Vieni, che ti racconto di me

scritto da Arcobaleno blu
Scritto 16 anni fa • Pubblicato 16 anni fa • Revisionato 16 anni fa
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Autore del testo Arcobaleno blu

Testo: Vieni, che ti racconto di me
di Arcobaleno blu

Sono nata per sbaglio nel primo giorno di primavera di circa trent’anni fa, una giornata che penso assomigliasse un po’ a questa.
Quel dì c’era l’aria appena intiepidita da un debole sole, che ancora a fatica il mattino s’innalza al cielo, e la sera frettolosamente va ad addormentarsi dietro le colline.
I fiori pennellano di diversi colori i riflessi dell’erba, immersa nella rugiada lasciata dalla notte passata, e nel contorno gli alberi si pronunciano con piccole gemme tintate di smeraldo, sbucate all’alba tra i rami. Altre piante ancora riposano per qualche giorno e attendono le rondini prima di donare le loro svariate tonalità al cielo sconfinato.
Le primavere delle passate stagioni non credo fossero poi tanto diverse da quelle di questo nuovo secolo.
Questi trent’anni possono sembrare pochi, viceversa diventano tanti e pesanti se le emozioni che li accompagnano sono intense. In questo caso sono lievi e fievoli, come i pensieri che affronto ad un terzo del mio cammino.
Possono contenere poche vicissitudini di vita, che però si moltiplicano sino a diventare sempre molteplici e diverse.
Chissà perché si è sempre usato raccontare delle proprie vicende intorno o dopo i quarant’anni, alla mia età sono forse più fresche e più vicine ai pensieri dell’adolescenza, più innocenti, anche se di certo non meno vere.
Sono probabilmente più speranzosa nel futuro e ho capito che non sono una sognatrice, in realtà, ma una donna (a volte) o una ragazza (spesso), che cerca di vivere la quotidianità nel modo più intenso possibile, in maniera assoluta, perché l’unica mia certezza, ora, è che la vita scorre in fretta, gli anni passano velocemente ed io, qui, sono solo di passaggio, addirittura temporaneo.
Quindi ho deciso di non aver più paura del vivere, con audacia cercherò di combattere la noia e ogni giorno continuerò a lottare per raggiungere i miei ideali. Oppure tenterò semplicemente di mantenere la normalità nelle abitudini, le buone cose possono trasformarsi in rituali, che domani potrò solo felicemente o tristemente ricordare.

La Pineta
Sono nata e cresciuta tra questi boschi circondati da prati verdi pieni di fiori. Per anni ho guardato i cerbiatti scappare velocemente in mezzo alla macchia appena giungevano alla mia vista. Ho seguito il fischio degli scoiattoli per cercare di scovarne uno in mezzo ai pini.
Ho litigato coi cacciatori che volevano catturare i fagiani. Ho camminato tra primule e bucanevi in primavera, gigli in estate e foglie secche che cadevano avanti a me in autunno.
L’inverno l’ho sempre trovato ricoperto di ghiaccio con rimasugli di neve, sparsi qua e la. Tante volte ho guardato dalla finestra per scorgere la neve poggiarsi docile sulla strada qua davanti, sperando in un altro 1985, che da vent’anni non arriva più.
Con malinconia scrivo queste parole, perché sento che lentamente sto perdendo la purezza di quegli anni passati a studiare la natura. Ho trascorso anni ad arrampicarmi nella pineta dietro casa mia, ogni pino aveva il suo nome, il più maestoso era la “Regina”.
Sopra, io e i miei fratelli, vi avevamo costruito dei ripari, fatti con ombrelli vecchi rubati a mia mamma, rami secchi e ogni tipo di cianfrusaglia. Da lì sorprendevamo la forestale tirandogli pigne quando passava col fuoristrada, e immancabilmente al ritorno la sera mia madre sapeva già tutto: - guarda che abbiamo visto i tuoi figli arrampicati sulla pianta!- Ormai si davano del tu, talmente erano abituati ad incontrarsi per riferirsi le nostre marachelle.
Un giorno, di comune accordo, hanno cercato di fugare le nostre arrampicate tagliando i rami inferiori della “regina”, ma noi, tre fratelli ci facevamo da scaletta ed uno per uno saltavamo su, l’ultimo tirato su per le braccia.
Inutile dire che si sono rassegnati prima quelli della forestale, noi eravamo bambini, inarrendevoli ai nostri ideali, se decidevamo di salire sulla pianta, nessuno ci poteva vietare di farlo.
Nel bosco dietro casa c’era anche un’altra pineta, quella proibita, dove probabilmente qualcuno andava li per fare le “porcate”, mi pare ci fossero dei giornali un po’ osé abbandonati sotto i pini, i maschi se li guardavano mentre io, mantenevo la mia aria distante e schifata.
Con la bicicletta un giorno ho provato a scoprire un'altra pineta, ma non ho mai pedalato così forte per lasciarmela alle spalle. Quella biscia nera che si alzò e mi soffiò con la lingua biforcuta al di fuori ce l’ho ancora impressa nella mente. Papà mi disse che quella era una mirauda, un po’ più velenosa delle solite bisce ma la definì innocua e si sorprese del fatto che mi rincorse, perché secondo lui sono bisce caute.
... continua ...
Vieni, che ti racconto di me testo di Arcobaleno blu
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