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Sto leggendo "Il folle di di Dio alla fine del mondo" di Javier Cercas che fa la cronaca del viaggio in Mongolia di papa Francesco.
Il Vaticano ha chiesto a Cercas di scrivere il libro in quanto ateo e anticlericale per avere un punto di vista non di parte.
Ne consiglio la lettura.
Una cosa che mi ha confuso all'inizio è che l'autore dice che, da quando ha perso la fede ed è diventato ateo, prova un vuoto che non riesce a colmare: io non sono riuscito a collocare questo senso di mancaza. Da ateo, non provo nessuna mancanza per una cosa in cui non credo. Riflettendo (abbastanza) ho capito che quel vuoto non è la mancanza di Dio, ma di ciò che fede e Dio davano a lui.
Ho provato a rendere questa sensazione.
Un dono dalla perdita: un vuoto senza scopo.
Credeva, ma il castello crollò -
ritmato dal giorno, resisteva al compromesso.
Perso l'appiglio,
covava il dubbio al suo cospetto:
con un alfabeto privo di grafemi
la madonna biascicava sgomenti
sopra un messale bianco
che recitava silenzi.
Strisciava con quel peso senza peso -
il dubbio indubbio lo corrompeva
e tra la polvere dei giusti faceva ammenda - mai bastante.
Piano piano moriva.