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Non aveva ali di piuma,
né un mantello disegnato di stelle,
ma mani morbide, come nuvole di farina,
capaci di ricucire il buio della notte
con un semplice soffio di luce.
Scese silenzioso una sera d’inverno,
passando attraverso la porta dei ricordi,
mentre la luna disegnava ombre d'argento sul pavimento.
Non parlava la lingua dei saggi,
ma la lingua segreta del cuore:
quella che trasforma la pietra grezza in un abbraccio
e un sospiro stanco in un incanto di fiaba.
Quando il freddo bussava ai vetri,
lui raccoglieva i miei pensieri smarriti
e ne faceva piccole lanterne volanti,
pronte a salire verso il cielo nella notte.
Bastava il suo sguardo
per fermare il tempo,
per far fiorire una rosa nella neve
e ricordare agli uomini la grazia di essere vivi.
Ora non serve cercarlo tra le nuvole lontane,
risiede qui, su di un foglio posto sulla mia scrivania,
nel tratto leggero di una matita,
in un ricordo che non svanisce mai,
custode discreto d'un sognatore
che ha imparato a volare senza staccarsi da terra.
E nei momenti di gran silenzio,
se presti l’orecchio al battito del mondo,
lo senti ancora sussurrare,
un alito di vento tra le pagine dell'anima,
una promessa eterna:
Che nessun incanto andrà mai perduto…