Aveva le mani grandi e ruvide il vecchio. Si fermò un attimo a prendere fiato sulla panca di legno, vecchia quanto lui, che stazionava pencolante accanto alla porta di casa. Aveva ancora nelle orecchie il ronzio della motosega appena spenta, con la quale aveva liberato parzialmente la porta d’ingresso da un albero caduto la notte prima durante un temporale.
Tirò fuori dalla tasca della camicia un fazzoletto a quadri, tutti i vecchi ce l’hanno, e si asciugò la fronte dalle perle di sudore che la tempestavano. Era cosparso di trucioli da testa a piedi. Il ragazzino che aveva assistito a tutta la scena, si avvicinò timido. “Signore, posso farlo anche io?” chiese indicando con un dito paffuto la motosega. Il vecchio lo guardò sottecchi. Avrebbe voluto, da una parte, dirgli di sì, che poteva tagliare quel fottutissimo albero al suo posto, ma ci pensò un attimo e disse:
“No piccolo, lo farai da grande”
“Ma io sono grande!” rispose quello mettendosi una mano sopra la testa, a mostrare quanto fosse alto.
Il vecchio lo guardò e sorrise. Le grinze gli si accumularono agli angoli degli occhi. “Volevo dire, quando sarai più maturo” si corresse.
“Che vuol dire maturo? Come la frutta?”
Il vecchio, rassegnandosi al fatto che la mattinata non sarebbe andata come sperato, si alzò.
“Siediti” gli disse indicando la panchina malconcia. Il sorriso gli scopriva i denti sconnessi. La barba bianca e mal rasata si ergeva sul suo volto come gli aculei di un porcospino. Il ragazzino perplesso si mise a sedere facendo traballare il legno. Il vecchio entrò in casa e ne uscì dopo pochi minuti con in mano un piatto con delle fette di formaggio, del miele e dei fichi maturi. Si sedette accanto al ragazzo.
“Tieni, mangia” lo fece per due motivi, per tenere la bocca del ragazzetto impegnata mentre gli avrebbe parlato, e perché gli sembrava che il ragazzino avesse appetito o bisogno di mangiare. Questi infatti mangiò goloso il pecorino cosparso di miele bruno, di castagno, denso e leggermente amaro. “Vuoi sapere cosa vuol dire essere maturo, eh?” il giovinetto fece sì col capo avendo la bocca piena ma continuando a muoverla.
“Sei maturo quando sai distinguere la realtà dai sogni, quando la rabbia non è più come un torrente che scorre fragoroso fra le rocce, ma diventa un fiume, largo, lento e potente”
Il ragazzino aveva smesso di masticare e lo guardava incuriosito.
“Sei maturo quando vengono prima i doveri dei piaceri, quando la libertà di dire quello che vuoi non viene scambiata per sfacciataggine o strafottenza” La bocca del bambino si aprì leggermente, ed un pezzo di formaggio gli cadde sulle ginocchia.
“Sei maturo quando non confondi il bene col piacere, quando hai abbastanza umiltà da accettare le critiche e ne hai altrettanta per farle”
Anche le dita del piccolo si aprirono, ed il tocchetto di cibo cadde sul piatto. Il vecchi se ne accorse.
“Vedi questo fico?” gli disse prendendo un frutto violaceo in mano “Quando è giovane, come te, è duro, acerbo, ostinato, aspro. Se lo mangi non fa altro che allapparti la bocca. Poi, col sole, col tempo e con la pioggia, il fico matura, s’ingrossa, comincia ad ammorbidirsi, ad avere un po’ di sapore, ma non abbastanza. Poi matura. Ed è questo… vedi, il tempo lo ha fatto diventare scuro e gonfio di polpa dolcissima”
Lo aprì con due mani, il fico si spaccò sotto la pressione rivelando la sua anima granato scura, luccicante prelibatezza. Il vecchio lo guardò ammirato, il bambino guardava il vecchio con lo stesso sguardo.
“E’ maturo adesso, è pronto a regalarti la sua dolcezza, poi, passato la maturità, inizia la vecchiaia, il decadimento…” al vecchio brillarono gli occhi più del dovuto, ma il ragazzino non se ne accorse.
“Poi, marcisce e diventa così…” indicò i fichi caduti e putrescenti ai piedi di un albero poco lontano.
“Goditi la maturità quando arriverà piccolo, ma non l’affrettare…” e così dicendo addentò il fico polposo e, sonoramente, lo succhiò e lo inghiottì: cadde un silenzio irreale, intorno a loro solo il ronzio di tardive api e qualche rondine ritardataria che ancora garriva volteggiando.
Il bimbo guardò il vecchio che biascicava il fico, gli occhi persi all’orizzonte, alla ricerca di ricordi che solo lui vedeva.
“Io non voglio diventare maturo” disse imbronciato il piccolo con ancora negli occhi la faccia del vecchio che addentava il fico. Si alzò, e si allontanò a testa china. Solo allora l’uomo, che sembrava non essere cosciente di quello che gli accadeva intorno, lo guardò allontanarsi e mormorò con un filo di voce “Neanche io volevo crescere, ci sono stato costretto… la maturità non dipende dagli anni che si hanno, ma da come si vivono…” poi si alzò, riprese la motosega e continuò il suo lavoro, come se nulla fosse accaduto.
Il vecchio ed il bambino testo di redheadlove