Brest - Bielorussia
Campionati mondiali di Canottaggio under 23 del 22 /25 luglio 2010
La Nazionale italiana di Canottaggio ha conquistato 4 medaglie: 3 d’oro e 1 d’argento.
La notizia è giunta in silenzio, quasi a non voler disturbare, io l’ho appresa perché in qualche modo ha coinvolto un po’ la mia famiglia, dato che mia figlia è imparentata con la famiglia di Mario Paonessa, uno dei quattro atleti medaglia d’oro nel “quattro senza”.
Dietro la conquista di queste medaglie c’è, però, tanto duro lavoro: allenamenti quotidiani già dalle prime ore della giornata, spesso al buio, sia essa feriale o festiva, estiva o invernale; spesso cominciano, ancora poco più che bambini, per gioco o spinti da recondite reminiscenze giovanili dei padri, che per un motivo o per l’altro, non hanno potuto continuare in questo sport dopo i primi inizi appassionanti; premature rinunce di cose, anche banali, che possono danneggiare il fisico, come la pizza con gli amici a tarda sera o le semplici patatine e bibite gasate che tanto piacciono ai ragazzi, e cosi via. Si fa fatica a crederci, ma è così; questi ragazzi vengono su, dopo anni e anni di sacrifici durissimi, allenandosi per strada e in palestre prive di ogni tipo di comfort, in mare, non sempre in condizioni ottimali, in strutture spesso al limite della vivibilità. Per tutta la giornata non fanno altro che allenarsi, l’unico momento di pausa che possono concedersi è rappresentato dalla scuola e dallo studio. E sarà forse proprio per questo loro modo di dedicarsi allo studio, un vero e proprio svago, che la maggior parte di essi riesce a raccogliere i suoi primi successi proprio lì, a scuola. Poi diventano pezzi di ragazzoni, dal fisico possente, grazie proprio ai tanti sacrifici, e cominciano a gareggiare per questo o per quel titolo: Campionato italiano, europeo, mondiale e Olimpiadi, con sacrifici e impegno centuplicati rispetto al solito. La vittoria in queste competizioni andrà, naturalmente, solo ad alcuni di essi, che esulteranno per la medaglia conquistata con esplosioni di gioia miste a pianti di commozione, ma la grande ammirazione deve essere equamente divisa fra tutti i partecipanti alle suddette competizioni perché sono, prima di tutto, campioni nella vita e poi nello sport; se non si ha dentro la lealtà, l’umiltà, la voglia di farcela con le proprie forze, non si raggiungono determinati traguardi, ecco perché vediamo nei loro occhi espressioni di gioia, di pianto di commozione che fanno scaricare la tensione accumulata. O forse succede anche quando non si ha dentro la stessa lealtà, la stessa umiltà, la stessa voglia di farcela con le proprie forze? Si succede, anche a quegli atleti di altre discipline sportive più importanti, quelle che contano di più, quelle intorno alle quali orbitano interessi economici stratosferici, e poco importa se non si hanno dentro quelle nobili peculiarità sportive proprie, si può sempre somministrarle o farle assumere e il risultato è garantito. Ma negli occhi di questi atleti non vedremo mai le stesse espressioni di gioia o di pianto (né di commozione né di dolore). Grazie ragazzi, non cambiate mai, siate sempre un esempio per noi tutti!
Giuseppe Laino
Il fine giustifica i mezzi? testo di Peppe51