L'oro degli sciocchi (r)

scritto da Rubrus
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 6 anni fa • Revisionato 3 anni fa
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Testo con cui ho esordito qui nel maggio 2020 - giorno imprecisato. Dopo tre anni, mi va di riproporlo
- Nota dell'autore Rubrus

Testo: L'oro degli sciocchi (r)
di Rubrus

L’anno della pandemia il caldo arrivò presto.
Già a metà maggio il sole di mezzogiorno aveva la luminosa spietatezza dell’estate e Bruno prese l’abitudine di uscire sul terrazzo solo al tramonto.
Il terrazzo si trovava al secondo e ultimo piano della villetta di sua proprietà, sul retro, e guardava a occidente.
Bruno si accomodava sulla sdraio e osservava il sole calare dietro i campi. Il momento che preferiva era quello in cui i raggi rasentavano le risaie, facendole scintillare. Ce n’erano parecchie, dietro la casa di Bruno, e, in quel periodo dell’anno, i contadini le allagavano. Presto, l’acqua sarebbe stata assorbita, o sarebbe evaporata, ma, finché durava, era bello. Era come se il sole portasse all’aria una vena d’oro nascosta nelle profondità della terra.
Bruno si godeva lo spettacolo bevendo piccoli sorsi d’acqua con ghiaccio. Solo acqua con ghiaccio mezzo sciolto. Gli piacevano le cose semplici, le sensazioni non troppo forti.
Forse a causa dello scintillio dorato, da un po’ di tempo teneva accanto a sé, sul tavolino e vicino al bicchiere, un pezzo di pirite.
Molti chiamavano la pirite “L’oro degli sciocchi”.
Il frammento era un ricordo di suo nonno che, a dodici anni, era andato a lavorare in miniera. Era piccolo e magro, ma forte. L’ideale per spalare carbone e spingere carrelli nei tunnel. La pirite veniva da una di quelle miniere ed era uno dei pochi ricordi che Bruno avesse del vecchio.
A furia di scavare e spingere carrelli, il nonno aveva messo via abbastanza denaro da mandare il padre di Bruno a bottega da un sarto. Il padre di Bruno aveva passato buona parte dell’infanzia e dell’adolescenza a rivoltare cappotti e colletti di camicie e, a suo tempo, aveva aperto un laboratorio da sarto sotto l’abitazione di famiglia. Anni dopo, aveva aggiunto un negozio di abbigliamento.
Così diversificata, l’impresa familiare era sopravvissuta agli anni del boom e a quelli della moda, quando la gente aveva iniziato a comprare i vestiti nei supermercati o nelle boutique.
Per pare sua, Bruno era riuscito a sopravvivere a internet. Aveva riscoperto la propria attività di sarto e, sistemando giacche, allargando o accorciando pantaloni e colli di camicie, tirava avanti. I clienti di antica data, o quelli più eccentrici, si facevano ancora fare qualche vestito su misura. Il negozio, il laboratorio e l’abitazione erano suoi e questo aiutava.
Il virus aveva cambiato le cose un’altra volta.
La gente si era buttata nel commercio on line, Gli store spedivano la roba a casa e uno la restituiva senza neanche dover spiegare perché. Anche quando la pandemia fosse passata, la clientela non sarebbe tornata ai vecchi sistemi. Inoltre, non si potevano provare o cucire abiti a distanza di sicurezza. Sanificazione, barriere in plexiglas e protocolli sanitari costavano un sacco di soldi. Sopratutto, per un bel pezzo non ci sarebbero stati quattrini da spendere in abiti su misura. Anzi, non ce n’erano già più.
Bruno osservava il sole tramontare e rimaneva anche dopo che si era fatto buio.
Durante il confinamento, come tutti, aveva intensificato la propria vita on line. Per un paio di giorni aveva portato il computer sul terrazzo e provato a buttare la propria impresa nel web marketing, ma poi aveva lasciato perdere. I video in cui spiegava come eseguire semplici lavori di sartoria non avevano avuto visualizzazioni e i tentativi di reperire clienti via social, o anche solo di contattare quelli vecchi, si erano rivelati un fallimento. Senza contare che gli smartphone, lui, li aveva sempre odiati e non avrebbe mai imparato a usarli in modo decente. A cinquant’anni, era troppo tardi e troppo presto per un sacco di cose.
E poi, al posto della vita virtuale, aveva i sogni.
Diana.
Abitava in una città vicina e aveva conosciuto Bruno per lavoro. Doveva regalare un abito da matrimonio a un amico. Aveva chiesto in giro e aveva scoperto che Bruno faceva abiti su misura a buon mercato.
Diana e Bruno non erano stati insieme, ma ci erano andati vicino.
Per molti mesi si erano sentiti tutti i giorni, o quasi. Avevano passato assieme alcuni week-end e un paio di vacanze.
Lei usciva da una relazione piuttosto impegnativa, di cui gli aveva raccontato parecchio. Lui, di sé, le aveva detto molto meno.
Tutto questo accadeva quattro anni prima.
Di colpo, da due anni, Diana aveva interrotto i contatti. Aveva smesso di rispondere alle telefonate, ai messaggi o alle mail. Più volte Bruno era stato sul punto di andarla a trovare a casa, ma non l’aveva mai fatto. Oggi come oggi, le accuse di stalking erano sempre in agguato.
Una delle (tante, forse troppe) cose che Bruno e Diana avevano in comune era l’avversione per la tecnologia.
Lei non aveva profili social e i tentativi di Bruno di cercarla in rete non avevano avuto buon esito. Durante la pandemia ci aveva provato con più impegno del solito, ma poi aveva lasciato perdere.
Di loro due assieme c’era una sola foto. Glie l’aveva scattata l’amico del vestito da matrimonio, che poi glie l’aveva spedita sul cellulare.
A volte, Bruno la guardava, ma cercava di evitarlo.
A un certo punto, durante il confinamento, Diana aveva iniziato ad apparirgli in sogno.
All’inizio l’aveva vista nei campi davanti a casa e, ogni volta, era più vicina. Una notte se l’era trovata in terrazzo, seduta accanto a lui. Come un tempo, avevano ricominciato a chiacchierare. Da allora, succedeva ogni notte. In quei sogni era sempre il tramonto e lo scintillio dell’acqua nelle risaie sembrava eterno. A un certo punto Diana prendeva il pezzo di pirite e chiedeva a Bruno che cosa fosse e che cosa significasse per lui. A quel punto Bruno capiva che il sogno stava per finire.
«La sogni perché continui a pensare a lei» si diceva al risveglio «Dovresti smetterla».
Ma una parte di lui non poteva. O non voleva.
Più una cosa è grande, più grande è il buco che lascia quando scompare. La fregatura è che lo capisci troppo tardi diceva ogni sera suo nonno mettendo la dentiera in un bicchiere.
A Bruno mancava Diana.
Solo, non avrebbe mai immaginato che potesse mancargli così tanto.
Quei sogni erano vividi, troppo vividi.
Come se lei fosse stata il pezzo più importante della sua vita, ma lui se ne fosse accorto troppo tardi.
Non può essere così cercava di convincersi. Ma non ci riusciva.
«Forse sto solo impazzendo» pensava. A volte lo diceva ad alta voce, parlando da solo come i matti.
Ma, se era per questo, non stava impazzendo tutto il mondo? I politici avevano ripreso a litigare nel solito modo, gli affaristi a intessere i loro intrallazzi, la gente comune a celebrare il rito dell’happy hour e invocare la ripresa del campionato. Eppure il virus era sempre là fuori, ricordava qualcuno. Ma la vita è rischio e la pandemia sta passando, rispondeva la maggioranza. Tutti volevano la vita di sempre, e se costava qualche morto in più, pazienza. Cercheremo di non vederli.
La paura, che tutti provavano, era camuffata. Per il momento.
Ma era ovunque.
Si infilava ovunque.
Anche nei sogni di Bruno.
Una delle ultime volte in cui l’aveva vista, Diana aveva un odore come quello dell’erba che marcisce sotto il sole. Sulla faccia, sottopelle, macchie verdastre, come se non fosse riuscita a truccarsi bene. Quando aveva parlato, grumi di terra nera le erano usciti dalla bocca. La sua voce era roca, cavernosa. «Si dice che le donne siano brave nell’avere segreti, e forse qualcuno ce l’hanno, ma qualsiasi donna che abbia un po’ d’esperienza della vita ti direbbe di non aver mai guardato realmente nel cuore di un uomo. Il cuore di un uomo è fatto di un terreno più duro. La roccia affiora prima. Un uomo ci coltiva quello che può… e ne ha cura» aveva detto. Aveva preso il frammento di pirite, l’oro degli sciocchi, e la sua voce era tornata normale. «Che cos’è, questo?» aveva chiesto «Che cosa significa, per te?». Poi, come sempre, il sogno era finito.
Era durato meno del solito e Bruno si era svegliato di colpo. Allo stesso tempo, si era ricordato che le parole di Diana erano, quasi esattamente, la citazione di un romanzo. Leggere era un’altra delle cose che avevano in comune.
Tutto questo succedeva prima.
Prima che Guido andasse in negozio.
Prima che le cose andassero male sul serio.

«Devo multarti» disse Guido «O farti chiudere».
«Ho i guanti. E l’amuchina» rispose Bruno. Non c’era bisogno di tante parole. Sapeva a che cosa Bruno si riferisse. Come sapeva che guanti e amuchina non bastavano.
«Ma non hai il termometro» disse Guido. Teneva le mani infilate nella cintura e un pollice, senza che lui se ne accorgesse, continuava ad accarezzare lo sfollagente. Si guardava intorno, muovendosi a passettini. Ogni tanto un raggio di sole colpiva il distintivo sul petto che sparava riflessi in giro. Qualcuno finiva proprio in faccia a Bruno, abbagliandolo.
«Te ne serve uno di quelli moderni, che misurano la febbre all’istante. Scommetto che hai ancora uno di quegli aggeggi a mercurio».
Bruno non disse nulla. Era vero. Un termometro più moderno non sarebbe stata una gran spesa. Però…
«Però devi sanificare i vestiti. E farlo ogni volta che qualcuno li prova. Anche il camerino devi sanificare. Tutte le volte che uno esce e prima che uno entri. Devi avere un posto per i capi di abbigliamento che la gente si toglie prima di provare gli altri. Metterli in un sacchetto sterile e tenerceli. E poi devi buttare il sacchetto. E devi rispettare le distanze mentre provi i vestiti addosso alla gente».
E mi spieghi come potrei? Ti sembro Mr. Fantastic o Tiramolla? pensò Bruno, ma non lo disse.
«Niente di personale» concluse Guido piazzandosi di fronte a Bruno. Il distintivo scintillò. «Sto solo facendo il mio dovere. Sai com’è. Tengo famiglia».

Poteva farlo.
Era sempre stato un tipo parsimonioso e avrebbe potuto permettersi di spendere quanto serviva per mettere a norma l’esercizio.
Il problema non era quello.
Il problema era che, alle maggiori spese, non avrebbero corrisposto maggiori entrate. Anzi...
Riducendo all’osso le uscite, Bruno avrebbe potuto tirare avanti fino a... fino a… be’ proviamo a essere ottimisti, fino a quando avessero trovato il vaccino e lo avessero distribuito in grandi quantità.
Un anno, un anno e mezzo, anche due.
Ma se si fosse messo in regola spendendo tutto quel che doveva spendere, e solo quello, quel tempo si sarebbe ridotto drasticamente.
Avrebbe potuto indebitarsi con la banca – era un soggetto affidabile e un prestito glie l’avrebbero concesso. Se avesse chiesto un mutuo tradizionale (per quelli garantiti dallo Stato ci voleva troppo tempo) l’avrebbe ottenuto in fretta. Prima ancora che Guido tornasse con l’ordinanza di chiusura. Ma, tradizionale o garantito dallo Stato, il mutuo avrebbe dovuto pagarlo, prima o poi.
Senza adeguata produzione di reddito, l’afflusso di liquidi non sarebbe servito a nulla. Si sarebbe rivelato, presto o tardi, per quello che era. Oro degli sciocchi.
Le licenze commerciali erano un ricordo: non si poteva più venderle e campare con il gruzzolo.
Di pensione, poi, neanche a parlarne. Soprattutto, non aveva l’età.
A cinquant’anni era troppo presto e troppo tardi per un sacco di cose.
L’unica era resistere in negozio.
Ma c’era il comandamento del XXI secolo: Tu. Comprerai. Sul. Web.
All’ordinanza di chiusura, Bruno avrebbe anche potuto sfuggire, in un modo o nell’altro, ma, a quel precetto, no.
E non c’era neanche una dannata miniera nei paraggi.
Bruno tirò giù la serranda e salì in casa.

«Perché non me l’hai mai detto» disse Diana e questa volta la voce era la sua, quella di Bruno.
Era quel che si dice un sogno lucido, o quasi. Bruno sapeva di sognare. E il fatto che la voce di Diana non fosse la sua, ma la propria (e, soprattutto, non fosse quella distorta, terrosa, dell’ultima volta) lo rassicurava. Voleva dire che quei sogni erano un prodotto della sua mente (perché, di cos’altro, altrimenti?). Voleva anche dire che lo stratagemma aveva funzionato.
Chiuso il negozio, Bruno aveva preso il cellulare e chiesto al fotografo lì accanto se poteva trasformare le immagini in foto tradizionali. Il fotografo gli aveva proposto un po’ di soluzioni tecnologiche, ma Bruno era stato irremovibile. Voleva foto su pellicola. Una sola, in realtà, ma non era necessario che il fotografo sapesse quale.
A cose fatte, aveva preso la foto di lui e Diana e l’aveva messa in una cornice, poi l’aveva piazzata sul tavolino sul terrazzo accanto al bicchiere d’acqua e al pezzo di pirite. Avere una sua immagine concreta, aveva pensato, avrebbe indebolito quella onirica.
«Perché non l’hai mai detto» ripeté Diana e, stavolta, la voce era un misto tra quella di Bruno e la sua. Avrebbe potuto darle un sacco di risposte, tutte vere e nessuna sufficiente. Che non era il momento per lei (vero). Che non era capace di dire certe cose e che le poche volte che ci era riuscito era andata a rotoli (vero). Persino che temeva di essere respinto, che sapeva che non sarebbe durata e che non aveva voglia di complicarsi la vita. Pure quello era vero.
«Vicino a te ero felice» rispose invece, perché, dopotutto, quello era un sogno e nei sogni si riesce ad essere più sinceri che nella realtà.
Non era un “ti amo” e neppure un “credo di essermi innamorato di te” - quello non l’avrebbe detto mai e forse non sarebbe stato neanche sincero – ma era onesto. Era il suo segreto, quello appena sotto il sottile strato di terra del suo cuore, là dove si trovano la roccia e, forse, qualche pezzo di oro degli sciocchi.
Era il suo segreto e lui se ne prendeva cura.

«Devo tornare tra una settimana» disse Guido.
Come l’altra volta, se ne stava impalato in mezzo al negozio, ma senza guardarsi in giro. Cercava anzi di non guardare niente e soprattutto di non guardare Bruno. Aveva il sole alle spalle e il distintivo non scintillava.
«Farò quello che posso» rispose Bruno.
Guido annuì e la sua mano corse allo sfollagente, ma senza sfiorarlo. Lo impugnò, ma non come se volesse brandirlo,. Piuttosto, come se volesse aggrapparvisi. Poi raddrizzò le spalle e si voltò, dirigendosi all’uscita. Si fermò sulla porta e parlò da sopra la spalla.
«Tu capisci» disse «io...».
«Ma certo»
Ma certo che Bruno lo capiva, Guido.
Teneva famiglia, lui.

Nella realtà le risaie si erano asciugate.
Nel sogno il sole strappava riflessi dall’erba umida, ma il colore era più cupo, come se la sera stesse avanzando. Come se, anche in quel mondo sospeso, il tempo avesse ripreso a scorrere, benché più lentamente.
Bruno se ne rese conto mentre parlava.
Raccontava a Diana dei suoi timori per il futuro, delle sue paure, o meglio delle sue certezze, di rovina economica.
Si rese conto che, l’ultima volta, Diana non aveva preso in mano il pezzo di pirite per domandargli che cosa significasse per lui. Era sparita e basta.
Si voltò verso di lei per accertarsi che fosse ancora lì, e c’era.
Attaccati al vestito aveva fili d’erba e grumi di terra. Ai piedi, un alone scuro, bordato di bianco, testimoniava il recente asciugarsi di una pozzanghera.
«Chiama Donny» disse Diana.

Donny era l’usuraio del quartiere.
Tutti sapevano che Donny e la sua famiglia trafficavano in affari poco puliti – e ovviamente Donny non si chiamava Donny: era un nomignolo che gli avevano affibbiato per indicare che era il figlio di un criminale di mezza tacca, non certo un boss da criminalità organizzata.
Aveva un “Compro oro” e, se serviva, si appoggiava a criminali di più alto livello, cui faceva e chiedeva piccoli favori, badando bene che fossero piccoli.
Non era il caso, per Donny, di mettersi in lizza con quelli del giro grosso e solo pochi, in zona, si erano rivolti a lui per i suoi servizi. Soprattutto gente con problemi di droga, di gioco, o senza lavoro, che dopo un po’ si trasferiva in altri quartieri, dove le case erano a buon mercato o si potevano occupare abusivamente senza troppi problemi.
Bruno faceva scorrere il dito sullo schermo del telefono.
Non aveva memorizzato il numero di Donny, ma non c’era bisogno. Il “Compro oro” non era lontano e Bruno aveva trascritto il numero su un foglietto.
Non l’avrebbe chiamato per impegnare o vendere gioielli – non che ne avesse molti in casa. Non ancora.
Ma sapeva che Donny conosceva certa gente, e quella gente conosceva altra gente, e quest’altra gente avrebbe potuto chiedere a Guido, o meglio ancora a chi stava sopra Guido, se poteva chiudere un occhio per qualche tempo. Del resto, si diceva in giro che Guido fosse periodicamente soggetto a casi di cecità parziale.
Sarebbe stato solo un piccolo favore. Tutt’al più, Bruno avrebbe dovuto ricambiarlo con qualche altro favore. Magari un abito su misura o qualcosa del genere. E sarebbe finita lì. Come dicevano i tossicodipendenti che si rivolgevano a Donny “posso smettere quando voglio”.
Intento a smanettare sul cellulare, Bruno non si accorse dell’uomo che era entrato.
Lì per lì lo scambiò per Guido, e stava per dire che una settimana non era passata, quando si accorse che era il fotografo.
Bruno non lo aveva mai visto fuori dal negozio.
«Saluto e me ne vado» disse il fotografo. Bruno non capì e l’altro se ne rese conto. «Domani chiudo bottega e me torno al paese» spiegò. «Giù ci sono i miei vecchi e penso che starò con loro per… be’, per tutto il tempo che serve. Così ho pensato di passare per un saluto da tutti i dettaglianti della zona. Una specie di giro tra colleghi, insomma».
Per tutto il tempo che serve. Per tutto il tempo che c’è, probabilmente, pensò Bruno «Mi spiace» disse, ed era vero. Si ritrovò a pensare, per un istante, ai buchi nelle dentature e a quelli nelle esistenze.
«Qui ci sono un po’ di… problemi» disse il fotografo. Poi: «Andavano bene, le foto?».
«Certo» disse Bruno senza aggiungere altro.
Il fotografo rimase fermo per un po’, spostando il peso del corpo da un piede all’altro, poi, senza attendere che Bruno proseguisse il discorso, agitò una mano in segno di saluto e se ne andò.
Bruno attese, poi compose il numero di Donny.
Era sempre occupato.

Il telefono squillò al tramonto.
«Bruno!» berciò giulivo Donny dall’altra parte. Bruno si chiese come l’usuraio conoscesse il suo numero di cellulare e preferì non rispondersi. «Devi scusarmi» proseguì Donny «Il fatto è che mi sembra essere il barbiere di Siviglia. Tutti mi cercano, tutti mi vogliono. Tutti hanno bisogno di una mano. E io la do a tutti. È questo il mio problema: sono troppo buono. Ma, ovviamente, in cima alla mia lista ci sono i vecchi amici come te».
Bruno ricordò che sia suo padre che lui evitavano di entrare nei bar del quartiere se Donny era già dentro.
«Allora che cosa posso fare per te?» domandò Donny.
Bruno glie lo disse.

Passò un giorno, poi due.
Passò anche la settimana di tempo concessa da Guido.
Guido non si fece vedere.
Dopo un altro paio di giorni, Donny chiamò.

Bruno portò fuori la seconda sedia.
Donny aveva chiesto che si incontrassero “sul tuo bel terrazzo, quello che dà sui campi, la sera, quando c’è un bel freschetto”.
Bruno badò che la sedia fosse dal lato opposto a quello in cui, nei suoi sogni, appariva Diana, poi mise il tavolino in mezzo. Si rese conto che, come d’abitudine, ci aveva posato sopra l’acqua, il ghiaccio, il pezzo di pirite e la sua foto con Diana. Stava per spostarla, quando il campanello squillò.
«Sono in anticipo!» urlò Donny intanto che Bruno scendeva ad aprire. «Chi ha tempo non aspetti tempo».
Ma quanto sei originale pensò Bruno aprendo la porta.
Pur essendo più basso di Bruno di almeno venti centimetri, Donny sembrava più alto. Prima ancora di entrare, i suoi occhi avevano scandagliato la casa di Bruno come il sonar di un pipistrello a caccia di insetti. Non indossava la mascherina. Tra vecchi amici non si usa, no? E neanche in casa propria.
«Allora, non mi inviti a entrare?».
A Bruno vennero in mente le storie sui vampiri che non possono entrare nelle case se non sono invitati.
Si fece da parte e fece passare Donny.
L’usuraio entrò senza smettere di guardarsi intorno.
Le scale che portavano al piano di sopra erano di fronte all’ingresso e Donny le imboccò senza esitazione.
Un attimo prima di raggiungere il secondo piano, si fermò per guardare il primo da un’altra prospettiva. Le labbra gli si contrassero in una smorfia, ma Bruno non seppe decifrarne il significato.
Mio nonno ti ha tenuto lontano da qui pensò Bruno. Te e quelli come te. E anche mio padre. Ma...
Non finì il pensiero.
Donny aveva imboccato il corridoio che attraversava il piano superiore.
Le labbra gli si contrassero nuovamente – in una smorfia di disappunto, stavolta – quando vide che le porte delle camere da letto erano chiuse.
Raggiunse il terrazzo e si fermò.
Il sole stava calando, ma non c’era nessuno scintillio magico, risaie allagate o no. Era un tramonto e basta.
Solo, un flusso d’aria fresca fluiva dai campi.
«Umido» disse Donny «Come stiamo a zanzare?».
«Meglio di quanto si possa pensare. Gli antiparassitari, suppongo».
Donny adocchiò il tavolino e vi si diresse.
Per un istante, Bruno temette che si sarebbe seduto al suo posto, ma l’usuraio si chinò, prese la bottiglia di whisky sul ripiano inferiore (per fortuna Donny aveva qualche superalcolico in casa) e si versò da bere. Rialzandosi, aveva dato un’occhiata alla foto con Diana e Bruno. Senz’altro stava valutando la cornice.
«La tua donna?» chiese indicando Diana.
«Una vecchia amica» rispose Bruno. Allo stesso tempo, si mise al proprio posto.
Donny fece un’altra smorfia. Senz’altro, si aspettava che toccasse a lui sedersi per primo.
Si accomodò, bevve un sorso di whisky e appoggiò il bicchiere sul tavolo. «Veniamo al punto» disse. «Come avrai notato, Guido non si è fatto vivo. Né lui, né nessun altro sbirro. E nessuno lo farà. So che lo apprezzi».
Bruno non confermò.
«Non è stato facile. Convincerlo, dico. So che lui...».
«… tiene famiglia».
Altra smorfia. «Appunto. Ho dovuto chiedere un favore ad altra gente. Gente che era in debito con me e… insomma, adesso ho un credito in meno da riscuotere. Ma che cosa non si fa per un vecchio amico come Bruno. Ah… ho una cosa per te».
Mise una mano in tasca e allungò a Bruno una busta piena di contanti.
«Non te li ho chiesti».
«Non te li sto offrendo».
Bruno esitò, poi allungò la mano. Non poté evitare di pensare che nessun prestito statale o bancario sarebbe stato mai così veloce. Anche se quello di Donny non era un prestito. Per un attimo temette che l’usuraio lo avrebbe definito “un’offerta che non si può rifiutare”, ma non accadde.
«Li restituirai un po’ alla volta. Tasso del trenta per cento. All’inizio».
Tacquero tutti e due. Bruno sperò che Donny non aggiungesse altro, ma neanche questo accadde.
«Niente garanzie, niente scartoffie. È un rapporto basato sulla fiducia e… » sospirò «mi spiace, ma devo dirtelo. Fa parte del contratto. Non si scherza».
«Lo so».
«No, non lo sai. Credi di saperlo, ma non lo sai. È una questione di rispetto. Tutte queste faccende si fondano sul rispetto, capisci?».
«Sì».
Donny scosse la testa. «No. Ancora una volta credi di capire, ma non capisci». Indicò la foto di Diana e Bruno. «Stava con… con uno di quella gente. Poi l’ha mollato. Ha cambiato città. Sono passati anni. Poi, un giorno, è riapparsa. Forse credeva che tutto fosse stato dimenticato. Credeva di aver capito. Ha messo una foto in internet. E “lui” l’ha ritrovata. Avrebbe lasciato perdere, ma non poteva. Era una questione di rispetto». Bevve un altro sorso e guardò fisso davanti a sé. «Mi hanno chiesto di occuparmene. Se volevo proseguire con la mia attività, dovevo occuparmene personalmente, mi hanno detto. E io ho accettato. Ho anche dovuto garantire per te. Che non ne sapevi niente. Che non intendevi mancare di rispetto a nessuno. È la mia zona e non mi va che succedano certe cose. Neanche a chi mi ha sempre guardato dall’alto in basso, come te e tuo padre». Si girò verso Bruno, puntandogli un indice contro. «Mi devi anche questo». Svuotò il bicchiere e lo posò sul tavolino, tornando a fissare il tramonto. «Per un pezzo, non si è fatta più vedere. Forse aveva capito che aria tirava». Altra smorfia, come se il whisky gli avesse lasciato in bocca un cattivo sapore. «Ma quando la pandemia è scoppiata, ho rivisto la sua macchina – un colpo di fortuna suppongo, o forse no, forse proprio per niente – parcheggiata su una strada secondaria in aperta campagna. Deve essere arrivata qui di nascosto, eludendo i divieti e i blocchi stradali. Ho seguito le sue tracce. Si era nascosta in un casolare abbandonato e, sicuramente, pensava di raggiungerti di notte, senza essere vista». Altra smorfia, simile a una maschera da tragedia. «Sono solo un delinquente da mezza tacca. Il giro grosso non fa per me. Ma ho dovuto. Ho dovuto portarla a fare un giro nei campi».
Donny teneva lo sguardo puntato sulle risaie, fisso su un punto noto a lui solo.
Non lo spostò neppure quando Bruno afferrò il pezzo di pirite, l’oro degli sciocchi, e lo colpì a una tempia, frantumandogliela.

Bruno rimase immobile a lungo accanto al cadavere di Donny, o almeno così gli parve. Quando alzò lo sguardo, infatti, c’era ancora luce. Appena un dito di giorno, là dove le risaie incontravano il cielo.
Proprio là dove, riconoscibile, netta, inequivocabile malgrado la distanza, c’era la sagoma di Diana.
Dopo un po’, la luce lo costrinse a sbattere le palpebre. Quando rimise a fuoco la vista, la figura era svanita.
Ma c’era stata.
Non era un sogno. Un’allucinazione, forse.
O un fantasma e quella, come molte altre, era solo una storia di fantasmi che chiedevano vendetta.
Guardò l’oro degli sciocchi, che ancora teneva in mano, sporco di sangue, e il corpo di Donny che si raffreddava.
Inutile tentare di nascondere il delitto. Era la vita reale, quella, e un assassino inesperto come lui sarebbe stato scoperto, condannato e buttato in prigione o, più probabilmente, ai domiciliari, che non dovevano essere tanto diversi dal confinamento durante la pandemia. Più probabile ancora che lo raggiungessero i compari di Donny e chiudessero i conti a modo loro. Era una questione di rispetto.
«Stavi venendo da me?» chiese ai campi deserti.
Forse. Magari per quell’ultimo chiarimento, quell’ultima spiegazione, quell’ultimo incontro che tante volte le aveva chiesto. E poi, addio.
Perché lui, Bruno, era un assassino, capace scendere a compromessi con gente della peggior risma, capace di uccidere con una pietra proprio come avevano fatto i suoi antenati sin dalla notte dei tempi. Incapace di affrontare la sorte e le sue sfide, incapace di accettare la fine di un rapporto così come di portarlo avanti. Incapace di manifestare i suoi sentimenti forse perché non c’era molto da dire. Solo un sottile strato di terra prima di incontrare la roccia e qualche pietra che solo uno sciocco avrebbe potuto credere d’oro.
Eppure era tutto quello che aveva e doveva averne cura.
Si sedette sulla sdraio e guardò la sera diventare notte.
Diana avrebbe potuto tornare. Con lei era stato felice e, magari, più presto che tardi, ci sarebbe stato un posto anche per lui, in quel sottile strato di terra tra la roccia e il cielo.

L'oro degli sciocchi (r) testo di Rubrus
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