Sicuramente, fra le vostre menti nel corso della vostra vita vi sarà capitato che vi balenasse la domanda “Ma chi sono io?”, altrettanto come la domanda “Ma sarà giusto far così?”.
Quotidianamente siete accerchiati da molti volti, da quando vi muovete per andare a fare la spesa a quando vi siedete al tavolo di un bar; persone incognite o cognite. Persone che potrebbero presentare caratteristiche simili alle vostre, se non opposte; oppure seguono il vostro stesso percorso, ed hanno un sogno nel cassetto che non sono ancora riusciti ad aprire.
Chissà quanti aspetti di voi il prossimo può conoscere, ma questo ovviamente può avvenire in maniera più concreta solo se siete coscienti di chi siete, di quali sono i vostri valori, qualità e difetti. Ovvero se siete consapevoli della vostra identità.
Questo termine ha una derivazione latina, “identitas”, che a sua volta viene prodotta da “idem”, cioè “stessa cosa”. Tale concetto nel gergo filosofico, è risultato col tempo significare “essere uguali a se stessi”. Quando vi ponete la domanda “Chi sono io?” ponete in luce una persona intesa in senso olistico e la fate affacciare a quelle caratteristiche che possono essere frutto della vostra consapevolezza o del giudizio altrui.
E quando l’incertezza vi oscura la mente, rendendovi quasi inermi causandovi disagio, siete di fronte ad un problema. Vi ricorda niente questa parola? Geometria alle medie, o matematica alle superiori? Ecco, prendendo in esame questi aspetti voi ora come ora non siete altro che il prodotto di un problema che tutt’ora, quando comunicate con un amico o un’amica, o con il vostro genitore o fratello o sorella, state cercando di risolvere, o che pensate di aver risolto ma probabilmente con i metodi altrui.
In matematica, esiste un’altra forma di identità, che però vi fa capire come questa disciplina designi in maniera così sinteticamente precisa il nostro vivere. Questa identità è la x, che voi quasi per certo abbinerete ad incubo e terrore pensando che l’obiettivo è quello di inquadrare la sua posizione sul piano cartesiano; che valore ha tale per cui è minore o maggiore di un altro numero. Per me questa logica in ambito sociale e identitario è correlata al confronto, alla paura, a cercare di essere di più o di meno di qualcuno, ad ancorarci a determinate dinamiche pur di trovare quello spazio di collocamento su questo grande piano, che ontologicamente possiamo rappresentare con il gruppo, o le relazioni che coltiviamo.
Infatti, ricordiamoci la definizione di identità, “essere uguali a se stessi”, che in matematica viene rispecchiata dal concetto di equazione, per cui quell’incognita di cui non conoscete il valore alla fine risulterà essere equivalente alla quantità che risiede dopo l’uguale, e non maggiore o minore rispetto ad altre quantità. E’ un valore fine a se stesso.
Ma forse voi starete pensando: ma se si parla di quantità allora per forza ci saranno valori maggiori o minori. Beh sì, però ovviamente l’esempio che ho fatto è finalizzato a farvi comprendere la differenza non su scala quantitativa ma finalistica; cioè qual è lo scopo che questo problema di rintracciare l’identità ci vuole porre.
Purtroppo come ben sappiamo, la nostra società è plasmata dai termini di paragone e dalla gerarchia; dal farsi accettare dagli altri: che possa essere un voto all’università, un vestito indossato quotidianamente o un’attività da svolgere per essere compresi nel collettivo, in tutti i casi si tratta sempre di quel mordi o fuggi, di voler essere prima o dopo quel maggiore o minore, di voler trovare uno spazio su quel piano, dove poter abitare certi dell’accoglienza dell’alterità.
Il fatto di metterci a nudo di fronte altri condiziona profondamente la percezione che abbiamo di loro, arrivando a vederli non in quanto identità con un loro vissuto, ma incognite che, potendo essere chiunque, sono in grado di giudicarci da un momento all’altro. E’ una questione istintiva, risalente ai primordi dove sulla Terra poggiavano piede non Homini sapiens bensì ominidi dalle sembianze ancora scimmiesche, che non vivevano senza il branco.
E qui torna sempre la stessa questione: avete il problema del vostro io che vi attanaglia, quindi cercate di risolverlo con gli occhi altrui, con le sue parole, i suoi movimenti; però l’abbiamo detto: è un vostro problema. Ma non dev’essere inteso in quanto “Ehi! Ma hai dei problemi?”, bensì in quanto dono meraviglioso datoci dalla vita, composto da svariate sfaccettature, e che forse non avrà mai fine, ma d’altro canto è anche questo il bello. Voi avete delle risorse, delle chiavi di lettura che non appartengono a nessun altro. Operazione dopo operazione, capendo quali sono i nessi che conducono a determinate azioni e cosa correla un fattore ad un altro. Ed è anche quello che fa divertire molti matematici o talvolta fisici: il fatto di trovare spiegazioni gradualmente più plausibili che successivamente portano a risolvere un dilemma. Questo a riprova del fatto che ciò che conta è il viaggio, non la meta.
Dopodichè, un altro aspetto che vorrei sottolineare, scindendo il simbolo x dal suo nido dell’equazione, riguarda che ricaviamo un elemento qualsiasi: può essere un aeroplano, un uccello, un asteroide… qualsiasi cosa. Ed è proprio questo qualsiasi cosa che, a livello identitario, può determinarsi non da Tizio Caio o Sempronio, ma da voi. Siete voi a stabilire quali sono le caratteristiche che lo inquadrano; mentre in molti casi avviene che questo riconoscere viene influenzato dal significato che altri vi attribuiscono, distaccando da tale possibilità di arbitrio.
Questo prova che la perfezione sintetica della matematica giunge perfino a sostegno della tesi identitaria, grazie al concetto di uguaglianza, che se esteso al sociale abbraccia l’attitudine di essere uguali al prossimo nella condizione di potersi determinare.
L’analogia fra dei semplici grafemi ed una realtà assai più articolata come la mente umana.
La shockante precisione della natura.
Fra equazione e ontologia: il concetto di identità testo di Christian Tessitore