PRIMUS V

scritto da Marboxer
Scritto 12 anni fa • Pubblicato 12 anni fa • Revisionato 12 anni fa
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Autore del testo Marboxer

Testo: PRIMUS V
di Marboxer

PRIMUS V

“Eh, sì, questo è davvero andato”, biascicò il medico che, chiamato dal sogghignante guardiano, era accorso per visitare il gladiatore. “Direi che sia inutile chiamare il suo progettista a quest'ora. Quei tipi sono dei veri rompicoglioni pieni di boria.
“«E perché mai mi avete disturbato a quest'ora? Tanto era già morto,no? Oppure non se n'era accorto?», probabilmente sbotterebbe con una qualche frase di questo genere.
“Facciamo così, Gustavo”, il sogghignante si chiamava davvero Gustavo? “mettilo in una cella frigorifera. Chiamerò questo … Alfred Mutuliàn domattina.
“Buonanotte”, sbadigliò con aria scocciata ed assonnata. Fortunatamente non aveva dovuto fare una vera visita, accendere il cervello a quell'ora di notte gli costava sempre molta fatica. E, visto che si occupava esclusivamente di malanni banali che potevano colpire i gladiatori, clienti sicuramente non paganti, era facile intuire come non fosse esattamente un luminare della scienza medica.
Gustavo accompagnò il medico fuori dalla struttura di contenzione dei gladiatori poi, sbuffando a sua volta, tornò in infermeria. Il grosso corpo di Spartacus, contorto a causa delle violente convulsioni che lo avevano colto poco dopo aver chiamato la guardia, giaceva scomposto sul tavolo di freddo acciaio.
“Grosso e forte, certo, ma io, a cinquantotto anni, ne ho quasi altrettanti davanti a me, mentre tu …”, e sogghignò.
Scuotendo la testa, e senza smettere di sogghignare, andò a prendere la barella ed un sacco per cadaveri.
“A quanto pare dovrò fare una nuova richiesta di sacchi”, bofonchiò vedendo che la provvista stava per finire. “In questo ultimo periodo ci sono stati più morti che feriti”, osservò, attento analista delle vicende dell'arena. Era orgoglioso delle sue capacità di analisi che, in realtà, vedeva solo lui.
Trascinò la brutta barella, di fatto una specie di groviglio di tubi, all'infermeria mentre le ruote cigolavano protestando per quell'inconsueta attività notturna. Sbuffando e bestemmiando come un salaxiano riuscì ad infilare il corpaccione di Spartacus nel sacco che, fortunatamente, era pensato per poter accogliere indifferentemente umani, Mini e Trio.
Accompagnato da un ancor più indignato cigolio della barella si recò all'obitorio; aprì una delle celle refrigerate e ci scaricò brutalmente il cadavere dell'uomo.
Poi se ne tornò a dormire, gustandosi finalmente il sonno del giusto.

“Come sarebbe a dire, è morto stanotte? E perché diavolo non mi avete chiamato subito?”
Il progettista Mutuliàn era davvero furioso. Aveva atteso tutta la notte, in compagnia di Linda, la chiamata dalla palazzina dei gladiatori e non capiva come mai la chiamata non arrivasse.
“Chissà, magari alla fine ha avuto paura”, ipotizzò la ragazza. Lui non poté che stringersi nelle spalle. Dentro di sé, temeva che Spartacus si fosse lasciato sfuggire qualche frase che potesse aver messo in sospetto il Pretore. Il funzionario visitava spesso i gladiatori e si intratteneva con loro ufficialmente per incoraggiarli a lavorare bene, sotto sotto per cercare di individuare eventuali debolezze tali da far sospettare che il combattente non fosse al meglio delle sue possibilità. Uno dei suoi prestanome avrebbe fatto una scommessa, in tal caso, assicurandogli un buon guadagno.
Il medico, di cui nessuno conosceva il nome, si faceva piccolo piccolo di fronte ai rimbrotti di quell'importante progettista.
“Mi scusi, signore, ma non pensavo … “
“E da quando ti saresti messo a pensare, tu? L'hai mai fatto, finora, mediconzolo da strapazzo?”
“Io non … “
“Io io io, non sai dire altro? E dov'è adesso il corpo?”
“Beh, è in una cella frigorifera, naturalmente.”
“Lo hai congelato?”. Il tono del progettista era sconvolto: lo stato di morte apparente di Spartacus non avrebbe potuto salvarlo dalla lacerazione delle sue cellule provocata dall'espandersi dell'acqua che contenevano. Non avrebbe avuto bisogno di crepare per ipotermia.
“No, è in una delle celle ipotermiche; sapevo che avrebbe voluto fare un'autopsia”, sussurrò con voce appena udibile il mediconzolo.
“Almeno ne hai fatta una giusta.
“Accompagnami”, ordinò Mutuliàn

Due ore dopo il corpo di Spartacus era nel laboratorio privato di Alfred. Utilizzando una tecnica sofisticata, aveva riportato la temperatura corporea dell'uomo alla normalità, né troppo in fretta né troppo lentamente. Era quello, il problema, ripristinare le condizioni normali del suo corpo evitando ulteriori stress. Fortunatamente tecniche di questo tipo, utilizzate per i viaggi interplanetari, erano note da tempo ed ampiamente sfruttate anche per necessità diverse dal semplice spostarsi nello spazio convenzionale. Per esempio, in caso di incidenti gravi, l'infortunato veniva “freddato” - come si usava dire con macabro senso dello humor – fino all'arrivo in ospedale. I processi vitali rallentati spesso permettevano di bloccare per un po' il progredire delle conseguenze del trauma.
Certo, con Spartacus Alfred era andato un po' oltre: aveva indotto uno stato di morte apparente che doveva ingannare un medico, anche se uno da strapazzo come quel mediconzolo.
“E questa è stata la tua fortuna”, pensava Alfred mentre il suo monitor esponeva, in varie finestre tridimensionali, l'andamento dei parametri vitali di Spartacus. Fu proprio quello stato di quasi-morte a permettere di sopravvivere al freddo della cella ipotermica.

“Cosa mi dici? Se la caverà?”
L'espressione di Linda era fredda. Con il tipo di vita che aveva fatto, non era troppo abituata ad esprimere le proprie emozioni, ma Alfred aveva l'occhio acuto, e non grazie alla sua notevole cultura in bio-genetica. Era semplicemente una sua dote di essere umano. E il suo occhio gli diceva che Linda era preoccupata.
“Ci vuol altro per quel bestione. Fra un paio d'ore ne sarò definitivamente sicuro, ma posso ragionevolmente azzardare che entro due o tre giorni sarà in grado di affrontare un Mini.”
Linda non riuscì a reprimere un sospirone di sollievo: “Sai, amica mia, dovresti iniziare ad abituarti a fare la persona normale, sai, piangere, ridere, arrabbiarti, quelle cose che costellano la vita della gente normale. Smettila di tenerti tutto dentro.”
Lei sorrise: “Beh, se devo essere 'normale', come dici tu, forse dovrei adottare un abbigliamento diverso”. In quel momento aveva indosso la sua divisa, per così dire: una camicetta che tratteneva a stento le tette, un paio di short così stretti che si sarebbero potuti contare i pori della pelle e scarpe con un tacco tanto alto da spaventare uno scalatore professionista.
“E magari, rinunciare a quei capelli biondi”, suggerì lui.

Spartacus, sdraiato su un grande letto, stava mangiando e brontolando allo stesso tempo: “Almeno, quando combattevo mi davano da mangiare cose decenti, non questa … brodaglia!”
In effetti, bisogna dargliene atto, la zuppa semi liquida, nella quale nuotavano … non sarebbe stato facile dire cosa … non era eccessivamente appetitosa.
Seduta accanto al suo letto, una nuova Linda dai capelli neri come l'ala di un corvo sorrideva comprensiva. Quel grande corpo robusto stonava con ciò che ondeggiava nella scodella: “Su, porta pazienza, hai subito una grave offesa, prima la morte apparente, poi quelle ore nel frigo.
“Devi riprendere le forze.”
L'uomo fece una smorfia: “Una grave offesa? Ma scherzi? Allora quello che subivo nell'arena come lo chiameresti?”. Poi sbuffò ed ingoiò un'altra cucchiaiata di brodaglia.
“Hai iniziato una nuova vita, basta con l'arena. Devi comportarti come una persona comune e badare alla tua salute, il tuo bene più prezioso.”
Finalmente lui appoggiò la scodella sul tavolino: “Ah, finito.
“E comunque, non è certo la salute ciò che considero il mio bene più prezioso.”
“Ah, no? E cosa, allora?”
Spartacus allargò le braccia: “Questa è una stanza, non una cella!”
Linda sorrise ed i suoi occhi brillarono. Probabilmente non era l'effetto di un qualche intervento di chirurgia estetica, questo pensò Spartacus anche se non aveva un'idea chiara di cosa fosse, la chirurgia estetica. Ed anche quella che il mediconzolo dell'arena praticava sui gladiatori quando cercava di rimettere insieme le ossa e le carni di qualcuno dei combattenti di livello più basso – quelli più bravi, e preziosi, erano curati direttamente dai progettisti o da qualche loro incaricato – difficilmente si sarebbe potuta chiamare chirurgia, in un qualunque ospedale della galassia.
Di quelli che curavano coloro che erano protetti da un'assicurazione sanitaria, almeno.
Quanto ai poveracci, da tempo, più o meno dappertutto era passata l'idea che, se non erano in grado di provvedere a loro stessi, si meritavano ciò che capitava loro. Una nuova versione della legge della giungla, ma più crudele.
“Che ne pensi, della libertà?”
La fronte dell'uomo si corrugò; sorprendendo Linda, richiamò le ginocchia al petto e le abbracciò, come a cercare protezione di fronte ad un pericolo nascosto. Poi lei comprese: lui conosceva a malapena l'idea stessa della libertà, non la comprendeva. Pronto ad affrontare un Mini o un colosso par suo armato di lucente acciaio, temeva di dover affrontare … qualche cosa che non comprendeva.
Uccidere o essere ucciso, questa era l'unica cosa che comprendesse realmente.
Commossa, colpita dall'intensità della comprensione di una cosa che, in fondo, avrebbe dovuto essere ovvia, linda si protese sul letto e lo baciò, teneramente, delicatamente, sulle labbra.
Il gesto risultò nuovo per l'uomo, poiché era qualcosa di molto diverso dai baci sensuali che lei, durante l'esercizio della sua professione, gli aveva dato.

“Allora, come se la passa il nostro malato?”
L'entrata di Alfred sorprese tutti e tre. Il progettista, infatti, trovò il colosso e l'orientale nudi, addormentati ed abbracciati. Nessun dubbio circa il modo in cui avevano speso il loro tempo prima di addormentarsi.
Lei aprì, un po' a fatica, quei suoi occhi innaturalmente verdi, ma comunque belli, e sorrise. Poi si stirò.
Alfred sorrise: “Direi che stia recuperando le forze”, scherzò.
Vedendo l'espressione imbarazzata di Spartacus scoppiò a ridere: “Ehi, ma … non è mica la prima volta che lo fai, anche con Linda, no? E non si può certo dire che la tua cella fosse un luogo intimo ed appartato!”
L'altro esitò; “Sì, ma … era diverso. Prima era come se fosse, non so, la distribuzione del pasto, qualcosa che faceva parte della vita nell'arena.
“Adesso, lei l'ha fatto perché voleva, e sono stato io a chiederglielo.
“Sono cose nuove, per me.”
Il progettista sospirò, rendendosi anche lui conto di quale incredibile cambiamento Spartacus avesse vissuto. Sceglieva lui cosa mangiare, faceva l'amore perché tutti e due lo volevano, dormiva in un vero letto all'interno di una stanza, non di una cella. Alfred scosse il capo come per dire sì, ti capisco.
“Va bene.
“Vestitevi e poi vieni di là, Spartacus. Voglio visitarti.”
“Di nuovo? L'hai fatto ieri, cosa può essere cambiato?”
“Funziona così, amico, i malati vanno seguiti costantemente.”
“Io non sono malato! Le ferite che riportavo nell'arena … “
Alfred scosse le mani e lo interruppe: “No, no, sbagli pensando di poter paragonare l'oggi con i giorni dell'arena, quelli sono terminati. Non è un caso se i gladiatori vivono così poco! Ferite mal curate, traumi, stress e paura. Non, non si può davvero pensare a quei giorni come ad un valido termine di paragone.
“Su, seguimi, amico mio.”
Un po' perplesso, Spartacus scese dal letto nudo com'era quando uscì dall'incubatrice, si fermò, sorrise a Linda, si sporse e la baciò con delicatezza, così come stava imparando a fare.

Erano in viaggio da quasi tre ore. Le strade erano tranquille, poco frequentate. Di solito, su Primus, la gente si spostava in treno, quelli a levitazione magnetica erano un valido sostituto degli spostamenti in aria, almeno sulle medie distanze. Solo poche auto, silenziosissimi con i loro motori elettrici, sicuramente gente che si spostava per pochi chilometri.
Filando a quasi trecento chilometri l'ora, cosa resa possibile dai meccanismi di supporto alla guida, e soprattutto ai navigatori che permettevano di impostare destinazione e percorso per poi sostituirsi totalmente al guidatore, il viaggio sarebbe ben presto terminato.
Il grosso furgone portava i tre e, nel retro, una gran quantità di bagagli ed attrezzi.
Linda dormiva, Alfred leggeva mentre Spartacus si guardava intorno.
Primus era davvero bello: per la prima volta poteva ammirare dal vero le sue vaste foreste, dove le poche strade davano l'impressione di sottolineare la maestosità del paesaggio e non deturpavano ciò che Madre Natura aveva creato con tanta cura.
Le tre settimane passate nascosto a casa di Alfred gli avevano insegnato molto. Il trivisio, dove poteva scegliere senza limiti i programmi, gli aveva fatto comprendere quanto vasto fosse il pianeta, anzi, gli aveva svelato che lui, e tutti gli altri, vivevano su quella specie di sasso perso nel vuoto dell'infinito. Roba da mal di testa.
Ma ora, finalmente, vedeva con i suoi occhi gli alberi, animali volanti, strani esseri con sei zampe che facevano capolino al riparo di grandi cespugli, ed il desiderio di essere proprio lì e di toccare quelle creature si faceva sempre più forte.
Linda si stirò, sbadigliò, sorrise a Spartacus: “Quanto manca? Sono stanca.”
“Ma come, ti sei addormentata tre secondi dopo essere entrata nel car”, osservò distrattamente Alfred.
“Cosa vuoi, ieri notte abbiamo dormito poco”. Maliziosa.
“Io non sono stanco.”
“Spartacus, tu pesi centosessanta chili e fai a botte con i Trio!”
“In effetti, ne pesavo centoquarantasei, peso forma. Forse sono aumentato un po', non mi sono più allenato.
“E non facevo a botte. Combattevo!”
“Beh, ora non più.
“Quando vedrai la palestra della casa che ho comprato vedrai che ne sarai soddisfatto”, bofonchiò Alfred.
Per tre settimane aveva continuato la sua vita di progettista. Aveva stilato il rapporto circa la morte di Spartacus dichiarando di aver già provveduto a cremare il suo cadavere. Nulla di strano in questo. Terminata l'autopsia spesso il medico provvedeva a “smaltire” i resti.
Sorprendendo i suoi datori di lavoro, in effetti lui era un libero professionista, aveva annunciato di volersi ritirare per portare avanti una sua ricerca.
Anche questo non era particolarmente strano: considerando le possibilità di comunicazione e di reperimento di informazioni da pressoché tutta la galassia, talora un singolo ricercatore poteva effettivamente ottenere notevoli risultati semplicemente mettendo i relazione fatti che provenivano da ricerche sul campo a da laboratorio.
Aveva riempito il suo car con tutto ciò che pensava potesse servirgli per investigare sulla particolare natura di Spartacus. Voleva capire dove fosse l'errore che permetteva a quell'uomo, se ne stava rendendo conto giorno dopo, intelligente e gentile, di non morire.

La casa era bella, ampia, circondata da una foresta che qualunque terrestre avrebbe giurato di una qualche specie di abete. Il terreno era coperto da sottili e fitti fili di un verde brillante che sembravano il lavoro di uno specialista in moquette, invece si trattava della versione locale dell'erba. Non mancava – come avrebbe potuto? – un ruscelletto ai margini dell'ampia radura dove la casa era stata costruita su due piani.
Linda, finalmente sveglia, saltò giù dal car e, lanciando gridolini di entusiasmo, batté le mani: “Ma è bellissima! Quanto ti sarà costata!”
Trascinando a fatica un enorme baule, Alfred sbuffò: “Il mio lavoro di progettista mi ha reso davvero molto, ma non mi ha dato molte occasioni di spendere.”
“Lascia, ci penso io”, disse Spartacus afferrando il baule e sollevandolo senza sforzo. “Dove lo devo mettere?”
Cercando di rimettere a posto la schiena, sicuramente non abituata a sforzi del genere, indicò una porticina: “Quella porta ad un seminterrato. Piazzerò là il mio laboratorio.”
Il contributo di Linda per scaricare il car fu scarso; si limitò a portare la sua valigia: “Dove sono le stanze da letto?”
Salì al primo piano e, seguendo il consiglio di Alfred, scelse una delle quattro grandi stanze. Decise per una d'angolo che guardava sul ruscelletto: “È luminosa, mi piace!”
“Luminosa? Tu lo sei.”
Ritto sulla porta e carico fino all'inverosimile di borse e valige, Spartacus sorrideva.
“Ehi, ma mi stai diventando romantico?”
Lui si strinse nelle spalle: “Ho solo detto ciò che penso.”
Poi si allontanò per andare a depositare i bagagli di Alfred nella sua stanza, la più vicina alla scala interna che portava giù al “laboratorio”.

Il frigorifero era pieno delle provviste ordinate da remoto e consegnate a cura del locale supermercato della catena “KS”, presente su oltre il 30% dei pianeti abitati non esclusivamente da coloni. Nessuna necessità di entrare, il robot per le consegne, guidato dalla pista magnetica, li aveva depositati sul nastro trasportatore per mezzo dello sportello sul retro della casa intelligente che li aveva poi sistemati leggendo la natura del prodotto grazie al codice olografico sulle confezioni: frigo o dispensa, ben ordinati.
“Cucino io!”, si era offerta Linda. Come i due uomini avevano avuto modo di verificare, le capacità culinarie della ragazza andavano ben oltre allo scaldare un precotto surgelato nel forno. Era davvero una brava cuoca e, utilizzando le provviste ordinate prima di partire, preparò un brasato con patate al forno davvero splendido.
In effetti, non erano patate, quelle là, ma il gusto era simile e si potevano cucinare negli stessi modi.

Benvenuto nella tua nuova vita, Spartacus.
(continua)
PRIMUS V testo di Marboxer
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