uomo sarà, forse, la cosa migliore che potrà mai capitargli. Trovare qualcuno che sia davvero capace ad ascoltare è un dono prezioso. Allora si lasciò trasportare e narrò la sua vita. Il suo racconto durò a lungo. Il Gangesh non proferì una sola parola durante questo. Ascoltò Maharan come nessuno lo aveva mai ascoltato. Il Gangesh si pizzicò i baffi. Prese una sigaretta da una piega della sua tunica. La accese. I suoi gesti erano lenti e maestosi. Aspirò ed espirò facendo fuori uscire dei cerchietti di fumo. "E sicuramente Dio" pensò Maharan "E se non lo è, Dio dovrebbe prendere spunto da quest'uomo".
- La sua vita è pittoresca. Tuttavia non mi ha risposto.- Dichiarò il Gangesh.
- Penso che il racconto della mia vita, sia in sé, una risposta. -Replicò Maharan.
- No, quello che ha fatto è divagare. Ma senza darmi una risposta diretta.
- Può essere abbastanza cortese da ripetermi la domanda allora?
- Cosa affligge il suo animo?
- Ogni cosa. Buttò fuori Maharan con lungo sospiro.
- Tutto, può significare niente, come niente può significare tutto. Vi è qualcosa di simbolico che la perturba. Ma la prego, mi suoni qualcosa prima.
- Prima voglio chiederle qualcosa.
Gangesh espirò una lunga scia di fumo. -Mi dica.
- Lei, chi è?
In tono dolcissimo Gangesh rispose :
_ Chi sono? Com'è possibile rispondere a codesta domanda? Non vi è mai una risposta giusta. E se ci fosse, sarà quella giusta? Chi lo definirà? Io? Tu? Noi? Loro? Chi siamo? Chi sei? Chi è lei, Maharan? Sa, affermiamo spesso di essere ciò che siamo, io sono ciò che sono. Ma chi sono? Bisogna avere coscienza del me che è in noi, e che diventerà ciò siamo sempre stati. Io sono ciò che diventerò, io sono ciò che sono sempre stato. La nostra natura è debole, abbandonata ai vizi e alle futilità umane. Noi agiamo a secondo dei nostri valori e dei nostri pensieri. La coscienza è il motore degli atti, e la natura è l'orchestra dell'opera. Siamo destinati a diventare grandi, come siamo destinati a fallire, ma la nostra natura non cambierà mai. Tuttavia penso sia impossibile spiegare certe cose con le parole, ed è impossibile anche per lei, Maharan. Le parole non bastano, non bastano per dimostrare la grandezza.
-Maharan. -Interpellò il Gangesh.
- ... sì?
- La prego suoni il suo strumento ed eriga ciò che è!
Maharan esitò, ed esaminò il violino come se da lui si aspettasse una risposta. Prese l'archetto, strinse i crini. Pizzicò qualche corda per ascoltare le vibrazione di esse. Tocco il legno datato, e annusò ancora una volta quell'odore. L'Odore della vita. Quanti segreti sussurrati racchiudeva questo violino? Impugnò l'archetto con bruta delicatezza, e lo posò sulla corda del RE. Le dita della mano sinistra si posizionarono e pigiò con tale forza da sentire un lieve dolore ai polpastrelli. E suonò. La melodia confessò a Gangesh ciò che Maharan non gli aveva detto, e ciò che Maharan ancora non sapeva. L'aria era, all'inizio incerta, tremante, titubante, poi furibonda e quasi disordinata. Divenne in seguito distruttiva, in fatti Maharan eseguiva una straordinario staccato su tutte le corde, le note si intrecciavano nell'aria come ballerine furiose, come se il demonio avesse preso il controllo del suo corpo. La potenza, la furia smisurata con cui Maharan suonava quel violino era straordinariamente sublime. Come se ogni singola nota fosse predestinata ad uscire, ed urlare al mondo la sua esistenza. Muoveva freneticamente l'avambraccio destro, le sua dita abbracciavano l'archetto ondeggiando assieme a lui. Le dita invece sulla tastiera sembravano le zampette di un ragno. Terminò questa meraviglia con note strazianti, utilizzando la corda più acuta: Mi. "Non sei più nulla Maharan, non esisti più". Egli non è più artista. Egli è arte" pensò il Gangesh " Ha perso il controllo del suo corpo, perché esso si è immedesimato nell'anima del violino. Il suono di quello strumento è lo specchio della sua anima. Maharan si era svelato". E concluse la sua suonata spettacolare.
- Ora mi dica Maharan, lei chi è?
- Sono prigioniero del mio non Io.
CONTINUA..
Maharan o la legge del pensiero testo di M.R