Democrazia in declino?
Secondo un’autorevole studio, il 62% degli Stati della comunità mondiale risponde ai criteri che identificano le nazioni libere. In sostanza, più della metà del pianeta è costituito da Stati democratici, almeno sotto il profilo formale. Tutto sommato, non si tratta di un dato sensazionale: basta invertire il ragionamento per poter comodamente affermare che quasi il 40% delle nazioni sovrane attualmente non appartiene al novero delle democrazie. Insomma, sarebbero sufficienti un paio di golpe in quei paesi dove la libertà è ancora un fragile germoglio per pareggiare i conti: in ogni caso, restaurazioni a parte, non viviamo in un mondo completamente libero e la constatazione è, di per sé, sintomatica di una chiara difficoltà di allargamento dell’idea di democrazia. Insomma, anche la globalizzazione politica appare un miraggio: di fatto, le prospettive di un orientamento verso la democrazia di intere regioni del mondo è lontano anni luce dalle cronache. Il paese più popolato della terra è e rimane uno stato governato da un partito unico: la sua capitale, Pechino, avrà tutta l’importanza economica e commerciale che si vuole ma ciò non libera quello Stato da una dittatura strisciante e priva di aperture democratiche. E che dire di molte aree dell’Asia centrale, del Medio oriente, dell’Africa?
I più ottimisti potrebbero contentarsi del fatto che, comunque, la democrazia gode di una sostanziale maggioranza e che questa è destinata a crescere con lo sviluppo del benessere e con il superamento della soglia di maturità politica da parte delle regioni ancora refrattarie al sistema. D’altra parte, si dice che l’approdo ad un’autentica forma democratica richiede tempo. La storia dell’Europa è, con ogni probabilità, la prova più chiara di quanto lungo sia stato il parto della democrazia.
Allora è questione di tempo? Non credo. La democrazia non è ascrivibile al catalogo degli eventi dominati dal determinismo. Essa è un’eventualità, un’alternativa a tutte le altre forme di stato. Gli uomini non nascono per essere necessariamente liberi: essi divengono liberi quando accettano di sciogliersi dalle catene della paura e dell’ignoranza, quando si battono contro l’intolleranza e il privilegio, quando rinunciano altruisticamente all’egoismo sfrenato e consentono di condividere diritti e doveri con i loro simili. La democrazia è un atto di volontà: è intendere la libertà non più come un semplice traguardo da conquistare ma come un bene da distribuire, secondo regole uguali per tutti. E tornando alla storia dell’Europa, quel parto democratico non fu soltanto lungo, bensì difficile e sofferto: i più grandi stati del continente dovettero subire il giogo della dittatura e il peso della lotta violenta e sanguinosa prima di poter risorgere quali paesi orgogliosamente liberi e democratici.
In poche parole, la democrazia non si conquista, ma si costruisce: essa non rappresenta un traguardo, ma un punto di partenza. Per questo, le rivoluzioni non sono una fase prodromica alla democrazia: le rivoluzioni, quando riescono, consentono l’abbattimento di un sistema che, nella maggior parte dei casi, è giudicato oppressivo da una determinata classe sociale, la quale intende sostituirsi al potere precedente. Così fu in Francia nel 1789, così in Russia nel 1917. Il fatto che simili eventi ricevano le patenti della liberazione e della libertà non deve confondere l’osservatore attento: la libertà è un presupposto della democrazia ma, a ben vedere, da sola non basta. Ben si attesta l’idea di libertà allo Stato liberale classico: tuttavia, sul fatto che quest’ultimo fosse uno stato democratico vi sono dubbi più che legittimi. La divisione dei poteri o il principio di legalità dell’amministrazione non sono, da soli, testimonianza di democraticità. Scrive Mario Bertolissi, a proposito dell’Italia liberale vigente lo Statuto albertino (1848): “Lo Stato liberale, quando parlava di libertà, ne parlava in senso puramente formale. Parlava di libertà solo per quelli che potevano averla. Parlare di parlamento come espressione di libertà era più che altro una parola perché, secondo lo Statuto albertino, i senatori erano di nomina regia e deputati potevano essere solo coloro che avevano la possibilità di vivere a proprie spese a Roma durante le sessioni parlamentari e il suffragio era concesso solo a coloro che godevano di un certo censo” (Lezioni di diritto pubblico generale, pag. 408).
Non è questa la sede per trattare dei principi che informano uno stato autenticamente democratico, né per impreziosire il concetto di democrazia attraverso le mirabili definizioni di storici, giuristi e filosofi famosi. Mi chiedo, piuttosto, se all’allargamento della democrazia di cui al dato descritto in apertura corrisponda o meno un rafforzamento dell’idea democratica. La domanda, stimolata da un recente pregiato articolo apparso sul Sole-24 Ore e firmato da un eccellente Piero Ignazi, sorge spontanea non appena si ponga mente, da un lato, a quanto sta accadendo in quei paesi tradizionalmente definiti democratici, cui appartiene anche l’Italia e, dall’altro, a recenti eventi internazionali che hanno riproposto tematiche scottanti quali lo sviluppo sostenibile, le relazioni tra stati, la lotta al terrorismo, la crisi economica.
Sotto il primo dei due profili indicati, vanno inseriti fenomeni caratterizzanti il presente e il passato recente delle democrazie occidentali: credo si tratti di fenomeni che testimoniano una certa incapacità di gestione della democrazia da parte di coloro che, nel nome di libere elezioni, sono chiamati a reggere le sorti dei paesi che governano. Mi vengono in mente gli svilimenti di alcuni alti valori democratici intervenuti qui e là: l’annientamento di una intera classe politica da parte dei magistrati italiani agli inizi degli anni ’90 in nome di una legalità dai contorni ancora misteriosi, la compravendita dei deputati durante la precedente legislatura, i ripetuti tradimenti alla volontà popolare manifestatasi attraverso la sostanziale abrogazione di alcuni referendum, le ripetute violazioni alla riservatezza, l’uso indiscriminato della carcerazione preventiva, il campo di prigionia di Guantanamo dove si consuma un quotidiano attentato ai diritti inviolabili dell’uomo, compreso il diritto di difesa, la messa al bando, in Spagna, di un partito rappresentato nelle istituzioni, lo stesso conflitto di interessi che, lungi dal dover rappresentare un gratuito pretesto per aggredire politicamente un avversario, corrisponde ad un fenomeno rispetto al quale v’è il naturale bisogno di intervenire onde evitare che, quando si è chiamati a decidere le sorti di un’entità distinta dalla propria persona, si decida in considerazione del proprio profitto. D’altra parte, spaventa una recente dichiarazione del nostro Presidente del Consiglio dei Ministri, secondo il quale la sinistra non è ancora democratica: che si tratti di una battuta dal chiaro sapore politico o di una convinzione personale non importa, perché si tratta, in ogni caso, di una considerazione pesante, per autorevolezza della fonte e per contenuto. Viene da chiedersi se antidemocratico sia il comportamento di alcuni esponenti dell’opposizione o se l’attributo riguardi l’opposizione in sé. Di fatto, coglie alla sprovvista la leggerezza con la quale, da parte di molti, si concede e si toglie la patente di democrazia.
Sotto il profilo delle vicende internazionali, penso alle “cifre” emerse durante il vertice di Johannesburg: un dato emerge su tutti gli altri, ossia l’aumento della povertà nel mondo, cui sembra corrispondere il triste fenomeno della concentrazione del potere nelle mani di pochi e la conseguente dipendenza politica ed economica di ampie fette del pianeta. Se la democrazia si regge sulla libertà, questo vale anche dal punto di vista economico: quando le risorse non sono frazionate e disponibili, è difficile costruire una vera democrazia. Certo, non mi considero esponente del partito degli assistenzialisti, né credo che la responsabilità per le sorti del mondo ricada tutta sui cosiddetti paesi ricchi: eppure, trovo quanto meno discutibile che si sia giunti al vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile senza una piattaforma comune e che vi sia stata la diserzione del paese che, oltre ad aver già stracciato il protocollo di Kioto, è uno dei responsabili dello stato di salute della terra. D’altra parte, mi preoccupano, da un lato, l’atteggiamento guerrafondaio degli Stati Uniti e, dall’altro, il sempre più diffuso sentimento antiamericano che si registra all’interno della comunità internazionale: atteggiamento sbagliato, ingiustificato e deleterio perché, con ogni probabilità, è la causa di quella tendenza all’isolazionismo che sembra ispirare la politica internazionale della Casa Bianca: un esempio su tutti è il caso della Corte penale internazionale dell’Aja, sulla quale si è finora registrata la netta opposizione dell’amministrazione Bush. Di certo, a nessuno gioverebbe l’isolamento degli Stati Uniti: non all’Unione europea, per la quale ha gli States sono un partner ideale e un garante, ancorché impiccione, dei delicati equilibri tra tensioni e distensioni internazionali che l’Unione non è ancora in grado di gestire in modo autonomo; non alla comunità internazionale, giacché gli Stati Uniti guidano, idealmente e materialmente, quella lotta al terrorismo che minaccia le basi della democrazia e che ha segnato indelebilmente la storia del nuovo millennio con l’attentato alle Twin Towers.
In conclusione, credo che si stia correndo il velato rischio di torsioni più o meno sensibili all’idea di democrazia: in un momento di transito verso prospettive economiche e politiche con le quali, prima o poi, si dovranno fare i conti, è indispensabile dare segnali forti dello stato di salute degli ideali democratici, investendo risorse a favore della trasparenza dei governi e a vantaggio di oneste relazioni internazionali. Non si deve correre il rischio che la paura del futuro sovverta i valori indefettibili ed indeclinabili di libertà, di eguaglianza, di tutela e di pace. Bene ha fatto Tremonti a sollevare la questione del pericolo di un super Stato europeo: non perché quel pericolo davvero sussista quanto perché ha provocato l’esigenza di parlarne e di sottrarre, così, decisioni importanti all’oscuro giudizio di un ristretto gruppo politico.
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