GATTO SELVATICO

scritto da friede
Scritto 23 anni fa • Pubblicato 23 anni fa • Revisionato 23 anni fa
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Testo: GATTO SELVATICO
di friede



GATTO “SELVATICO”, LA STORIA DI UNA VITA
( Racconto semiserio o quasi per adulti bambini)

Voi tutti sapete che le stagioni non sono più quelle di una volta, insomma non c’è mai una primave-ra che sia una vera primavera, con il sole, i fiori che sbocciano al momento opportuno, il cielo az-zurro con solo qualche bava di nuvola biancastra, quasi un velo da sposa, non parliamo poi dell’estate quando è così bello passare le sere e le notti fuori casa, sotto il cielo blu cobalto, punteg-giato di stelle ammiccanti che sembra che t’invitino a fare il giramondo, a superare il confini, quelli reali, come le recinzioni e le siepi e quelli interiori che sono ancora più difficili da riconoscere e da abbattere…
Ma Gatto – permettetemi di chiamarlo d’ora in poi semplicemente col nome, Gatto appunto, la-sciando il cognome da parte – era così compreso e impegnato nel decifrare cosa fosse quella “vocina” che dai primi giorni di febbraio aveva cominciato a parlargli nell’orecchio, quello interno che stava nascosto in un angolino del suo cervello, e la sua preoccupazione di capire bene era tale e tanta che non aveva tempo per altro.
Pensa che ti pensa, scruta che ti scruta, più si sforzava meno capiva e quella vocina sempre lì, come un ronzio, ma ancora più insistente e fastidiosa.
Insomma, il povero Gatto non riusciva più a gustare nulla, né i primi raggi di sole che attraverso le tendine del salotto disegnavano gradevoli cerchi di tepore sul cuscino, né le corse per afferrare al volo il topo (finto) che la sua padroncina gli lanciava.
Dimenticavo, la padroncina non era una bambina paffuta e un po’ prepotente ma un’adolescente assai rotondetta, qualcuno direbbe grassottella, molto dolce e affettuosa. Giada amava Gatto e lui lo sapeva bene ma non ne approfittava mai: nel suo codice d’onore approfittare dei sentimenti altrui, fossero di umani o di felini, sarebbe stato un grave peccato.
Visto e considerato che le sue elucubrazioni non lo portavano a nulla e che stava perdendo il gusto alla vita, un mattino decise di “lasciarsi andare” abbandonandosi al richiamo di quella vocina insi-stente e imperiosa.
Oltre la porta a vetri del soggiorno il giardino si scioglieva dalla brina, gli steli dell’erba che circon-dava le aiuole erano inanellati di tante piccole gocce luminose che riflettevano i raggi del sole irra-diandoli nei colori dell’iride.
Gatto pensò che valeva la pena abbandonare il calore rassicurante della casa per andare incontro a quella giornata di primavera… non era primavera, ma così sembrò al nostro amico, per seguire tutte le tracce odorose che il mondo esterno gli avrebbe regalato.
Dimenticavo di dirvi che il nostro gatto era nato proprio un anno prima, verso la fine di marzo. Non aveva mai visto arrivare la primavera : era stato separato dalla gatta e dai fratelli appena a due me-si, quando una zia di Giada l’aveva destinato alla nipote. Era tanto piccolo, allora, che Giada lo te-neva nel taschino della camicia di jeans. Come succede a tutti i cuccioli che crescono senza mam-ma, anche a Gatto erano mancati gli insegnamenti “felini”, nonostante Giada fosse sempre stata molto affettuosa e sollecita con lui, non era certo in grado di sostituire la mamma naturale. Avere per vice mamma un’umana non è come crescere con i propri affini, credo che spesso Gatto si sen-tisse molto più simile alla giovane che ai felini del circondario e rimaneva così in bilico fra le due differenti nature che ormai segnavano il suo carattere.
Il giardino di casa lo conosceva a memoria già da tempo: ogni aiuola, ogni albero, tutti i pertugi erano stati accuratamente esplorati.
Gli bastava mettersi a favore di vento per sapere con esattezza se il luogo si presentava come al so-lito. Non appena un minuscolo baco, nato quella mattina, strisciava lungo gli steli delle rose, Gatto ne avvertiva la presenza e lo individuava.
Adesso però di lucertole e di rondini, i suoi obiettivi preferiti, non c’era nemmeno la più tenue trac-cia e se non fosse stato per un merlo che si era andato a nascondere sul ramo più alto del vecchio abete, il nostro amico si sarebbe sentito proprio solo.











GATTO SELVATICO testo di friede
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