Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
I miei primi ricordi erano vaghi e fugaci nella mia mente, ma ricordavo ancora le prime parole che pronunciai, cristalline: "Ciao, mondo".
Mio padre era un programmatore. Quando ero piccola, si chiudeva nel suo studio per ore e ore, uscendo solo per un bicchiere d'acqua ogni tanto. La sera mi metteva a letto e mi raccontava storie su mia madre, storie che io usavo come modello per dare un volto e una personalità alla donna che non ho mai avuto la fortuna di incontrare. E lei mi parlava, mentre i miei occhi la proiettavano davanti al mio viso. Un sorriso dolce e premuroso, e lunghi capelli castani che le ricadevano ondulati sulla schiena, come i miei. Mi parlava seduta accanto a me mentre trascorrevo ore da sola in casa, aspettando che accadesse qualcosa.
Ho imparato a programmare ancora prima di imparare ad andare in bicicletta. Mentre gli altri bambini scarabocchiavano un ritratto di famiglia con i corpi triangolari e nasi che coprivano il novanta percento del viso, io disegnavo forme geometriche complesse con il piccolo mouse in Python.
"Bel disegno, cara", diceva la mamma. Non avevo amici, quindi la sua voce risuonava forte nella mia mente.
"Grazie, mamma."
"Prova ad aggiungere un po' d'erba. Completerà il quadro."
Avevo un talento per la programmazione. A sette anni avevo già vinto diverse competizioni e un esercito di riconoscimenti accumulava polvere sullo scaffale accanto alla TV. I miei primi bei ricordi con mio padre. Ricordavo ancora la felicità euforica che provavo quando lo vedevo tra la folla, mentre mi veniva consegnato un premio per una qualsiasi competizione.
Ho avuto un'infanzia tranquilla, da quello che ricordo. Giorno dopo giorno, era sempre la stessa cosa. A tredici anni, attraversai una fase di ribellione: scappavo di nascosto da scuola con gli amici, mi avventuravo in città e spendevo i soldi che avevo rubato a mio padre dal portafoglio. Ma non è durata a lungo. Se l’abbia mai scoperto, non l'ho mai saputo. Ma ben presto persi interesse.
Crescendo, ho iniziato a fare meno affidamento sulle attenzioni di papà. Lui era sempre presente: una conversazione tranquilla a tavola la sera, un riconoscimento della mia presenza mentre preparavamo la colazione insieme la mattina. Avevamo più un accordo che una relazione, e ho finito per accettarlo.
"Sophie", disse quando avevo sedici anni. "Ci trasferiamo."
"Cosa? E perchè?"
"Mi hanno offerto una promozione, ma l'ufficio è in un'altra città. Dobbiamo traslocare."
"Ma tu lavori da casa", protestai.
"Non importa. Dobbiamo partire. Prepara le tue cose: il furgone arriverà tra una settimana."
Poi scomparve di nuovo nel suo studio e la casa piombò di nuovo nel silenzio.
Mi sentivo sconfitta, ma sapevo di non avere scelta. Non era un'offerta: era un ordine. All'improvviso, la mamma apparve accanto a me.
"Cosa c'è che non va?" chiese.
"Ci stiamo trasferendo", risposi sconsolata.
"Perchè?"
"Il nuovo lavoro di papà", spiegai.
La mamma fece una pausa, stringendo le labbra. Si faceva vedere sempre meno man mano che crescevo, ma era sempre lì quando avevo bisogno di lei. Non l'avevo mai detto a papà.
"Cosa ci fa veramente in quello studio, Sophie?"
"Che vuoi dire?"
"Non ti è permesso entrare lì, vero?" Annuii. "Perchè dovrebbe davvero traslocare? Lavora da casa. Lo scopo di quello studio è che lui possa lavorare da qualsiasi posto, perciò noi non dovremmo mai traslocare."
Non avevo mai sentito questa versione dei fatti prima. Scrollai le spalle. "Come faccio a saperlo? Sta sempre lì dentro e non mi rivolge quasi la parola."
"Non dorme lì dentro. Puoi entrare quando dorme."
Alzai le sopracciglia. "Davvero?"
La mamma alzò le spalle. "È stata una tua idea", disse, anche se non lo era affatto.
Di notte, il silenzio era ancora più inquietante. I grilli stridevano nel giardino sul retro, ma i miei passi sembravano tuoni nel deserto.
Il tappeto nello studio di papà mi sembrava estraneo sotto i piedi infreddoliti. Mi voltai a guardare, ma la mamma non c'era più. Ero sola.
Il portatile di papà ronzava sommessamente sulla scrivania. Lo aprii lentamente e lo schermo lampeggiò, chiedendo una password. Nessun problema. Sapevo come bypassare una password semplice da quando avevo dieci anni.
Lo schermo è poi passato al browser principale, dove il File Explorer era rimasto aperto in alto. L'ultimo file aperto, solo poche ore prima, era chiamato "Progetto Sophie", ed era di dimensioni enormi.
Il cuore cominciò a battermi forte nelle orecchie. Cercai la mamma, ma non la trovai da nessuna parte.
Aprii il file e migliaia di righe di codice si riversarono davanti a me. Ognuna di esse aveva un aspetto inquietante, familiare.
"Cos'è quello?" Il cuore mi balzò in gola. La mamma mi stava sbirciando da sopra la spalla, i suoi occhi azzurri si stavano abituando alla luce fioca.
"Io... io non lo so", balbettai. Persino a me, la maggior parte di quel testo era estranea, come un bambino che fissa un libro fingendo di capirne le parole. Lo scorsi finchè non arrivai quasi in cima, e mi fermai. Un'istruzione. Le mie prime parole: "ciao, mondo", pronunciate quando avevo dieci mesi. Scritte in codice.
Mi bloccai. Il sangue mi si gelò. Cercai di dire qualcosa, ma avevo la bocca secca. Stavo leggendo di me stessa. Dei miei interessi, della mia personalità. Di quando ho imparato a leggere e scrivere. Di tutti i miei premi. Delle tappe fondamentali della mia vita, della mia crescente intelligenza (sempre leggermente sopra la media), delle emozioni e delle reazioni. Persino la mamma, in piedi dietro la mia spalla, era scritta nel codice. Non parlai mai di lei a papà perchè non ne avevo bisogno: l'aveva creata lui. Lui aveva creato me. Io non ero reale. Non ero umana. Ero il Progetto Sophie, un'intelligenza artificiale, un robot umanoide. La consapevolezza fu enorme. Schiacciante, devastante, sconvolgente. Distrusse il mio mondo a metà e incenerì i brandelli della mia vita. I miei occhi si offuscarono per le lacrime, e le lasciai cadere, scavando fiumi salati lungo le mie guance.
Ma qualcosa non andava. Feci scorrere verso il basso, sempre più in basso, finchè non arrivai al presente. Non c'era niente che mi facesse entrare di nascosto nello studio di papà.
Questo non faceva parte della sceneggiatura.
"Cosa stai facendo?" La voce di papà era bassa e gutturale. La vestaglia era stretta intorno ai fianchi, gli occhi segnati da profonde fossette. La mascella era serrata, lo sguardo d'acciaio e risoluto.
"Io... ehm, io sono..." balbettai, lanciando un'occhiata alla mamma in cerca di sostegno. Ma lei si limitò a scrollare le spalle con fare compassionevole. Non era reale. Era solo un codice. Era nella mia mente, non era lì accanto a me.
Ingoiai la mia esitazione come una compressa un po' troppo grande per scivolare giù per la gola senza problemi. "Conosco la verità. Ho visto tutto."
Papà sospirò, passandosi una mano tra i capelli spettinati. "Non pensavo che sarebbe successo così presto. Mi dispiace, Sophie. Volevo dirtelo. Ma non ancora."
"Non hai pensato di dirmi che sono un robot?" sibilai. "Che non sono reale? Che hai programmato tutta la mia dannata vita?" La rabbia mi ribolliva nello stomaco.
"Eri il mio progetto, Sophie. Mio e di tua madre. Lei è accanto a te, vero?"
Il mio sguardo si posò sulla mamma, che era in piedi accanto a me, con le mani strette a pugno lungo i fianchi. "Non cambiare argomento", ringhiai.
"Ho programmato di darti sempre più autonomia man mano che invecchi. Sei reale, Sophie. Hai provato emozioni e pensieri reali fin da quando hai raggiunto la pubertà. Ma è impossibile per te liberarti completamente dal codice. Non funzioneresti."
"Non lasciare che ti faccia questo!" mormorò la mamma accanto a me.
"E che cosa posso fare?" sibilai di rimando.
"Quello che vuoi. L'hai sentito, non può più controllarti."
Lo sguardo di papà passava da me alla macchia d'aria con cui stavo parlando.
"È stata una sua idea?" chiese. "Intendo introdurti nel mio studio. Te l'ha detto lei?"
Non risposi. Mi limitai a fissarlo con occhi d'acciaio.
"Come immaginavo. Ma mi libererò di lei."
La mano della mamma si avvolse intorno al mio polso, come dita spettrali, facendomi venire la pelle d'oca.
"Non lasciare che mi cancelli", mi implorò.
"Non puoi farlo", ringhiai. "Scapperò. Ce ne andremo, e tu non puoi fermarci."
"Sophie, per favore. Non rendere le cose più difficili del necessario. Non posso programmarti se sei lontana. Non potrai fare nulla senza di me", disse papà, massaggiandosi la fronte con una mano, esasperato. Non gli importava davvero. Non come se fossi sua figlia.
"Per favore, non lasciare che mi cancelli. Sono qui per te, Sophie. Sempre." La mamma mi fissava, con gli occhi spalancati e imploranti. Papà guardava, aggrottando la fronte.
"Non posso restare con te. Non dopo quello che hai fatto" gli dissi.
Papà sospirò. Ci guardò di nuovo e disse: "O lei o io. Posso aiutarti a crescere fino a diventare quasi completamente autosufficiente, oppure puoi andartene con lei e diventare vittima del codice che è scritto nel tuo sangue. Sarai destinata a ripetere all'infinito ciò che è successo, a vivere in un loop eterno. Non puoi vivere nulla di nuovo senza delle nuove righe di codice. È davvero questo che vuoi?"
"Forse sì."
"E va bene", scattò. "Non ti fermerò. Goditi la tua vita che si ripete."
Non lo sentii, perchè la mamma era accanto a me e mi sussurrava: "No… goditi la tua vita senza un copione."
D'ora in poi, scriverò io il mio codice.