La misura di ciò che resta

scritto da lubeck92
Scritto 6 giorni fa • Pubblicato 4 giorni fa • Revisionato 4 giorni fa
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Ho scritto queste parole pensando a ciò che il tempo porta via e a ciò che, invece, lascia dentro di noi. Forse vivere non significa trovare tutte le risposte, ma imparare a esserci davvero, mentre le domande restano.
- Nota dell'autore lubeck92

Testo: La misura di ciò che resta
di lubeck92

La misura di ciò che resta

A volte il senso delle cose arriva troppo tardi.

Quando una persona se n'è già andata, quando una strada è diventata un ricordo, quando finalmente comprendiamo parole che, nel momento in cui furono dette, avevamo ascoltato senza capire.

Altre volte il senso non arriva affatto.

Per molto tempo mi sono domandato perché ci incontriamo e perché ci perdiamo. Perché alcune persone attraversano la nostra vita appena il tempo necessario a spostare qualcosa dentro di noi e poi scompaiono, lasciandoci diversi da come ci avevano trovati.

Una risposta non l'ho trovata.

Con gli anni, però, ho smesso di pretenderla.

Forse la vita non vuole essere spiegata. Vuole essere attraversata.

Ci porta per strade che credevamo dirette altrove e che, dopo molto camminare, scopriamo rivolte verso di noi. Ci mette accanto persone che non possiamo trattenere, ci consegna silenzi che comprendiamo troppo tardi. E intanto il cielo cambia sopra le nostre teste, indifferente alle nostre domande.

Abbiamo una strana fretta di possedere ciò che amiamo. Come se dare un nome alle cose bastasse a impedirne la perdita.

E invece quasi niente rimane.

Non rimane un tramonto.

Non rimane una voce.

Non rimane una mano nella nostra.

Rimane ciò che hanno fatto di noi.

Forse è questo che ho imparato: il significato non ci aspetta alla fine della strada, come una risposta scritta sul retro dell'ultima pagina. Si nasconde nei passi più piccoli. Nel momento in cui scegliamo di restare quando sarebbe più comodo andarcene. In una parola trattenuta per non ferire. Nel perdono che qualche volta concediamo agli altri e, molto più difficilmente, a noi stessi.

Ci saranno comunque dolori che non sapremo spiegare. Partenze alle quali continueremo a fare domande sapendo che non risponderanno. Nomi che, pronunciati dopo molti anni, avranno ancora il potere di fermarci per un istante.

È questa incompiutezza, forse, a renderci umani.

Camminiamo tutti sotto lo stesso cielo, ognuno con qualche certezza cucita male addosso. Poi arriva una curva, qualcosa cambia, qualcuno manca, e dobbiamo imparare nuovamente il passo.

Eppure accade ancora.

Una sera alziamo gli occhi senza una ragione precisa. Una musica finisce e restiamo qualche secondo in silenzio. Qualcuno ci stringe la mano proprio quando non avevamo più parole.

In quell'istante non serve capire.

Il tempo continuerà a passare. Ciò che amo cambierà, alcune presenze diventeranno ricordi e altre lasceranno soltanto un'assenza difficile da nominare.

Non posso impedirlo.

Posso soltanto cercare di non attraversare distrattamente ciò che mi viene dato.

Guardare davvero un cielo quando alzo gli occhi.

Ascoltare davvero una voce quando mi parla.

Stringere una mano sapendo che un giorno dovrò lasciarla.

E amare senza trasformare l'amore in possesso.

Se alla fine del viaggio qualcuno mi domandasse che cosa ho capito, probabilmente non saprei ancora rispondere.

Ma forse ricorderei una voce.

Una mano.

Un cielo visto una sera qualunque.

E capirei che non era la risposta ciò che stavo cercando.

Era esserci.

© Johann Lubeck

La misura di ciò che resta testo di lubeck92
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