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Scompare la cornice.
Un istante
e il mondo conosciuto
rimane dall’altra parte.
Non guardo più il mare.
Sono il mare.
Risucchiata nel blu profondo,
dove il silenzio pesa
più delle onde.
Apro gli occhi.
La barca.
Piccola scheggia di legno
sospesa tra cielo e voragine.
Le mani stringono i remi.
Il corpo ricorda la paura.
L’onda si alza.
Non viene verso di me.
Nasce dentro.
È il battito che accelera,
il pensiero che divora spazio,
la rabbia che cerca una voce.
Per un istante
l’abisso mi chiama per nome.
Vorrebbe trascinarmi.
Ma io resto.
Non perché il mare si calma.
Non perché sono più forte dell’onda.
Resto perché ho imparato
a respirare anche qui.
Nel punto esatto
dove credevo di perdermi.
Tra il cielo e il fondo,
tra la paura e il coraggio,
esiste ancora un luogo:
piccolo,
fragile,
mio.
L’abisso non mi inghiotte.
Diventa abitabile.
E io resto.