GLI ULIVI

scritto da Chris
Pubblicato 22 anni fa • Revisionato 22 anni fa
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Autore del testo Chris

Testo: GLI ULIVI
di Chris




Con una certa fretta, risalì il viale fiancheggiato dagli ulivi. Aveva l’impressione che fosse accaduto qualcosa e voleva parlarne con lei, al più presto. Già la casa gli appariva in cima alla collina, di un tenue arancio nella luce del mattino. Com’erano cresciuti gli ulivi, pensava arrancando, gli occhi su una finestra che spuntava tra le fronde.
Nell’atrio si fermò, sembrandogli che la stanza avesse qualcosa di diverso. Non sapeva di preciso; era come se mancassero degli oggetti. Salì rapidamente le scale, iniziando a chiamare la moglie. Spalancò la porta e vide che non era a letto. L’armadio era aperto, i cassetti vuoti. Gli ci volle un po’ per realizzare che l’ortensia sul davanzale non c’era più, così come il bel quadro che lei aveva portato dalla città, e che aveva voluto appendere sopra al letto. Gli veniva da piangere. Nessun oggetto che le apparteneva era rimasto nella stanza. Corse alla finestra, la aprì e continuò a chiamarla. La sua voce riecheggiò nella valle. Com’era possibile che se ne fosse andata così, in un attimo? Fu in quel momento che vide quanto enormi erano gli ulivi. Non erano alberi, ma colossi
di legno pietrificato che si spingevano in cielo, perdendosi fra la foschia lattea delle nubi. Sto sognando, pensò. E sentì un guizzo di speranza serpeggiargli nel petto. Perché aveva un rimedio.
Fin da quando i sogni avevano cominciato a tormentarlo, era riuscito ad escogitare un sistema per evaderne. Quello che gli serviva, era la prova inconfutabile che ciò che viveva non era
realtà; aveva dunque stabilito che questa prova consistesse in un oggetto.
Dopo aver cercato ovunque al piano superiore, scese i gradini a tre alla volta. Si fermò ansante al centro dell’atrio, gli occhi che guizzavano carichi d’ansia in ogni angolo. Finché lo vide.
Un senso di liberazione lo pervase, mentre già si sentiva affiorare dalla melma di quel sogno opprimente. Perché dovesse essere un gallo d’oro, un oggetto a grandezza naturale, non sapeva. Ma era quella la prova che stava sognando. Ebbe appena il tempo di scorgerlo, assurdo e scintillante sulla mensola sopra al caminetto, che gli occhi iniziarono ad aprirsi.

Lei era al suo fianco. Distingueva l’ombra scura dei capelli sul cuscino. Il cuore gli batteva forte mentre cercava la sua mano, la stringeva. Doveva essere presto, era forse un peccato svegliarla, ma ancora il brivido di quel sogno non si era dissolto, e provava una gran voglia di luce, e di parlare con lei.
Andò lentamente alla finestra e l’aprì. Era un bel mattino
di settembre, il cielo sgombro, di quel colore nitido che preannunciava le belle giornate. Inspirò profondamente, lasciando vagare lo sguardo sulle curve delle colline, sulle macchie di querce e ippocastani e sui campi di farro. Poi udì un fruscio di lenzuola. Era lei che si stava alzando. Senza dir nulla, lo raggiunse alla finestra. Lo abbracciò, e gli posò la faccia assonnata su una spalla, guardando fuori.
“ Quand’ è che arrivano gli ulivi? ” mormorò, la voce dolcemente arrochita.
Contemplò le buche ai lati del viale. Anche a lui premeva che arrivassero presto.
“ Ho telefonato ieri pomeriggio. Arrivano oggi, al più tardi domani. Me l’hanno garantito ”.
Lei non disse niente. Le passò un braccio attorno alla vita. Avrebbe voluto dirle cose. Rincuorarla. Ma trovava sempre difficile affrontare l’argomento.
“ Che ne dici di una super colazione “Del Fattore”, seguita da una bella passeggiata? Ho voglia
di fare due chiacchiere con te”.
Lei continuò a scrutare le buche ai lati del viale, con quei suoi occhi imbronciati che così spesso sembravano vedere qualcos’altro.
“ Va bene ” disse dopo un po’.
Lui la baciò. La fece voltare, le posò le mani sulle spalle e le diede il bacio più dolce di cui era capace, perché sentiva che stava provandoci davvero. Lei gli carezzò la schiena, lo strinse, affondando la lingua fresca e attirandolo al letto.
Quando più tardi, con euforia d’innamorato scese per preparare la colazione, ebbe un tuffo al cuore. Fermo nell’atrio, per un istante aveva avuto la sgradevole sensazione di scorgere il gallo d’oro, sulla mensola sopra al caminetto. Che sollievo vederla sgombra.
Che stupido anche solo averlo pensato!
“ Tutto bene? ” gli giunse da sopra la voce di lei.

Passarono gli anni e il podere prosperò, il loro amore si rinsaldò al punto che erano in attesa di un figlio. Lui era felice. L’unica nota negativa gli veniva dai sogni, che non erano affatto cessati. Eran divenuti, anzi, sempre più lunghi e complessi, talvolta crudeli. In essi, tutto si confondeva; la sua stessa vita - la moglie e il figlio - veniva messa in discussione. In un paio d’occasioni, aprendo gli occhi nel buio aveva trovato la moglie angosciata, in piedi di fianco al letto. “ Non ti svegliavi! Non ti svegliavi più! ”. Piangeva. A stento era riuscito a calmarla. Mentre la stringeva pensava al gallo d’oro. Trovarlo era sempre più difficile, al punto che aveva dovuto cominciare a cercarlo fuori
di casa.
Un mattino di domenica albeggiava, quando imboccò il viale di ritorno da una passeggiata inquieta. A lungo era giaciuto nel
letto col timore d’addormentarsi, e aveva preferito prendere
un po’ d’aria, piuttosto di rischiare di turbare il sonno di lei. Aveva deciso di aspettare che il bambino nascesse (del resto non mancava poi molto) prima di dirle di quel suo problema che, ormai, s’era fatto piuttosto grave.
Stava percorrendo il viale fiancheggiato da ulivi rigogliosi. L’aria era fresca e asciutta, la luce ancora incerta. Ad un tratto, alzando gli occhi assorti, notò che la finestra della camera da letto era spalancata. Guardò l’orologio. Erano le sei e un quarto. S’affrettò, pensando che lei potesse aver bisogno di qualcosa. Nell’atrio tuttavia, si arrestò perplesso. La stanza gli appariva nella sua normalità, eppure allo stesso tempo era diversa. Era come se ci fossero meno oggetti, ridisposti in modo di compensare l’assenza di altri. La foto di loro due abbracciati mancava;
sul tavolo, al posto dell’anfora etrusca c’era il mortaio di pietra che aveva scolpito per lei. Controllò in lavanderia. Gli abitini che erano stati lavati ed impilati la sera prima sul cassettone, non c’erano più. A quel punto, l’angoscia gli aveva stretto la gola. Salì in fretta al piano di sopra, spalancò la porta della camera da letto. Aprì l’armadio, ma delle cose di lei nessuna traccia; sul davanzale mancava il lillà e... il letto. Era diverso. Non a due piazze, ma singolo.
Si lasciò andare su quelle lenzuola fredde e scostate. Fra tutti gli scherzi, quello era il più crudele pensò, fissando il muro vuoto sopra la testiera. Si rialzò subito. Entrò nella stanza
che avevano preparato per il piccolo, e la trovò del tutto vuota. Gridò il nome della moglie tre, quattro volte. Tornato di sotto, scrutò brevemente la mensola sopra al caminetto. Poi iniziò a frugare dappertutto. Mise sottosopra il garage, la cantina. Nulla. Nell’intera casa non c’era un solo oggetto che potesse restituirgli il ricordo di lei. Uscì nel cortile, cercò nel granaio; salì di corsa nella vigna; percorse su e giù i frutteti. Frugò dappertutto. Infine, sconvolto, si fermò davanti alla casa.
Solo un istante rimase a contemplare gli splendidi ulivi dalle foglie argentate, nel sole che stava alzandosi sopra le colline. Dalle loro chiome compatte, rami insolitamente lunghi sventolavano come stelle filanti, dardeggiando nel cielo limpido. Sentì allora di avere una sola possibilità. Senza più chiamare nessuno, si precipitò a rotta di collo lungo il viale, sperando di trovare da qualche parte quello che cercava.
GLI ULIVI testo di Chris
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