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Il primo giorno di navigazione dopo la grande rivelazione fu stranamente calmo.
Il mare si stendeva piatto come uno specchio opaco, la brezza costante ma debole, le vele gonfie appena quel tanto che bastava per non far sentire la nave immobile. Solo il rollio gentile e il cigolio regolare del legno che sembrava quasi respirare con loro.
Ma le scorte stavano finendo a vista d'occhio.
L'acqua dolce nei barili era scesa sotto la metà, la carne salata si era ridotta a strisce sottili, la farina cominciava a puzzare di umido. Il cuoco borbottava ogni volta che apriva la dispensa, e persino Jared, di solito il più ottimista, aveva smesso di scherzare sul "mangiare aria di mare".
Il viaggio verso la Stella Oceana vera poteva durare settimane, forse mesi. Non potevano permettersi di arrivare a mani vuote.
Nel tardo pomeriggio del secondo giorno, la mappa parlante – con il suo solito tono annoiato – interruppe il silenzio dalla cabina.
«Se non volete morire di fame prima di incontrare l'Abisso, vi conviene virare di quindici gradi a babordo. C'è un porto a due giorni di vela. Piccolo, sporco, dimenticato dal resto del mondo. Ma hanno acqua, pane duro e pesce essiccato. Prendetelo e filate via. Non è un posto dove fermarsi a fare amicizia.»
Reven annuì senza esitare.
«Viriamo. Porto più vicino, rifornimento veloce. Niente distrazioni.»
Draymor diede l'ordine con un cenno secco.
Le vele furono regolamentate, la rotta corretta.
La Treasure cambiò direzione con la stessa naturalezza con cui un uccello vira nel vento.
Due giorni dopo, all'alba del quarto giorno, apparve la costa bassa e grigia.
Nessun faro, nessuna bandiera colorata. Solo un molo di legno marcio che si protendeva nel mare come una lingua spezzata, e dietro una manciata di case basse, tetti di paglia annerita, un campanile storto che sembrava sul punto di crollare. Il porto si chiamava – o almeno così diceva una tavola sbiadita mezzo staccata – Porto Squalo. Nessuno lo chiamava così da anni. Lo chiamavano semplicemente "il Buco".
Reven scelse con cura chi scendere: se stessa, Draymor, Finn e Jared. Quattro persone bastavano per portare provviste pesanti, ma non erano un gruppo così grande da attirare troppa attenzione. Mara rimase a bordo con il resto della ciurma, pronta a salpare al primo segnale di guai.
Quando misero piede sul molo, l'odore li colpì prima ancora delle immagini: pesce marcio, fumo di torba, sudore vecchio, alghe marce. L'aria era densa, quasi masticabile.
Le vie del porto erano strette, tortuose, pavimentate con ciottoli irregolari e fango secco. Non c'erano carrozze, né cavalli. Solo gente a piedi, e troppa di quella gente era piccola.
Orfani e bambini di strada ovunque.
Bambini scalzi con occhi troppo grandi per facce troppo magre, che tendevano mani sporche verso chiunque passasse. Alcuni stavano accovacciati vicino alle porte delle taverne, altri dormivano addossati ai muri, avvolti in stracci che un tempo forse erano stati coperte. Una bambina di non più di sette anni sedeva su un barile rovesciato, cullando una bambola di stracci senza testa. Quando Reven le passò accanto, la piccola alzò lo sguardo e sorrise con denti storti e neri.
«Un soldino, signora? Solo per mangiare...»
Reven si fermò. Mise una mano in tasca e tirò fuori una moneta d'oro – una di quelle prese dalla caverna. La posò nella mano minuscola senza dire una parola. La bambina la fissò come se fosse un sogno, poi corse via gridando qualcosa in una lingua che nessuno capì.
Draymor posò una mano sulla spalla della figlia.
«Non possiamo salvarli tutti» mormorò.
«Lo so» rispose Reven. «Ma possiamo ricordarci che siamo fortunati a non essere come loro.»
Più avanti le taverne si aprivano come bocche sdentate.
Dalle porte uscivano risate spezzate, pianti soffocati, il suono di bicchieri sbattuti. Dentro, uomini e donne con volti scavati si ubriacavano di liquori torbidi per dimenticare. Alcuni erano malati: tosse grassa, pelle giallastra, occhi infossati. Una donna sedeva su una panca fuori da una bettola, il viso coperto di piaghe, e cantava una ninnananna a nessuno. Un vecchio senza gambe si trascinava sul selciato con le mani avvolte in stracci, chiedendo l'elemosina con una voce che sembrava già morta.
Jared camminava accanto a Finn, le mani strette a pugno nelle tasche.
«Questa è la dura realtà» disse piano. «Noi navighiamo, cerchiamo tesori, parliamo con mappe magiche... e qui la gente lotta per un tozzo di pane. Mi fa sentire piccolo.»
Finn annuì, lo sguardo basso.
«Io ho quasi tradito la ciurma per paura. E loro... loro non hanno nemmeno la possibilità di scegliere. Hanno solo questo.»
Draymor, che camminava davanti, si fermò davanti a un magazzino con l'insegna mezza staccata: "Provviste – Prezzi onesti (quasi)".
«Basta guardare» disse con voce ferma. «Abbiamo un lavoro da fare. Acqua, farina, carne salata, legumi secchi. Tutto quello che possiamo portare via senza attirare troppa attenzione. Muoviamoci.»
Entrarono nel magazzino.
Il proprietario – un uomo magro con un occhio lattiginoso – li squadrò da capo a piedi, poi sorrise mostrando denti gialli.
«Marinai con monete d'oro? Che fortuna. Prendete quello che volete. Pagate e andatevene prima che qualcuno vi veda.»
Caricarono sacchi su sacchi.
Acqua in otri di pelle, farina in barili, pesce essiccato avvolto in tela, legumi secchi, un po' di frutta conservata in miele. Jared portava sulle spalle due sacchi alla volta, Finn aiutava a legare le corde, Reven controllava che non mancasse nulla di essenziale.
Quando uscirono, il sole era già alto e il porto sembrava ancora più grigio.
Un gruppo di bambini li seguì per un tratto, tendendo le mani. Reven diede loro qualche moneta in più, ma non troppe. Non voleva creare caos.
Mentre risalivano sul molo verso la lancia che li avrebbe riportati alla Treasure, Draymor si fermò un attimo. Guardò indietro, verso le case basse, i bambini, le taverne, i malati.
«Il mare ci ha dato tanto» disse piano. «Ma c'è chi non ha mai avuto nemmeno una briciola. Ricordiamocelo.»
Reven annuì.
«Lo ricorderemo. E quando troveremo la Stella Oceana vera... forse potremo fare qualcosa di più che ricordarlo.»
Finn non disse nulla.
Ma strinse la presa sul sacco che portava in spalla, come se volesse tenere stretto anche quel pensiero.
Salirono sulla lancia.
Remarono in silenzio verso la nave.
Dietro di loro, Porto Squalo tornò a essere solo un'ombra grigia sulla costa.
La Treasure li aspettava all'ancora, vele già pronte.
Quando furono a bordo, le scorte vennero stivate con cura.
La mappa, nella cabina, pulsò una volta sola, come un saluto ironico.
«Bravi» mormorò tra sé. «Avete visto il mondo reale. Ora vediamo se riuscite a non dimenticarlo quando l'Abisso vi metterà davanti allo specchio.»
Le ancore vennero alzate.
Le vele si gonfiarono di nuovo.
La nave riprese la rotta verso nord-ovest, verso la spirale che si stringeva sempre di più.
E il mare, indifferente, continuò a cullarli tutti: i fortunati e i dimenticati, i vivi e i rimpianti che portavano dentro.