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EVELINA
«Ti dico che l’albero lo hanno spostato! Non è più dal gazebo, lo hanno portato in un altro posto. Gli inservienti si sono stancati del Signor Rollero, della stanza 15, che fa i suoi bisogni lî»
«Mamma, ascolta, non credo proprio che il Signor Rollero si metta a orinare nel parco dell’istituto, e poi, lo vedi l’albero? La grossa quercia è qui, la vedi?»
«Ah davvero? Allora sarà contento il Signor Rollero, così avrà due gabinetti!»
La sua risatina allegra fece voltare due signore sedute poco più avanti.
«Sono le sorelle Moraldi, due stronzette».
«Mamma! E falla finita!»
«Eh! Lo so, ma lo sono. Tolgono il pane sul tavolo e se lo portano in camera. Se non stai attenta, ti possono portare via anche la borsetta, sai?».
«Non hai la borsetta, qui, mamma».
« E’ per dire..Uffa! E tu non hai fantasia! Non l’hai mai avuta».
Evelina, mia madre, è sempre stata una donna forte e attiva. Una donna del suo tempo, molto realista, pragmatica e un’infermiera molto capace.
Quando morì mio padre, io ero molto piccolo, lei non si è lasciata andare a crisi o esaurimenti e tragedie. Continuò la sua vita da infermiera e da mamma con accettazione, mista a quell’orgoglio che la rendeva immune al dolore.
Quella sua speciale energia pratica e senza fronzoli me l’ha trasmessa. Mi ha fatto studiare e sono un ingegnere affermato. La mia vita ormai girava intorno a quella di mia madre. Era sempre stato così, non che non ci avessi provato, ma non era andata.
Semplicemente non era andata.
Quarant’anni, uno studio avviato in una bella zona residenziale nella Torino che sta sbiadendo. Come sto sbiadendo anch’io forse.
Mi piace pensare che non è stata colpa mia. La vita non mi ha fatto conoscere quella donna. Avevo tante cose da fare, non era mai il momento giusto, e neppure la donna giusta.
Quante scuse che ci raccontiamo… la verità è che non mi andava di dover ammettere che, forse, non ero particolarmente attratto dal genere femminile.
Difficile da confessare e il ‘coming out’ era fuori discussione.
Così il soffocare questo pensiero, così assurdo da portarlo ad essere irreale, era facilissimo.
Ma i segnali c'erano, e solo io li avevo riconosciuti, almeno così credevo.
Non potevo permettere a quella sottile sensazione di invadere la mia vita.
C’era qualcosa d’innaturale nel mio pensiero, da non sopportarne neppure il sospetto.
Così come progettavo un impianto di riscaldamento di ultima generazione, avevo messo in atto uno stile di vita quotidiano ritmato da impegni, doveri e compiti che si ripetevano con una cadenza quasi maniacale.
Non c’era posto per altre idee, per altri desideri o per attrazioni fatali.E
non che non ne avessi avute. Ma le avevo bloccate come un Ufficio Tecnico blocca dei lavori irregolari.Io avevo decretato che quella parte di me stesso, doveva assolutamente restare nascosta e dimenticata.
Da qualche tempo, purtroppo, Evelina soffre di qualche disturbo. Sembrava nulla di grave. Delle semplici dimenticanze, anche naturali, visto i suoi ottantacinque anni.
Invece la situazione si è aggravata. Un giorno era uscita e non si ricordava più come ritrovare la strada per rientrare al suo appartamento.
Fortuna vuole, che Evelina è conosciuta nel quartiere e tutti le vogliono bene. Così la signora del frutta e verdura sotto casa, l’ha riaccompagnata. Un altro giorno, era particolarmente freddo quel giorno, dopo aver acceso la stufetta che le avevo regalato, si era appisolata con la sua settimana enigmistica fra le mani. Forse la stufetta era difettosa, forse da troppo tempo era accesa, chissà! …Meno male che il salvavita aveva funzionato. Non si poteva più rischiare.
L’istituto era immerso in un parco curatissimo e l’assistenza era davvero professionale, con qualche riserva.« Noi, qui, sa, garantiamo un’assistenza ventiquattrore su ventiquattro, ma la paziente deve essere autosufficiente».
Avevo spiegato alla Direttrice che Evelina lo era, solo la sua testa, a tratti, non funzionava come doveva, non ricordava, oppure diceva di vedere cose che non esistevano, a volte cose buffe, a volte cose eccentriche, ma non voleva offendere nessuno, era una demenza senile che io avevo definito ‘allegra’.
Tutto il personale aveva cominciato a conoscerla e sapendo questa sua particolare condizione, a volte stavano al suo gioco, e così mi capitava, quando andavo a trovarla, dI assistere ad uno spettacolo comico o surreale mentre Evelina spiegava agli inservienti di andare a catturare la scimmia che si era arrampicata sul tetto dopo aver messo in disordine la sua camera e aver portato via dal suo cofanetto tutte le sue gioie.
Gli inservienti le dicevano che sarebbero andati certamente a darle la caccia, e armati di scope, partivano, come se realmente ci fosse una scimmia sul tetto.
Mi capitò di andare a trovarla tutte le mattine. L’orario di ingresso per i parenti era verso le 10 e io avevo cambiato il mio orario di lavoro proprio per farle compagnia. Era diventata un’abitudine.
Arrivavo con i dolcetti di pasta di mandorle che lei adorava, il giornale che sfogliavo mentre lei mi raccontava le sue stramberie.
Quella mattina, mi ero accorto di un certo trambusto inusuale all’ingresso.
Un pannello era comparso nell’atrio.
Una conferenza avrebbe avuto luogo nell’Aula Magna, dal titolo: ‘La gestione del paziente fragile nelle strutture residenziali’.
Presentava una professoressa dal nome straniero impronunciabile.
Mi fermai a leggere il programma. «Se lo desidera può partecipare ». Una signora alta, elegante, con una voce gentile, dall’accento inglese, forse.
«Non sono un addetto ai lavori, mi spiace»
«I parenti dei pazienti sono più addetti ai lavori di noi medici, glielo assicuro».
«Ne sarei lieto, dottoressa, ma credo di avere del lavoro sul campo da svolgere.La mia mamma aspetta i suoi dolcetti, ma grazie per l’invito».
«Sarebbe interessante conoscere il suo punto di vista, il punto di vista dei familiari, intendo. Sono molto attenta alle esigenze dei pazienti e la Sig,ra Evelina è un paziente davvero speciale».
«La ringrazio dottoressa per il suo lavoro, ora devo precipitarmi in ufficio, sono in ritardo».
Non mi piaceva. Il suo tono era invadente, non sembrava avere nulla di umano o compassionevole, solo dannatamente staccato e professionale.
Quando raggiunsi Evelina era imbronciata, «Sei in ritardo. Hai forse incontrato la dott.ssa della conferenza? Non è mica una dottoressa, sai? Figurati! Quella lo fa apposta. Io, io lo so chi è lei! E’ la Strega del Mare. Vorrebbe far credere a tutti che è la dottoressa… Ma io mi ricordo di lei!».
Non dissi nulla. Non sarebbe servito.
Un giorno, ero arrivato un pò troppo presto, lei non era ancora pronta, non aveva fatto colazione, cosi mi ritrovai nel refettorio con lei a tavola.
«Mi hai portato i dolcetti? E’ passata la Strega del Mare. Mi è venuta a trovare. Era da tanto tempo che non la vedevo! Forse l’ultima volta siamo stati a cena con papà…»
«Come sta?»
Anch’io stavo al gioco, a volte mi stancava, ma sapevo che se non l’avessi assecondata sarebbe diventata nervosa, si sarebbe agitata , e poi la notte non avrebbe dormito se non con pesanti tranquillanti, che le avrebbero rifilato per tranquilizzare il suo chiacchericcio notturno continuo.
«Lei sta bene, sta sempre bene. La dovresti vedere! Aveva un vestito bellissimo con una mantella blu sino ai piedi».
C’era sicuramente dell’altro, a proposito di questa fantomatica Strega del Mare, ma la colazione aveva interrotto il racconto, che per quel giorno finì così.
Restai a casa un po`di giorni, bloccato dal raffreddore, e non potendo andare a trovarla, con il timore di farla ammalare, ma riuscimmo a comunicare con il cellulare.
«Devi venire a trovarmi quando starai meglio. Fai presto a guarire. Io qui ho molte cose da portare a termine sai. Devo fare una lista delle persone da invitare alla festa da ballo che organizziamo. Verrà anche il Presidente».
Era eccitatissima, felice come una ragazzina.
«Lo hanno detto anche in televisione, lo hai visto? E poi la Strega del Mare mi ha chiamato ieri sera. Mi ha invitato a uscire con lei. Non so cosa mettermi, mi ha detto di essere elegante».
«Mamma, hai quel bel vestito celeste… Potresti indossare quello».
«Hai ragione devo vedere con quale collana, e le sorelle Moraldi non le ho invitate, troppo antipatiche. Così imparano!»
Tornai a trovarla. Stavo dirigendomi nel parco, aspettando di vederla seduta sulla nostra solita panchina, quando l’infermiera, interdetta, mi fermò. «La sua mamma è uscita».
«Come uscita?»
«Con sua zia, una dottoressa»
«Quale zia? Quale dottoressa? Mi scusi chi vi ha detto che poteva uscire e di quale zia sta parlando?»
«Ma veramente…»
L’agitazione che mi prese, mi fece stare così male che, per poco, non aggredivo l’infermiera. «Chiami qualcuno, i carabinieri, dovete trovarla.. non c’è nessuna zia! Chissà chi ha incontrato! Chi è entrato qui?»
«Aspetti, si calmi! Vediamo di parlare con chi era in servizio».
«No, senta io non mi calmo affatto. Voi eravate…Siete responsabili!»
«La Signora Evelina è uscita sì! Alle 19, era con una signora, una parente, vede sul registro, ma vedrà che rientra. Era tutto regolare».
«Regolare un accidente! Non c’è nessuna signora o zia dottoressa o parente! Lo capite o no?»
«Senta, se vuole, chiamiamo i carabinieri, ma le assicuro che non c’è da preoccuparsi… Sarà sul longomare, qui davanti, a farsi una passeggiata. C’è la festa del patrono stasera, sarà sicuramente lì, in compagnia della sua parente».
Uscii dalla struttura dalla disperazione, perchè altrimenti avrei fatto un guaio.
Avevo chiamato i carabinieri, mi avevano detto che avrebbero diramato un avviso.
Intanto mi dirigevo verso la passeggiata a mare. Cercavo d’intravedere il suo abito celeste, perchè così mi avevano detto era vestita, fra una folla che cresceva sempre di più e mi sentivo impotente.
Ad un certo punto, di fronte alla gelateria più affollatata, la vidi lì, davanti.
Mi precipitai, e appena le fui a pochi passi, si voltò.
«Ah sei qui caro? Hai visto che bella gente?Ti voglio presentare la Strega del Mare.. è entrata nella gelateria per prendermi il gelato, che gentile vero? Non mi voleva far fare la coda».
«Mamma, ma ti rendi conto dello spavento che mi ha fatto prendere! Non puoi uscire così dall'Istituto e andartene in giro senza avvisarmi!»
«Oh come la fai lunga! Non ero da sola! Ero con lei. Lei mi ha chiamato e io dovevo stare con lei. Era importante. Abbiamo parlato a lungo, sai, anche di te, del tuo futuro.. cosa credi che io non pensi a te?»
Era inutile. Del tutto inutile, anche arrabbiarsi.
«Andiamo, dai! E’ tardi, dovrai riposare»
«Aspetta! Te la presento, starà tornando con il gelato»
«Mamma senti sono stanco. Molto, molto, stanco e non ho voglia di…»
Mi bloccai, rimasi a fissare un ombra. Era una sagoma di una donna alta che si allontanava, una folata di vento gelido le alzava un mantello blu scuro, che si perse nella folla.
«Vedi caro! L’hai fatta andare via! Dovevi vedere che bella che è.. oh guarda che gentile grazie! Guarda! Ha lasciato il gelato sul tavolino! Proprio i miei gusti preferiti! Come faceva a conoscerli? Pistacchio e stracciatella. E sul tuo futuro, non devi più preoccuparti. Lo troverai un compagno, vedrai! Credevi non me ne fossi accorta? Ne stavamo giusto parlando con lei, si tratta di esigenze… Ma torna, sai, mi ha detto che torna per venirmi a prendere, faremo un bel viaggio insieme. Non lo trovi straordinario, una crociera forse! Chissà! Certo se tu avessi un pò più di fantasia…».
Mary Read.
(scritto una vita fa) .