1a parte
- ‹‹Patetico.››
Esordì così una delle guardie.
Lo avevano trovato da solo quel lurido ramingo, in un angolino buio e senz’aria. Stava provando a nascondersi, com’è usanza d’altronde tra i delinquenti senza onore. Non gli fu concesso più di qualche secondo. Passato questo esiguo lasso di tempo, le sentinelle potevano già complimentarsi tra loro per l’ottimo compito svolto, portato a termine con le solite maniere brusche, i modi sbrigativi, “alla vecchia maniera”, ma sempre con efficacia.
- ‹‹Avete iniziato voi.››
Fu tutto ciò che ebbe il tempo di dire il colpevole. Poi scomparve per sempre, la lotta numericamente impari lo aveva sopraffatto. Erano in 10 contro 1.
Grandi e grossi, forgiati sin dai primi istanti della loro esistenza per il combattimento, il conflitto, l’ostilità contro ogni essere che non fosse riconosciuto come innocuo. Non accettavano estranei. La parola “ospite” era sgradita. Ah, ma non era colpa loro, era il sistema ad averli formati così. Tipi da cui è conveniente girare alla larga in qualunque situazione.
Se non sei della loro stessa terra, se sei un povero malcapitato sul loro suolo, hai smesso di esistere. Non importa come, né quando, né perché tu sia lì. Il trattamento è uguale per tutti, sono democratici, LORO! Ti inseguono in ogni angolo del loro territorio, sembrano spinti da un odio feroce che non conosce limite, ma soprattutto non conosce motivazione apparentemente logica.
Ah, no, la motivazione ce l’hanno, dicono loro. Devono difendere la Patria, costi quel che costi. Non passa lo straniero. Non usano mezzi termini, questi esseri sanguinari hanno la belligeranza come unico scopo di vita, una vita per altro non lunga, ma totalmente dedicata a questo “nobile sacrificio”. È chiaro, c’è sempre necessità di gente fresca per questo incarico che tutti gli onesti cittadini e lavoratori letteralmente osannano, proprio loro, i cittadini (!), i più a rischio quando le sentinelle perdono colpi.
E capita, eccome se capita. Ma la colpa è condivisa in questo caso. Si, stavolta vanno esautorati dall’infamante nomea di portatori di distruzione. Diventano solo l’espressione di un malessere generale, si limitano ad esserne parte. Non ragionano nemmeno qui, la loro voce si esprime solo nell’azione violenta e mantengono questa linea fino in fondo. Perlomeno, sono coerenti.
2a parte
Se ne stava accucciato lì, in attesa di tempi migliori.
Un tipo con un grande potenziale, tale si reputava. Ma uno come tanti in fin dei conti. Ce ne sono a bizzeffe, nati con numerosi talenti, sempre sul punto di esplodere definitivamente, da un momento all’altro. Beh lui era uno di questi. Per quelli che davvero contano qualcosa, però, lui nemmeno esisteva. ‹‹Ancora per poco››. Era solito ripetersi, quando ci pensava. E ci pensava spesso, era il suo pallino. ‹‹Vendetta››, meditava. Meditava vendetta tra sé e sé.
Un paesaggio di desolazione era quello che lo circondava. Non che gli dispiacesse, a dire il vero. Sapeva bene, e se lo ribadiva da sempre, che non si nasce forti, ma con le capacità per diventarlo. E chi non le sa sfruttare non merita di esistere. Ci si tempra nelle difficoltà, c’è quasi un gusto edonistico nell’affrontare un ambiente ostile e nell’uscirne vincitori. Ne era convinto, ed era diventata la sua filosofia di vita.
‹‹È l’ora di cominciare a lastricare la strada verso il trionfo.›› Acquattato nel suo cantuccio, si rinvigoriva alla vista di uno spazio circoscritto in cui solo lui sapeva come sopravvivere. Nessuno lo avrebbe mai cercato in un luogo così inospitale. Poteva comodamente maturare il suo dolce piano di folle rivincita.
Aveva un’arma, molto potente. Tutti quelli come lui sanno come produrla, ma soprattutto come usarla. Un’arma dagli effetti devastanti, capace di far saltare in aria un intero Stato nei suoi punti più nevralgici: nella catena di comando. Sì perché quest’arnese di morte non era la solita dimostrazione di forza. Sapeva coniugare scaltrezza, intraprendenza, tattica e soprattutto indiscrezione. Chi l’aveva testata, così si diceva, aveva riscontrato esiti indescrivibilmente positivi. Si poteva ragionevolmente definire un “missile intelligente”.
Il suo piano era semplice dopotutto. Quel posto dimenticato da Dio, quell’anfratto senza pace era il luogo più sicuro per cominciare la rivoluzione. Bastava sfruttare abilmente il tempo a proprio vantaggio, per ottenere il fine prefissatosi. Quei maledetti sorveglianti dovevano pagare una volta per tutte le loro malefatte. E insieme a loro, tutti i cittadini.
Ne era a conoscenza, lui. Il popolo non ha alcuna speranza di sopravvivere senza i suoi difensori. E nemmeno senza la catena di comando. Ma privati di quest’ultima, nemmeno le guardie hanno più senso di esistere. E allora la via che, a prima vista, poteva sembrare la più difficile da percorrere era in realtà quella migliore da intraprendere. C’era una falla nel sistema, e lui la stava sfruttando a dovere.
Si mise all’opera. Non li ci volle nemmeno tanto. Quando sai perché lavori, il tempo è il tuo miglior alleato. In pochi giorni riuscì a crescere nella maniera più appropriata, nutrendosi dove nessuno trovava ristoro. Si sentiva unico e invincibile. Stava cominciando ad autoproclamarsi “il resiliente”, e ne aveva ben donde. Passo dopo passo guadagnava in energie, mentre il mondo intorno pian piano abbozzava un timido ritorno alla forma abituale, quella dove i comuni cittadini sogliono svolgere le loro quotidiane mansioni. Ma era tempo di guerra e per quelli, al momento, non c’era più aria.
Poco dopo, fu quasi tutto pronto. Fervevano gli ultimi preparativi per la costruzione dell’arma.
3a parte
“Come ci sei finito qui, papà?”
“Non lo so, figliolo. Sono stati attimi concitati.”
“Cioè?”
“Ero a casa, nient’altro da specificare. Poi d’un tratto, non chiedermi come, mi sono ritrovato catapultato in una landa desolata, lontano dai miei affetti, lontano da ciò che mi faceva sentire sicuro”
“E poi?”
“Ho fatto fatica a realizzare cosa mi stesse accadendo. Ciò che posso dirti, e di questo ne sono certo, è che adesso sono qui, con te, piccolo mio”.
“Ce la faremo, papà?”
“Andrà tutto bene, vedrai, nessun papà mente al proprio figlio.”
“Mi sento soffocare, papà”
“Sta tranquillo, vieni di qui… ma piano, senza far rumore.”
“Ok. Ehi papà, cos’è quella cosa che tieni lì dietro?”
“Quale? Ah, ho capito. No, niente, è tipo un giocattolo.”
“Davvero? Posso giocarci?”
“Ehm, no, vedi. Questo è un giocattolo molto particolare. Solo pochi lo sanno usare, non sei ancora pronto, sei piccolino.”
“E un giorno lo potrò usare?”
“Si, certo che potrai, ma dovrai diventare grande e forte, e magari, questo giocattolo lo saprai anche produrre.”
“Wow. Ma come si chiama, papà?”
“Uhm, chiamalo missile intelligente.”
“Non mi piace come nome, non è divertente, che giocattolo è?”
“Eh, ma è una specie di giocattolo, non è proprio cos… aspetta!”
“Che c’è? Che succede?”
“Zitto, abbassa la voce, arriva qualcuno.”
“Papà, sto avendo paura.”
“No, stai tranquillo. Papà adesso si allontana un momentino… vuoi giocare a nascondino?”
“Siiiii!!!!!!!”
“Vai inizia a contare!”
“1, 2, 3, 4… ehm…ah…8, 9…20! Ti trovo, papà, io sono un asso…”
Silenzio, numerose voci a breve distanza.
“Papà?”
Una voce sconosciuta: ‹‹Patetico.››
Papà: ‹‹Avete iniziato voi.››
4a parte
L’arma era finalmente pronta. Pronto era anche l’animo del resiliente. La vendetta contro i bruti, gli sporchi assassini, stava per compiersi. Sapeva che non era facile, ma nessun compito è difficile per chi ha deciso di portarlo a termine ad ogni costo. Si avviò.
Lungo la strada che lo portava dalla regione inospitale al luogo prefissato per lo “sgancio della bomba”, ripensava (e come dargli torto!) a cosa lo avesse condotto fino lì. La perdita del padre, il suo unico faro, la sua sola guida nel marasma che lo aveva accolto alla nascita.
No. Non sapeva darsi pace. Le guardie erano colpevoli, e dovevano pagare. Semplice. Suo padre, lo sapeva bene, era un essere tranquillo, uno dei classici tipi che, se non lo disturbi, ricambierà la gentilezza non disturbando te.
Ma tutto ad un tratto si era trovato solo e indifeso, e con un figlio a carico per giunta! Letteralmente trascinato, come da un vortice, un tornado, una tempesta perfetta, in un luogo che lui non avrebbe mai voluto profanare. Ma, ahimè, le sentinelle erano troppo all’erta e, quando accadono certi eventi altamente distruttivi, esse agiscono per difendere il territorio.
E va bene, è giusto! Ma fate distinzione, per carità! Forse che un ladro, un assassino, uno stupratore e un corrotto debbano essere trattati allo stesso modo? No. E lo Stato ne è complice.
E allora si, lo Stato deve implodere. Lui non aveva niente contro il sistema, finché il sistema non ha avuto qualcosa contro suo padre. Basta, poche chiacchiere, era tempo di agire.
Era giunto nel punto prestabilito, dove la miccia poteva essere innescata. Non perse tempo, liberò la sua arma, e cominciò ad indirizzarla verso la catena di comando.
«È tutto troppo calmo.» Ebbe tranquillamente il tempo di attivare la sua arma infatti. Ebbe persino il tempo di seguirne il principio del percorso verso la meta. Poi si voltò, soddisfatto. Per poco.
Un’ombra prima, una serie di ombre poi cominciarono a fare capolino a poca distanza dal resiliente. Era in trappola! Non c’era via d’uscita alternativa a quella d’ingresso. Attese il suo destino, ma con gioia.
Poco dopo li vide. I sudici, i meschini, gli abbietti. Fu un secondo, forse due. Poi più nulla. Era finita, ma aveva vinto. Loro non lo sapevano ma aveva vinto.
Non passò molto, e lo Stato cadde, come un corpo morto crollò su sé stesso. Il resiliente li aveva sconfitti. Non lo poteva immaginare nessuno.
Già perché nessuno sapeva che, più o meno contemporaneamente, la rivolta aveva preso piede in tutto lo Stato. Tanti come l’eroe resiliente si erano battuti, e tutti per la stessa causa. E avevano trionfato. Una sola arma di quelle non era in realtà sufficiente a sconfiggere un intero Stato. Ma, si sa, in queste situazioni più si è, meglio è. Perché l’unione fa la forza.
Postilla
Un racconto banale dopotutto, no? Beh, prova a rileggerlo sotto questa chiave: lo Stato è un essere umano, le guardie sono il sistema immunitario, il ramingo è un batterio del tetano, il resiliente è una spora cresciuta e originatasi dal batterio, e l’arma è la tossina tetanica. Non è un’esagerazione. Questo è, mi sia concessa la metafora, quello che ci accade se non siamo coperti da un vaccino (tetano in questo caso, ma il discorso si potrebbe ampliare, coi dovuti distinguo, ad altre patologie). E guarda un po’, fino a quando non ho scritto questa postilla, stavi tifando contro la tua specie. Strano? No, perché forse la realtà è una sola, ma gli occhi per guardarla sono miliardi. Nel dubbio, sii consapevole. Vaccinati.
La fine di uno Stato perfetto testo di Djambo