Cuore di lupo/Vucje srce

scritto da adele freschi
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4 storie (vere) ambientate in Kosovo e Metohija fra 1998 e 2000, 4 storie di ordinario orrore nel mondo "pacificato" dall'aggressione militare...4 storie legate da storia di fantasia di Daniel, che aspetta un cuore nuovo. Di chi è quel cuore?
- Nota dell'autore adele freschi

Testo: Cuore di lupo/Vucje srce
di adele freschi

CUORE DI LUPO










di Maria Lina Veca



















Non fate sciocchezze.
Tornate indietro e fermatevi accanto a quell’unico fiore rosso, e cercate di percorrere quell’ultimo faticoso chilometro.
Bussate alla vecchia porta scolorita dalle intemperie.
Arrampicatevi fino alla caverna.
Strisciate attraverso la finestra di un sogno.
Setacciate il deserto e vedete un po’ che cosa trovate.
Andate a raccogliere le ossa.
Clarissa Pinkola Estés
Donne che corrono coi lupi






















Prefazione

Il libro di Maria Lina Veca, “Cuore di lupo” è un romanzo che si struttura su diversi strati e che affronta, lasciandole aperte, molte fondamentali questioni: la questione umana, politica, etica.
Il romanzo inizia narrando la storia di un ragazzo francese affetto da un’insufficienza cardiaca e che, quindi, ha bisogno di un trapianto di cuore. In questo scenario, si svolgono parallelamente i preparativi per l’operazione, le attività semisegrete della sua “perfetta” madre e del suo ricco padre, anche se emotivamente lontano, quasi da essere considerato un ologramma, e il terrore, la paura, il sequestro e uccisioni in Kosovo e Metohija. Vengono messi a confronto l’atmosfera silenziosa e il vuoto che circondano il giovane Daniel, che deve essere sottoposto ad un trapianto del cuore, e l’intensità della paura e dell’ansia, le condizioni disumane in cui si svolge la vita dei serbi in Kosovo e Metohija, dopo la guerra, in un clima di “pace e libertà” instaurato e glorificato dalla comunità internazionale. Intorno a Daniel tutto, proprio tutto, ricorda le condizioni sterili da laboratorio, tranne i suoi pensieri legati al cuore dell’uomo che verrà trapiantato nel suo corpo. In questo contesto, gli eroi serbi del Kosovo nel romanzo di Veca, ossia nel Kosovo dopo guerra, sono eroi del quotidiano, persone che lavorano in condizioni psicologicamente provanti, che necessitano della scorta delle forze internazionali per poter andare a lavorare, che si amano, mangiano e dormono sempre pervasi da un’ansia difficilmente controllabile. La percezione della vicinanza spaziale e delle sicurezza è completamente modificata. Il concetto della vita normale è deturpato. Le pagine del libro di Veca emanano la paura e l’ansia e si percepisce l’intensità della tragedia e l’esistenza di “mattatoi” nascosti. E’ noto che in Kosovo e Metohija sparirono, dalla primavera del 1998 all’inverno 2001, 1300 serbi e non albanesi. E’ noto altresì che i familiari dei dispersi hanno denunciato i sequestratori dei loro cari e che nessuno è mai stato arrestato. Sappiamo che molti colpevoli dei sequestri e uccisioni girano liberamente per il Kosovo, addirittura considerati come cittadini rispettati. Proprio del destino crudele che la “nuova pace” ha riservato ai sequestrati ci parla coraggiosamente il libro di Maria Lina Veca. Carla Del Ponte iniziò a denunciare alcune delle verità sul commercio degli organi umani nel suo libro “La Caccia”, in cui presentò le prove e indicò i luoghi dove furono commessi i crimini. Già nel lontano 2001, lavorando come Commissario per i Profughi della Repubblica di Serbia e parlando alle famiglie dei dispersi, sentii parlare dei “campi-ospedali” in Albania dove ai sequestrati venivano prelevati organi. Alcuni - non alti - funzionari dell’UNMIK trovarono addirittura le tracce, gli aghi vuoti con residui di priscofarmaci. Poco dopo gli stessi funzionari e i poliziotti dell’UNMIK venivano ritirati dal Kosovo e Metohija e inviati a svolgere altri compiti. Una fitta nebbia ideologica coprì il Kosovo. I nuovi, “democratici” governatori del Kosovo erano intoccabili, e ogni sospetto di questi crimini mostruosi, veniva interpretato come una paranoica e maliziosa insinuazione che minava le fondamenta di una delle più giovani “democrazie”, custodita, difesa e appoggiata, senza riserva, da coloro che insegnarono (ed esportarono) in altri paesi e con metodi assai discutibili la democrazia e le cui società libere per noi dovevano rappresentare il modello da seguire. Maria Lina Veca nel suo romanzo apre coraggiosamente la questione del crimine e della libertà dalla coscienza, mostrando lo scenario inquietante delle “libertà” che regnano in Kosovo dopo guerra. La descrizione dell’ospedale in cui ai serbi sequestrati venivano prelevati organi e inviati al “mercato” rappresenta una licenza poetica, ma non è del tutto inventata, bensì basata su tracce e prove ben note. Purtroppo, all’orrore del commercio degli organi umani non partecipano solamente terroristi e psicopatici appartenenti al cosiddetto “Esercito di Liberazione del Kosovo”. Sono coinvolti anche medici, infermieri, e altre persone rinomate, insomma gente “perbene”. L’autrice descrive i tempi e i modi in cui l’orrore ha pervaso un piccolo territorio nel cuore dell’Europa, nettamente in contrasto con il clima di pace che regnava a livello europeo.
Questo romanzo non racconta solo orrori e guerra, ma è anche la storia di un fortunato ragazzo francese che ottiene un cuore serbo, strappato con violenza da un petto che respirava ancora, da un corpo che ancora abbracciava e bramava gli abbracci. Il ragazzo francese non ha ottenuto da questo trapianto una vita felice, ma è rimasto divorato dal dubbio che si è manifestato fisicamente dal continuo pericolo di rigetto. Lo stesso titolo “Cuore di lupo” è simbolico! Sappiamo da tante storie e leggende che uno dei principali animali totemici per i serbi è il lupo, Vuk! Ecco perché, anche ai propri figli, i serbi danno il nome di quest’animale. Perché sopravvivano!
Quando dico che il libro della Veca è un libro a più livelli penso anche alle paure, ai sospetti e alle riflessioni ben elaborate del paziente che deve ricevere l’organo di un’altra persona. Penso anche all’ottima descrizione dell’atmosfera della paura e dell’ansia che si respira ancora oggi in Kosovo e Metohija tra i serbi, ma anche tra tanti albanesi; penso anche alla trama ben costruita che dispone di tutti gli elementi del thriller, in cui si intrecciano i destini delle persone che non si conosceranno mai, ma i cui corpi si uniranno nella vita e morte. Penso anche al coraggio di Maria Lina Veca, che in modo romanzato, parla di accadimenti riguardo ai quali sono tuttora in corso le indagini, di cui esistono le prove presso la Prefettura serba nonché la recente relazione del senatore svizzero Dick Marty presso il Consiglio d’Europa. Proprio questa dimensione fa del romanzo di Maria Lina Veca, “Cuore di lupo”, uno squarcio di visione storica e letteraria su un orrore e su un crimine che nessuna persona d’onore, per nessun motivo “superiore”, deve poter accettare e nascondere.
Sanda Raškovic’-Ivic’
Ambasciatore della Repubblica di Serbia presso la Repubblica di Italia

Cenni biografici
Maria Lina Veca vive e lavora a Roma.
Laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, specializzata in “Paleografia latina, archivistica e diplomatica” presso l’Archivio Segreto Vaticano, ha lavorato nel settore relazioni internazionali di varie istituzioni, ha operato nell’organizzazione di incontri e conferenze internazionali.
Ha seguito corsi di specializzazione nella lingua francese presso il “Centre Culturel Français” a Roma fra il 1990 e il 1995; ha svolto attività di collaborazione presso gli uffici parlamentare nel Parlamento Europeo a Strasburgo svolgendo attività di interprete per la lingua francese, ha partecipato a corsi di aggiornamento e approfondimento presso “l’Ambassade de France près du Saint-Siège” in Roma svolgendo attività teatrale in lingua francese sotto la guida di Frédéric Lackar (fino all’anno 2008).
Ha svolto attività di collaborazione con riviste in lingua inglese; ha seguito corsi di specializzazione e approfondimento nella lingua inglese presso il Centro Studi Americani in Roma fra il 1990 e il 2000; partecipa come relatore ed esperto alle attività dell’ “International Coalition for Banning Depleted Uranium Weapons” con sede a Stoccolma e Bruxelles.
Ha svolto e svolge attività di solidarietà con la Repubblica di Cuba, Provincia de La Habana e con la Repubblica di Argentina, seguendo e curando progetti umanitari, accompagnando delegazioni con funzioni di esperto e di interprete per la lingua spagnola ed ispano-americana. Svolge attività teatrale in lingua spagnola presso l’Ambasciata di Argentina in Roma, “Seccion Culturàl”.
Iscritta all’Albo Nazionale dei Giornalisti dal 1991, ha collaborato con numerose testate - Cavalli & Corse, Il Giornale del Mezzogiorno, Il Tirreno,La Nazione, Il Corriere dell’Umbria, Il Giornale d’Italia, Il Giornale del Mattino, Il Nuovo Giornale dei Militari, Il Giornale dei Carabinieri, L’Aspide on line, Tibereide.it on line, Radio Base (Venezia),Radio Città Aperta (Roma), Retesole, Teleambiente, GR Net- dedicandosi in un primo tempo al settore sportivo, trattando poi argomenti di attualità, cultura, politica, esteri, cronaca, cronaca “nera”. Dal 1993 si occupa con particolare interesse del settore militare (missioni all’estero, modello di Difesa, ruolo dell’intelligence, uranio impoverito, ecc).
In modo ancor più specifico si è interessata nel 1993-1994 alla Missione Ibis in Somalia, e dal 1999 degli scenari balcanici, prima, durante e dopo, la disintegrazione della Yugoslavia, con particolare riferimento alla sofferenza delle minoranze non albanesi in Kosovo e Metohija. Ha conseguito il Diploma di Operatore del Disagio mentale nel 1997/’98 presso la Caritas.
Ha seguito il Corso di Operatore del disagio e dell’emergenza presso il CEPIC-Psicologia.
Presidente della Onlus “Rinascere” che opera a favore di vari progetti di pace e di sostegno umanitario, in particolar modo a favore delle enclavi serbe del Kosovo e Metohija con il progetto di “Amicizia italo serba”; in collaborazione con il progetto “Arca di pace”, sostenuto dalla Provincia di Roma, dalla Comunità Montana dell’Aniene e dall’UNESCO, sostiene il gemellaggio fra la scuola Branko Radicevic’ dell’enclave serba di Cernica e la scuola E.de Filippo di Colleverde (Guidonia – Roma), fra i complessi didattici Tivoli 2 e Subiaco con le scuole di Zupće e Brnjak (Nord Kosovo, Municipalità di Zubin Potok) e di Blagaj in Bosnia-Herzogovina, gemellata con Arsoli (provincia di Roma) nonché il progetto “Buenavista” di solidarietà con la Provincia de La Habana, Repubblica di Cuba (municipalità di Quivican,) e con la scuola per bimbi non vedenti e ipovedenti di Bejucal, Provincia de la Habana.
Autrice dei volumi “Piccole gemme”, Lalli Editore, Poggibonsi 1985, “Il colore dei suoni”, Lalli Editore, Poggibonsi 1989, “Scandalo Somalia. Anatomia di un falso”, Franco Aglieri Editore, Milano 2001, “Il Kosovo perduto”, Ediz. Interculturali, Roma 2003, “La nebulosa del caso Moro”, Selene Editore, Milano 2005, “Moro si poteva salvare. Libro-intervista. Novantasei domande sul caso Moro”, Roberto Massari Editore, Roma 2006, “Kosovo e Metohija, il ritorno impossibile” Filip Vjesnic’, Belgrado 2007, “Cuore di lupo” Krišanka Misao, Belgrado 2009, “Sette volte sette”, Kimerik, Messina 2010.
“Kosovo perduto” è stato tradotto in lingua serba nell’aprile del 2004 con il titolo “Izgubljeno Kosovo”, a cura dell’organismo governativo di Serbia e Montenegro “Coordination Center for Kosovo and Metohjia”, poi edito in versione aggiornata nel 2005 in versione bilingue serbo/italiana a cura del Patriarcato Serbo-Ortodosso di Belgrado. Nel 2004 con altri giornalisti ha pubblicato “La nebulosa del caso Moro”, Selene Editore, Milano e nel 2005 “Moro si poteva salvare”, Roberto Massari Editore, Roma. Libro-intervista, contiene novantasei domande sul caso Moro poste all’On. Falco Accame, già presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati ed attualmente Presidente dell’”Associazione Nazionale Assistenza Vittime militari e familiari” alla quale l’autrice collabora. Nell’ottobre 2006 ha pubblicato a Belgrado per le edizioni “Filip Vjesnic’” il libro “Kosovo e Metohija, il ritorno impossibile”. Questo libro è stato tradotto in serbo nel marzo 2008 dallo scrittore Milisav Savic’ e presentato a Belgrado alla stampa il 10 aprile 2008.
Ha girato con il regista Alessandro Antonaroli un cortometraggio in Kosovo e Metohija nel febbraio 2008, nei giorni precedenti la secessione dalla Serbia, dal titolo “Katastrofa” (24’) presentato a Roma presso l’Associazione della Stampa Estera il 19 marzo. La versione in lingua serba è stata presentata a Belgrado nell’aprile 2008.
Ha pubblicato nel settembre del 2009 in versione italo/serba presso le edizioni “Krišanska Misao” di Belgrado il libro “Cuore di lupo/Vucje srce”, poi tradotto e pubblicato nella versione franco/serba nel febbraio 2010 “Cœur de loup/Vucje srce”.
Partecipa in prima persona all’attività umanitaria di “Rinascere Onlus” per le minoranze in pericolo e in condizioni di particolare disagio, in Kosovo e Metohija. Nell’ambito del progetto “Arca di Pace” in collaborazione con la Comunità Montana dell’Aniene e la Provincia di Roma, partecipa annualmente in Cuba all’ “Encuentro de Solidarid” organizzato da Provincia de La Habana, Assemblea del Poder Popular della Repubblica di Cuba, finalizzando tale attività al sostegno e alla solidarietà con scuole e istituzioni cubane, in particolare con la scuola per non vedenti e ipovedenti di Bejucal (Provincia de la Habana).
Ha partecipato come docente al Corso di Formazione sullo Stalking, organizzato dall’Associazione Psicologia Insieme Onlus nell’anno accademico 2009/2010 e nell’anno accademico 2010/2011.
E’stata invitata in qualità di relatore alla conferenza organizzata dall’Università di Roma “La Sapienza” – Facoltà di Scienze Politiche – e dall’Ambasciata della Repubblica di Serbia in data 19 maggio 2010 sul tema “L’Italia, La Serbia, l’Europa”.
Svolge attività a favore del vegetarismo e dell’animalismo, lavorando anche come volontaria in progetti di ripopolamento dei lupi (“Ecovolunteer” in Portogallo presso il “Centro lobo”; in Aspromonte per quanto riguarda l’Italia e il lupo appenninico); fa parte dell’Unione Vegetariana Animalista (U.V.A.) e dell’Associazione “No alla caccia”.
Ha conoscenza della lingua serba e della lingua russa.







ANTEFATTO

IL LUPO. PRIŠTINA, KOSOVO.

Su Pristina brilla un sole malato, polveroso, sporcato da carburanti scadenti e dall’odore di fritti cucinati in fast-food improvvisati con olio di cattiva qualità.
C’è un movimento incessante di gente che vende e che compra e di soldati di tanti paesi diversi e di personaggi strani che non vanno da nessuna parte e passano ore seduti ai tavolini dei caffè all’aperto.
C’è un gran traffico di fuoristrada bianchi con la scritta UNMIK - Nazioni Unite - e bancarelle improvvisate che espongono occhiali contraffatti di ogni marca e genere, ci sono negozietti e bottegucce che espongono “falsi d’autore” di tutti i tipi.
Davanti ad una bottega fatta di plastica e lamiera sovrastata da un’insegna pacchiana e vistosa in giallo e rosso “Florida Market” che vende oggetti e prodotti disparati, vestiti, saponi, lampadine, un lupo è appeso ad un gancio per la bocca.
Il lupo dondola piano al sole con la bella pelliccia impolverata e macchiata di sangue, appena mossa dal vento.
Il lupo è morto.
Il lupo è morto, ed è ormai indifferente alla volgarità e alla scelleratezza che lo circondano.
Ora l’oltraggio cieco e crudele dell’uomo non può più toccarlo. Nessuno può più violare la dignità del lupo, ingannare la sua intelligenza, fare scempio della sua forza e della sua bellezza.
Un uomo, forse più uomini, lo hanno ucciso a tradimento, stupidamente, crudelmente.
Forse lo hanno ucciso pensando che la sua morte possa servire per dare un avvertimento a quei serbi che spesso battezzano i loro figli con il nome “totemico” di Vuk, il lupo.
Forse per dare un monito a chi ricorda nel nome dei lupi gesta leggendarie, per disprezzare la storia di altri uomini, uomini diversi, e, per questo, da distruggere, da violare, da umiliare.
Qui molti uomini sono morti, o vivono come fantasmi, come morti viventi, in quei campi di concentramento che qualcuno chiama elegantemente “enclaves”.
Molti sono morti, molti moriranno.
Come è accaduto al lupo.
























I

DANIEL. NANTES, MARZO 1999

Daniel apre gli occhi e si stira con cautela come chi sa che ogni movimento può essergli fatale.
Ha imparato a convivere con quelle che in famiglia chiamano “le sue crisi”: quello spasmo selvaggio che da un momento all’altro può stringergli il cuore in una morsa, obbligandolo a fermarsi di colpo, dovunque si trovi, per la strada o in casa, in mezzo alla gente, davanti ad una vetrina, di fronte ad una scuola, serrando il petto con la mano come ad arrestare il flusso del dolore, contando macchinalmente i secondi, i minuti, fra sguardi curiosi che Daniel si obbliga ad ignorare, fingendo di osservare qualcosa, la merce esposta in un qualunque negozio, fosse anche di biancheria femminile o di rubinetti.
Oggi la nebbia forma una specie di cuscino spesso ed impenetrabile che filtra colori, odori, rumori, rende irreale il movimento cauto di macchine e pedoni, confonde il marciapiede, la strada, la banchina del porto in un unico grigio indistinto.
Ama la nebbia, Daniel, perché obbliga tutti a muoversi in modo strano, al rallentatore, rendendo meno strano il suo movimento lento e timoroso, dando al suo fermarsi repentino un ritmo più normale, più in sintonia con la lentezza e la cautela degli altri passanti.
Lui è abituato a camminare lentamente, con precauzione, come chi teme il più piccolo imprevisto, per lui la nebbia c’è sempre.
Quando era bambino e cercava di imitare i giochi degli altri, c’era sempre il momento in cui non riusciva a raggiungerli: si fermava con il cuore che batteva come impazzito, il sudore freddo cominciava a scendere lungo la schiena e il dolore lo costringeva a restare immobile, riducendo la vita al minimo, pregando che smettesse, che smettesse…
Poi aveva smesso di inseguire gli altri. Daniel aveva capito presto che quella corsa per lui era perduta per sempre, che non avrebbe mai raggiunto il traguardo, né saltato in alto, né tirato un pallone in porta, né lottato con gli altri ragazzi. Daniel era abituato a stare fermo, ad ascoltare, ad ascoltarsi.
Da tanto, da troppo tempo, Daniel è abituato alla paura e all’attesa.
Si ritrova a correre solo nei sogni: ma non sono sogni piacevoli. Spesso il sogno è ricorrente, con qualche variante, ma il tema è lo stesso. Daniel si trova su un pontile che si protende nel mare, un pontile bianco. C’è un cielo strano, con squarci di sole ma nubi pesanti che si muovono velocissime. Daniel corre sul pontile bianco, corre leggero, finché il pontile si restringe e diventa una sorta di passerella che si protende nel mare, come quelle passerelle che si trovano nei porti, dove da un lato e dall’altro ci sono barche attraccate. Qui la passerella è lunghissima, entra nel mare per un lungo tratto, fino a quando l’acqua comincia a lambirla e il legno appare e scompare nell’acqua. Poi l’acqua sale e Daniel continua a correre ma ha paura perché non vede più il nastro di legno sotto di lui: sente di poggiare ancora sul solido ma non sa per quanto perché ad ogni passo potrebbe precipitare nell’acqua. A quel punto Daniel si sveglia e attende che passi il terrore, attende che il respiro torni normale, per quanto il suo respiro possa mai essere normale.
Daniel attende.
Attende un altro spasmo, più forte degli altri, forse un dolore intollerabile, come non ha mai provato, forse sarà lo spasmo fatale.
Daniel ha una sola alternativa: attendere la morte o un cuore nuovo che lo
liberi dalla morte.









II

La madre di Dragan.Obilic’, maggio 1999.

Dragan non è un militare, non è un poliziotto, non ha mai portato un’arma.
La sua famiglia coltiva la terra, appena fuori Obilic’, da sempre.
Dragan ha un fratello maggiore, una giovane moglie, due figlie, dei nipotini, un padre, una madre.
Per guadagnare qualcosa in più, nel tempo che riesce a ritagliarsi dal lavoro nei campi, fa l’autista, guida un pulmino di lavoratori della cava, quasi tutti albanesi. Con loro ha buoni rapporti, non ha mai litigato con nessuno, mai avuto uno screzio, mai qualcosa da ridire.
Ha un buon carattere, Dragan.
Solo una volta c’è stato un episodio spiacevole, quando un ragazzo albanese è salito sul bus con le scarpe sporche di fango: Dragan gli ha chiesto di scendere e di pulirle.
Il ragazzo ha borbottato, è volata qualche parola non troppo gentile: poi il giovane è sceso, ha lavato le scarpe alla fontana ed è tornato al suo posto.
Dragan è molto attento al suo lavoro, pulito e coscienzioso, forse un po’ troppo pignolo, prende le cose sul serio e le scarpe sporche proprio non può sopportarle. E’ l’unico episodio in cui ha rischiato di perdere la pazienza, ma solo per un attimo.
Fa il suo lavoro, ogni giorno, puntuale come un orologio.
Per il resto del tempo, lavora la terra con il padre e il fratello.
Quando, fra la fine del 1998 e la primavera di quell’anno, i suoi amici hanno cominciato a partire, quando i parenti hanno lasciato il paese, quando si è cominciato a parlare di violenze di questo gruppo che chiamano U.C.K. , di scorrerie, di sparizioni di persone, di rapimenti e processi sommari da parte di questo esercito di morte, Dragan è rimasto sereno, ha cercato di tranquillizzare sua madre Vukica, che ogni giorno gli chiede di stare attento, di non fidarsi di nessuno.
“Di cosa hai paura, madre?” dice Dragan, mentre si prepara al mattino per andare al lavoro, “non sono un poliziotto, non sono un militare, non sono un estremista, non sono neanche un gran nazionalista…non sono armato e non ho mai fatto male neanche ad una mosca! Quando torno dal lavoro, lo sai, vado nei campi a lavorare con mio padre. Quando arrivo a casa la sera guardo le mie figlie che crescono, sempre più belle: Zorica con quelle trecce strette, ha così tanti capelli che sempre sfuggono da tutte le parti, color del grano…e Mirjana con la pelle talmente colorita dal sole e i suoi occhi blu! Non perché sono le mie figlie ma…lo sai madre, che per loro lavorerei anche tutto il giorno, senza mai dormire…A volte intervengo nei loro litigi, chissà per un vestito o per chi deve accudire al cucciolo che ho trovato un mese fa. Lo sai madre, che Brankica dopo il secondo parto e dopo aver perso il nostro terzo bambino, non è più la stessa. Ha gli occhi fissi che guardano un dolore lontano. Non è più qui, non è con noi, non può più aiutarmi. E’ andata via, la sua anima è malata. E’ assente. Così, quando arrivo a casa, cerco di essere madre e padre, di dare allegria e consiglio e ascolto. Capisci, madre mia, non posso comunicare alle mie figlie la paura, l’umiliazione, la voglia di fuggire! Capisci, madre?”
Dragan parla in questo tono da diverse mattine, ripete sempre più o meno le stesse cose, mentre beve il caffè e stringe i lacci delle scarpe, con quella sua voce forte che cerca di rendere più dolce quando si rivolge a sua madre.
“Figlio mio, risponde Vukica, la madre, stringendosi nello scialle nero di lana, sistemandosi i capelli ancora così neri, anche se con tanti fili bianchi, che porta avvolti in un nodo pesante raccolto all’altezza della nuca, “figlio adorato, capisco quello che vuoi dirmi e i tuoi argomenti sono buoni. Ma non riesci a tranquillizzarmi. Da giorni ormai, da quando è scomparso quel giovane ingegnere a Kurće, e quel medico a Klina, e poi il professore a Uroševac…da giorni sento una morsa che mi stringe il cuore, mi toglie il respiro. Non è neanche una premonizione - no, non ridere – è qualcosa di peggio. Non è l’annuncio del male, è il male stesso. Il male è già qui. Quando ti vedo andar via piango ogni giorno, di nascosto, per non farmi vedere da tuo padre. E quando torni, la sera, non riesco a sentirmi sollevata, serena…è come uno spasmo di dolore che si allenta solo per un attimo, poi torna a mordere, a mordere…So che verranno. Non so quando ma verranno. Ho paura, per te, per tuo fratello, per tuo padre. Ho paura.”


III

Le figlie di Dejan. Uroševac.

Tanja e Krassimirka vanno al liceo.
Il padre è il preside della scuola di Uroševac e si sa quanto possa essere pesante avere un padre preside nella scuola in cui si è allievi.
Sono due brave studentesse, un anno di differenza fra di loro: Krassimirka è la maggiore.
L’inglese è la loro passione ma hanno studiato anche il russo e un po’ di francese: le lingue sono importanti, dice sempre il padre.
Nella loro camera, Tanja ascolta musica, Krassimirka è sdraiata sul letto e legge “The island of voices”, un libro di Stevenson. Tanja intanto prova un vestito nuovo: sabato spera di uscire con Milo e vuole essere bella, bellissima.
Una famiglia benestante, tranquilla: Tanja e Krassimirka cantano nel coro durante la liturgia ortodossa, entrambe appassionate per lo sport, Tanja è appassionata di atletica, Krassimirka va pazza per la danza moderna, appena ha un momento libero inventa qualche coreografia.
La mamma è in cucina: sta preparando la proja, che piace tanto al padre. Per la sera ci sarà anche gibanica, con il ripieno di kajmak e di uova e poi, la passione di Tanja, Karadjordjeva šnicla …sarà una bella cena, con gli zii e i cugini, come non si faceva da tempo.
La casa è serena e luminosa come sempre: è un giorno caldo di sole, il 28 luglio 1999.
Sono accadute tante cose nei mesi passati: la Serbia è stata bombardata, telecomunicazioni, strade, ponti, treni, sono stati colpiti.
Belgrado è stata attaccata crudelmente. Settantotto giorni di bombe, di orrore, di incredulità, di indignazione.
Lì a Uroševac tutto sembra relativamente calmo.
Gli albanesi, che prima erano semplicemente i loro vicini di casa, ora sembrano più silenziosi, più ostili, ma non particolarmente aggressivi.
La madre non manda volentieri le figlie fuori casa. E’ diventata ansiosa, spesso ha gli occhi rossi e la voce di chi ha pianto.
Il padre invece è sereno, trasmette tranquillità e sicurezza a tutti. E’ nato vicino Strpce, lì in Kosovo, nel 1948. Ormai è vicino alla pensione, la sua carriera non ha bisogno di altri riconoscimenti o avanzamenti. In molti gli hanno consigliato – funzionari di UNMIK , ufficiali stranieri, molti amici, i parenti- di non entrare più nella scuola. Il suo posto è stato occupato da un altro insegnante albanese e l’atmosfera non è più salutare per lui.
Dejan avverte un senso di disagio, una punta di paura, ma non crede fino in fondo a quel che si racconta. Conosce tutti nel suo liceo, sono suoi colleghi.
Perché dovrebbero fargli del male? Lo ripete ossessivamente, anche a se stesso. Forse per autoconvincersi.
Comunque, per far stare tranquille moglie e figlie, quel giorno accetta di farsi proteggere dalla scorta di KFOR: sei giovani soldati polacchi.
Deve solo entrare nel suo ufficio, prendere delle carte, la sua agenda, la sua penna stilografica preferita, qualche libro. Mezz’ora, non di più. Poi sarà a casa per sistemare la tavola e dare una mano a sua moglie.
Sì, è vero, alcuni serbi sono scomparsi in quella zona, Marko, Ivan, Bojan, e anche Vlastinir…si sente parlare di prigioni segrete, di torture. E un suo cugino è stato ucciso nel mese di giugno, in mezzo alla strada, da tre balordi che neanche appartenevano all’UCK. Ma Dejan è un uomo di cultura e di scienza: crede che non sia giusto arrendersi al dominio del caos e dell’odio. Bisogna stare calmi, fare la vita di sempre e questa onda anomala di pazzia finirà. Per questo ha detto a sua moglie Mirjana di preparare una bella cena per questa sera: perché la vita deve continuare, le ragazze devono sorridere, indossare un bel vestito, danzare: non parlare sempre di scomparsi, di torturati, non vedere solo scene di morte e di disperazione.
E’ mezzogiorno, sarà a casa per le due, non più tardi.
Dà un bacio a Mirjana, la abbraccia forte, lei gli grida qualcosa quando è già sulla porta: sarà qualche raccomandazione ma Dejan ha fretta. I sei giovani polacchi sono già arrivati, non bisogna farli aspettare: con loro c’è anche Ramuş, un suo ex studente albanese che si è messo a fare l’interprete.
All’una Dejan entra nella scuola.
Non ne uscirà mai più.








IV

Daniel. Les Sables d’Olonne. Giugno 1999.

Che idea stupida! Visitare il castello Saint-Clair proprio oggi, a quest’ora, con il caldo che fa!
Daniel cammina piano lungo il camminamento che percorre tutto il perimetro delle antiche mura.
Due bambini insopportabili continuano a corrergli intorno: lo guardano con quella curiosità istintiva e un po’ maligna che hanno i bambini, con quell’istinto che li porta ad individuare subito qualcosa di strano, di anomalo.
Cammina come un vecchio, Daniel, sempre con la mano destra aggrappata alla stoffa della camicia, all’altezza del cuore, quasi a controllarne il battito, a tenerlo a bada, a prevenire il dolore.
Quando Luigi XIV ordinò la costruzione del castello, questo doveva essere una fortezza terrificante e imponente: ora, snaturato e offeso da troppi turisti, il castello sembra una creazione della Walt Disney, troppo ben conservato, perfino troppo bello.
Daniel è stanco.
E’ uscito di casa per disperazione: per non vedere il perfetto look di sua madre, appena ritornata dalla spiaggia di Sauveterre, con il costume coordinato al pareo, coordinato alla fascia nei capelli, al colore del rossetto, dello smalto sulle unghie, alla borsa da spiaggia, agli occhiali da sole…
Isabelle mostra una abbronzatura discreta, niente di esagerato, di volgare: neanche un capello fuori posto, pelle idratata, odore di creme costose. Isabelle è sua madre. E Daniel non ha voglia né di vederla né di parlarle: ultimamente Isabelle è particolarmente gentile con lui, gli dedica anche qualche minuto in più del suo prezioso tempo. Sta cercando di convincere Daniel che, in fin dei conti, affrontare l’operazione di trapianto di cuore non è poi così difficile, anzi, quasi una cosa da niente…
Daniel ha passato la mattinata tentando di immergersi nella lettura di un libro comprato d’occasione su una bancarella del mercato di Sables d’Olonne. “I templari e il mare” è il titolo del libro, una noiosissima dissertazione sul porto di La Rochelle e sui grandi misteri dei Cavalieri del Tempio . Una lettura di cui poco è rimasto nella sua memoria: poca concentrazione, poca memoria, poca attenzione.
Daniel è più attento al battito irregolare del suo cuore, a spiarne il ritmo con terrore.
Riesce a concentrarsi solo su quella mosca , sempre la stessa, che da un’ora svolazza per la stanza e ciclicamente si ferma su una pagina del libro a strofinare le zampette l’una contro l’altra.
A Daniel quella mosca fa quasi compagnia. Sicuramente più compagnia delle chiacchiere vuote di sua madre e delle sue amiche, sicuramente più del falso e distaccato interesse di suo padre che lo fa sempre sentire inadeguato, fuori posto. Sicuramente più dei pochi amici che, con l’aria di sacrificarsi, vengono ogni tanto a fargli compagnia sulla terrazza, con la faccia di chi sta già vegliando un morto.
Daniel guarda la mosca e pensa che non vuole morire. Farà quello che gli chiedono: accetterà un cuore nuovo.


V

Gordana, la moglie del chirurgo.
Ospedale di Obilic’ settembre 1999.

Gordana è preoccupata.
Fino a quando potranno fingere, lei e Milan, che la vita scorra come sempre?
Fino a quando Milan potrà avere la serenità per affrontare le urgenze, per operare tutta la notte…con la paura, la luce che va e viene, i ferri chirurgici che mancano. Fino a quando?
Da Obilic’ bisogna fuggire, non c’è scampo per loro.
Sono serbi e per i serbi lì, nella loro casa, nel loro paese, nella loro terra, non c’è più posto.
Milan va in ospedale ogni giorno, come sempre. Ora la struttura è in mano ai russi ed è una delle poche strutture ospedalieri in cui i Serbi del Kosovo possano ricevere cure e assistenze. C’è bisogno di lui, della sua esperienza, non è il momento di tirarsi indietro. Così pensa Milan.
I bambini, Vlado e Iljia sono dai nonni a Valjevo: quando la linea funziona, Gordana si schiarisce la voce, cerca di dare una intonazione normale, ridente – quella che i bambini conoscono nella voce della mamma – e li chiama. Sorride, cerca di interessarsi ai loro racconti confusi e complicati fatti di fiabe, di giochi, di cuccioli, di studio, di scoperte, di dispetti e di piccoli litigi. Ma la testa di Gordana è altrove: lo sguardo è fisso sulla porta, l’udito si è fatto più acuto e sensibile ad ogni più piccolo rumore, ad ogni suono sconosciuto che diventa inquietante. Gordana aspetta che Milan torni a casa oppure che la porta si spalanchi di colpo per effetto di una spallata o di un calcio, che entrino uomini in nero, armati, coperti in viso, a portarli via, via dagli affetti, da quella vita costruita con amore e sacrificio, via da tutto dentro ad un incubo scuro e senza via di uscita, un incubo tante volte sognato, immaginato ad occhi aperti, atteso quasi come ineluttabile fatalità, un incubo che ripercorre le tante storie ascoltate, i tanti racconti di ordinario terrore raccontati a voce bassa, per esorcizzare il dolore e la paura. “Verranno e ci porteranno via!” Gordana se lo ripete fino ad avere i denti serrati, le mascelle che dolgono per la troppa pressione. E poi si chiede: “Via? Ma via dove? E perché?”
Intanto scende la notte, un’altra notte, un’ennesima notte di tante notti nere da quando le bombe sono scese a portare la morte, da quando tutto questo è cominciato. Scende la notte e Milan non torna. A Gordana sembra di impazzire: “Basta! Basta! Che vengano, che tutto questo finisca!” pensa e subito si pente, si vergogna dei suoi stessi pensieri: “Bisogna resistere, con il coraggio di ogni giorno, come fa Milan. Non devo lasciarmi andare!” E Milan non arriva. Gordana sente amplificato ogni rumore della strada: è una piccola strada laterale, passa così poca gente, così poche macchine. I rumori di ogni giorno sono riconoscibili, quelli che non si conoscono fanno già paura. Gordana va alla porta, la apre, guarda fuori, la richiude. Apre e chiude la porta in continuazione, esce in giardino, rabbrividisce. Accende la luce esterna, la spegne, torna ad accenderla. La lampadina vacilla, sta per fulminarsi. Spegne di nuovo, entra in casa. Va al telefono, alza il ricevitore, lo guarda, lo rimette giù. Sistema la tavola, sposta un bicchiere, accomoda un tovagliolo. Apre ancora la porta: niente.
Poi sente il motore di una macchina, una macchina che si avvicina. No, sono almeno due macchine: scosta la tendina, guarda dalla finestra. Ora vede le luci dei fari, sobbalza allo stridio dei freni.
Una morsa di terrore chiude la gola di Gordana, le gambe sono come paralizzate, le mani ghiacciate. Pensa di non riuscire a muoversi, poi piano piano, come un automa, va alla porta, la apre lentamente.
Gordana vede avvicinarsi gli uomini con le divise americane e le facce gravi.
Milan non c’è.
Non tornerà mai più.


VI

Vukica, la giovane sposa di Srdjan e la fabbrica vicino Gnjilane. Luglio 1999.

Vukica è incinta di tre mesi e suo marito è scomparso.
Quel giorno di luglio Vukica deve andare dal ginecologo ed ha chiesto a Srdjan di accompagnarla. E’ una gravidanza difficile, Vukica ha avuto delle perdite, ha rischiato di abortire e da sola non si muove volentieri. Non è mai stata tanto autonoma e adesso i tempi sono difficili: a maggior ragione Vukica vuole essere accompagnata da Srdjan.
Suo marito la fa innervosire, ha sempre mille cose da fare: quel giorno, proprio quel giorno, ha deciso che vuole andare a Gnjilane, nella loro casa – la casa in cui non vivono più, almeno per il momento – a prendere delle carte che gli servono, e anche la vecchia TV, alcuni vestiti, dei libri. E poi Srdjan vuole passare in fabbrica, la fabbrica dove lavora da quando ha finito gli studi. Quel posto all’IBG era sembrato una vera fortuna, una fortuna che aveva permesso loro di sposarsi, di arredare la casa. Adesso Srdjan non lavora, non può più andare in fabbrica. Ma quel giorno ha deciso di andare.
Vukica non è d’accordo: “Andare perché? Non c’è più niente da fare! Né per la fabbrica né per la casa. La casa deve essere chiusa, bisogna andar via! Ormai è deciso, ne abbiamo già parlato migliaia di volte, sono stanca!”
E’ vero, ormai tutto è deciso.
Non possono far nascere il bambino lì dove hanno vissuto da sempre. Molti serbi sono già fuggiti da Gnjilane, molti stanno per partire. Molti sono scomparsi.
Vukica, quel giorno di luglio, ha un brutto presentimento. Prega Branka, la madre di Srdjan, di fermarlo, di non farlo andare in fabbrica.
Da maggio – ormai sono quasi tre mesi – vivono nella piccola casa di Kurče con la madre di Srdjan, le galline, tre vecchi gatti, una capra, un cane che abbaia tutto il giorno.
Quel giorno, il 21 luglio 1999, Srdjan vuole andare a vedere la loro casa, prima di chiuderla. Prima di abbandonarla per sempre. Perché questo è quello che accadrà: tutti e due lo sanno benissimo. Andranno a vivere in un’altra zona della Serbia, a Paraćin.
La madre ha salutato Srdjan sulla porta, con il cuore stretto in gola, ma non ha cercato di fermarlo. Chissà perché. Forse perché pensa che non bisogna dar retta a fantasticherie e presentimenti: Branka è una donna dura, forte, abituata a stare con i piedi ben piantati sulla terra. Ha lavorato tutta la vita nei campi e i suoi due figli, Srdjan che è diventato ingegnere e Bojan, che si occupa della terra, sono il suo orgoglio e la sua vita. Certo, la moglie che si è scelta non è proprio quella che Branka sognava: Vukica è troppo fragile, sensibile, sempre impaurita, sempre presa da sogni e paure. Per questo Branka pensa che non bisogna darle troppo ascolto quando comincia a parlare di presentimenti. E poi lei sa che suo figlio quando decide una cosa non cambia idea.
Così Srdjan esce di casa il 21 luglio del 1999.
Branka, sua madre, e Vukica, sua sposa, non lo vedranno mai più.
Srdjan non vedrà nascere suo figlio, il piccolo Vuk.
E’ così che avevano deciso di chiamarlo.
Prima. Prima che tutto accadesse, prima che la vita finisse.










VII
Daniel. Nantes, luglio 1999.

Non c’è un ricordo della sua infanzia, della sua adolescenza, che non si accompagni al ricordo del suo cuore malato.
Guardando indietro Daniel si sente vecchio e terribilmente stanco, anche se ha solo diciannove anni.
Diciannove lunghi anni, passati a spiare la vita degli altri, a immaginarne i giochi, il pallone, le discese pazze in bicicletta, i tuffi dall’alto di una roccia, il vento di bolina in barca a vela…come se nella vita degli altri il sole splendesse alto, potente, bruciante, mentre ad illuminare i suoi giorni si è sempre mostrato soltanto un sole pallido, malaticcio, incerto, sempre smorzato da nuvole grigie, opprimenti, minacciose.
Le sue feste – quelle tremende feste di compleanno che sua madre si ostinava ad organizzare – erano un vero strazio per i suoi compagni, per i suoi cugini: nessuno osava scatenarsi, arrampicarsi, scazzottarsi, sporcarsi, nessuno alzava la voce. Forse sua madre pensava di agire per il suo bene – come sempre d’altronde! – per non farlo sentire troppo diverso, troppo depresso, troppo triste. Sua madre sorrideva sempre impeccabile, come se tutto andasse comunque nel migliore dei modi.
“Bisogna fare tutto nel migliore dei modi possibili”: è così che dice sempre Isabelle la perfetta, sua madre. Sua madre. Daniel non pensa mai “i miei genitori”: suo padre è una sorta di ologramma, non si vede mai, forse non esiste. Gerard, l’affascinante, suo padre, è uno che appare e scompare. E’ così da quando Daniel era piccolo. Proprio lì, alle Sables d’Olonne, il luogo eterno delle loro vacanze, Daniel ricorda un giorno in cui, tornando dalla spiaggia con la “tata” ha trovato suo padre sulla terrazza: gli è corso incontro e Gerard lo ha preso in braccio. Daniel è sempre stato così leggero. Suo padre ha un sorriso inconfondibile: splendente, forse per le cure di qualche dentista famoso e miliardario, ma senza partecipazione alcuna da parte degli occhi, che rimangono glaciali, senza bagliori, senza luce. Daniel è stato in braccio a suo padre, conscio dell’importanza di rimanere più fermo possibile per non sporcare il completo impeccabile di lino, uscito dalle mani di un grande stilista. Hanno pranzato insieme, sulla terrazza: sua madre ha parlato in continuazione, suo padre ha guardato il mare. Poi è ripartito. Uno dei suoi più importanti ricordi con suo padre.
I suoi genitori non litigano mai, non hanno mai litigato, non alzano mai la voce, anzi la abbassano. Quella di sua madre diventa una sorta di sibilo, sembra un serpente – così pensava Daniel quando era piccolo, che sua madre si trasformava in serpente – e gli occhi brillano di odio, di rabbia, di disprezzo, ma tutto il resto rimane inamovibile, imperturbabile.
Da tempo sua madre passa molto tempo di fronte al suo computer portatile. Daniel si chiede cosa stia cercando, a chi scriva, a chi risponda, ma quando prova ad avvicinarsi lei oscura lo schermo con la velocità di una pantera.















VIII

La madre e la moglie, cercando disperatamente Srdjan.

La sera del 21 luglio del 1999, il giorno in cui Srdjan è scomparso, un albanese, un vicino di casa, arriva a casa di Branka, la madre di Srdjan.
È impaurito e si guarda intorno in continuazione, come chi teme di essere scoperto. “Fammi entrare, presto!” dice a Branka. Ed inizia uno strano racconto: dice di aver visto Srdjan al mattino, fermato fuori dalla fabbrica da quattro uomini che dicevano di essere della polizia militare. Lo hanno perquisito, dicevano di volerlo soltanto identificare. Invece lo hanno caricato a forza su una macchina bianca, non sa dove lo abbiano portato. “Ma Srdjan come ha reagito?” chiede Branka abbassando la voce, cercando di non far arrivare la sua angoscia nella stanza accanto, dove Vukica riposa imbottita di calmanti, “ gli hanno fatto del male? È ferito?”
“Srdjan è rimasto tranquillo come chi non ha nulla da temere: lo avevo incontrato in strada a Gnjilane, proprio poco prima. Mi ha detto che era stato a casa sua, anzi aveva fatto anche una bella doccia nel suo bagno, perché qui da te, lo sai, non è come in città…fare la doccia non è la stessa cosa! Mi ha detto anche che aveva preparato uno scatolone con le cose da portar via: anzi gli ho chiesto se pensava di vendere la casa e a che prezzo…”
Il racconto ha l’accento della verità, pensa Branka, corrisponde a quello che lei può ricostruire della mattinata di suo figlio: perché è vero che Srdjan ha raggiunto senza problemi la sua casa, in centro a Gnjilane. E’ vero anche che ha fatto la doccia, che ha preparato lo scatolone, ed è vero anche – e questo il vicino albanese non lo sa – che ha avuto il tempo di telefonare, di parlare con lei e con Vukica, per rassicurarle. E’ l’ultima volta in cui ho sentito la sua voce, si dice Branka, anche se in quel momento mi sembrava una telefonata come tante.
Dopo la visita del vicino albanese, Branka si affaccia in camera di Vukica: la vede con gli occhi sbarrati, non dorme, ha cercato di ascoltare, ha colto brani della conversazione.
Ormai è notte. Quel silenzio intorno a loro è intollerabile: la mancanza di notizie ufficiali, di comunicazioni, è insostenibile. Vukica sembra riprendere forza: decide di chiamare la polizia militare di Gnjilane. Un uomo con un accento strano risponde sgarbatamente: dice che Srdjan è stato arrestato, non si sa da chi, non si sa perché, ma sarà rilasciato presto. Anzi, fornisce un’indicazione precisa: il giorno dopo, alle 10.
La notte passa in qualche modo, come un incubo. Ma il giorno dopo non accade nulla. Bojan, il fratello, va davanti alla fabbrica per avere notizie: escono uomini in nero, armati, uomini dell’UCK. Tutto regolare, dicono. Srdjan è stato arrestato ma tornerà presto a casa. Passano le ore e Srdjan non torna. Arriva di nuovo la sera e niente accade. Ritorna il vicino albanese, sempre più furtivo, sempre più spaventato, ma sembra anche ben informato. Dice che Srdjan è a Koretin, vicino Kosovska Kamenica, in una scuola ora utilizzata come prigione dall’UCK. Ma c’è un’altra possibilità: che lo abbiano portato in quell’ex- convitto, “Internat”, a Gnjilane. Quando sente “Internat” Branka si sente morire: girano tanti brutti racconti su quel posto, si dice che vengano praticate torture sui serbi prigionieri e che da lì nessuno mai potrà tornare vivo a casa.
Quella stessa notte arriva in casa di Branka un ufficiale, dice di essere americano ma parla un ottimo serbo, sia pure con un accento straniero. Chiede una foto di Srdjan, abbraccia Vukica, le dice: “Stai tranquilla, fra qualche giorno liberiamo tuo marito!” La vecchia Branka ha voglia di credergli: scoppia a piangere, lei che è così dura, non può più resistere, poi abbraccia quell’ufficiale e gli dice “Io avevo due figli. Ora uno è scomparso. Se mi fai ritrovare Srdjan da domani avrò tre figli: sarai tu il mio terzo figlio!” Vukica si sente male, perde sangue, ha paura per il bambino. Tutta la notte rimane immobile, i dolori scompaiono, si sente più forte: al mattino sente una voce interiore più forte di qualsiasi cosa che la spinge ad andare nell’appartamento di Gnjilane. Non provano neanche a dissuaderla, ha negli occhi una luce di determinatezza mista a follia e disperazione che è propria di qualcuno che non può essere né fermato né dissuaso. Accetta che sia Bojan ad accompagnarla: Vukica entra nell’appartamento e rimane senza fiato. Quello che non è stato portato via è stato messo a soqquadro: non c’è più quasi niente, mobili, sanitari, piastrelle, tegami, asciugamani, hanno tolto ogni cosa. Vukica resta impietrita, non sembra più neanche la sua casa. Non parla fin quando non ritorna da Branka, poi vomita, sta male. All’alba seguente arrivano
venti uomini di K.FOR. , la sigla che rappresenta le truppe internazionali che ora sono di stanza in Kosovo. Ci sono anche due ufficiali americani. Prendono altre foto di Srdjan, ne rimane solo una sulla TV: lo raffigura sorridente accanto a Vukica radiosa, in bianco, il giorno delle nozze.
Poi tutti vanno via, con altre promesse e rassicurazioni. Non torneranno più. Ritorna invece quel vicino albanese, così ben informato. Dice a Branka: “Tuo figlio è in Albania, vogliono 60.000 marchi per liberarlo…”
E’ una cifra enorme, e poi tutto è inutile. Branka lo sa. Tutti sanno cosa succede ai Serbi che vengono portati in Albania.



IX

Fatos. Uroševac, settembre 1999.

Fatos è un giovane albanese.
Oggi è rimasto in casa, sua madre è in cucina, i fratelli fuori a giocare, o a litigare, fra di loro. Fatos sfoglia un libro. Questo è il suo ultimo anno alle superiori. Vuole andare in Italia, fare l’Università. E’ bravo, determinato, pensa di farcela e ce la farà. Ora però il suo pensiero è lontano, rivolto a quello che è accaduto nella sua scuola.
Non riesce a togliersi dalla testa i volti di Tanja e di Krassimirka.
Tanja soprattutto, per la quale ha avuto sempre un segreto, inconfessabile, nascosto innamoramento. C’erano momenti in cui si lasciava andare a fantasticare di lei, di quel suo modo netto e franco di guardare negli occhi, della rigidità delle sue spalle quando rimaneva seduta tranquilla, immobile, durante la ricreazione, come fosse tanto lontana dal cortile della scuola, di quel suo viso pallido e chiaro, forse neanche bello, ma puro e nitido, con gli occhi chiari come acqua limpida e quel colorito pallido appena venato di rosa sulle guance.
Fatos pensa alle poche parole senza significato che si trova a balbettare quando se la trova davanti. Non si può dire che sia sua amica, non è neanche pensabile che sia sua amica: è serba, come sua sorella d’altronde: tra di loro è sempre esistita e sempre esisterà una certa distanza.
E’ così da sempre, Fatos non sa dire se sia giusto o no, ma è così e basta. Però si sono sempre salutati: Tanja e Krassimirka sono simpatiche, sorridono facilmente, scambiano volentieri due parole con lui. In fin dei conti sono cresciuti a poche case di distanza, stesso paese, stesse strade. Così vicini, così lontani. Ma nemici mai, Fatos non ha mai pensato alla famiglia del preside come ad una famiglia di nemici: semplicemente appartengono ad un mondo lontano, incomunicabile.
Fatos ha saputo che il padre di Tanja e Krassimirka è scomparso. Sembra una cosa talmente assurda, crudele, impossibile. Eppure è accaduto. Si dice che sia entrato a scuola e svanito nel nulla. Fatos ha sentito suo padre e sua madre che ne parlavano a voce bassa. Suo padre scuoteva la testa e sua madre aveva gli occhi lucidi. Fatos non osa chiedere niente , sa che non se ne può parlare, che è pericoloso fare domande, esprimere a voce alta i dubbi e il dolore. A volte è sopraffatto da tutto questo dolore Fatos: vorrebbe solo andare via, questa terra è impregnata di sangue e di dolore.
Anche il padre di Fatos, Shefqet, è un insegnante e con il padre di Tanja e Krassimirka ha sempre avuto rapporti corretti, certo non di amicizia o di confidenza, ma educati, di stima. Ora Shefqet sa che nella scuola comandano questi “combattenti” dell’UCK. Si dicono tante cose di loro, ma non ad alta voce. Shefqet vuole un futuro diverso per i suoi figli. Vuole che Fatos continui i suoi studi in Italia, che abbia opportunità migliori di quelle che ha avuto lui. E soprattutto non vuole guai, né per sé né per la sua famiglia. Per questo preferisce dimenticare quello che ha visto nella scuola: quell’uomo incappucciato trascinato via di peso e fatto uscire dalla porta secondaria, caricato in quella macchina che è partita a tutta velocità sgommando, mentre quella grottesca scorta di KFOR aspettava inutilmente il professor Dejan davanti alle scale dell’entrata principale della scuola.
Quella sera Fatos si rifiuta di alzarsi dal suo letto per andare a mangiare. Fa caldo, la finestra è socchiusa ma l’aria è immobile in modo innaturale, quasi minaccioso. Fatos si accuccia come un animale nella sua tana, gli occhi aperti nel buio; il suo corpo trema senza che lui possa esercitare alcun controllo, si accorge di serrare i pugni fino a conficcare le unghie nella carne.


X

Daniel. Nantes, prima dell’operazione.

Il cardiologo sorride rassicurante ma la sua voce manca di sincerità e di sicurezza mentre dice: “Tutto a posto, ragazzo mio! Andiamo splendidamente!”
La visita è stata breve, più breve del solito. Una visita di routine, perfettamente inutile, solo per arrivare alla conclusione già nota: il cuore di Daniel non funziona, non funzionerà mai. La parola “trapianto” è diventata come una bestemmia nella sua casa, un grande tabù: eppure un tempo se ne parlava più serenamente, forse perché si trattava di una ipotesi remota. Anche adesso Daniel è sicuro che se ne parli, dietro le porte chiuse, dietro le sue spalle, fra un massaggio ayurvedico di sua madre e un viaggio d’affari di suo padre.
Una notte, qualche settimana prima, ha sentito arrivare suo padre a notte fonda: Daniel lo ha ascoltato mentre parlava con sua madre di prezzi e trattative complicate – più complicate del previsto – poi lo ha sentito nominare una clinica svizzera. All’inizio pensava parlassero di un intervento di chirurgia estetica per risistemare qualche piccolo cedimento della sempreverde Isabelle, la sua bellissima madre. Lei li chiama “ritocchi”. Poi ha capito che parlavano di lui. Il prezzo era quello di un cuore nuovo e le trattative si riferivano alla capacità dei suoi genitori di saper fare – anche in questo caso – un “buon affare”.
Daniel è preso da una ilarità incontenibile quando pensa alla definizione “buon affare” per l’acquisto di un cuore nuovo. Forse nel suo ridere c’è anche una punta di isterismo.
E’ tutto troppo grottesco, involontariamente comico.
I suoi genitori si comportano esattamente nello stesso modo di quando hanno acquistato l’ultima barca a vela, un vero gioiello, da amatori. E adesso parlano di comprare un cuore nuovo per Daniel.
Di chi sarà quel cuore?
Chi ha sofferto, amato, ricordato, pianto, sentito la disperazione e la gioia, con quel cuore nel petto?
E perché un cuore dovrebbe costare poco?
Di chi sarà quel cuore?







XI

La cattura. Dragan.

Dragan è ferito. Sanguina dal braccio sinistro.
Quando lo hanno preso, ha lottato con tutte le sue forze, ha cercato di divincolarsi, ha tirato pugni alla cieca; poi il freddo di una lama che penetrava nella carne. Per il dolore ha sentito conati di vomito stringergli lo stomaco, salirgli in gola, ha quasi perso i sensi.
Si è ritrovato nella macchina che correva a tutta velocità.
Qualcuno gli ha spinto a forza un cappuccio sulla testa.
Il buio e il pianto che cerca di non scoppiare: solo questo è rimasto. Lacrime di rabbia e di paura, lacrime di odio e di incomprensione, lacrime di amore per le sue figlie, per la sua dolce sposa dagli occhi smarriti, per la sua vecchia madre. Sa che non le rivedrà mai più, come non rivedrà più suo padre, così burbero e così silenzioso, che in tanti anni avrà pronunciato sì e no dieci frasi, né suo fratello Ljubomir, con il quale ha passato la vita a litigare e a far pace.
Sente le voci intorno, due, tre uomini, forse quattro, si sente stretto fra due corpi sul sedile posteriore, può sentire il loro odore forte mescolato di sudore e di tabacco. Parlano albanese, con un accento forte del posto, alternano parole volgari a scoppi di risa: quelle voci lo offendono, lo spaventano. Percepisce quei suoni come un rombo indistinto che lo preme sulle tempie fino a farle scoppiare.
Poco a poco Dragan si obbliga a calmarsi, a riportare il cuore al suo ritmo normale, respirando profondamente e lentamente. Comincia allora a prestare attenzione alle parole che quegli uomini si scambiano: all’inizio non capisce il senso, forse rifiuta di capirlo.
Fa appello a tutti i suoi ricordi di quella lingua che, per quanto non bene, comunque può capire. Così le frasi si fanno più chiare. Hanno fretta quegli uomini: gli ordini ricevuti devono essere eseguiti nel tempo previsto altrimenti saranno loro a pagarla cara. Dragan pensa con una certa ironia che, forse, hanno persino più paura di lui.
Il prigioniero deve essere condotto immediatamente nella scuola di Slovinje: è atteso per gli esami medici.
“Esami medici?” Dragan ripete queste due parole fra sé: “Che vuol dire? Che vuol dire? Perché esami medici?”
All’improvviso sente un vuoto nello stomaco, uno spasmo che stringe la gola: Dragan ha capito.
Tutto ritorna nella sua mente: decine e decine di racconti, di storie di orrore e di incredulità, narrate a bassa voce perché i bambini non sentano, decine e decine di immagini di uomini scomparsi un giorno, così, per caso, e mai più tornati, di uomini ai quali – si mormora con voci che tremano – sono stati tolti organi vitali, per venderli, per fare affari in quel mercato abietto e sempre più florido che compra e vende pezzi di uomini.

















XII

La cattura. Srdjan.

Srdjan è arrivato a casa, a Gnjilane, senza particolari problemi. Adesso riempie gli scatoloni. Tutto gli sembra importante: “non devo dimenticare niente - pensa Srdjan – perché questa è l’ultima volta che entro nella nostra casa…ma dove ho messo quella lista che ho fatto? Avevo scritto tutto quello che devo prendere…” Un completino azzurro per il bimbo che deve nascere, un libro sull’allattamento, la scacchiera che era di suo padre e con la quale non gioca più da quando lui è morto, una vecchia pipa, il maglione preferito di Vukica così caldo e così sformato, la coperta che sua madre ha fatto all’uncinetto – quanto lavoro! – lo stereo nuovo, la vecchia TV, le videocassette, i tanti CD, la crema per il corpo alla vaniglia… Srdjan si rende conto che deve interrompere quel lavoro titanico: finirà quella sera, prima di rientrare a Kurče.
Ora deve andare in fabbrica.
Vuole vedere con i suoi occhi quale è la situazione, sentire i suoi colleghi, rendersi conto di cosa accadrà di lui e del suo lavoro, di cosa accadrà agli altri serbi, verificare se davvero gli uomini dell’UCK presidiano l’edificio.
Srdjan ha avuto sempre buoni rapporti con i vicini e con i colleghi albanesi. Lui non è un politico, non è un intollerante, non è un militare, non è un estremista, non ha pregiudizi religiosi né etnici: lo ripete anche a se stesso mentre cammina nel centro di Gnjilane e sente gli sguardi farsi ostili e carichi d’odio al suo passaggio. Non ci sono sorrisi per Srdjan né saluti. D’altronde, chi ha voglia di sorridere in questo periodo, in questa terra, in questo paese? Proprio nessuno, pensa Srdjan. Arriva davanti alla fabbrica, vede la bandiera albanese che sventola al sole accanto a quella americana: il cuore si stringe, per un attimo i battiti perdono il loro ritmo abituale, il respiro si ferma in gola, le guance e la fronte bruciano, le mani si fanno ghiacciate. Sono solo bandiere, pezzi di stoffa – si dice Srdjan per tranquillizzarsi – non possono fare alcun male. Se lo ripete e fa per salire i pochi scalini di marmo che portano all’entrata. Ma non fa in tempo a salire.
Cinque uomini escono a volto scoperto, dicono di essere della polizia militare: lo perquisiscono, guardano e riguardano i suoi documenti. Lo gettano bruscamente sul sedile posteriore di una macchina bianca.
Fra le lacrime che, suo malgrado, gli oscurano la vista, Srdjan vede, dietro i vetri oscurati, scorrere per l’ultima volta le immagini delle strade conosciute di Gnjilane, il suo paese.
Poi il buio.

XIII
La cattura. Dejan.

Quando è entrato nella scuola e ha cominciato a salire le scale, Dejan ha capito subito che qualcosa non andava.
Troppa poca gente in giro per essere la ricreazione, un silenzio irreale in tutto l’edificio. I passi di Dejan risuonano forti nel corridoio. Nessuno. Stanze chiuse al suo passaggio.
Dejan ora ha davvero fretta di uscire da lì, di tornare a casa.
Entra nella sua stanza e capisce che la trappola è già scattata: il professore albanese che ha preso il suo posto è seduto alla scrivania. E’ pallido come un morto. Nella stanza ci sono altri due insegnanti albanesi, vicino alla finestra. Dejan li conosce bene, uno fa anche una trasmissione alla radio locale, ma loro guardano fuori e non rispondono al suo saluto. Poi ci sono altri tre uomini: portano uniformi nere con il bracciale rosso dell’UCK. Dejan si ferma di scatto, per un attimo cerca di calcolare quanta distanza lo separi dalla porta ma capisce che è inutile. Tutto è inutile ormai.
Come in un incubo vede i tre uomini avvicinarsi, gli altri immobili, quasi fossero figure di un quadro. Un colpo alla testa lo stordisce, ma non del tutto. Sente un cappuccio calare sulla testa, muove le braccia automaticamente, come un burattino. Tenta di parlare, si sente anche un po’ ridicolo, umiliato, pieno di rabbia più che di paura. Sente i suoi piedi che strisciano sul pavimento, le scarpe hanno la suola di gomma – un regalo delle sue figlie per farlo sentire più giovane – e per l’attrito fanno un rumore strano: lo portano via come un sacco. La tempia, dove lo hanno colpito, inizia a pulsare, come se un martello continuasse a colpire, a colpire, a colpire.















XIV
La cattura. Milan.

Milan è esausto. Nella camera operatoria è mancata per due volte la luce durante l’intervento: un’ernia inguinale strozzata da operare d’urgenza. Un intervento di routine ma ,nelle condizioni in cui si lavora oggi in Kosovo e Metohija, quasi un’operazione impossibile.
E’ notte ormai, è pericoloso tornare a casa.
Laplje Selo è vicino ma i concetti di “vicino” e “lontano” non esistono più in questa terra: anche pochi metri possono essere troppo lontani se si è serbi e si deve attraversare una zona non serba.
La scorta lo attende, non sa per quanto ancora gli concederanno questo “privilegio”. Sono soldati danesi, due camionette, lo stanno già aspettando: non sorridono mai, non parlano, non rispondono.
Milan mette in moto la macchina, fatica anche a far manovra per posizionarsi fra i due mezzi militari.
Gordana starà già in pena.
Ormai anche il più piccolo ritardo la getta nella disperazione.
Da quando i serbi hanno cominciato a scomparire, così, nel nulla.
Scompaiono volti noti, amici, parenti, come se non fossero mai esistiti.
Nessuno vede mai niente, nessuno sa niente.
Quel loro piccolo territorio è pieno di soldati di ogni paese ma i serbi vengono rapiti in pieno giorno, all’interno dei posti di lavoro, nel centro dei paesi, a Gnjilane, a Obilic’, a Uroševac, a Klina, a Lipljan. Dappertutto.
Milan mette in azione il tergicristallo, piove a dirotto.
La strada è piena di buche, la macchina lancia onde di fango al suo passaggio. La pioggia è così forte che Milan fatica a vedere le luci posteriori del fuoristrada dei danesi. Nelle curve tutto è buio dietro e davanti a lui.
Improvvisamente da una strada laterale, dal lato della vecchia cava di pietra, una macchina si immette violentemente fra lui e il Defender, gli taglia la strada. Milan frena, spinge il piede fino in fondo, batte la testa contro il parabrezza. Perde il controllo della macchina che gira su se stessa, sembra ballare un macabro ballo sotto la pioggia scrosciante. Finalmente si arresta, obliqua rispetto alla direzione di marcia. Milan mette la mano sulla portiera ma non fa quasi in tempo a toccare la maniglia. Lo sportello viene aperto violentemente dall’esterno. Quattro uomini in nero, coi volti coperti da passamontagna, lo tirano fuori, di peso, lo strattonano, lo sollevano: i suoi piedi non toccano neanche terra. Sente per un attimo la pioggia sul viso, nei capelli, ne prova quasi un senso di benessere, di freschezza, di pulizia. Poi si trova infilato a forza nella macchina nera che parte sgommando in direzione opposta a quella verso cui Milan si dirigeva. Un colpo con qualche oggetto duro, forse il calcio di un fucile, gli toglie pietosamente la coscienza.
Milan oggi entra nella lista degli scomparsi.

















XV

La strada dell’orrore.

E’ un incubo.
Stipati nella parte posteriore di un camion maleodorante, gli occhi bendati, le mani legate.
Si sentono bestemmie e pianti, grida e preghiere: a giudicare dalle voci, dalle parole, dalla lingua che parlano, sono tutti uomini, sono tutti serbi.
Dejan è uno dei pochi a mantenere la calma, forse perché è uno dei più anziani, forse per la sua professione di insegnante e di preside.
Dejan è abituato alla confusione della scuola, a mantenere l’ordine nelle classi. Alza la voce cercando di tenerla ferma e propone che ognuno si presenti dicendo il suo nome, da dove viene, dove vive la sua famiglia, dove è stato rapito.
All’inizio nessuno sembra ascoltarlo, poi le voci si smorzano, subentra il silenzio e Milan è il primo a rispondere. Racconta la sua ultima sera in ospedale, parla di sua moglie rimasta ad aspettarlo invano nella loro casa di Laplje Selo, ricorda i suoi bambini rimasti con i nonni in Serbia.
Ora tutti vogliono parlare, tutte le voci si alzano, si sovrappongono, si incrociano.
Forse in quel comunicare chi sono, da dove vengono, dove sono “scomparsi”, c’è un modo di affermare la loro esistenza, la loro identità, la loro umanità: di dire che sono ancora vivi, che non vogliono morire.
Adesso è Dragan che parla, e per la prima volta, da giorni, da quando lo hanno rapito, rinchiuso, torturato, si sente quasi sollevato.
Quello che sembrava solo un incubo oscuro e insensato, attraverso le parole e la condivisione diventa reale: mostruoso, terrificante, inaccettabile, senza speranza, ma reale; non il parto di una immaginazione perversa e devastata, non l’incubo di un sonno tormentato, ma una vicenda vera, terribile e vera, nella quale tutti coloro che sono prigionieri in quel camion sono ugualmente coinvolti e, loro malgrado, protagonisti.
“L’importante è che si sappia.”
Dragan lo ripete due, tre volte, ad alta voce, per gli altri e per se stesso. L’importante è che si sappia. E a Dejan viene in mente Ivo Andrić , quando dice che è grave se qualcuno soffre, ma è ancora più grave se qualcuno soffre e nessuno se ne accorge…
Che strana cosa pensare ad Ivo Andric’ proprio in questo momento!
Dejan cerca di rimanere calmo e di tranquillizzare gli altri, fa parte del suo carattere, del suo modo di essere: “Non succederà niente” dice “non possono ucciderci tutti! Vedrete, ci porteranno in prigione, magari vogliono proporre uno scambio di prigionieri, chiedere un riscatto…”
C’è un odore nauseante nel camion, sudore, urina, odore di marcio, di chiuso, e, soprattutto, l’odore della paura.
Quando li hanno fatti salire c’erano due medici a terra, insieme ai carcerieri: di ognuno controllavano il nome, la provenienza e poi i dati clinici su una cartella personale che corrispondeva ad ogni persona. Una cartella clinica. Alcuni sono stati indirizzati ad un altro camion e Dejan ha inteso nettamente pronunciare la parola “fortunati” in albanese, scambiata fra i quattro uomini dell’UCK che controllano i prigionieri.
“Fortunati” per designare quelli che sono stati separati dal loro gruppo.
E’ una parola che evidentemente li fa ridere, perché la ripetono più volte e sembrano trovare la cosa particolarmente comica.
Dejan registra il fatto nella memoria quasi inconsciamente. Non è il momento di capire le ragioni di quel sinistro scoppio di ilarità. Ci penserà più tardi. Ora ci sono altri problemi: convincere i carcerieri a lasciarli urinare, capire perché sono stati bendati.
Dove li portano? E quando potranno respirare, bere, mangiare, dormire?





XVI

Daniel. In clinica.

La clinica è fra le montagne, nella Svizzera francese, non lontano da Ginevra. Daniel è qui da due giorni.
Il paese più vicino ha un nome da film anni Cinquanta con Cary Grant e Doris Day in stile “caccia al ladro”: Clarens-Montreux mentre la clinica, “Notre-Dame de la Passion du Christ” evoca immagini di pie suore vestite di bianco candido con le scarpe felpate che scivolano silenziose in lunghi e lucidi corridoi in penombra con immagini del Crocifisso ad ogni angolo.
In realtà non ci sono austere suore ma giovani e cibernetiche infermiere, più che in un convento sembra di stare in un albergo di lusso.
Impossibile pensare che fra queste mura dipinte in tinte pastello – qui si fa anche la cromoterapia – con quadri d’autore alle pareti, con due piscine nel parco, fiori ed alberi preziosi, impossibile pensare che qui dentro si soffre e si muore.
Daniel lascia errare la sua mente fra brandelli di ricordi: gli viene in mente quel soggiorno a Brest, presso il ginecologo di sua madre, un professore dal nome insigne…era stato proprio lui, l’affascinante Jean-Marie, a parlare di cromoterapia attuata nella sua clinica per partorienti di lusso e pazienti ginecologiche con blasoni di famiglia.
Jean-Marie si era dilungato, di fronte ad una estasiata Isabelle, enunciando come si fosse avvalso di una équipe di esperti per applicare la teoria del colore di Küppers, nonché le sue undici leggi di mescolanza dei colori, additiva, sottrattiva, integrativa…
”L’importante è trovare il punto di equilibrio fra l’emissione della luce e la sensazione del colore!” Daniel ricordava questa frase pronunciata da sua madre come se avesse trovato la chiave di comprensione della pietra filosofale e ricordava anche di aver cercato quale potesse essere il nesso fra questa cosa misteriosa che sua madre chiamava “fibroma” e la teoria del colore.
Comunque Jean-Marie era stato orgoglioso di rassicurare Isabelle che ogni paziente, mentre veniva portata in camera operatoria sdraiata sulla barella, anziché essere abbandonata a paure e lugubri pensieri per l’imminente intervento, veniva condotta lungo corridoi luminosi con lo sguardo dolcemente obbligato a scorrere lungo i soffitti e le mura, incontrando una nuance di colori che sfumavano attraverso i toni dell’indaco, dell’azzurro, del celeste cielo, fino ad entrare nella sala operatoria per subire i preliminari dell’anestesia in uno stato di pacificata serenità.
Daniel si è addormentato con questo ricordo: si sente bagnato da un sudore freddo, i muscoli doloranti, il corpo anchilosato e scosso ogni tanto da un tremito.
Ogniqualvolta sprofonda nel sonno, il sonno non dura che qualche minuto.
Daniel resta con gli occhi chiusi, le palpebre sensibili al raggio di sole che penetra dalla grande finestra socchiusa.
Si sente la bocca pastosa e la testa pesante, come quel giorno che si era addormentato in giardino, nel grembo di sua madre, con la fronte in pieno sole, e quando si era svegliato aveva il viso tutto rosso e i brividi della febbre lo scuotevano…
“No, grazie, nessuna medicina. No, non voglio nulla per dormire, grazie!” Daniel risponde secco all’infermiera di turno che lo ha strappato alle sue fantasie: mette il braccio piegato sugli occhi, facendo finta di dormire, nella speranza che nessun altro venga a disturbarlo.
E ricomincia a sognare, a fantasticare.
Come si chiamava quel film?
“Lo scafandro e la farfalla”, sì, ora ricorda perfettamente.
Era una sera d’autunno, umida di una pioggerellina fredda e penetrante: nessuno dei suoi amici voleva andare a vedere quel film.
Alla fine Daniel era andato da solo e ne era rimasto affascinato, tanto da leggere, appena tornato a casa, tutto quel che c’era da sapere sull’autore, il regista-pittore Julian Schnabel.
Un critico lo aveva definito uno di quei films che allontanano lo spettatore. Un altro aveva detto che rendeva evidente la funzione catartica dell’arte.
Forse era vero, tanto quella storia era dolorosa e toccante, così dolorosa e toccante da diventare insopportabile: la storia di un uomo di successo, un uomo che ha sofferto e che ha fatto soffrire, un padre, un amante, nel pieno della vita e della voglia di vivere, che si ritrova all’improvviso, in seguito ad una emorragia cerebrale, a comunicare con il mondo attraverso il solo battito della palpebra sinistra.
Daniel amava quel film e il ricordo di quella sera, la sensazione di essere stato toccato nel profondo, di avere lo stomaco contratto dalla paura della morte e dall’amore della vita, dalla straziante sensazione di come fosse difficile e dolce l’impossibile ed irrisolto amore che provava verso i suoi genitori.
Quel giorno e quelle sensazioni sono così vive oggi. In questa clinica fasulla e pretenziosa, dove si soffre e si muore da ricchi, discretamente, educatamente, a bassa voce, ascoltando Vivaldi e Lizst.
Le infermiere sono tutte giovani e di aspetto piacevole, la stanza di Daniel è in realtà una suite, un piccolo appartamento con un ingresso, un salotto, una camera da letto, tanti fiori.
Un salotto…Daniel ride guardandosi intorno: un salotto, come se aspettando un cuore nuovo potesse venirgli in mente di fare un ricevimento!
Ogni tanto entrano infermieri e medici, soprattutto al mattino presto e alla sera. Aggiornano la cartella clinica, fanno prelievi, lo portano in sedia a rotelle a fare qualche strano esame con macchinari che sembrano usciti da una astronave. E poi analisi, analisi, analisi.
Una strana espressione ammiccante e complice, che Daniel trova sinceramente un po’inquietante e minacciosa, per niente rassicurante. Sorridono come si trattasse non di affrontare un’operazione – e che operazione!- ma di organizzare qualche festa a sorpresa.
Sua madre lo chiama due volte al giorno, immancabile, alle stesse ore. Probabilmente è la sua segretaria a ricordarglielo:
“Daniel, chéri! Come stai? Hai una splendida voce!”
La telefonata comincia così anche se Daniel risponde appena a monosillabi.
Come farà sua madre a sentire che ha una splendida voce?!
“Hanno ripetuto l’emocromo? Come vanno i globuli bianchi? Hai la febbre?”
No, i globuli bianchi stanno bene, non preoccuparti per loro, ha voglia di rispondere Daniel.
“Tuo padre chiama ogni minuto per sapere di te, sai ora è a Pechino, ma chiede continuamente notizie del suo bambino!”
Suo padre? Daniel quasi non ricorda di averne uno. Sicuramente sarà molto in pena…peccato si sia dimenticato di chiamarlo direttamente almeno una volta. Non avrà avuto tempo, di sicuro.
Sembra che tutti aspettino l’arrivo di questo cuore nuovo come se aspettassero l’arrivo di un ospite imprevisto, di un parente lontano che ha annunciato il suo ritorno, non si sa però quando, né da dove, né come.









XVII

Branka, la madre. In cerca di Srdjan.

Branka apre il cancello senza far rumore.
E’ sera, ormai quasi buio. La notte scende presto.
Fa freddo e Branka si stringe nello scialle scuro. Scende una pioggia sottile e gelata.
Branka rabbrividisce, sistema il fazzoletto nero sulla testa, come una matrioska in bianco e nero.
Cammina in fretta nonostante le sue gambe gonfie e malate.
Non sente la stanchezza, non sente il dolore, non sente più niente ormai.
Oltrepassa la strada dove vivono i serbi. Ora si trova in terra nemica, fra albanesi spesso ostili, muri innalzati in fretta, finestre serrate.
Affretta il passo per quanto le è possibile: ecco la casa di Ramuş, un vicino albanese.
Un tempo Ramuş veniva da loro a comprare la legna, si fermava per un caffè. Ora finge quasi di non conoscerla. Forse anche lui ha paura. Ma è proprio lui, Ramuş, che è venuto a darle notizie di Srdjan, a dirle che è stato portato in Albania.
Branka vuole sapere: ha portato tutto il denaro che ha. Non è molto, i risparmi di una vita. E’ pronta a tutto.
La casa di Ramuş è scura e silenziosa.
Branka bussa alla porta, prima piano, poi sempre più forte. Chiama a voce bassa, a voce alta, poi grida, grida, grida con tutte le sue forze.
Nessuno risponde.
La macchina di Ramuş non c’é.
Nessun segno di vita.
Qualcuno dalla casa vicina le urla contro in una lingua che non comprende pienamente, anche se capisce perfettamente il senso della minaccia:
“Vattene o farai la fine di tuo figlio!”
“Devo vedere Ramuş! Non voglio far niente di male, devo solo parlargli un attimo! Vi prego, aiutatemi!”
“Qui non c’è più nessuno. Sono partiti, andati via, andati via per sempre!”
Branka ora ha tanto freddo e c’è così buio tutt’intorno a lei. La casa comincia a girare, o forse è solo la sua testa che gira.
Cade a terra ed ora è davvero buio.



XVIII

Gordana, la moglie. In cerca di Milan.

Gordana si sveglia da un lungo sonno senza sogni. Le hanno dato una dose massiccia di sedativi. Le fa male la testa, le spalle, la schiena, le gambe: tutto il suo corpo è un fascio di dolore. Non ha memoria di niente. Allunga un braccio nel letto a cercare il corpo di Milan, il suo calore.
Niente, il lato del letto accanto a lei è gelato.
Ora ricorda tutto.
Sente voci in cucina, voci di uomini che parlano a voce bassa.
Un ufficiale americano si precipita a sorreggerla quando Gordana appare sullo stipite della porta della cucina, bianca e spettrale.
“Dove è Milan? Dove lo avete portato? Chi lo ha rapito?”
L’ufficiale è sorridente, rassicurante, ha rughe sottili intorno agli occhi chiari.
“Si calmi, signora” parla in serbo, a voce bassa, quasi senza accento “stiamo indagando. Pensiamo che vogliano solo interrogarlo e poi rilasciarlo.”
Gordana grida:
“Ma chi? Chi vuole interrogarlo? Interrogarlo su che cosa?”
L’uomo le porge un bicchier d’acqua. Tornerà, dice, porterà notizie, farà il possibile.
Nessuno torna da Gordana. Nessuno si fa più vedere.
Due giorni dopo Gordana va a Pristina. Non le importa di rischiare la vita. Bussa a tutte le porte: UNMIK, KFOR, Polizia Militare, Ufficio per Crimini di Guerra, Ufficio per Crimini di Pace, M.S.U. Multinational Specialized Unit , C.C.I.U. Central Criminal Investigation Unit …
“Non c’è nessuno.”
“Torni più tardi!”
“Non siamo autorizzati a dare informazioni…”
“Non è questo l’ufficio giusto!”
“Si fermi signora: non ha titolo per entrare in questo settore.”
Alla fine Gordana grida, grida, grida, fino ad essere solo nero ed urlo, fino a che esiste solo l’oscurità e la sua stessa voce che urla fino a diventare così stridula da essere incomprensibile, come un grido di uccello.


















XIX

Tanja e Krassimirka, le figlie di Dejan.
In cerca del padre.

Mirjana, la madre, è come impazzita. Siede fissando il fuoco del camino e si passa ossessivamente la mano nei capelli, sempre più forte, sempre più veloce. I capelli si strappano, restano fra le dita.
Mirjana non piange, non grida, non parla, non mangia, non si lava.
E’ così da quando Dejan, suo marito, è scomparso.
Si amavano fin da ragazzi: lui era più grande di lei, sempre così intellettuale, così saggio, così buono.
Avevano programmato tante cose da fare dopo la pensione di Dejan, il prossimo anno.
Ora non c’è più niente, neanche una tomba su cui piangere, un corpo da seppellire. Niente. Scomparso.
Mirjana ha gli occhi sbarrati, la pelle avvizzita, i capelli sporchi: sembra invecchiata di vent’anni in poche ore.
Ieri è uscita per strada seminuda, scalza. Le figlie, non trovandola in casa, sono corse fuori, l’hanno trovata che camminava barcollando, come una ubriaca. Si è fatta riportare docilmente a casa, senza una parola, senza un lamento.
Tanja e Krassimirka sono giovani, piene di rabbia e di dolore, di odio e di voglia di lottare.
Non si faranno intimorire: vogliono la verità, qualunque essa sia.
Sembrano quasi gemelle, con quei lunghi capelli biondi e gli occhi azzurro chiaro. Sono fragili e giovani, ma determinate. In un giorno hanno perso tutto: il padre, e anche la madre. Sono sole adesso, senza niente da perdere.
Chiedono ad una vicina di prendersi cura della madre ed escono per andare alla base di K.FOR., la sede delle forze multinazionali che chiamano, con macabro umorismo, “di pace”.
Hanno già cercato di parlare con tutti, hanno bussato a tutte le porte: conoscenti, vicini, professori della scuola, studenti, U.N.M.I.K., Central Criminal Investigations Unit. Sigle roboanti, nomi altisonanti che nascondono il vuoto. Nessuno dà risposte sulla sorte del Preside.
Ci sono decine di testimoni oculari che erano nella scuola quel giorno ma nessuno parla.
Qualcuno dice sottovoce che il Preside è stato rapito per fare uno scambio con un prigioniero albanese detenuto in Serbia. Qualcun altro suggerisce a mezza bocca di guardare dentro i cimiteri di K.FOR., a Dardanje, fra i morti accatastati nei sacchi bianchi di plastica. Centinaia di morti senza nome.
Tanjia e Krassimirka provano a parlare di nuovo con qualcuno nella base dei polacchi ma non le lasciano neanche entrare.
Un vicino di casa, quasi un amico albanese, è venuto in casa di notte, terrorizzato, quasi più di loro. Si è lasciato sfuggire l’ipotesi più immonda, quella di cui da tempo si parla sottovoce, per sottintesi, per metafore: quella che alcuni scomparsi finiscano per trovare morte lenta e atroce nella cosiddetta “Casa della Morte”, per alimentare il traffico clandestino di organi umani.
Ora Tanja e Krassimirka entrano nell’edificio di K.FOR., chiedono di un responsabile. Si accalcano intorno a loro militari in divisa. Per farle entrare pretendono di perquisirle.
Tanja grida in inglese:
“Non avete vergogna?”
Krassimirka la calma: tutto pur di entrare, di parlare con qualcuno, di sapere qualcosa.
Finalmente sono davanti ad un ufficiale, un maggiore americano.
Tanja cerca di essere calma, spiega chi sono, lei e sua sorella, anche se è cosciente del fatto che l’uomo sa già tutto di loro.
Tanja chiede:
“Vogliamo incontrare i sei soldati polacchi che hanno fatto da scorta a nostro padre fino all’ingresso della scuola. Vogliamo parlare con loro.”
“Mi dispiace ragazze – risponde sorridendo l’uomo – vorrei davvero aiutarvi. Ma quei sei uomini non sono più qui. Hanno terminato la missione e sono partiti per la Polonia. Sono rientrati in patria con un volo militare, questa mattina, da Djakovica.”















XX

Vukica, la moglie di Srdjan.
In cerca del marito.

Vukica esce di casa, la mano sul ventre quasi inconsciamente a proteggere quel bambino che sta per nascere senza padre. Fa già buio e Vukica chiude piano il cancello perché sua suocera non senta. Ahmet, un albanese che vive a Klokot, le ha fatto sapere che, se si troverà all’incrocio verso mezzanotte, cercherà di portarle delle informazioni.
Vukica rabbrividisce ma soltanto per il freddo, non per la paura: in realtà non ha alcuna paura. Il suo però non è coraggio, è soltanto l’indifferenza della disperazione, l’apatia sonnolenta e inarrivabile di chi ha superato la soglia di sopportazione del dolore.
La macchina è ferma a fari spenti all’incrocio.
Nel momento in cui Vukica si avvicina, la portiera destra si apre silenziosamente.
Vukica sale, si siede: soltanto adesso guarda verso il guidatore. Riconosce Ahmet, si scambiano solo un cenno della testa. Vukica si sente in imbarazzo: in fin dei conti è in macchina con un quasi sconosciuto in una strada buia all’insaputa di tutti. Una follia. E’ quasi buffo, ma ciò che la disturba di più in quel momento è proprio il lato formale: questo lato disdicevole dello stare seduta in macchina con un uomo che non è suo marito e il pensiero di quello che direbbe sua suocera.
Poi Vukica ride silenziosamente di se stessa: che pensieri stupidi le vengono in testa, come se non avesse cose più importanti di cui preoccuparsi che i pettegolezzi della gente!
Ahmet parla a voce bassa, in serbo: le dice che Srdjan ha cercato di fuggire da una prigione dell’U.C.K. ma è stato ferito ad una gamba, è stato ripreso e costretto a lavorare nella centrale elettrica di Obilic’ per istruire nuovo personale. Ahmet ha l’aria grave, sembra davvero desideroso di aiutarla. Le dice che forse c’è una possibilità di liberarlo e di portarlo a Skopje, in Macedonia.
“Alla stazione centrale degli autobus. Aspetta fin quando non mi vedi. Non posso dirti un’ora. Serviranno 60.000 marchi…”
Vukica ascolta le istruzioni, le memorizza. E’ pronta a tutto.
Ma anche questo tentativo non avrà seguito. Perché anche Ahmet scomparirà nel nulla. Da quella notte nessuno saprà più niente di lui.




XXI

Daniel, la preparazione.

E’ ormai arrivato il momento.
Daniel non si alza più dal letto. E’ stanco ma anche incuriosito da questo balletto grottesco che si muove intorno al suo capezzale. C’è una notevole animazione, una accelerazione del ritmo, quasi una frenesia.
La sua impeccabile madre è comparsa all’improvviso, di mattina presto, forse solo un po’ meno abbronzata e un po’ più tirata del solito. Il fondotinta non copre il pallore e si insinua fra le rughe della fronte rendendole più evidenti. Daniel ne ha quasi pietà vedendo che acido gli colico, silicone e trucco – per quanto sapienti e professionalmente realizzati essi siano – non bastano più a nascondere tanti nuovi segni intorno alla bocca, sotto gli occhi, sul collo.
“Stai invecchiando Isabelle!” ha voglia di esclamare ad alta voce Daniel, poi preferisce soltanto pensarlo, in silenzio.
“Abbiamo quasi la certezza di avere un cuore per te entro quarantotto ore!” ha annunciato soddisfatta Isabelle, entrando nella stanza, sfoderando un sorriso un po’ meccanico e appoggiando per terra con precauzione l’ultima “Hermès-bag”.
Sembra quasi che abbia concluso un contratto vantaggioso, che stiano per consegnarle una macchina o che annunci l’acquisto di una nuova favolosa casa in qualche angolo di mondo.
“Un vero affare!”
Manca solo questa esclamazione e Daniel potrebbe anche scoppiare a ridere. Anche se non ha nessuna voglia di ridere.
Daniel non la ascolta più.
Daniel prende un foglio e una penna: sente un desiderio che da tanto tempo non avvertiva più, quello di scrivere. E’ un impulso irresistibile, ha voglia di creare, di lasciare parole scritte su un foglio bianco, di dire quello che con la voce non riesce a gridare, di piangere le lacrime che non riesce a piangere e di riversarle dentro i versi che sgorgano spontanei. Forse non sono neanche tanto spontanei né originali, perché nella testa di Daniel riecheggiano crepuscolari e romantici. Però in quel momento, i versi sono suoi, chiunque li abbia ispirati.
E scrive:
“Ho dormito con le mani in croce
come fossi già morto.
Il dolore come un’onda anomala va e viene,
si infrange contro la mia anima, la squassa, la violenta.
Amo la vita semplice delle cose,
amo dire parole d’amore.
Un lupo crudele e dolce viene a trovarmi nei sogni.
Quante passioni ho visto sfogliarsi,
a poco a poco,
per ogni cosa che è andata via.
Come un bambino gemo nel buio,
dimenticato da tutti gli umani,
desidero essere ucciso, digiunare, gemere in un angolo oscuro.
Io come uno specchio
rifletto per sempre
la mia immagine felice.
Dico parole semplici e vane,
parole d’amore”.
Ora si sente meglio Daniel, la scrittura è come un balsamo per il suo dolore.
Daniel pensa: “Un cuore nuovo…quarantotto ore…allora qualcuno sta morendo? Come fanno a saperlo? Come fa mia madre a sapere che sta per arrivare il “mio” cuore nuovo? Chi sta per darmi il suo cuore?”



XXII

Ultima destinazione. Dentro l’orrore.

I compounds si allineano ordinati e puliti, tre per ogni fila, nel prato spoglio intorno alla casa di mattoni con gli infissi di alluminio. E’ un grande spiazzo quello in cui sorgono quei precari alloggiamenti: però sul retro della casa, duecento metri più in là, si vede un boschetto piuttosto scarno, con alberi lunghi e stretti e, al limitare del bosco, molta terra smossa e due ruspe ora inattive.
I compounds sembrano abitazioni militari, o forse no, situazioni provvisorie di sfollati, rifugiati. O forse si tratta di un ospedale da campo, con pochi ricoverati, qualche urgenza, un piccolo ambulatorio per corte degenze.
Si vede gente con camici bianchi, anche con quello verde dei chirurghi, con quegli strani zoccoli anatomici di plastica colorata che si usano negli ospedali. Ci sono dei contenitori per i rifiuti di quel tipo particolare che si utilizza fuori dai “pronto soccorso”: per i medicinali, per le garze, per gli aghi, per i guanti chirurgici.
C’è un gran silenzio, un silenzio irreale.
Quando i tre camions arrivano e si aprono i portelli posteriori, agli uomini prigionieri che fino a quel momento hanno urlato, imprecato, gridato, chiesto, si ferma il fiato in gola.
Le voci si spengono.
Tutto è così inaspettato: non c’è filo spinato né baracche per prigionieri, non si trovano in una delle tante scuole requisite e trasformate in galere improvvisate, non ci sono uomini urlanti ed armati, almeno apparentemente.
Eppure quella quiete - i compounds ordinati e puliti, la casa di mattoni dipinta di bianco con gli infissi nuovi, i camici bianchi e quelli verdi dei chirurghi, i contenitori dei rifiuti, il prato spoglio e la terra smossa in tumuli verso il boschetto – gela il sangue nelle vene. C’è quell’odore di disinfettante, c’è quell’ordine irreale e attraverso le finestre di alluminio si vedono piccoli reparti bianchi con qualche uomo immobile nel letto.
Tutto questo toglie il fiato: perché gli uomini avvertono, con quell’istinto che fa arretrare e scalciare le bestie destinate al macello quando arrivano nel corridoio che li conduce alla destinazione finale, che da lì non usciranno mai. Almeno non vivi.
Milan è il più calmo: lui è un chirurgo, non può ingannarsi. Sicuramente stanno entrando in una “ospedalizzazione”, una strana prigionia: e dal momento che nessuno di loro è malato e necessita di cure ospedaliere, anzi, dal momento che tutti quegli uomini sono in ottime condizioni fisiche, quale è l’intervento medico o chirurgico che devono subire e per il quale sono stati portati lì?
Milan, anche se per ora decide di non condividerla con nessuno, conosce già la risposta.
















XXIII

Dragan e Milan vanno a morire.

Dragan ha riconosciuto, fra gli altri “ospiti” del compound cui è stato assegnato, due suoi conoscenti: un ragazzo di Obilic’, Miroslav, e un suo cugino, un certo Ljubiša, che abitava a Strpce.
Quando li ha visti si è quasi tranquillizzato. Si ricorda di quando sono scomparsi, è accaduto sulla strada fra Obilic’ e Priština, qualche mese fa. Tutti li davano per morti e invece…Dunque, pensa Dragan, non è vero quel che si racconta in giro, che tutti quelli che sono stati rapiti, o che sono scomparsi, sono stati uccisi, o sono comunque morti. C’è ancora qualche speranza, visto che questi due sono vivi.
E’ vero che quei due sono vivi, ma sembrano più simili a dei morti viventi che ai ragazzi che ricordava. Quando lo hanno visto non hanno avuto quasi nessuna reazione: sono pallidi e lividi, anche se sembrano puliti e in buona salute. Il loro pallore sembra più dovuto al terrore che si legge nei loro occhi che al trattamento che subiscono.
Il più giovane, Ljubiša, è poco più che un ragazzo: la paura si mescola in lui ad una sorta di rabbia cieca e folle che lo fa esplodere ogni tanto in scoppi d’ira apparentemente immotivati o comunque esagerati. Allora impreca contro il cielo, lancia il pugno contro la parete. Poi di nuovo la rassegnazione e l’apatia prendono il sopravvento: si sdraia sul letto con il braccio piegato a riparare gli occhi dalla luce e sta lì, immobile, per ore. Miroslav, il ragazzo più grande, che lavorava nella cava ad Obilic’ e qualche volta prendeva il pulmino guidato da Dragan, sembra completamente ebete, ha le pupille fisse e di fronte all’entusiasmo con cui Dragan gli gettava le braccia al collo tentando di scambiare con lui i tre baci, è rimasto completamente inerte.
Milan ha detto a Dragan di non insistere:
“Non ti accorgi che sono sotto psicofarmaci? Hanno le pupille dilatate e sono ormai al di là di ogni contatto umano. Il terrore li riempie a tal punto che i loro denti battono gli uni contro gli altri. Non hai sentito il più giovane gemere come un cane agonizzante stanotte, nel suo letto? Emetteva un suono che faceva gelare il sangue. Lasciali stare! Non sappiamo che reazioni possano avere, e comunque è evidente che non vogliono comunicare e che non ci diranno niente di quello che accade qui dentro. Purtroppo credo che presto ce ne accorgeremo da soli…”
E’ un lungo sfogo per uno come Milan che normalmente pronuncia cinque parole in un giorno. Dragan rimane silenzioso e non tenta più di comunicare con quei due. Tanto è inutile.
Oggi poi Dragan si sente stanco: è in questo posto da 24 ore e la rabbia, la paura, la disperazione, stanno cedendo il passo ad una stanchezza immane. Probabilmente mettono dei tranquillanti da qualche parte, nel cibo, nelle bevande.
Dragan ha voglia di dormire, e basta.
Si trova in uno stato fra il sonno e la veglia, vede che sta scendendo la sera: ora sente delle macchine arrivare, almeno due.
Vorrebbe andare alla finestra per vedere ma non ci riesce.
Il pensiero non sostiene le sue gambe, che si rifiutano di muoversi.
Si sentono voci, voci di uomini.
Ma in che lingua parlano?
Dragan non riesce a capire. Ora però sono più vicini: sì, parlano in inglese, parlano di temi scientifici, medici.
Dragan vede che Milan è in piedi, immobile, vicino alla finestra, di lato per non farsi vedere, e sta ascoltando. Milan è un chirurgo e conosce bene l’inglese.
“Naturalmente per quanto riguarda l’assegnazione del rene, e visto che vi è la disponibilità di più di un rene, lo assegneremo secondo regole che tutti condividiamo – era il più autorevole a parlare. Un uomo elegante sui sessanta, capelli bianchi, cappotto scuro, lineamenti regolari, occhi azzurri, un accento che sembra…svizzero! Sì, Milan ricorda un suo confratello del Cantone di San Gallo: la stessa identica cadenza quando parlava in inglese.
“L’assegnazione dei reni – continua l’uomo, che sembra avere grande autorevolezza di fronte ai suoi interlocutori - prevede che il gruppo sanguigno sia identico fra donatore e ricevente, lo sappiamo tutti, e in base alle analisi che abbiamo eseguito, abbiamo una perfetta corrispondenza. Il primo rene è già riservato, per il secondo vi ho messo a disposizione l’intera lista dei miei pazienti. Domani decideremo. Avete tutte le prove di…”
“Sì “ si sente la voce di un altro uomo, più giovane, parla un inglese con un accento…Milan penserà in seguito a questo “ le prove di compatibilità AB0 ed il cross-match, la compatibilità HLA A,B,DR.
Abbiamo selezionato i riceventi della sua lista, Professore, in base alle compatibilità con il donatore per gli antigeni del sistema HLA ed al grado di immunizzazione.”
“Bene, domattina alle sette incominciamo.”





XXIV

Dejan e Srdjan.
Morire, dormire…forse sognare.

Dejan è così invecchiato: in pochi giorni è diventato curvo, cammina a piccoli passi come uno che non si fida delle proprie gambe. Tiene lo sguardo fisso sul pavimento, passa le ore così. Srdjan non lo sopporta: fin dall’inizio non lo trovava simpatico, con quell’aria serafica da professore in cattedra, come se nulla lo smuovesse dal suo ruolo e dal suo piedistallo.
“Adesso sei caduto anche tu!” pensa Srdjan “hai smesso di essere così tranquillizzante, con una risposta per tutto e per tutti. Hai anche tu l’odore immondo della paura…come me, come gli altri…”
Srdjan ha avuto invece una reazione di rabbia, completamente isterica e inutile. Quando gli hanno assegnato il suo posto nel container che condivide con Dejan ed altri quattro uomini (quattro giovani che abitavano vicino a Brežovica, completamente ebeti e spauriti) ha iniziato a bestemmiare, inveire, gridare, dimenarsi: lo hanno afferrato in quattro, con l’indifferenza professionale degli infermieri, lo hanno immobilizzato. Di quel che è accaduto dopo non ricorda nulla: sicuramente lo hanno sedato, e anche pesantemente, perché da quando si è risvegliato nel letto, soffre di un mal di testa bestiale e sente le tempie pulsare così forte e la fronte così calda…
Forse gli altri non hanno osservato con attenzione e non hanno visto quello che lui ha visto nel cortile. C’è una sorta di capanno degli attrezzi in fondo al giardino, prima del boschetto ed una tettoia sul davanti. Lì sotto c’è un vecchio tavolo di legno, una panca sbilenca, attrezzi vari, un tubo di plastica verde e un camioncino di quelli a tre ruote con il rimorchio scoperto. Sono stati solo pochi attimi quelli che Srdjan ha avuto a disposizione per guardarsi intorno, fra il momento in cui è sceso dal camion e il momento in cui è entrato nel compound, ma quegli attimi sono bastati per vedere che nel rimorchio e in fondo alla tettoia sono accatastate decine e decine di paia di scarpe da uomo. E’ una visione di un momento, che si imprime nella memoria di Srdjan, per il momento la mente si rifiuta di prenderla in considerazione o di darle una spiegazione. Più tardi, più tardi. Per ora quell’immagine viene archiviata. Più tardi, quando Srdjan è chiuso nel container, la visione esplode con una chiarezza livida e allucinante: “Ai morti si tolgono le scarpe! Ai morti le scarpe non servono!” La frase gli rimbomba nel cervello, come se la stesse gridando. Eppure resta muto, anzi Srdjan sente che, anche volendo, non riuscirebbe a parlare in quel momento. Ora tutto è chiaro. Si guarda le scarpe, quelle buone, che aveva indossato per andare a Gnjlane: sono un po’ infangate, impolverate ma ancora in buono stato, con una buona lucidata…Finiranno nel mucchio anche le sue scarpe? E quelle del preside che ha smesso di parlare e di tranquillizzare? E quelle di Dragan e di Milan? “Ai morti si tolgono le scarpe! Ai morti le scarpe non servono!”

















XXV

Interventi chirurgici tecnicamente riusciti.

Milan è rimasto solo.
Dei suoi compagni di sventura non è rimasto più nessuno.
Ieri hanno portato via Dragan, era l’ultimo.
Dalla finestra due giorni fa ha visto Dejan uscire dal compound accanto sulla sedia a rotelle condotta da un infermiere con la divisa verde ( da sala operatoria); la sedia a rotelle ha sobbalzato un po’ sulle buche del prato, poi è entrata nella casa bianca. La testa di Dejan ciondolava, gli occhi erano semichiusi, sembrava essere stato colpito da un ictus cerebrale o forse era solo sotto sedazione. O forse era solo stanco di tutto ciò e desideroso di farla finita.
Il giorno dopo è stato Srdjan ad entrare nella casa bianca, lui però disteso sulla barella: sicuramente è stato sedato pesantemente, perché Srdjan è di quelli che non si lasciano condurre al macello tanto tranquillamente. Tanto ormai si è capito che di andare al macello si tratta. Forse, pensa Milan, taglieranno anche a noi i tendini prima di entrare, per toglierci ogni velleità di fuga, come crudelmente nel modo più abietto si fa agli animali quando entrano nel mattatoio.
Milan è l’ultimo nel suo compound. Anche se si vede animazione in giro e forse stasera arriverà un altro camion. Lo hanno avvertito che stasera ci sarà la preparazione operatoria. Una semplice routine. Sì, certo, Milan lo sa meglio di chiunque altro. E’ un chirurgo. Come potrebbe non sapere?
E’ stato anche il primo a rendersi conto di quello che si fa nella casa bianca, nelle due sale operatorie al piano sotterraneo, sempre in funzione; si è reso conto Milan di cosa siano quei contenitori speciali apparsi in mano ad uomini affannati, poi saliti su una macchina che ha sgommato vistosamente.
Nella notte tutti i rumori sono nitidi, così poco dopo nella testa di Milan insonne è esploso un altro suono, quello inconfondibile delle pale di un elicottero.
Si è fermato non troppo lontano, anche se nella notte l’intensità dei rumori è falsata, sembrano più vicini. Si è sentito nettamente il rallentamento, per un attimo forse si è fermato, poi immediatamente le pale hanno ripreso a girare con il loro caratteristico suono, poi l’elicottero si è alzato e per un attimo è passato nell’angolo di visuale di Milan.
Certo, pensa Milan, un organo espiantato e da trapiantare, è un materiale prezioso e deteriorabile. Occorre precisione e velocità: non si può commettere nessun errore. L’elicottero è indispensabile.
Qualcuno sta aspettando un cuore nuovo, chissà dove.
Tanti auguri, pensa Milan, e gli viene quasi da sorridere.
Si sente in pace ormai.
Ecco, sono già venuti a prenderlo.


















XXVI

Daniel, un anno dopo.
Mes souvenirs sont les seuls survivants.

Les Sables d’Olonne quando piove sono uno dei posti più tristi del mondo. Daniel è sulla veranda, tenta di leggere quel solito libro sui Templari che aveva cominciato tanto tempo fa, prima… Sì, prima. Prima del suo cuore nuovo. Prima di diventare un oggetto di interesse clinico/chirurgico, prima di subire ogni sorta di intrusione nel suo corpo, dai tubi ai drenaggi, dall’intromissione nel suo sonno e nei suoi sogni, dalle sonde ai sondini, dagli sguardi ai sorrisi di circostanza. Chiunque da un anno in qua si permette di invadere il suo corpo, di esplorarlo, di maneggiarlo con cura o con brutalità, di turbare i suoi pudori e la sua timidezza, di interrompere il suo sonno e i suoi sogni. “Sono quasi una femme publique” “pensa Daniel, e l’immagine lo fa sorridere. Il momento più brutto è stato quando il rigetto si è potentemente annunciato squassando il suo povero corpo bianco e sottile con una improvvisa febbre, un senso di malessere generale, poi la tachicardia, l’ipotensione e l’insufficienza cardiaca prevalentemente a carico del ventricolo destro, così hanno sentenziato i chirurghi, signori e padroni della vita e della morte, della sua almeno. Il rigetto è stato trattato con corticosteroidi e attaccato con potente strategia, fino ad essere sconfitto, almeno per ora. Sua madre, forse vedendo i risultati dell’ultima liposcultura ormai in disfacimento, ha deciso di sparire per un po’. Forse è andata nella stessa clinica in Svizzera dove Daniel ha ricevuto il suo cuore. Prima di partire salutandolo in un vortice di essenze orientali, di odore di creme supercostose, di colori e di stoffe, Isabel gli ha comunque annunciato di essersi documentata e di essere ormai certa che la riabilitazione di coloro che ricevono un nuovo cuore è promettente e che ci sono buone probabilità di sopravvivere oltre il primo anno. “Anzi, tesoro – ha cinguettato sua madre - più del 70% dei trapiantati torna a lavorare a tempo pieno!”. Daniel non replica, ha solo voglia di ridere e di ricordare a sua madre che lui non può tornare a lavorare a tempo pieno semplicemente perché non ha mai lavorato! Come Isabelle, d’altronde.
Daniel ha sentito il chirurgo dire a suo padre che Daniel non è affatto fuori pericolo: ha parlato di arteriosclerosi del trapianto, un qualcosa di misterioso che si verifica in circa il 25% di tutti i trapianti cardiaci riusciti. “Potremmo trovarci di fronte ad un rigetto cronico a decorso lento…Ha avuto una infezione da citomegalovirus successiva al trapianto, non possiamo trascurare questo aspetto…”
Poi hanno abbassato la voce.
Daniel è stanco di carpire informazioni, di ascoltare tendendo le orecchie le voci che si spengono in un sussurro. Si stira nella sua sdraio bianca. Non ha paura. Soltanto sogni e incubi nella testa.
Daniel cerca di concentrarsi sul suo scrittore prediletto, Georges Simenon. Sembra una frase scritta per lui, per quella sua storia irreale fra fiaba e incubo: “Une histoire que tu n’aurais pas inventée, hein…tout simplement parce que les romanciers cherchent leur sujets dans les milieux spéciaux…quand tu voudras un beau drame, avise une maison bien bourgeoise, à la façade aussi honorable que possible…entre là-dedans…C’est en vain que tu essayeras de trouver mieux que la réalité!»
Quella domanda continua a tormentarlo ogni giorno.
“Di chi è il mio cuore?”
Verrà quel rigetto strisciante che renderà vano tutto questo dolore? O il cuore continuerà indifferente a ciò che è stato, a ciò che ha lasciato, a battere?
Daniel non sa rispondere. Socchiude gli occhi e canta sottovoce insieme alla voce di Georges Moustaki e dolcemente ripete mentre scivola nel dormiveglia:«…Juste une croix qui déchire le vent
Mes souvenirs sont les seuls survivants.
Juste une croix qui déchire le vent
Mes souvenirs sont les seuls survivants…
Mes souvenirs sont les seuls survivants…”
Cuore di lupo/Vucje srce testo di adele freschi
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