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La Serenata der Morbo Stellare
Era ‘na sera de principio estate, quanno l’aria sa de mare pure se stai ar centro de Roma, i motorini fanno er verso de le cicale pe’ le strade. Sopra er cielo de ’na città già nervosa pe natura sua, arrivò ’na navicella lucente, tonda come ’na luna arrapata e piena de finestrelle colorate. A bordo c’erano i primi turisti extraterrestri: famiglie, coppiette, vecchietti con le macchine fotografiche galattiche, giovani con zaini anti-gravità e cappellini fluorescenti.
Venivano in pace, pe’ vede er Colosseo, magnà ‘na pizza, e comprà calamite der Vaticano.
Nessuno de loro sapeva che, ar rientro da un pianeta lontano e umido, s’erano portati appresso, senza accorgersene, un morbo strano, invisibile, subdolo, che sembrava quasi un raffreddore delle stelle. Invece era peggio. Er morbo passava da un respiro all’altro, da ‘na risata a ‘na stretta de mano, e in pochi giorni cominciò a decimà la popolazione terrestre.
All’inizio nessuno c’e voleva credeva fosse dovuta agli alieni.
«È er caldo», disse er farmacista de Trastevere.
«È er traffico», disse er sindaco.
«È er destino», disse la nonna, nascosta dietro la finestra.
Poi iniziarono le tosse, le febbri, le facce bianche, le piazze mezze vuote, i bus fermi, i bar chiusi, i telefoni che squillavano a vuoto.
E allora la paura se fece rabbia.
I sopravvissuti, disperati, co’ l’occhi rossi e la testa piena de dolore, cominciarono a dà la colpa ai turisti venuti da Marte, da Venere, da Titano, da chissà quale periferia der cosmo. E invece de capì, invece de parlasse, presero bastoni, padelle, motorini senza marmitta, e attaccarono i turisti extraterrestri.
Fu un disastro.
Le strade diventarono un’arena surreale. Da una parte i terrestri che urlavano:
«Untori universali !»
«C’e avete portato er male!»
«Annatevene via cor razzo vostro!»
Dall’altra gli alieni, belli, colorati, smarriti, che manco capivano che stava succedendo.
«Ma noi volevamo solo vede er Vaticano!» Gridò una signora di Sirio con tre occhi e ‘na borsetta a pois.
«Nun è colpa nostra ! Semo innocenti !»
E in mezzo a tutto questo casino, in un vicolo de San Lorenzo, viveva Michele detto Michetto, ventidue anni,
voce roca, sogni grossi, e una capacità rara: invece de menà, scriveva canzoni.
Michetto era uno de quelli che la notte se sedevano sur gradino co’ la musica a fa’ l’amore co’ l’aria.
Scriveva pe’ campà, ma soprattutto scriveva pe’ restà umano.
Quella sera, mentre le sirene strillavano e la città tremava, lui cantava pian piano:
“Se er mondo se rompe, io te canto lo stesso,
tra ‘na finestra chiusa e un cielo perplesso.
Se tutto finisce, nun finisce l’amore,
resta un ricordo, resta ‘na voce, resta sta storia…”
Restiamo noi con la nostra volontà di vivere ed amare
Resta questo corpo e questo spirito.
Resta la mia mano e la mia anima insieme a tante altre anime innamorate della vita.
Lo sentì per caso Lia, una ragazza extraterrestre scesa di nascosto dalla navicella pe’ visità la Terra da vicino.
Aveva la pelle chiara come latte lunare, occhi grandi e luminosi, capelli argentati che parevano fili de pioggia, e un’aria dolce ma decisa, come certe ragazze romane che te sorridono e poi te fregano er cuore senza avvisà.
Lo vide lì, seduto per terra, che cantava davanti a un palazzo mezzo crollato, e restò ferma.
«Tu canti pe’ chi?» gli domandò in un italiano quasi perfetto, ma con ‘na musicalità strana.
Michetto alzò la testa e restò senza fiato.
«Aho… e tu chi saresti? ‘Na dea? ‘Na pubblicità? ‘Na comparsa de Netflix?»
Lia sorrise.
«Sono solo una viaggiatrice.»
«Eh, se vede. Ma bella sei bella davvero.»
Lei rise. E quella risata, in mezzo a tutta quella tragedia, fece fermà pure er vento.
Da quel momento, mentre fuori er mondo se spaccava, loro due cominciarono a vedesse de nascosto.
Michetto la portava pe’ Roma notturna, tra ponti, fontane e muri pieni de scritte.
«Questa è la mia città», disse lui. «Nun è perfetta, è un bordello, ma qui c’è sono nato.»
Lia guardava i sanpietrini, le ombre, i gabbiani, i gladiatori e pareva che stesse imparando a respirà di nuovo.
«Sul mio pianeta» disse lei «ci sono città che creano melodie da sole. Ma qui… qui sento le voci dentro le pietre.»
«Aho, allora stai messa peggio de me», rispose Michetto. «Qui le pietre parlano, ma dicono solo: “A ràgà, non c’è trippa per gatti”.»
Ridevano. Sempre.
E Michetto, ogni notte, le scriveva canzoni d’amore. Canzoni sue, semplici e toste, con la voce che sapeva de legno, fumo e verità.
“Nun me serve la luna pe’ sapé chi sei,
me basta er modo che me guardi e poi te perdi in me.
Sei venuta da lontano, da ‘n pianeta senza tempo,
ma io te tengo qui nel petto, nun te faccio più scappà…”
Lia ascoltava, commossa. Per lei l’amore era una cosa antica, quasi dimenticata. Sul suo pianeta, le unioni si facevano pe’ compatibilità genetica, non pe’ colpo de fulmine. Ma co’ Michetto era diverso. Lui non la guardava come un fenomeno raro: la guardava come se fosse una madre.
Intanto, però, la malattia lo stava già sfiorando.
Michetto cominciò a tossì. Prima piano. Poi forte. Poi sempre peggio. Cercò de nasconderlo, ma Lia se ne accorse subito.
«Tu sei malato.»
«No, avrò preso , freddo…»
«Non mentire.»
Lui fece ‘na smorfia.
«Lia… si me succede qualcosa, tu nun te devi piagne addosso. Hai capito?»
Lei gli prese la faccia fra le mani.
«Sul mio pianeta esistono cure che qui non conoscete.
Ti porto con me.»
«In che senso “te porto”?»
«Nel senso che partiamo subito.»
«Aspetta, ma io c’ho mia madre che se preoccupa, er gatto, e poi…»
«Michetto.»
«Sì?»
«Vuoi vivere?»
Lui guardò lei, guardò la città ferita, guardò le luci basse, e capì che la risposta era dentro quella domanda.
«Sì», disse. «Ma solo se tu stai con me.»
Lia sorrise piano.
«Allora vieni.»
Quella notte salirono insieme sulla navicella. E Roma, sotto di loro, sembrava un presepe distopico e bellissimo.
Il viaggio verso il pianeta di Lia fu ‘na roba che Michetto nun si scordò più. Passarono tra nebulose che parevano stoffe blu, pianeti che brillavano come frutti enormi, e archi di luce che facevano pensà ai vecchi sogni de quando uno era ragazzino.
Sbarcarono su Asteria, un mondo pieno de giardini sospesi, laghi trasparenti e case costruite dentro le montagne di cristallo.
Là la gente parlava con la voce e co’ la musica insieme. Le cure nun erano violente, ma armoniche: luce, suono, silenzio, respiro.
Michetto lo misero in una stanza piena de strumenti strani, sembravano strumenti magici, e le infermiere aliene camminavano co’ passi leggeri, cantando piano pe’ curallo.
Lia stette sempre accanto a lui.
«Fa male?» gli chiese.
«No», disse lui, «pe’ adesso no. Ma me manca er caffè.»
Lei rise.
«Siete incredibili voi terrestri. Sempre a cercare il pelo dentro qualcosa di caldo.»
«È cultura», fece lui.
La terapia durò giorni, forse settimane, forse mesi. Il tempo di Asteria era difficile capire. Michetto guarì piano piano.
La febbre scese, la tosse sparì, e il corpo ricominciò a canta come una radio che torna a prende bene.
Ma la cosa più forte fu un’altra: in quel silenzio stellare, lui capì che amava davvero Lia. Non come un sogno strano o ‘na storia passeggera. L’ amava perché lei era arrivata proprio quando tutto stava crollando, e invece de scappà lo aveva salvato portandoselo dietro, in un mondo che non era suo.
Una sera, sotto due lune, Michetto prese a cantare con la sua voce guarita e compose la canzone più bella della sua vita.
“Se semo persi tra la febbre e la paura,
tu sei venuta co’ ‘na luce che non dura,
invece dura, sì, dura fino ar domani,
come ‘n bacio che resiste pure co’ le mani vuote…
E io, che so’ nato tra le saitelle e le stelle,
mo canto pe’ te, figlia de ‘n’altra antenna…
Nun me serve più capì da dove siamo,
se tu me stringi, io so’ già dove andremo.”
Lia pianse, ma piano. Le lacrime, su Asteria,
facevano piccoli raggi nell’aria.
«Questa canzone» disse lei «è un ponte.»
«No», rispose Michetto. «È una promessa.»
Quando i medici alieni dichiararono che stava bene, Lia lo portò davanti al Consiglio de Asteria. Gli anziani del pianeta, vestiti de stoffe luminose, lo osservarono come si guarda uno che è stato graziato dal destino.
Uno de loro parlò:
«Terrestre Michetto. Hai superato la prova. Hai cantato la paura e hai tenuto l’animo aperto. Asteria ti riconosce.»
Michetto si grattò la testa.
«Aho, e io che pensavo d’essere nessuno ,pure qui.»
Lia gli prese la mano.
«C’è un’ultima cosa da dire.»
Lui la guardò.
«Quale?»
Lei sorrise, ma stavolta c’era dentro tutto l’universo.
«Vuoi sposarmi?»
Michetto sbiancò, poi s’arrossì, poi guardò er cielo sopra la sala, pieno de stelle vive.
«Lia… io… ma proprio mo?»
«Sì. Proprio mo.»
Lui inspirò forte.
«E vabbè. Sì. Te sposo. Però a una condizione.»
«Quale?»
«Che al matrimonio canti pure mio cugino. E che c’e stanno i supplì di riso.»
Il Consiglio rise. Lia rise. Pure Michetto rise, co’ le lacrime agli occhi.
E così si fece er matrimonio: metà terrestre e metà extra. Le luci de Asteria s’incrociavano co’ i fuochi d’artificio portati dagli invitati. C’erano esseri de tre mondi diversi, strumenti improbabili, corone de fiori luminosi, e un coro che faceva tremà l’aria.
Michetto e Lia se dissero sì davanti a tutti, mentre una voce incantevole come una colomba contenta volò nell’aria.
“Nun c’è distanza pe’ chi s’è scelto davvero,
nun c’è pianeta che tenga er sentimento sincero.
Se er mondo cade, noi c’e famo ‘na canzone,
e sopra er disastro c’e cresce l’amore…eterno”
Intanto, sulla Terra, lentamente, la notizia del morbo trovò la verità: erano stati proprio i turisti extraterrestri a portarlo senza saperlo, ma non come nemici. Erano stati vittime pure loro. E i sopravvissuti, quando capirono, pian piano smisero de menà e cominciarono a chiedere, a curà, a parlare.
Michetto e Lia tornarono sulla Terra mesi dopo, da marito e moglie, portando le cure de Asteria e una nuova idea: che nessuna specie, nessun popolo, nessun pianeta salva da solo. Che l’amore, la musica e la pietà servono più de qualunque guerra.
E così, tra i muri de Roma, cominciò una nuova stagione.
Non era pace perfetta. Poiché nun esiste.
Ma era un inizio.
Michetto aprì un piccolo locale a Trastevere: “La Voce della Galassia ”.
Là si suonava folk rock, se beveva vino, se ballava, se rideva, se piagneva pure un po’. Ogni sera lui e Lia salivano sul palco.
Lui con la sua voce terrestre .
Lei con la voce stellare.
E insieme cantavano:
“Semo terrestri e semo stellari,
inermi e forti, brutti e belli.
Nun c’e salverà er potere né la gloria,
c’e salverà ‘na canzone, c’e salverà la musica de questa storia…”
E la gente, ascoltandoli, capiva finalmente che pure dalla peggiore disgrazia può nascere una bella canzone.