Mentre finiva di preparare le valigie, tirando un sospiro di sollievo, Paolo non pensava che quel viaggio, una rimpatriata con due vecchi compagni di scuola con destinazione i castelli della Loira, avrebbe rappresentato un ritorno ad un passato non soltanto scolastico: quel viaggio avrebbe rappresentato, da un lato, il ritorno di antiche emozioni ed antiche sensazioni, che l'avevano trascinato, con gli anni, in una sorta di atarassia e, da un altro, una nuova partenza verso la meravigliosa complessità della vita.
Così, mentre vagava distrattamente, una volta sistemati i bagagli nell'ingresso, tra i canali della televisione, quasi non si accorse che il suo campanello stava suonando ormai da qualche secondo. Svegliandosi da una sorta di torpore, andò a rispondere: dall'altra parte una voce conosciuta, della quale, con gli anni, aveva dimenticato il timbro, gli intimava di scendere, perché il viaggio doveva cominciare ed erano già in ritardo.
Impiegò soltanto un istante a ricollegare a quella voce i lineamenti di Luca che, una volta lasciato il liceo, si era iscritto a medicina e, una volta laureato, aveva intrapreso la carriera di medico. Mentre scendeva le scale, associò il ricordo del suo viso, sempre sorridente, alle prime sbronze scolastiche ed ai primi innamoramenti, puntualmente conclusisi in tristi fallimenti.
Dell'altro amico, Marco, aveva ricordi più sfumati: sapeva che faceva l'avvocato presso un importante studio legale e che, della baraonda degli anni del liceo, forse conservava soltanto una vaga memoria. Prima di uscire dal portone del palazzo, vide la sua immagine riflessa sul vetro dell'ascensore; subito dietro di lui, si materializzò, nella sua immaginazione, sé stesso di dodici anni fa: i suoi lineamenti attuali erano soltanto un po' più duri, più adulti e segnati dalle esperienze di un passato ancora prossimo. Per il resto, nulla era cambiato nel suo viso.
Prima di uscire, però, ebbe la sensazione che un'altra ombra, più sfumata, facesse capolino alle sue spalle.
Avviandosi verso l'auto, un fuoristrada, che lo attendeva dall'altra parte della strada, ricordò che quel viaggio non sarebbe potuto cominciare senza un'adeguata colonna sonora, alla quale aveva pensato la sera prima: fece un rapido dietro front, invitando gli amici a seguirlo su. Gli altri lo seguirono quasi di controvoglia, mentre lui aveva già rifatto le scale al contrario ed era nuovamente rientrato in casa. Mentre cercava nella libreria, estraendo poco dopo un cd dalla copertina scura, non pensava che le canzoni in questo contenute sarebbero state, in quell'occasione, dense di significati che lo avrebbero riportato a provare emozioni che l'istinto di auto conservazione aveva sopito da tempo.
Il campanello squillò e corse ad aprire.
"Ciao, entrate un attimo" disse agli amici; poi, mentre stava per richiudere la porta, fu fermato da Luca:
"Aspetta, stavi lasciando fuori Rita."
Paolo guardò meglio e, nella penombra delle scale, vide una ragazza di circa venticinque anni, vestita di un paio di pantaloncini ed una canottiera blu,che lo guardava aspettando da lui il permesso di entrare.
"Scusami, non ti avevo visto. Entra." Disse, cercando di nascondere, oltre che un vago senso di fastidio per quella intrusione, anche un latente senso di turbamento.
"Grazie. Mi chiamo Rita."
"Paolo."
"Scusami, potresti dirmi dov'è il bagno?"
Paolo glie lo indicò e, mentre la guardava allontanarsi lungo il corridoio, ebbe la netta sensazione di veder camminare una persona a lui familiare. Poi si rivolse agli altri senza troppe cerimonie.
"Adesso vorrete spiegarmi..."
"E' un'amica di mia sorella" fece Marco, tenendo gli occhi bassi, "Valeria mi ha pregato di portarla con noi perché, con i problemi che ha, non può rimanere da sola."
"Perfetto, ecco che ci tocca fare da assistenti sociali ad una perfetta sconosciuta. Ma poi, quale sarebbe questo problema che le impedisce di stare da sola?"
Marco abbassò gli occhi per un istante, poi incrociò nuovamente gli occhi dell'amico. "Droga." rispose a bassa voce.
La vaga sensazione di deja vu provata poco prima nel corridoio si amplificò in lui e gli provocò un'ondata di rabbia, mista ad un latente istinto protettivo.
"Droga? grazie tante! forse non hai saputo cosa mi è successo giusto tre anni fa..."
"Certo che ho saputo, e ti chiedo scusa. Ma adesso fai piano, potrebbe sentirci."
"Va bene, ma è l'ultima volta che mi faccio coinvolgere in una storia del genere, chiaro?"
"Chiaro." disse Marco, abituato alle sparate dell'amico.
Circa un'ora dopo il fuoristrada, con i quattro amici, era in viaggio, e Marco stava concludendo la sua classica solfa sulle regole da osservare in auto: in pratica, per lui, era vietata qualsiasi cosa. Paolo, con una rapida intuizione, si ricordò del cd che aveva portato e, senza perdere tempo, lo inserì nel lettore. Si accorse quasi subito che, mentre il suono distorto della chitarra che segnava l'inizio di "A denti stretti" invadeva l'abitacolo, Rita lo guardava con un sorriso misto tra il sorpreso ed il compiaciuto.
La seconda canzone, "Sotto il vulcano" segnò per tutti il momento del ricordo, dell'amarcord.
"Vienna, capodanno del '93, vi ricordate? Eravamo noi" fece Luca. "Non solo noi..." pensò Paolo, estraniandosi dal resto del mondo: per lui quelle note volevano dire una cascata di cappelli biondi, un paio di occhi grigi e penetranti, ed una ragazza che trascinava con sé un pesante zaino da campeggio. Aveva, prima della vacanze natalizie, superato un esame all'università, e durante quella sessione aveva conosciuto Ilaria, con la quale si era sentito immediatamente legato da un'irresistibile affinità. Si era aggregata anche lei, a quella vacanza, ed aveva costituito per Paolo il principale centro di gravità; forse, era proprio per questo che, agli occhi di Luca e Marco, era passata quasi inosservata.
Il deja vu che provò in quel momento penetrò in lui con la violenza di una lama gelata e non si accorse quasi di fissare Rita che, nel mentre, guardava il paesaggio fuori dal finestrino, canticchiando assorta ogni singola strofa.
La sosta in autogrill, dopo pochi chilometri dalla partenza, era un classico di Luca che, in ogni circostanza, dimostrava l'incontinenza di un novantenne. Per gli altri, era sempre stata semplicemente l'occasione per sgranchire le gambe, fumare una sigaretta e vagare distrattamente tra gli scaffali dei libri, prendendo in giro la banalità dei titoli e degli autori esposti. Soltanto in occasione del famoso capodanno, Paolo era stato attratto dalla copertina di un volume. Aveva allungato la mano verso lo scaffale proprio mentre Ilaria stava prendendo lo stesso libro: si erano guardati per un'istante ed erano scoppiati a ridere.
Mentre ricordava l'episodio, Paolo fu avvicinato da Rita, che lo guardava con un'espressione divertita ma, al tempo stesso, indecifrabile.
"Ho visto che mi stavi guardando, in auto."
"Sì. Non riuscivo a capire se la musica ti piacesse o meno."
"Mi piaceva. Solo che, quando la ascolto, divento asociale."
Dopo questa breve conversazione, Rita si allontanò verso l'uscita, canticchiando impercettibilmente.
"Lei non sa di essere portata via da un vento che ama..."
Paolo non immaginò che, in quel preciso istante, che il prosieguo del viaggio avrebbe per lui rappresentato l'inizio di una nuova epopea; si limitò a confrontarsi, per l'ennesima volta, con il suo passato, con un sentimento che aveva sopito e che stava nuovamente esplodendo dentro di sé, materializzato dal suono dell'auto che si rimetteva in moto.
Qualche istante dopo, erano di nuovo in viaggio, e la musica aveva ricominciato a suonare. Fu il momento dei bilanci, del racconto di ciò che avevano fatto negli anni in cui si erano persi di vista. Ad un certo punto Luca chiese:
"Paolo, ti sei poi sposato?"
"Per favore" ribatté Paolo bruscamente, "Vorrei ascoltare la canzone."
Rita lo guardò con gratitudine, rivolgendogli un sorriso.
"Ho sete, ho sete di te che non sei qui...": Ilaria ascoltava sempre questa canzone, era solita cantarla tenendo gli occhi socchiusi. Ed era la canzone che l'aveva accompagnata anche negli ultimi momenti, che per Paolo avevano l'aspetto di una sala d'aspetto di un pronto soccorso, illuminata da una fredda luce elettrica, e della voce di un medico che camminava lentamente verso di lui, allargava le braccia e gli diceva: abbiamo fatto tutto il possibile...
Un tocco leggero gli sfiorò il braccio, provocandogli una netta sensazione di sollievo: guardandolo con un sorriso impercettibile, Rita gli disse:
"Potresti provare a tornare tra noi."
Paolo provò un'infinita gratitudine per una dimostrazione d'affetto gole gli mancava da anni. Mentre la musica continuava, e Marco stava sacramentando per il traffico, disse:
"Scusami."
"Non preoccuparti, capita anche a me." disse Rita.
"Cosa?"
"Pensare ad altro."
"Tre, esploderai, quattro, cinque, sei, con l'energia del vento..." Paolo si accorse di provare, nuovamente, un'emozione già provata. Stavolta, però, era diverso: non si trattava più di una dolorosa lama gelata, ma di un brivido che lo percorreva lungo tutta la colonna vertebrale. Si voltò di nuovo verso Rita, ne osservò il sorriso e lo sguardo, riuscì a percepirne i significati più profondi e sottesi. La solita mano gli strinse il braccio, con una presa leggera che lo fece tornare indietro di sei anni. Rivide Ilaria, bellissima, che usciva dall'acqua e camminava verso di lui, con lo stesso sorriso di Rita e la luce del tramonto che faceva da cornice.
"Gira nel mio cerchio." sussurrò Rita, scrutandolo timidamente nel profondo dell'anima.
Il tramonto di prima lasciò il posto alla notte, e la notte al buio più profondo. Tornò per Paolo la paura, paura di provare nuovamente il dolore già provato, insieme però ad un dubbio, dato dalla voglia matta di tuffarsi un'altra volta, dopo anni di asocialità, nel mare di una bellissima complessità.
Strinse la mano di Rita e, mentre gli altri proseguivano il loro viaggio, tornò a guardare la strada, perdendosi in sé stesso.
L'energia del viaggio testo di Mike Golf