E li faceva volare

scritto da Andy_Phin
Scritto 8 mesi fa • Pubblicato 7 mesi fa • Revisionato 7 mesi fa
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Il racconto è diviso in due parti per ragioni di lunghezza. Ringrazio chi avrà la pazienza di leggerlo.
- Nota dell'autore Andy_Phin

Testo: E li faceva volare
di Andy_Phin

All’inizio se n’era rimasto lì a guardare, e non ci aveva capito molto. Sentiva l’odore pungente del sudore dei cavalli quando gli passavano vicino, della terra battuta che sollevavano con gli zoccoli quando curvavano al galoppo. Poteva udire la voce gracchiante dall'altoparlante, il suono della campanella, il brusio delle persone, sempre più concitato, fino a trasformarsi in qualche caso in un grido quando i cavalli tagliavano il traguardo. 

Era una gradevole giornata di primavera, col sole basso del pomeriggio che faceva brillare il verde del grande prato, e l’ippodromo era pieno di gente. Marco se ne stava in piedi vicino alla pista, aspettava l’inizio della prossima corsa: uno sprint di milleduecento metri. Il suo cavallo era quotato venti a uno, ma era sulla corsia più vicina agli spalti, e questo gli permetteva di tenerlo d’occhio. Si chiamava White Mountain, e in effetti Marco lo trovò buffo quando lo vide, perchè aveva il manto completamente nero. Aveva scommesso le sue ultime centomila lire, primo piazzamento. Erano gli ultimi soldi che gli restavano quel mese,  doveva aspettare altre due settimane per lo stipendio: se non vinceva, niente benzina nella macchina, niente spesa, niente lecca lecca per Giulia, nemmeno quello. Quindi era nervoso, si che era nervoso. Non aveva mai scommesso in vita sua, ma poteva funzionare, e doveva funzionare. Ormai non ci pensava più, era completamente concentrato su White Mountain, e mancava poco alla partenza. Il cavallo era stranamente calmo, il fantino pensò che quel giorno sembrava avesse il ghiaccio nelle vene. - Questo - si ripeteva nella mente - oggi o mi resta piantato qui alla partenza, oppure fa una gara della madonna. Ma è più probabile la prima conoscendo il cavallo -. Non era considerato propriamente un brocco, ma era sicuramente un cavallo da metà classifica, metà bassa anche, si poteva dire.

Quando suonò la campanella e si aprirono i cancelli, i riflessi di White Mountain furono anche più veloci di quelli del fantino, che per poco non rischiò di finire scaraventato a terra. Partì come un razzo, lasciando subito una lunghezza tra sé e gli altri. Dopo pochi secondi il gruppo si era già sgranato parecchio, ma White Mountain continuava a mantenere la sua distanza di vantaggio sul gruppetto dei tre favoriti, che battagliava dietro di lui. Quando erano a metà della pista dritta, i cavalli stavano passando a pochi metri da dove si trovava Marco, che appoggiato alla prima recinzione bassa, non staccava gli occhi un momento dal suo cavallo. Stava lì impassibile, con l’espressione concentrata, e niente di quanto gli accadeva intorno veniva sfiorato dalla sua attenzione.

Il responsabile della sicurezza se ne stava al suo solito angolo, fumava una Chesterfield, e da lì poteva tenere sotto controllo tutta la situazione. Il suo sguardo si era posato su quell’uomo, appoggiato alla recinzione: non lo aveva mai visto all’ippodromo,  e continuò a guardarlo finché i cavalli  arrivarono sul traguardo. Una gara strana, aveva vinto un mezzo brocco, non che a lui fregasse qualcosa delle corse, ma ormai aveva finito per diventare quasi un esperto in tutti quegli anni passati lì dentro. Comunque il volto dell’uomo appoggiato alla ringhiera, non tradì nessuna emozione. Sicuramente doveva aver scommesso, come tutti gli altri. Semplicemente si infilò le mani nelle tasche del giubbotto scamosciato e se ne andò. La guardia spense la sigaretta nel posacenere di sabbia lì vicino, e controllò sull’orologio quanto mancava alla chiusura.

Soltanto mentre infilava le venti banconote da cento nel portafogli, al banco delle vincite, gli tremava un po’ la mano. Dopodiché Marco se ne tornò a casa con quasi il doppio del suo stipendio di un mese.




“Vola uccellino, vola”

Sussurrava il piccolo Marco, con il naso puntato verso un azzurro cielo di settembre. Era passato qualche giorno dal suo quinto compleanno: la sua nuova macchina telecomandata della polizia era ferma ai suoi piedi, col telecomando rovesciato per terra, lì vicino. 

Il vento soffiava leggero e fresco, intorno a lui, giocando con le forme delle poche nuvole bianche e facendo danzare le chiome dei salici e dei pioppi. Le rondini volavano sopra la sua testa, intrecciavano traiettorie, virate e  fulminee picchiate. E il suo sguardo, tutta la sua attenzione, cadeva su una di esse, uno a caso di quei piccoli rapaci, e la distanza non esisteva più. Marco non avrebbe saputo dire dove finiva lui e dove cominciava la rondine, e all’improvviso, come una camicia indossata prende le forme e i movimenti del corpo, così l’uccello prendeva le traiettorie dalla mente di Marco. Vedeva la rondine con gli occhi, ma al tempo stesso era dentro di lei come se fosse la cosa più naturale del mondo, ne guidava le linee invisibili del volo, la velocità, e si perdeva affascinato in quel gioco che lo rendeva tutt’uno con quel piccolo animale volante.

Marco viveva la sua capacità come una cosa completamente normale, non poteva nemmeno immaginare che per le altre persone non funzionasse allo stesso modo. Se ne accorse un giorno, quando a casa della zia Teresa, la sorella di sua madre, il cane riuscì a scappare attraverso un’apertura che aveva trovato nella recinzione. Il piccolo meticcio se ne stava in fondo alla strada ad abbaiare a un gruppo di ciclisti, e sua zia cercava di farlo tornare chiamandolo a squarciagola. Marco sollevò la sua testolina, guardando la zia come stesse facendo la cosa più stupida del mondo.

“Zia Teresa, perchè non lo fai soltanto  tornare qui?” disse con tutta la semplicità di un bambino di sette anni. E a quel punto, dallo sguardo smarrito della donna, capì che forse lei non poteva, che forse nessun altro poteva fare quella cosa, tranne lui. Si concentrò sul cagnolino, divenne tutt’uno con lui, e questo con passo trotterellante ritornò sui suoi passi, rientrando dalla stessa apertura che gli aveva offerto la fuga.

Marco crebbe come un ragazzino qualsiasi, studiò al liceo, e poi all’università, prendendo una laurea in sociologia che non gli servì a niente. Finì a lavorare come magazziniere nella sede di smistamento di una grossa catena di supermercati. Un impiego sicuro, tranquillo, ma senza nessun riconoscimento, né possibilità di carriera. Non parlò mai a nessuno della sua abilità, del suo saper controllare gli animali. Crescendo aveva cominciato a considerarla una caratteristica bizzarra sì, ma piuttosto inutile. Era una cosa che dava talmente per scontata, che non si fermava neppure a rifletterci sopra. L’unico momento nel quale se ne serviva, era quando si affacciava al balcone, oppure quando sedeva su una panchina al parco. Allora la sua mente si aggrappava a quella di una rondine, o di qualche altro uccello, e si abbandonava completamente nel guidarne il volo: in quel momento tutta la tensione non esisteva più, era solo volare.

Si sposò, ebbe una figlia, che chiamarono Giulia, e dopo qualche anno divorziò. Quello fu un periodo piuttosto duro per lui. Il lavoro come magazziniere non gli permetteva di guadagnare molto, e tra alimenti, affitto, e spese varie, non c’era modo di arrivare a fine mese coi soldi. Nei fine settimana nei quali Giulia stava con lui, non poteva permettersi nemmeno di portarla a mangiare una pizza, oppure al cinema. L’unica cosa che facevano era andare al mare, lì non servivano soldi, e si divertivano a correre, o a giocare con la sabbia, e nelle giornate più calde a fare lunghissimi bagni tra le onde. E fu proprio in una delle loro passeggiate al mare che gli venne l’idea. Camminavano insieme, sulla solita spiaggia in un pomeriggio nuvoloso di primavera, avevano incrociato pochissime persone, ma all’improvviso un grosso cane, forse scappato al proprio padrone, cominciò a correre abbaiando come un pazzo nella loro direzione. Era un rottweiler, massiccio, dalla muscolatura possente e con enormi canini candidi che spiccavano tra la pelliccia nera. Giunse a pochi passi da loro, ringhiando inferocito, mentre Giulia stritolava la gamba del padre tremando terrorizzata.

“Tranquilla amore, non ci farà niente” le disse calmo Marco mentre le accarezzava la testa. Il cane infatti, si bloccò a pochi metri, continuando a ringhiare con il rumore di un motore dal minimo troppo alto. 

Stava già facendo ciò che sapeva fare Marco, stabilendo la connessione con il molosso. 

Giulia azzardava appena di sbirciare, scostando il viso appiccicato alla gamba del padre.

“Ti va se gli facciamo fare una corsetta?” chiese Marco.

E il cane all’improvviso distolse completamente la sua attenzione da loro, e cominciò a correre come un forsennato sul bagnasciuga. Con la lingua che penzolava, galoppava lasciando ampi cerchi di impronte con le pesanti zampe sulla sabbia bagnata, accompagnato dal rumore, che a Marco ricordò quello del galoppo di un cavallo, un piccolo cavallo, che correva al suo comando.

 

Stava quasi pensando di lasciare il suo lavoro da magazziniere. Ormai Marco andava all’ippodromo due volte al mese, faceva una scommessa soltanto, e si portava a casa quasi dieci volte il suo stipendio. Si era comprato una berlina tedesca, e portava Giulia a cena ogni settimana in un ristorante diverso, andavano al cinema, a teatro, e in tutti i più bei parchi giochi del paese. Stava assaporando l’ebbrezza del denaro, ma quella della ricchezza, è una corsa dall’equilibrio precario.

Era una delle domeniche in cui Giulia stava con la madre, e Marco, parcheggiata la sua berlina, aveva fatto ingresso nell’ambiente ormai familiare dell’ippodromo. Cominciava a piacergli quell’atmosfera, la frenesia, la concitazione, e soprattutto gli piaceva vincere e sentire di valere finalmente qualcosa. Studiò per un po’ il libretto delle corse, scommetteva sempre sullo sprint da milleduecento metri, era l’unica corsa che si correva sulla pista dritta, e senza curve, poteva tenere lo sguardo fisso sul suo animale, inoltre durava poco più di un minuto, e aveva meno possibilità di venire distratto. Alla fine scelse il suo cavallo: si chiamava Bengala ed era quotato venticinque a uno. In realtà non era così male, o almeno non lo sarebbe stato in qualsiasi altra corsa, ma se la doveva vedere con uno dei più forti in circolazione, un maschio di cinque anni: Texas Gold, quotato sei a quattro.

Dopo che aveva puntato i suoi cinquecentomila lire, pochi minuti prima della partenza, la quotazione di Bengala si era assestata sui venti a uno, che voleva dire si sarebbe portato a casa dieci milioni.

Marco si allontanò dal banco delle scommesse, per dirigersi verso la pista, notando appena l’uomo dietro di lui, ben piantato, capelli rasati, che tirò fuori una Chesterfield dal pacchetto e se l’accese, aspettò che Marco si fosse allontanato, poi si appoggiò al banco: “Su chi ha puntato oggi?” chiese alla ragazza addetta alle scommesse. La ragazza controllò la matrice della scommessa “Su Bengala” rispose “è dato venticinque a uno, ma vedrai che adesso lo abbassano, ci ha messo cinquecentomila lire, è l’unica scommessa su questo cavallo finora”.

“Se mi fosse permesso ce li metterei anch’io un paio di centoni adesso. Sicuro come la morte che arriva primo. Non so come diavolo fa, ma ogni volta va così, sono mesi che lo tengo d’occhio. Comunque hai capito cosa gli devi dire si? E facile, non avrà sospetti, semplicemente in cassa non hai abbastanza contante per pagare la vincita, ti scusi  e lo preghi gentilmente di recarsi nell’ufficio del direttore. Vedrai che non farà storie.

Grazie Catia, quando ho finito col signor fortunato ti porto il caffè, sempre macchiato vero?”.

“Lungo Sam grazie, è Laura che lo prende macchiato” lo corresse la ragazza.

“E lungo sia” concluse la guardia, allontanandosi per andare a controllare il suo uomo.

La corsa andò come aveva previsto Sam, con Bengala vincente a una lunghezza e mezza da Texas gold. Ci fu il solito brusio di insoddisfazione della folla scontenta, mentre Marco imperturbabile si allontanava dalla pista per andare a incassare la sua vincita.

“Mi dispiace signore, ma per questa vincita dovrà andare nell’ufficio del direttore, le sarà pagata lì. Sa com’è, cerchiamo di evitare di tenere troppi contanti in cassa. Guardi, l’ufficio si trova proprio dietro di lei, quella porta sulla destra, le basterà bussare e la faranno entrare.” Gli spiegò la gentile impiegata allo sportello. 

A Marco quella novità non piacque per niente, lo metteva in ansia. Mentre percorreva l’ampia sala, disseminata di mozziconi di sigarette, ricevute di scommesse e altre cartacce, si ripeteva che in fondo non aveva nulla da temere, che era posto, non aveva fatto nulla di male, non era possibile che qualcuno avesse intuito qualcosa sulla sua capacità. Insomma, aveva scommesso onestamente, e nessuno poteva dire il contrario.

Bussò alla porta con la scritta  - direzione -, aprì un tipo robusto, con la faccia da pugile e i capelli rasati.

“Prego si accomodi” gli disse, senza neanche lasciargli dire perché era lì.

Marco entrò, e un disagio crescente si impadronì di lui: intuì subito che qualcosa non andava.

“Si sieda, la prego” gli disse un signore grassoccio di mezza età, da dietro una scrivania da due soldi, di metallo grigio, che a Marco ricordò la cattedra di quando andava a scuola. La guardia che lo aveva fatto entrare restò in piedi, vicino alla porta: e la sua presenza dietro le spalle accentuava la sua inquietudine.

“Mi chiamo Franco Alibrandi, e sono il direttore di questo centro ippico. Ma chiamami semplicemente Franco, non ti dispiace se ci diamo del tu vero? Qual è il tuo nome?”

“Marco, quale sarebbe il problema scusa? io dovrei soltanto incassare una vincita, non capisco perchè stiamo facendo le presentazioni” rispose Marco, mentre continuava a sentirsi sempre più irrequieto, ma c’era qualcos’altro che si insinuava dentro di lui, che goccia a goccia si diluiva tra le sue emozioni, aumentando in concentrazione: era rabbia. Ora avvertiva chiaramente questo crescente senso di ingiustizia, frustrazione. Per una volta che qualcosa gli riusciva nella sua vita, per quale motivo adesso gli volevano mettere i bastoni tra le ruote?

“Bene Marco” riprese il direttore, ignorando la sua domanda “non so quanto tu ti intenda di corse di cavalli. Io lavoro qui da ventidue anni, e sono il direttore da undici: posso dire che me ne intendo un po’, tu che dici? Bene…” continuò senza aspettare una risposta “Abbiamo notato, attraverso le telecamere e la sorveglianza del nostro Sam, che da quando tu frequenti il nostro ippodromo, mi pare circa quattro mesi su per giù, ci sono delle strane… Diciamo anomalie, sui risultati degli sprint da milleduecento. Puntualmente quando ci sei tu, vince un outsider, un cavallo con quotazione alta capisci cosa intendo? E questa cosa normalmente accade abbastanza di rado, capisci anche questo? Ecco già questa coincidenza sarebbe abbastanza sospetta, in più il caso vuole, che ogni volta ti porti a casa un bel gruzzoletto, puntando proprio su questi cavalli” Finora il direttore aveva parlato sporgendosi in avanti, coi gomiti appoggiati alla scrivania, a questo punto raddrizzò la schiena,  si appoggiò allo schienale della sedia, facendo tendere i bottoni della camicia azzurra sulla pancia, e riprese: “Tu come le potresti spiegare queste singolari coincidenze?”.

Marco sentiva la sua ira montare sempre di più. Per quale motivo gli facevano tutte queste storie, in che modo potevano collegare lui ai risultati delle corse?

“Io non devo spiegare proprio niente” rispose in tono perentorio “pagate la mia vincita e fatemi andare”.

Il direttore sospirò scrollando la testa, con un falso sorriso bonario dipinto sul viso: “Eh no caro Marco, non funziona così. Se io ho dei sospetti, ho il dovere di indagare, devo trovare qual è l’anello debole nella catena e ripristinare l’ordine, mi capisci? Tanto per cominciare, tu non metterai più piede in questo ippodromo. Seconda cosa tu non esci di qui finchè non mi hai spiegato come fai tu, o chi per te, a far vincere quei cavalli. Ci siamo capiti?”.

“Voi non potete trattenermi qui! E poi ho scommesso secondo le regole, dovete pagarmi e basta!” sbottò Marco fuori di sé. Non poteva accettare che gli stessero facendo questo, che stessero demolendo l’unica cosa utile che gli riusciva di fare, come se fosse una squallida truffa.

A questo punto cominciò a farsi avanti la guardia che stava alle sue spalle, si muoveva lentamente, lasciando palleggiare sul palmo della mano un manganello di gomma dura.

“Vedi Marco” disse il direttore con finto dispiacere “il mio amico Sam sa essere molto persuasivo, molto più di me, lo ammetto. Decidi tu se preferisci dirlo a me, oppure a lui, a te la scelta” e appena ebbe finito di parlare, Sam fece cadere con forza il manganello sul piano della scrivania, con un frastuono che provocò a Marco un sussulto. Ma non voleva starci, non voleva cedere a quell’angheria. 

Il suo potere non aveva nessun effetto sul comportamento degli esseri umani, si era fatto l’idea che la mente dell’uomo fosse troppo complessa e stratificata per essere controllata facilmente. Ma c’erano anche nell’essere umano delle funzioni legate alla parte primordiale della mente, quelle che normalmente sfuggono al controllo della volontà. E così seppe cosa doveva fare, anche se non lo aveva mai fatto, come un piccolo uccello che non ha mai lasciato il nido sa che volerà se spiccherà il salto.

“Molto bene” disse con ritrovata calma: “Volete sapere come fanno quei cavalli a vincere, allora ve lo spiegherò: diciamo che ho la capacità di influenzarli ecco. Purtroppo non è una cosa che potrei riuscire a spiegarvi a parole, ve ne potrei dare soltanto una dimostrazione pratica”. Si fermò un istante, guardando in volto prima il direttore e poi la guardia. “Siete proprio sicuri che volete vederlo?” chiese.

“Oh non vediamo l’ora” esclamò Franco ancora appoggiato allo schienale, con le mani piantate sul piano della scrivania.

“Bene” fece Marco “Prima di tutto mi serve una motivazione valida. Supponiamo per esempio che tu non voglia pagare la mia scommessa, regolarmente vinta. Ecco questa cosa io la troverei piuttosto ingiusta, e mi fornirebbe una motivazione valida per…” Il direttore lo interruppe: “Se non la pianti di parlare a vanvera e non mi dici subito come stanno le cose te la do io una mot…” bloccò la frase a metà, con la bocca aperta. Cominciò a boccheggiare, due, tre, quattro volte, spalancando la bocca sempre di più in cerca d’aria. Non emetteva alcun suono, il volto disegnò l’espressione del panico, poi del terrore, mentre perdeva via via colorito.

Sam scattò prima verso Franco, cercando di scuoterlo, e gridò in direzione di Marco “Cosa gli stai facendo? Qualsiasi cosa sia, smetti subito o ti spacco la testa!” e gli sollevò il manganello contro. Ma Marco, con calma trasognante, sollevò soltanto una mano, come a fargli cenno di aspettare. Intanto Franco si era portato le mani alla gola, e aveva rovesciato la testa all’indietro tendendosi contro lo schienale, nello sforzo di cercare aria.

La mano di Marco restò sollevata ancora un istante, poi si abbassò lentamente, e Franco ricominciò di colpo a respirare affannosamente, come se si fosse appena fermato da una lunga corsa.

Mentre il direttore si riprendeva, Sam gli portava un bicchiere d’acqua “Tutto a posto?” gli chiese, “come ti senti?”.

Marco osservava la scena impassibile, e si era messo a tamburellare con le dita sul piano della scrivania. Quando finalmente incontrò lo sguardo di Franco che si sollevò su di lui, vide ciò che gli piacque più di qualsiasi altra cosa. Più dei soldi, della bella vita, della sicurezza… vide la sua paura, e ne fu inebriato come da una bevanda alcolica. Ora avvertiva chiaramente, e lo sapevano entrambi, che i ruoli si erano invertiti: percepì l’inversione dei poli opposti rappresentati da paura e potere.

“Mandalo via” disse in un sussurro ancora ansimante il direttore alla sua guardia “dagli i suoi soldi e mandalo via” ripetè, sempre senza avere più il coraggio di guardarlo.

Sam aprì titubante uno dei cassetti della scrivania, contò le banconote da una mezzetta, e poi le lanciò verso Marco, che senza nemmeno guardare il denaro appoggiò il mento sui palmi, coi gomiti sopra la scrivania, senza mai perdere d’occhio il direttore, che ormai sentiva nelle sue mani.

“Prima di andarmene” cominciò “vorrei che fosse chiaro a tutti come stanno le cose: cioè che io continuerò a tornare, ogni due settimane, solo una scommessa sui milleduecento, e  se vinco naturalmente, voi mi pagate, alla cassa, senza che debba più vedere le vostre brutte facce. Questa è la mia proposta, ovviamente se sta bene anche a te Franco, tu che dici?”.

Il direttore annuì soltanto, sempre tenendo lo sguardo abbassato, con il volto che cominciava a riprendere colorito.

Mentre ritornava alla sua auto, Marco si fermò un istante in mezzo al parcheggio: era una tiepida sera d’inizio autunno, il cielo era ancora turchese dopo che il sole era sceso, e le ultime rondini sfrecciavano sopra la sua testa. Per la prima volta nella sua vita pensò, si sentiva davvero bene; poteva avvertire il suo potere crescere. Le decisioni che lo riguardavano, d’ora in poi, le avrebbe prese lui.

Continua con seconda e ultima parte.

E li faceva volare testo di Andy_Phin
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