L'Orco (Dark Fairy Tale)

scritto da Manoscritta
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 6 anni fa • Revisionato 6 anni fa
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Dark Fairy Tale
- Nota dell'autore Manoscritta

Testo: L'Orco (Dark Fairy Tale)
di Manoscritta

C’era una volta un bambino che era nato brutto, davvero molto brutto. Purtroppo non era solo brutto, era anche un po’ deforme e goffo e, come spesso succede in questi casi, i ragazzi lo deridevano e gli facevano scherzi cattivi chiamandolo Brutto Orco Mostruoso.
Un giorno i suoi genitori si ritirarono a vivere in una casupola in mezzo alla palude e continuarono ad allevarlo là, lontano dagli occhi malevoli degli abitanti del villaggio.
Anche se malformato, il bambino cresceva grande e forte nel corpo e nelle emozioni. Non si poteva però dire altrettanto della sua mente, che si era fermata alla giovanissima età in cui aveva perduto entrambi i genitori, morti a causa della peste come molti altri in quella regione.
Nonostante la paura e lo smarrimento iniziale, era riuscito a sopravvivere da solo, poiché la Natura non è una madrina del tutto crudele e se toglie da una parte, dona sovente qualcos’altro in cambio. Così, seppur sprovvisto d’acuta intelligenza, era dotato di un formidabile istinto di caccia e d’una certa dose di fortuna che lo aiutava a cavarsela in tutte le situazioni.
Col tempo, il bambino divenne ragazzo e un giorno si avventurò fuori dai confini sicuri della palude. Prima di morire, suo padre gli aveva fatto giurare che non li avrebbe mai oltrepassati, e non era certo sua intenzione infrangere il giuramento, ma era passato così tanto tempo da allora che il giovane, insieme al dolore d’averlo precocemente perduto, aveva dimenticato anche la promessa che gli aveva fatto e quindi camminava curioso e immemore verso il puntino luminoso che vedeva brillare in lontananza, ai piedi del sentiero che si inerpicava su per la montagna.
Il bagliore veniva dall’interno di una casetta che era rimasta vuota per molti anni dopo morte della vecchia che ci abitava. Correva voce che in vita fosse una strega e gli abitanti del villaggio, pavidi e superstiziosi, se ne erano tenuti lontani anche dopo la sua dipartita.
Recentemente però la casetta era tornata a essere occupata. Vi si era trasferito un uomo che aveva una figlia bellissima, purtroppo imperfetta perché cieca dalla nascita. Era una giovanetta dall’animo delicato e nessuna malizia sfiorava i suoi pensieri. Poiché era anche molto ingenua, il padre temeva che potesse cadere vittima della lussuria dei giovani del villaggio. A nessuno di quelli la natura aveva donato un cuore gentile ed era palese che non nutrissero alcun rispetto per le creature più innocenti.
Gli sguardi che lanciavano alla figlia, quando la incrociavano per la strada, lo facevano rabbrividire. Per questo motivo aveva deciso di andare a vivere in quella casetta lontana dal villaggio: sperava che la distanza avrebbe messo la figlia al sicuro dalle brame degli uomini.
Giunto nei pressi della casupola, il ragazzo sentì una fitta di timore stringergli il cuore. Si appoggiò a un albero e chiuse gli occhi. Ricordi di case e di volti crudeli che gli urlavano contro attraversarono la sua mente come lampi, ma erano confusi e indistinti, come avvolti dalla nebbia. Aprì di nuovo gli occhi, staccò la schiena dall’albero e riprese a camminare. Dopo qualche passo rallentò e si fermò di nuovo, incerto se tornare indietro, ma poi si decise a proseguire.
Aveva fatto tanta strada ormai, era stanco. Voleva riposare ed era curioso di vedere chi abitava la casa, quindi raggiunse la finestra e sbirciò attraverso il vetro illuminato.
Seduto al tavolo accanto al focolare c’era un uomo che fissava le fiamme attraverso le palpebre semichiuse; abbandonato contro lo schienale della sedia, sembrava sul punto d’addormentarsi. Accanto a lui, su una vecchia poltrona sgualcita, sedeva una fanciulla. Intrecciava con aria sognante giunchi sottili che, torti dalle sue dita affusolate, prendevano la forma di cesti e canestri.
Aveva occhi grandi, d’un azzurro molto chiaro, ma erano senza pupilla, come al ragazzo era capitato di vederne in alcuni pesci che abitavano il fondo della palude. Suo padre diceva che erano animali speciali, più forti e saggi degli altri perché riuscivano a sopravvivere senza vedere, cosa che le creature comuni non riescono a fare.
Il volto della fanciulla era rivolto alla finestra e al ragazzo parve che i suoi occhi cerulei fissassero proprio lui. Se qualcuno gli avesse raccontato storie di angeli e demoni, non avrebbe avuto alcun dubbio: era così bella che poteva essere solo un angelo e così non riusciva a distogliere lo sguardo, ma osservandola avvertiva una solitudine densa di anni salire lenta alla gola e raggrumarsi in un nodo di lacrime che non riusciva a sciogliere. Avrebbe voluto essere abbracciato e consolato, sentire le mani sottili di lei sulla testa accarezzarlo come faceva sua madre la sera, prima di dargli un bacio e ritirarsi a dormire; avrebbe voluto appoggiare la guancia sulla sua spalla e respirare nel profumo dei suoi capelli e con la coda dell'occhio vederla sorridere e sentire di essere a casa e piangere, finalmente, dopo anni, piangere di dolore o di gioia, non sapeva di cosa, avrebbe voluto solo che lei lo stringesse.
Alzò una mano per asciugare le lacrime che gli rigavano le guance ma urtò una ciotola di coccio che cadde dal davanzale frantumandosi con uno schianto.
Ebbe appena il tempo di vedere la fanciulla cieca sobbalzare che l’urlo rabbioso del padre sovrastò, violento, il bisbiglìo della notte. “Un mostro” ringhiava, “un mostro, lì davanti alla finestra.”
Il viso dell’angelo si riempì di terrore, la vide aggrapparsi convulsamente al tavolo e balzare in piedi urtando una sedia che cadde con un rumore secco sulle pietre levigate del pavimento. Il padre afferrò il fucile e spalancò la porta con violenza. L’anta di legno massiccio andò a sbattere con forza contro il muro esterno facendo schizzare tutt’intorno grumi d’intonaco. La luce della stanza proiettò sul viottolo un rettangolo di luce abbagliante; al centro, un’ombra nera avanzava minacciosa imbracciando un’arma.
In un attimo il ricordo dei volti maligni che lo insultavano divenne più nitido, tanto nitido che gli sembrava di averli intorno. "Scappa! Scappa!" gridava una voce nella sua mente e le sue gambe l’assecondavano correndo veloci verso il bosco da cui era venuto. Il cuore gli batteva all’impazzata nel petto, nelle orecchie rimbombava l’urlo dell’uomo: “Ti ammazzo maledetto, demonio, mostro disgustoso, stai lontano da mia figlia. Ti ammazzo e ti rispedisco all’inferno, bastardo.”
Sentì un colpo di fucile esplodergli nelle orecchie, e un altro e un altro e un altro ancora. Un dolore lancinante gli artigliò la spalla. Barcollò ma si riprese e continuò a correre, a correre a perdifiato fino al bosco, ai cespugli, al riparo. Era abbastanza lontano, ormai, e le urla e gli spari non si sentivano più, ma la voce dentro la sua testa non s’era zittita, anzi, aumentava di tono a ogni passo. "Sei brutto," diceva, "sei brutto e nessuno ti vuole. Per questo ti portarono via dal villaggio, non ricordi? Non c’è posto per te in mezzo agli altri. Sei brutto come un mostro, peggio, come un orco. Orco-Orco: è’ così che ti chiamavano, Orco-Orco quel giorno che ti gettarono nel fiume, è questo che ti urlavano intorno, Orco-Orco e non ti lasciavano tirare su la testa, ma tu li sentivi urlare anche sott’acqua, Orco-Orco come una cantilena, e il fango si alzava all’intorno e l’acqua diventava marrone e tu non vedevi quasi più. Erano solo mani che sentivi o forse usavano anche i piedi? Ti tenevano sotto con forza, ti colpivano la schiena, la testa, dove capitava e poi ci fu silenzio e tu non ti muovevi e l’urlo di tua madre e tuo padre che ti schiacciava la pancia e tu tossivi e vomitavi e mamma piangeva e non riuscivi a capire perché lo avevano fatto, non riuscivi nemmeno a pensare e certo non capivi, allora non capivi.
Non capivi, allora.
Ma adesso ti era chiaro.
Il ragazzo scivolò a terra, la schiena contro un albero. Chiuse gli occhi e rimase in ascolto. Non c’era rumore di passi, nessuno lo stava inseguendo. Nel buio, solo il suono familiare degli animali che strisciavano, scavavano e camminavano circospetti sulle foglie. La notte era scesa, la decisione presa: nessuno lo avrebbe più visto, mai più lo avrebbero cacciato.
Toccò con la mano la spalla ferita. Il sangue colava lungo il braccio, appiccicoso. Avrebbe dovuto fermarlo, cercare le foglie, una benda, annodarla… ma era stanco. Il ragazzo era stanco davvero, voleva soltanto dormire. Chinò la testa, chiuse gli occhi e pregò che fosse per sempre.

“Che brutta storia, mamma, com’è triste. Davvero finisce in quel modo?”
“Non so tesoro, lo vedi, il quaderno è finito. Siamo all’ultima pagina.”
“Dev’esserci il seguito, deve proprio esserci. Guardiamo in quell’altro baule, forse Miss Arrow aveva un altro quaderno, forse l’ha scritto lì come finisce.”
“Amore, è già tardi, dobbiamo preparare la cena, non vedi che è buio?”
“No mamma, ci vedo ancora. Dobbiamo cercare la fine.”
“Tesoro, è più di un’ora che respiriamo la polvere di questa soffitta, continueremo a cercare domani. Se non pioverà più chiederemo a papà di portare gli altri bauli e le scatole a fiori sotto il portico e vedremo se c’è un altro quaderno lì dentro.”
“No mamma, lo cerco adesso. Tu vai. Io lo devo trovare, altrimenti non riesco a dormire.”
“Va bene tesoro, ti aiuto, ma apriremo solo il baule più piccolo. Se non è là continueremo a cercare domani.”
Non vi erano diari nel bauletto, soltanto vecchi vestiti che puzzavano di muffa, una spazzola d’avorio ingiallito con una scena di caccia intarsiata sul dorso, un piccolo specchio ovale macchiato dagli anni e una scatola di pillole vuota.
Quella notte piansi.
Maledetta Miss Arrow, pensavo, che scriveva storie crudeli. Mi addormentai infine col cuore pesante, pensando al ragazzo ferito.
All’inizio il mio sonno fu agitato e popolato da incubi cortissimi che cambiavano continuamente e che non riuscivo a ricordare. Mi giravo e rigiravo nel letto, non più sveglia ma neppure completamente addormentata, finché, verso l’alba, caddi in un sonno profondo e feci un sogno che ancora oggi non riesco a dimenticare.
Miss Arrow galleggiava sopra il mio letto emanando una luce azzurrina. Era piccola, più bassa di come me l’ero immaginata. Gli occhi erano scurissimi e rotondi, così scuri che sembravano grosse pupille senza iride. Il naso sporgeva un po’ troppo per non essere notato ed era sottile come le labbra, il colore dei capelli non riuscii a distinguerlo poiché li teneva raccolti sotto un cappellino con la veletta alzata, che indossava legato sotto al mento.
“Alzati,” mi disse senza tanti complimenti “ti porto indietro con me. Nessuno aveva pianto per lui, prima d’ora. Ti porto indietro a vedere che cosa è successo.”
Trovammo il ragazzo sotto l’albero dove l’avevo lasciato. Stava ancora dormendo, ma il sangue non si era fermato e disegnava una macchia scura che andava allargandosi sulla vecchia camicia che indossava. Era notte fonda, si udiva solo il suono del suo respiro incerto.
D’un tratto, poco lontano, si accese un puntino luminoso. Pulsava e si avvicinava rapidamente. Pensavo fosse una lucciola, ma quando fu di fianco al ragazzo, cominciò a crescere velocemente e la luce divenne intensa, fulgida come la lampada di un faro nella notte. Il giovane si svegliò e alzò la mano per schermare il bagliore troppo forte.
“Non avere paura,” disse la luce, “io sono la fata del bosco e conosco il cuore degli uomini. So il tuo dolore e lo voglio alleviare, ma tu devi scegliere. Vuoi essere bello? Posso far di te il ragazzo più bello del villaggio. Oppure vuoi essere amato?”
“Amato.” bisbigliò lui senza pensarci un solo attimo “Amato, cara fata.”
“Allora d’accordo.” rispose quella. Puntò la bacchetta che teneva in mano e un fumo azzurrino avvolse il corpo mostruoso del giovane che scomparve in un lampo; con lui svanì anche la luce abbagliante della fata.
Intorno a noi il buio era denso. Strizzai gli occhi per abituarli all’oscurità. Per terra mi pareva di scorgere qualcosa che si muoveva, ma non era la forma allungata del giovane, sembrava rotonda, e piccola.
“Andiamo più avanti.” sussurrò Miss Arrow. Afferrò la mia mano trascinandomi in volo fuori dal bosco; intorno a me, in un attimo, avanzò il giorno. In lontananza comparve la casupola. Man mano che ci avvicinavamo riuscivo a distinguere la fanciulla che sedeva sull’erba e, poco distante, il padre che la osservava presso la soglia, il fucile appoggiato alla porta.
Ci posammo sul prato, eravamo invisibili ai loro occhi. Miss Arrow fece un cenno con la testa invitandomi a guardare indietro, nella direzione da cui eravamo venute. Un cagnolino bianco, uscito dal bosco proprio in quel momento, correva festoso ma zoppicante nella nostra direzione.
“Papà ascolta, un cucciolo!” esclamò la ragazza. “Arranca, ha una zampa ferita, aiutiamolo.” disse aprendo le braccia per accoglierlo in grembo.
“Guarda che carino, papà, lo posso tenere? Ti prego, ti prego.”
La ragazza abbassò le palpebre e rise quando il cagnolino infilò il muso sotto i suoi capelli sciolti, facendole il solletico sul collo col nasino umido, poi alzò il viso e spalancò gli occhi ciechi sul padre, occupato ad affilare il coltello da caccia.
“Papà, questo cagnolino mi apre il cuore. Possiamo tenerlo? Ti prego, papà.” chiese con una voce tanto dolce che pareva cantare.
L’uomo le si avvicinò e grattò la testa al cagnetto. “Ma sì, lo terremo,” concesse “le zampe sono grandi, crescerà forte e fedele e mi aiuterà a difenderti e a cacciare. Vado a cercate le foglie per curare la ferita.”

Mi svegliai con un senso di oppressione. Avevo visto, avevo capito.
Dopo colazione trascinai fuori i bauli di Miss Arrow e li bruciai in giardino, insieme al quaderno, a tutti i suoi vestiti che puzzavano di muffa, alla spazzola, allo specchio e alla scatola di pillole vuota.
L'Orco (Dark Fairy Tale) testo di Manoscritta
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