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“Poverino”. Lo dicevano sottovoce, ma li sentiva.
Lo vedevano seduto su una panchina, da solo. Non guardava il telefono, non indossava auricolari. Talvolta, al massimo, leggeva un libro quando non faceva troppo caldo o troppo freddo o non c’era troppo vento o troppi bambini rumorosi.
Lo vedevano camminare da solo. Per il parco, per la città. Senza fretta, da solo.
Non andava al bar se non per prendere il caffè, la mattina. Da solo. Parlava solo per dire buongiorno e arrivederci, e non doveva neanche ordinare: lo conoscevano, e quando il barista lo vedeva gli preparava il suo latte macchiato, il suo cornetto integrale all’albicocca e la sua acqua naturale.
Andava al cinema e allo stadio. Da solo. Andava anche ai concerti. Indovinate? Esatto, da solo.
“Solo come un cane”, aveva sentito qualcuno bisbigliare.
“Non ha nessuno”, dicevano.
Avevano ragione su tutto, tranne che su una cosa: non è che non avesse nessuno, lui non voleva nessuno.