Un adolescente in fiore I

scritto da frax19
Scritto 10 mesi fa • Pubblicato 10 mesi fa • Revisionato 10 mesi fa
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il seguito del mio romanzo,la prima parte è già pubblicata,fatemi sapere cosa ne pensate
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Testo: Un adolescente in fiore I
di frax19

Il sole di agosto albeggia in fretta, si riposa poco la sera, lavora zelante per il fine stagione e a mezzodì si arresta; è stata un’estate secca, le piogge non sono arrivate, sono state svogliate e ora la terra è secca, il calore si eleva da essa.

Aurelio la conosce e segue il movimento del sole finché l’occhio glielo concede, la mattina c’è sempre tanto da fare e quindi è meglio non perdere tempo, anche se è sabato gli animali non fan festa, così come il ragazzo, ma questo non gli pesa.

La terra gli ha fatto da balia e tutrice, tutto quello che sa da lì lo ha imparato, ogni virtù e ogni valore glielo ha trasmesso senziente, come un canto che si ode da lontano; si, la scuola comunque ha frequentato fino ai dodici, dopo l’obbligo ha evitato, non perché non gli piacesse ma sentiva che qualcosa non andava, fino a quel momento solo con la terra era stato, non aveva amici perché in paese non scendeva, il padre glielo aveva vietato.

-C’è da lavorare, di tutto il resto a te non deve fregare, alza il culo e vai.

Di pazienza Aurelio non peccava, aveva sempre aspettato, perciò poco differenza faceva un giorno o un altro.

Solo il babbo scendeva in paese, per comprare il giornale o per lamentarsi con i contadini dei campi affianco, lui non sapeva leggere, quindi aspettava la sera che Aurelio finisse per capirci qualche cosa.

C’è anche da dire che Bassiano non risultava essere l’epicentro ove congiungevano tutte le strade, i monti Lepini gli concedevano quella piccola vallata scoscesa come buono edilizio, che era stato sfruttato nel medioevo e si era consumato con esso, visto che era rimasto tale e quale.

Anche lì era arrivata la guerra, la cinta di mura e le torri divenute poi case ne sono la prova, ma probabilmente non i diretti testimoni; la guerra è paura e la paura è guerra, un pretesto più che convincente per prepararsi al peggio.

Anche la difesa ha un suo fascino: la posizione sopraelevata e le mura di pietra facevano apparire il paese indistruttibile, le piante rampicanti avvinghiate ad esso pennellavano con colore quell’opera brutalistica ed immortale.

Se quelle pietre, quei ciottoli e sanpietrini potessero parlare descriverebbero in maniera diversa quel votivo quadro rispetto ai paesani: le famiglie si contavano sulle dita di una mano, tralasciando legami di sangue alquanto discutibili.

I Fabbri avevano figliato come conigli, se si incontrava un ragazzetto in giro si pensava sempre fosse figlio loro; da sempre dovevano aver fatto i fabbri come mestiere e da lì era venuto il cognome, gran lavoratori, quello non si poteva mettere in dubbio, ma se per arrotondare si doveva fare qualche lavoretto poco convenzionale loro erano disponibili.

I Brunori si erano amati troppo da cugini ed il povero Alfietto ne aveva pagato le spese: tutto dinoccolato e mezzo tralancante, che per fare una frase faceva prima a soffiare il vento da levante per poi cambiare a maestrale.

Nessuno però che volesse bene ad Aurelio, il disgraziato che lavorava come un mulo tutto il dì, che poi a guardarlo neanche si sarebbe detto, bastava cambiargli i vestiti tutti sgarrati dal lavoro e dargli una bella improfumata e sarebbe diventato un figurino.

Secco come uno sticchio ma con delle mani grandi e forzute che facevano invidia a qualunque manovale, il capello sfatto e non curato gli dava quell’aria di selvaggio, del qualcuno che sapeva quello che faceva.

Quello che contraddistingueva veramente quel ragazzo però era lo sguardo, di un azzurro cristallino come se il mare avesse tinto l’iride; puro, vergine, il peccato non l’aveva toccato né la malizia sfiorato, la terra lo aveva allevato e quello era il suo frutto più prelibato, così fermo e calmo, come se la colonna sonora della testa fosse un canoro canto.

10 agosto 1916

La fase risolutiva della battaglia di Gorizia

Il guado dell’Isonzo

Di titoli come questo ne aveva letti, aveva seguito la guerra sin dall’inizio, non per suo volere, ma solo per leggere i giornali che il padre comprava.

Non sapeva della censura o del controllo sulla stampa, a cosa servissero quei manifesti con disegni bellissimi, mai visti in vita sua così: “fate tutti i vostri doveri!”.

I suoi coetanei avrebbero provato ardore, il cuore gli si sarebbe scaldato, le mani inumidite, si sarebbero immaginati vittoriosi con il nemico sconfitto sotto la suola, sarebbero stati impazienti e pronti a partire.

Aurelio no, non sentiva tutto questo.

Non sapeva che i morti per la riconquista di Gorizia erano stati trasportati da carretti trainati da muli, non sapeva che il primo carretto si vestiva del tricolore per coprire i corpi ammassati, quei corpi rimasti scoperti negli altri carri.

Corpi seviziati, volti sfigurati, senza nome, senza passato né presente, erano morti per la patria, chi per volere chi costretto, stavano per essere sepolti nella fossa Fugar, quella che sarà chiamata poi il “cimitero degli eroi”.

Eroi sicuramente, ma per chi?

Per la mogli a casa che l’aspettavano? Per le madri rovinate al pensiero del figlio martoriato?

Aurelio a questo non pensava, non pensava che la guerra potesse essere questo, non la comprendeva nemmeno appieno, non si capacitava di come gli uomini potessero trucidarsi per delle sciocchezze; lui aveva avuto solo la terra e sarebbe morto per essa, ma non avrebbe ucciso i fratelli che da essa erano nati.

Ragazzi della sua età stavano morendo e soffrendo; lui in cuor suo sapeva che poteva essere uno di loro, ma non lo accettava, per lui era impossibile che ciò accadesse, l’idea della morte, della sua morte lo terrorizzava, si illudeva che fosse un sogno, una cosa che non l’avrebbe mai riguardato e che avrebbe visto sempre da lontano.

Quello che stava leggendo lo ignorava o cercava di farlo, non per menefreghismo o per inorridimento, semplicemente erano cose estranee al suo mondo, che sì lo addoloravano, ma alle quali cercava rifugio, quel rifugio che aveva sempre ricambiato il suo amore, la terra.

La stessa terra che in quel momento gli Austriaci calcavano, volenterosi di riprendere ciò che una volta avevano posseduto e che ancor prima era nostro, quella zolla dove i padri dei loro padri erano nati, dove avevano versato sangue e lacrime e tutto ciò stava riaccadendo, come un immutabile ciclo biologico.

Mentre Aurelio stava leggendo il giornale a Pola veniva impiccato Nazario Sauro, un eroe, un patriota, un idealista, un uomo che è morto credendo in un concetto, quello di nazione e di unità e per far sì che questo si avverasse, che qualcosa si smuovesse si è consapevolmente sacrificato.

Disertore della marina austro-ungarica si era unito alla Regia Marina Italiana, durante una missione destinata a minare il porto di fiume si era incagliato presso Pola, dove è stato catturato e condannato.

Lasciava la moglie con cinque figli, sola, nuda, dinanzi alla crudeltà e all’egoismo di un uomo, lo stesso uomo che prima di morire gli scrive: “insegna ai nostri figli che il padre loro fu prima un italiano, poi padre e poi uomo”.

Non era morto per sé stesso, era morto per un’idea, per un concetto collettivo, per la libertà, ma non solo dei propri figli, ma degli italiani.

La patria è il plurale di padre.
 

Un adolescente in fiore I testo di frax19
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