Le costellazioni che ballano di notte

scritto da Molly Odd
Scritto Ieri • Pubblicato 19 ore fa • Revisionato 19 ore fa
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Autore del testo Molly Odd

Testo: Le costellazioni che ballano di notte
di Molly Odd

Stefano aveva una teoria molto precisa sull’universo:

le persone si dividevano in due categorie.

Quelle che guardano il cielo e vedono stelle.

E quelle che guardano il cielo e sentono qualcosa muoversi dentro.

Lui apparteneva alla seconda categoria.

Per questo amava la musica techno.

Non per il casino — come sosteneva sua madre — ma perché certi bassi gli sembravano identici ai battiti del cosmo.

Ripetitivi. Immensi. Ipnotici.

Come se l’universo stesso stesse mixando qualcosa da miliardi di anni.

La sua compagna, Noemi, diceva sempre:

“Tu sei nato con un rave nell’anima e un telescopio nel cuore.”

Ed era vero.

?

La casa dei gatti e delle costellazioni

L’appartamento in cui vivevano era piccolo ma pieno di vita.

Cavi audio ovunque, tazze dimenticate, vinili appoggiati in equilibrio precario e due gatti che governavano la casa come antichi imperatori egizi.

Uno si chiamava Saturno, enorme e pigro.

L’altra era Miso, una gatta nera con lo sguardo da creatura che probabilmente conosceva segreti sull’aldilà.

Noemi era incinta di otto mesi, e Stefano passava metà del tempo a montare la culla e l’altra metà a fissarla in preda al panico.

“Secondo te siamo pronti?”

“No,” rispondeva Noemi tranquilla.

“Ah. Bene.”

“Ma nessuno lo è mai davvero.”

Lei aveva quella calma irritante delle persone che riescono a sembrare adulte anche mentre mangiano cereali alle undici di sera.

Stefano invece viveva costantemente sull’orlo di una crisi esistenziale con colonna sonora techno.

?

La notte del blackout

Successe tutto in una notte di giugno.

Caldo assurdo.

Finestre aperte.

Un set house che suonava piano dal salotto.

Stefano era sul balcone col telescopio.

Guardava Giove.

O almeno ci provava, perché Saturno gli si era seduto sopra i piedi come un sacco di cemento emotivo.

Poi, all’improvviso…

Blackout.

Tutta la città si spense.

Niente luci.

Niente musica.

Niente frigorifero che ronzava.

Solo silenzio.

Stefano rimase immobile.

E allora lo vide davvero.

Il cielo.

Non quello normale delle città, mezzo morto sotto le luci artificiali.

Questo era vivo.

Immenso.

Pieno di stelle come ferite luminose nel buio.

Noemi uscì sul balcone lentamente, con una mano sulla pancia.

“Oddio…” sussurrò.

Sembravano minuscoli davanti a quell’infinito.

Eppure, per la prima volta da mesi, Stefano non sentì paura.

?

Il terrore di diventare padre

Perché la verità era che Stefano era terrorizzato.

Non del pannolini.

Non delle notti insonni.

Nemmeno del fatto che probabilmente avrebbe insegnato al figlio a riconoscere un sintetizzatore analogico prima dell’alfabeto.

Aveva paura di non essere abbastanza.

Paura di ripetere gli errori di suo padre.

Un uomo sempre presente fisicamente ma lontano anni luce emotivamente.

Stefano invece sentiva troppo.

Sentiva il tempo che correva.

Sentiva il peso delle responsabilità.

Sentiva persino la tristezza dei vecchi palazzi quando ci passava davanti.

E quella notte, sotto quel cielo gigantesco, confessò tutto.

“Ho paura di rovinargli la vita.”

Noemi lo guardò piano.

“Sai qual è la differenza tra i padri che fanno danni e quelli che no?”

“Quale?”

“I secondi hanno paura di farne.”

Lui abbassò gli occhi.

“E se non fossi abbastanza forte?”

Lei sorrise.

“Stefano… tu piangi guardando le stelle e chiedi scusa ai gatti quando li urti nel corridoio. Nostro figlio sarà amato così tanto che probabilmente da adulto dovrà fare terapia per eccesso di affetto.”

Lui rise.

E gli vennero quasi le lacrime.

?

Il segnale

Poi successe una cosa strana.

Una stella cadente attraversò il cielo.

Noemi chiuse gli occhi per esprimere un desiderio.

Stefano no.

Perché in quel momento capì una cosa.

L’universo non gli stava chiedendo di essere perfetto.

Gli stava solo chiedendo di esserci.

Davvero.

Con le sue paure.

I suoi difetti.

Le sue mani tremanti.

La sua musica troppo alta.

I suoi silenzi.

Essere presenti era già una forma d’amore gigantesca.

?

Epilogo

La corrente tornò all’improvviso.

La città si riaccese.

Il frigorifero riprese a ronzare.

La musica partì di nuovo dal salotto con un basso profondissimo.

Saturno miagolò indignato.

Miso fissava ancora il cielo come una sacerdotessa cosmica.

Noemi prese la mano di Stefano e la appoggiò sulla pancia.

Il bambino scalciò.

Stefano sorrise lentamente.

“Secondo te gli piacerà la techno?”

“Probabilmente sì.”

“E i gatti?”

“Per forza. Vivrà con quattro creature emotivamente instabili.”

Lui rise forte.

E in quel preciso istante, tra il cielo infinito e quel piccolo calcio sotto la pelle, Stefano capì una cosa semplice e immensa:

non stava aspettando che iniziasse la sua vita.

Era già dentro la parte più bella.

Le costellazioni che ballano di notte testo di Molly Odd
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