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CAPITOLO DUE «Altalene e Diplomazia -Parte 2 »
“Ora, il punto spinoso della questione: signorina Delyrath, suo padre ha espresso disappunto nei confronti della decisione, sostenendo che il Principe Fenvalur sia troppo pericoloso per essere gestito soltanto da voi due e dai leader di Ossidia. Non per metterle troppo peso addosso, dopotutto lei è molto giovane ed è ancora in formazione. Ciò premesso, il suo parere può essere rilevante per la decisione finale. Dunque, lei che ne pensa?” incalzò Drayce. Leonie deglutì. Era davvero in una brutta posizione. Draven Delyrath aveva poggiato la mano sulla sua e la guardava speranzoso. Era evidente che si aspettasse che “Sua figlia Lyssara” lo appoggiasse. Per un momento, Leonie fu tentata di farlo. Poi, la parte logica del suo cervello decise per lei. Da ciò che aveva evinto dalle parole pronunciate durante la riunione, la contea Ophirae di Aspidion e quella di Ossidia erano situate nello Stato di Therianor. Selka, Joren e Draven erano leader di contea. Questo significava che Drayce e Kalythra erano i loro diretti superiori nella catena di comando. Il suo cuore si strinse per Draven. Sapeva che aveva ragione: un Principe arrogante ed egocentrico che invadeva una terra con la forza per assecondare l’utopia di conquistare un intero continente non era una persona facile con cui mediare né una minaccia da prendere sottogamba. Avrebbe voluto mettersi dalla sua parte. La sua parte razionale glielo impedì, ricordandole le parole che la donna-pesce le aveva rivolto mentre era inginocchiata a terra, nel bagno della camera dove si era svegliata. “Lyssara Delyrath, prossima leader di contea, la preferita dai cittadini”. Sarebbe davvero rimasta la preferita se avesse contraddetto i propri superiori? Kalythra aveva elogiato le capacità di Lyssara durante il discorso introduttivo. Avrebbe continuato a pensarla così se si fosse rifiutata di eseguire il suo ordine? C’era il rischio concreto che Kalythra togliesse la carica per incompetenza a Draven e Lyssara? Sospirò, chinando il capo. Ammirava il coraggio di Draven nell’opporsi ai leader del suo Stato. Ai suoi occhi, però, la soluzione era solo una: accettare il verdetto e sperare di poter gestire la situazione una volta scesi in campo. Leonie si alzò in piedi di scatto, prendendo Drayce in contropiede. “Con tutto il rispetto che nutro per mio padre e per il suo ruolo, non sono d’accordo con lui. Come espresso con efficacia da Lord Vayne, è a questo che servono i leader di Contea: contenere le problematiche prima che intacchino gli altri Stati. Credo proprio che mio padre stia essendo modesto e che noi due, insieme ai Pyrelith, riusciremo a risolvere tutto al più presto.” Fece una pausa. Che altro doveva dire? Che cosa avevano detto gli altri? Giusto… Si schiarì la voce e aggiunse: “Vi ringrazio per averci convocato e per aver ascoltato la mia opinione”. Tornò a sedersi, evitando di guardare Draven. L’uomo sembrava sotto shock, confuso. Anche tutti gli altri lo erano. Tutti tranne Drayce e Kalythra. “Così sia: sarete voi e i Pyrelith a occuparvi di questo problema” concluse Drayce, sedendosi a sua volta. Leonie notò che Kalythra sorrideva, come se fosse fiera di lei, e questo le scaldò il cuore. Sembrava che, dopotutto, avesse fatto la scelta giusta. Ora veniva la parte difficile: far funzionare la sua copertura. Come avrebbe fatto a mediare con il Principe, convincendolo a lasciare Ossidia e abbandonare le sue idee espansionistiche, quando non aveva mai fatto nessun altro lavoro tranne quello di commessa in una libreria cittadina? “Questo è il dilemma” disse Leonie a sé stessa, sperando che la sua espressione non tradisse l’incertezza e la preoccupazione che provava a riguardo. Quando Drayce si sedette, Kalythra si alzò, prendendo la parola e rivolgendosi a Leonie: “Lady Delyrath, sono davvero sorpresa dall’assertività e dalla disponibilità che avete dimostrato in questa riunione. Sembrerebbe che il tempo stia mitigando il suo carattere indomito, donandole ciò che le mancava per essere un leader completo: la diplomazia. Qualsiasi cosa abbia portato a questo brusco cambio di rotta, sappia che siamo fieri di lei” commentò. “La ringrazio davvero, Lady Morghast. La vostra approvazione e quella dei cittadini di Aspidion sono ciò che conta di più per me” rispose Leonie senza pensarci troppo. Quelle parole sembrarono mettere il sale sulle ferite di Draven, che abbassò gli occhi sul tavolo. La donna-pesce, appoggiata con una gamba al muro situato alla destra di Leonie, stava scuotendo la testa, con le braccia conserte e le sopracciglia aggrottate. Leonie sospirò: a quanto pareva le persone più vicine a Lyssara sospettavano ci fosse qualcosa di diverso in lei. Un’onda di pentimento la travolse. Sapeva che non era giusto impersonare Lyssara approfittandosi del fatto che tutti la scambiassero per lei. D’altro canto, che altro avrebbe potuto fare? Non sapeva dove si trovasse, non conosceva la politica di quel posto e, cosa più importante, non sapeva nulla di Lyssara. Come avrebbe mai potuto essere convincente al primo tentativo? Mentre il cervello di Leonie cercava di trovare un modo per affrontare la situazione, Kalythra continuò a parlare: “Per oggi è tutto. Il prossimo passo sarà far incontrare il Re Fae Vaelthyr Fenvalur con Draven Delyrath, Lyssara Delyrath, Selka e Joren Pyrelith per comunicargli come abbiamo deciso di agire e concordare una strategia iniziale. Verrete aggiornati tramite un messaggio ufficiale da parte nostra dopo che la riunione sarà avvenuta. Vi ringrazio per aver partecipato e per aver condiviso con noi le vostre proposte ed opinioni. La seduta si aggiorna” concluse. Tutti quanti si alzarono e cominciarono a salutarsi stringendosi le mani e facendo inchini. Leonie si alzò con fare meccanico e li copiò, stringendo le mani degli altri a sua volta e inchinandosi. Nel momento in cui Okean le strinse la mano, i loro occhi si incontrarono e un sorriso ebete si formò sul suo viso, cosa che divertì e lusingò il ragazzo, o meglio l’uomo. Il suo aspetto suggeriva che avesse almeno trent’anni, se non di più. Finito il tempo dei saluti, Draven seguì gli ospiti per scortarli all’uscita e Leonie rimase di nuovo sola con la donna-pesce. Sembrava più guardinga rispetto a prima e ancora più preoccupata. Leonie si alzò in piedi. Era l’ultima rimasta. Diede un’occhiata alla sala per evitare lo sguardo analitico della donna-pesce il più a lungo possibile. Come la camera in cui si era svegliata, era di fattura antica, sebbene l’architettura fosse diversa. Non erano presenti né colonne né archi. La stanza era rettangolare e piena di finestre di medie dimensioni, che facevano entrare la luce del sole. Nonostante questo, l’illuminazione era abbastanza bassa. Il soffitto era finemente decorato e il tavolo era in giada, gambe comprese. Persino le sedie lo erano. La base del tavolo e delle sedie era scura, di un verde foresta che tendeva quasi al nero, attraversata da venature smeraldo. Sul tavolo c’erano vari vasi di fiori di tonalità diverse di verde. Anche i fiori erano di forme e colori diversi: alcuni erano fosforescenti come la saponetta che aveva trovato in bagno, altri semitrasparenti. Le piante non erano molto grandi, probabilmente per permettere a chi si sedeva di vedere bene in viso le persone con cui avrebbe interagito. Per il resto, il tavolo era vuoto. Il pavimento era coperto da un tappeto con lo stesso simbolo che aveva visto nel centro della camera e sul petto dell’armatura della donna-pesce. I muri erano color verde acqua, decorati da vari tipi di serpenti rossi e dorati, così dettagliati che potevano essere soltanto stati dipinti a mano. Dopo circa un minuto (forse due), la donna-pesce si schiarì la voce, distraendo Leonie dalla sua analisi e spingendola ad alzarsi in piedi. Si girò verso di lei con un’espressione rassegnata e smarrita, come per chiederle: “Qual è la prossima mossa?”. Questo sembrò turbare la donna-pesce per qualche motivo. Sgranò gli occhi, prendendo Leonie sotto braccio per prima e scortandola in silenzio fuori dalla sala.
Adelheid sedeva dietro al bancone della libreria, reggendo una tazza contenente una tisana alla lavanda e vaniglia. L’espressione smarrita e le mani tremanti tradivano la sua profonda tristezza e la preoccupazione per la sua dipendente. Erano ormai tre anni che Leonie lavorava per lei e fino a quel momento non aveva mai assistito a una sua ricaduta. Quando era andata a suonare alla sua porta, non si aspettava di trovarla in stato confusionale e di certo non si aspettava di trovarla durante un episodio dissociativo. All’esterno Adelheid poteva apparire anaffettiva. La verità, però, era diversa. Si era davvero legata a Leonie, fin dal primo momento. Una ragazza che studiava per diventare psicologa,che aveva visto la sua vita mutare per colpa di una malattia mentale, spaventandosi tanto da decidere di lasciare gli studi, trasferendosi in una città più piccola e accettando un lavoro meno pagato, considerato più sicuro, in una libreria locale: la sua. Era sempre stata fiera della calma resilienza di Leonie nel farsi andare bene una vita che non aveva scelto, pur rimanendo grata, educata e rispettosa. Adelheid teneva a Leonie più di quanto manifestasse ed era per questo motivo che sapeva che i sintomi dissociativi mostrati dalla ragazza erano molto più preoccupanti di una semplice ricaduta del disturbo che le era stato diagnosticato anni prima, dopo un esaurimento nervoso caratterizzato da una forte psicosi. I sintomi del Disturbo Delirante Cronico non avevano nulla a che vedere con la dissociazione o l’insorgere di “personalità alternative”. Il disturbo delirante era una forma di delirio cronico basato su un sistema di credenze illusorie che il paziente considerava vere, resistenti a ogni tipo di critica, alterando il suo approccio con la realtà. Nulla a che vedere con il Disturbo Dissociativo dell’Identità, che invece era una condizione complessa in cui una persona sviluppava due o più stati di personalità distinti, detti “alter”, spesso accompagnata da amnesia o vuoti di memoria. Adelheid cercò di riflettere. Il comportamento di Leonie non sembrava avere nulla a che fare con la sua diagnosi. Se Leonie avesse avuto qualche credenza infondata nei confronti di Adelheid che l’avesse spinta a reagire in quel modo, tutto avrebbe avuto più senso. Purtroppo, però, non era andata così. Leonie aveva detto: “Io sono Lyssara Delyrath, non conosco lei e non conosco nessuna Leonie”. L’aveva chiamata “Signora” tutto il tempo, come se non l’avesse mai vista prima. Questo episodio sembrava coincidere più con lo sviluppo di una personalità alternativa con amnesia sistemica che con una ricaduta. Questo poteva significare che la diagnosi di Leonie non fosse in realtà esatta e quindi che i farmaci che stava prendendo non fossero davvero adatti a curarla, oppure che il disturbo fosse peggiorato mutando in un altro disturbo. Sempre che fosse possibile. Adelheid era una donna colta, acculturata e capace, ma non era di certo una psichiatra. Anche se non ci voleva uno psichiatra per capire che quell’episodio non era in linea con il quadro clinico di Leonie. Si guardò intorno sconsolata. Un mese senza Leonie. E non perché si fosse presa una meritata vacanza: perché stava perdendo sé stessa in una maniera ancora peggiore di quanto non si fosse persa prima. La libreria “Hüter des Wissens” aveva un nome altisonante che significava “Guardiani della Conoscenza”, in contrasto con la semplicità del locale. Era piccola e accogliente. I muri erano spogli, ricoperti da pannelli in legno di palissandro. Il pavimento era composto da piccole e ordinate mattonelle color terracotta e risultava quasi invisibile all’occhio. I muri erano quasi del tutto coperti dagli scaffali pieni di libri. C’era un piccolo atrio in cui era posta la cassa, una semplice scrivania grigia con un computer e nessun oggetto personale. L’atrio era caratterizzato da tavoli pieni di libri impilati con ordine e librerie più basse. Due gradini portavano alla sezione dove le librerie erano più alte, in cui quasi non c’era spazio per camminare. La libreria non aveva alcun odore particolare, solo quello dei libri e del pulito. Era un posto intimo e familiare che Adelheid e la stessa Leonie vedevano come un rifugio. In quel momento, la vista non confortò in alcun modo l’animo di Adelheid. Sospirò piegandosi sotto la scrivania per aprire un piccolo mobile in legno dotato di due cassetti, estraendo una piccola agenda rossa: quella che conteneva i numeri d’emergenza. Tra quei numeri c’era quello dello studio della dottoressa Freya Weindorf, la psichiatra che seguiva il caso di Leonie.Le piangeva il cuore.Tuttavia, sentiva di non avere altra scelta. Se lei, la persona più vicina a un’amica che Leonie avesse, si fosse arrogata il diritto di ignorare la situazione, c’era il rischio che Leonie fosse internata con la forza. Cosa sarebbe successo se Leonie avesse trattato in quel modo qualcuno che non fosse comprensivo come lei? Come, ad esempio, la sua coinquilina Annika? Leonie e Annika non erano amiche e tra loro correva dell’antipatia: Adelheid lo sapeva benissimo. Leonie si lamentava spesso di Annika. I loro caratteri erano incompatibili e come se non bastasse, Leonie tendeva a essere sadica nei confronti di Annika, organizzando piccole vendette domestiche per pareggiare i conti, visto che Annika viveva la vita a cui Leonie aveva dovuto rinunciare e per questo Leonie nutriva una forma di invidia abbastanza forte nei confronti di Annika. Al contrario di Adelheid, era probabile che Annika non volesse bene a Leonie. Questo significava che, se Leonie l’avesse trattata in quel modo o peggio, avrebbe chiamato la polizia e la vita di Leonie sarebbe peggiorata di nuovo.Non poteva lasciarlo accadere, non dopo aver visto con quanta tenacia Leonie aveva cercato di ricominciare.
Estrasse lo smartphone dalla borsa, aprì l’agenda e la sfogliò fino a trovare il numero. “Dottoressa Freya Weindorf: +49 0624 179 1196”. Fissò la scritta, inspirando, espirando e bevendo qualche sorso di tisana per poi appoggiarla sulla scrivania. Poi il suo sguardo divenne determinato. Annuì tra sé e sé come per farsi forza. Dopo un momento, cominciò a digitare il numero sulla tastiera. Il telefono squillò per qualche secondo, poi una voce fresca e giovanile rispose: “Studio della dottoressa Weindorf. Sono Franziska, come posso aiutarla?” Adelheid si schiarì la gola. “Mi chiamo Adelheid Reinhardt, sono la datrice di lavoro di Leonie Delbrück, una paziente di lunga data della dottoressa Weindorf. Ci tengo a precisare che non chiamo per presentare un reclamo ufficiale nei suoi confronti. Ho chiamato solo perché ci tengo a lei e sono molto preoccupata”, spiegò Adelheid con voce asciutta e diretta,permeata d’urgenza. Franziska sembrò interdetta. Il suo tono di voce cambiò da gioviale a cauto. “Capisco, Signora Reinhardt. Di cosa si tratta nello specifico?”, chiese Franziska. Adelheid sospirò, poi aggiunse: “Io non sono una psichiatra . Ciò premesso, conosco alcuni disturbi, leggo molto e mi piace documentarmi su tutto. Da ciò che ho capito, la diagnosi di Leonie non ha nulla a che fare con la ricaduta che sta avendo. In poche parole, ha avuto un episodio in cui mostra sintomi non congrui con la sua diagnosi” proseguì. Un altro momento di silenzio da parte di Franziska. “Penso sia meglio che lei parli con la dottoressa”, concluse dunque. Adelheid tirò un sospiro di sollievo, contenta che la segretaria avesse capito la gravità della situazione. “La ringrazio, Franziska. Buona giornata e arrivederci”, la congedò con tono neutro ma educato. “Buona giornata anche a lei”, le fece eco Franziska.
Poco dopo, il telefono squillò una seconda volta. “Dottoressa Freya Weindorf, chi parla?” La voce della donna dall’altro capo del telefono era cortese e autoritaria al contempo. Le spalle di Adelheid si rilassarono. Dalla voce la donna sembrava essere abbastanza matura, poco più giovane di lei. Questo significava che non era una novellina, bensì una dottoressa con molta esperienza. Inoltre, la voce sembrava molto professionale. Adelheid aveva abbastanza anni per sapere che l’apparenza di rado coincideva con la realtà. Aveva però bisogno di sentirsi rassicurata e il fatto che la sua prima impressione della dottoressa Weindorf fosse positiva la fece sentire meglio. “Salve, dottoressa. Sono la datrice di lavoro di una sua paziente, Leonie Delbrück. Cinque anni fa ha avuto un esaurimento e le è stato diagnosticato un Disturbo Delirante Cronico. Ha sofferto di deliri per due anni, poi si è rimessa e negli ultimi tre anni è stata in remissione attiva grazie alle cure da lei prescritte. Stamattina non si è presentata al lavoro, così sono andata a trovarla per chiederle cosa era successo, dato che lei è molto puntuale e diligente e non salta mai un turno senza avvisare. Credevo stesse avendo una ricaduta. Ciò che ho visto è persino più preoccupante, dal mio punto di vista. Leonie delirava e non nel modo in cui lo farebbe una persona affetta da Disturbo Delirante. Era come se avesse un’altra personalità. Si è presentata come Lyssara Delyrath, affermando di non conoscere me e di non sapere chi fosse Leonie. Quando le ho chiesto di tornare a lavorare per incoraggiarla, lei mi ha riso in faccia ed ha detto che non lavora e che dirige una Contea insieme a suo padre. Non chiamo per presentare un reclamo.Ho deciso di farlo perché sono preoccupata. Sono la persona più vicina a un’amica che Leonie ha. Non va d’accordo con la sua coinquilina ed è fondamentale che qualcuno di autorevole le spieghi come comportarsi con Leonie per impedire che chiami la polizia davanti al suo comportamento anomalo. So che non spetta a me giudicare. Malgrado ciò, non riuscivo a starmene con le mani in mano guardando questa ricaduta distruggere tutto ciò che Leonie ha cercato di costruire” disse tutto d’un fiato, con la voce che tradiva le sue emozioni. Ci fu una lunga pausa. “Capisco. Non si preoccupi, lei ha fatto benissimo a chiamarmi, questa era la cosa più giusta che potesse fare. Mi serve un recapito della coinquilina di Leonie ed è molto importante che la convinciate in qualche modo a venire nel mio studio prima che la situazione peggiori. Lei ha ragione da vendere. I sintomi della malattia di Leonie non includono dissociazione o amnesia. Per questo deve essere visitata al più presto”, ribatté la dottoressa. “Certamente, il numero di Annika è +4917683472901”, rispose Adelheid, dopo aver sfogliato l’agenda per qualche secondo. “La ringrazio, signora…”, disse la dottoressa.Solo in quel momento Adelheid si rese conto di non aver comunicato il suo nome.“Adelheid Reinhardt” mormorò. Ci fu qualche altro secondo di pausa.“Non le dispiace se mi segno il suo numero e se la contatto per avere aggiornamenti sullo stato di Leonie, giusto?”, chiese la dottoressa. “No, nient’affatto. Cercherò in tutti i modi di aiutare e andrò a parlare con Annika a mia volta per spiegarle quanto sia vitale che Leonie si faccia visitare da lei il prima possibile”, esclamò Adelheid. “Perfetto. La ringrazio davvero tanto, signora Reinhardt. Lei ha un buon cuore e un grande cervello. Non è da tutti cogliere dei segnali così sottili e conoscere bene patologie complesse come quella di Leonie. La ragazza è molto fortunata ad averla nella sua vita”, aggiunse la dottoressa, con una punta di rispetto. Questo fece sorridere Adelheid. “La ringrazio, Dottoressa Weindorf. Spero davvero che riuscirò a portare Leonie da lei”, asserì. “Non ho nessun dubbio sul fatto che, se qualcuno può gestire questa situazione, quel qualcuno sia proprio lei. Non si preoccupi, capiremo cosa le sta succedendo e riusciremo a farla tornare in sé. Ora devo andare, è meglio che io contatti Annika al più presto per evitare incomprensioni inutili fra lei e Leonie. Per qualsiasi cosa, mi trova qui”, concluse. “Grazie mille, davvero… di tutto. Non esiterò a chiamare se dovessi avere altre difficoltà. Le auguro una buona giornata”, disse Adelheid, schiacciando il tasto rosso e mettendo fine alla telefonata. Le parole della dottoressa l’avevano calmata e ora sentiva che il peso sul suo petto era più leggero. Tornò alla sua tisana, cercando di ragionare per trovare il modo di condurre Leonie allo studio della dottoressa per effettuare quella visita.
(Ecco la seconda parte. Mi scuso per il ritardo. La terza che presumibilmente dovrebbe essere l'ultima, uscirà tra almeno 48 ore, per via del limite del mio account qui, mi scuso ancora per il disagio).