Rune & Acciaio: capitolo 9

scritto da re dei sepolcri
Scritto 11 mesi fa • Pubblicato 11 mesi fa • Revisionato 11 mesi fa
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Eccoci arrivati al nono capitolo di questo racconto grim dark fantasy fuso nella mitologia norrena.
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Testo: Rune & Acciaio: capitolo 9
di re dei sepolcri

Leif era stato prelevato con la solita noncuranza dei suoi carcerieri e stava percorrendo il lungo corridoio scavato nella roccia, le catene che tintinnavano a ogni passo. Riconobbe quel corridoio come quello che conduceva all’arena. Era arrivato il momento di metterlo alla prova. Di combattere per la sua sopravvivenza.

L’aria era densa, impregnata dell’odore di umidità, sudore e sangue rappreso.

Questa volta non c’erano altri prigionieri oltre a lui. I carcerieri avevano prelevato solo lui. 

L’arena era silenziosa, vuota, oltre la barriera formata dai pali in osso, nella tribuna di pietra, vi erano solo due Jötunn che lo osservavano.

Uno era quello che lo aveva ricevuto il giorno prima. L’altro, invece, era vestito in modo simile, anch’esso con una pelliccia spessa sulle spalle e un’aria di autorità che non lasciava dubbi sul suo rango.

Entrambi portavano una spilla sulla pelliccia, la scorsa volta non l’aveva notata, ma questa volta era messa in bella vista, come se fosse un segno distintivo del loro rango. Erano dei simboli incisi nel metallo scuro. Diversi fra loro. Qualcosa in quei segni lo fece rabbrividire. Leif li aveva già visti. Non nelle fosse, non tra i prigionieri. Ma sui pilastri del portale. Una versione distorta delle loro rune sacre.

Da un'apertura, dal lato opposto dell’arena, giunsero due Jötunn che stavano scortando un prigioniero.

Era un uomo possente, il corpo segnato da vecchie cicatrici. Aveva il torace scoperto, e sul braccio destro, svettava lo stesso simbolo della spilla del secondo Jötunn.

Era marchiato a fuoco.

Leif strinse i denti. Non gli sembrava di aver mai visto quell’uomo nelle celle. Significava che vi erano altre celle in altre zone. E il marchio sembrava un segno di appartenenza.

I due giganti parlavano tra loro, non facevano nulla per non farsi udire dai prigionieri. Non avevano certo paura che le loro parole venissero capite. O se anche lo fossero state, non gli importava. 

Leif cercò di comprendere cosa dicevano ma le parole erano suoni indistinti, brutali, cavernosi. Sembravano mescolarsi nella sua mente, scivolargli addosso senza significato.

Ma più ascoltava, più il caos sembrava dipanarsi. 

Non comprendeva tutto, ma abbastanza da intuire il senso.

Parlavano di lui. Del suo avversario. Della lotta che stava per iniziare.Stanno scommettendo.

Leif inspirò lentamente. Questa volta era solo. E se voleva sopravvivere, avrebbe dovuto vincere.

Uno dei carcerieri si mosse fermandosi davanti a Leif. Non disse nulla. Afferrò le catene che gli stringevano i polsi e, con un arnese simile ad una leva aprì le chiusure che tenevano le catene. Sia delle mani che dei piedi.

Così come fu liberato dalle catene Leif anche l’altro prigioniero venne liberato. Entrambi rimasero solo con i ceppi alle caviglie e ai polsi.

Leif saggiò la sua libertà di movimento, nonostante il peso del ferro ora aveva una maggior manovrabilità.

Le ferite che lo avevano tormentato dopo lo scontro con il germanico erano quasi sparite. Dove avrebbe dovuto sentire dolore, c’era solo un fastidio sordo.

Si sentiva pronto per quello scontro. Doveva esserlo.

Dall’altro lato dell’arena, il suo avversario si stava già muovendo.

L’uomo era massiccio, con muscoli scolpiti da anni di battaglie. I suoi occhi erano freddi, privi di esitazione. Un guerriero temprato. I suoi tratti erano simili ai suoi ma ora non aveva tempo per capire chi era. Nemmeno il suo avversario sembrava avesse intenzione di parlare.

Tra loro, sulla sabbia, erano sparse diverse armi.

Leif sapeva che avrebbe avuto solo un istante per scegliere quella giusta.

Nella tribuna, gli Jötunn parlavano tra loro.

Poi, senza alcun segnale, il combattimento iniziò.

Leif si gettò in avanti senza pensare, gli occhi già puntati sulle armi sparse nella sabbia.

Il suo avversario lo aveva anticipato.

Con un ruggito, l’uomo afferrò un’ascia corta e la lanciò in direzione del suo avversario mentre ne stava già raccogliendo un altra.

Leif si gettò di lato, rotolando sul terreno per evitare l’arma scagliata. Con la mano afferrò la prima cosa che trovò—un pezzo di catena spezzata. Non era un’arma vera e propria, ma era meglio di nulla. Se la rigirò intorno al braccio.

Si rialzò appena in tempo per parare un fendente. Il metallo della catena avvolta attorno al polso intercettò il colpo, deviandolo di poco e facendogli perdere la presa dell’arma.

Un bruciore gli percorse l’avambraccio.

L’acciaio dell’avversario gli aveva lacerato la pelle, ma il taglio non era profondo.

Leif non perse tempo. Scattò in avanti, usando il peso della catene per colpire l’uomo alla tempia.

L’avversario barcollò indietro, ma non cadde. Anzi, reagì con ancora più ferocia.

Afferrò una spada a terra e attaccò di nuovo, spingendo Leif verso la palizzata.

Leif scansò un colpo, poi un altro. Riuscì ad afferrare un’arma anche lui, un pugnale, più piccolo di quanto avrebbe voluto, ma sufficiente per ribattere al prossimo fendente.

Acciaio contro acciaio. La sabbia si alzava in volute sotto i loro piedi.

Leif lo capì subito: quell’uomo era un predatore nato. Un guerriero addestrato, forte, metodico.

Un altro colpo. Il pugnale gli venne strappato di mano ma Leif reagì d’istinto.

Scartò di lato, afferrò una clava simile a quelle degli Jötunn ma più piccola e la usò per deviare l’attacco successivo. Cercò di sferrare un colpo con quella scomoda arma. 

Fu maldestro ma il colpo spinse l’uomo all’indietro, abbastanza perché Leif potesse colpirlo con un pugno.

Il guerriero grugnì, ma lo ripagò con un calcio violento allo stomaco.

Leif crollò in ginocchio, il fiato strappato dal corpo.

Non si accorse del colpo successivo fino a quando non fu troppo tardi.

La lama gli affondò nel fianco. La ferita bruciava, sentiva l’acciaio nella carne.. Leif sentì il sangue caldo scorrergli sulla pelle, la vista vacillare per un istante.

Il suo avversario sorrise, convinto di averlo finito.

Errore.

Qualcosa si smosse dentro Leif, una rabbia primitiva, un’irrefrenabile sete di sangue.

Con un grido furioso, Leif si spinse in avanti, ignorando il dolore.

Afferrò l’uomo per il polso e lo strattonò, sbattendolo con violenza contro un palo dell’arena.

La spada cadde a terra.

Leif non perse tempo. Si gettò sopra di lui e lo colpì con tutto quello che aveva.

Pugni. Testate. Sabbia lanciata negli occhi. Usò le manette di ferro per percuterlo, lacerare la sua pelle e la carne.

Un colpo dopo l’altro, il suo avversario smise di muoversi.

Ma anche allora Leif continuò a percuoterlo. Lo scontro era finito, il suo avversario non avrebbe più potuto continuare ma Leif era in preda ad una furia innaturale.

Nessuno dei carcerieri si mosse per fermarlo, a nessuno di loro importava la fine che facevano i prigionieri.

Aspettarono che Leif si fermasse, stremato. Si alzò, barcollando osservando il suo avversario, il viso ridotto ad una poltiglia.

Il sangue gli colava dal fianco, la vista si appannava. Ma qualcosa non andava.

La rabbia lo stava abbandonando e il dolore al fianco si stava attenuando.

Si guardò la ferita. Il sangue aveva smesso di sgorgare come avrebbe dovuto.

Non si voltò subito verso la tribuna, ma sentiva gli occhi degli Jötunn su di lui.

Solo quando il clamore nella sua testa si placò, sollevò lentamente lo sguardo.

I due giganti non parlavano più.

Leif non se ne era reso conto ma ad inizio scontro, il padrone del suo avversario rideva, mentre Leif veniva incalzato e costretto sulla difensiva.

Ora, il sorriso si era spento dal suo volto. Era l’altro Jötunn a sorridere. Non un’espressione di gioia, ma qualcosa di più sottile. Più oscuro.

Gli Jötunn non gli diedero il tempo di raccogliere i pensieri e capire lo sguardo del suo aguzzino.

Uno dei carcerieri si avvicinò e gli afferrò le braccia con la stessa brutalità di sempre, mentre l’altro gli rimetteva le catene ai polsi e alle caviglie. Il peso del ferro era un promemoria che la sua libertà era durata solo il tempo di un combattimento.

Il suo avversario, invece, non ricevette lo stesso trattamento.

Un gigante lo sollevò di peso, senza alcuna delicatezza. L’uomo era morto, la testa era un ammasso di ossa rotte, il corpo segnato dalle percosse. Gli Jötunn lo trascinarono fuori dall’arena come un oggetto rotto, incuranti di cosa era prima..

Leif abbassò lo sguardo.

Per qualche ragione, non riusciva a provare soddisfazione.

Gli Jötunn lo spinsero avanti, costringendolo a percorrere il corridoio che portava alle celle.

Sentiva qualcosa di diverso in lui. Aveva combattuto altre volte, aveva versato sangue in battaglia, ma mai aveva perso il controllo così. Mai aveva sentito quella rabbia cieca, quel bisogno primordiale di sopraffare l’avversario con pura brutalità. Di ucciderlo per il gusto di farlo.

Non era da lui.

Si considerava un guerriero esperto. Aveva preso parte a incursioni, razzie e combattimenti all’ultimo sangue, ma in ogni scontro aveva mantenuto la lucidità. Il berserkr era uno stato d’animo che conosceva, aveva parlato con guerrieri che erano scesi in quella trance combattiva, ma ciò che aveva provato…non era come i racconti che aveva udito, non era furia.

Era altro. Era sete di sangue e violenza.

Forse era quel posto che lo stava cambiando. E forse non era più lo stesso uomo che era stato.

La ferita al fianco gli pulsava. Era profonda, l’aveva sentita aprirsi sotto la lama, ma aveva smesso di sanguinare in fretta. Troppo in fretta.

Leif strinse i denti. Non voleva pensarci. Non ora.

Si accorse solo quando si fermarono che non stavano tornando alle celle.

Erano di nuovo davanti alla porta in legno e ossa dello Jötunn.

Uno dei giganti aprì la massiccia porta e lo spinse dentro. 

La stanza era uguale alla scorsa volta, l’unica differenza era il cibo sul tavolo, dove grossi pezzi di carne affumicata, un corno di idromele e quella che sembrava frutta occupavano tutta la superficie. Il profumo e l’aspetto era decisamente migliore di quello che mangiavano i prigionieri. 

Lo sguardo del gigante lo soppesava con occhi attenti. Sembrava di buon umore.

Forse la vittoria di Leif gli aveva fruttato qualcosa.

"Ti sei guadagnato il diritto di sederti qui, vichingo," disse con un tono quasi divertito. Indicò il tavolo con un cenno del capo. "Mangia. Hai vinto."

Indicò uno sgabello di legno, troppo grande per lui, ma comunque un posto a sedere.

Leif non si mosse subito. Il suo sguardo scivolò sul tavolo. Il gigante gli offriva davvero del cibo?

Un onore, per quanto velenoso. Ma Leif era stremato dalla battaglia e anche la sua lucidità veniva a meno. Cedette all’invito e si accomodò.

Il guerriero tese la mano, afferrò un pezzo di carne senza staccare gli occhi dallo Jötunn. Strinse i denti e addentò un morso, masticando lentamente. Il sapore era forte, salato. 

Era cibo vero.

Lo Jötunn lo osservò con occhi attenti, come se pesasse ogni sua mossa.

"Ti chiamano Leif, giusto?" chiese con noncuranza.

Il vichingo annuì appena. Prese il corno e bevve una lunga sorsata. Parte del liquido gli colò ai lati della bocca tanto ne fu avido.

"Il mio nome è Hragvold." Fece una pausa, come se si aspettasse una reazione. "E ora sei sotto la mia ombra."

Leif non rispose. Non gli piaceva il modo in cui aveva detto quelle parole.

Hragvold lo fissò per un momento, poi si allungò con calma verso il tavolo e strappò un pezzo di carne secca, addentandolo con noncuranza. Mentre masticava inclinò la testa, scrutandolo con curiosità. 

"E la ferita al fianco?" 

Leif si irrigidì per un attimo.

"Va bene." Rispose sbrigativo.

"Così in fretta?" Lo Jötunn sembrava sapere qualcosa che il vichingo ignorava.

"Non sanguina più. Mi ha preso di striscio." Tagliò corto Leif.

Hragvold lo fissò per qualche secondo in silenzio. Poi rise piano.

"Certo."

Leif non gli diede soddisfazione. Strappò un altro morso di carne e masticò senza parlare.

Hragvold finì il pezzo di carne che stava masticando e si pulì la bocca con il dorso della mano. Poi, con un gesto distratto, infilò una mano in una delle bisacce che aveva appesa alla cintura e ne estrasse qualcosa.

Lo lanciò verso Leif. Il piccolo oggetto di metallo tintinnò sul tavolo davanti a lui, scivolando nella sua direzione.

Leif ebbe un sussulto involontario riconoscendolo all’istante, le mani presero a sudare, il cuore si fermò per un istante prima di cominciare a martellare nel petto. 

Era un ciondolo a forma di martello, grezzo, ma lavorato con attenzione. Il pendente lo aveva forgiato lui stesso con le sue mani e donato a Freydis il giorno del loro legame davanti agli dei.

Sulla superficie vi era incisa una runa, Gebo.

La runa del dono, del legame reciproco, dello scambio sacro tra due anime. Il simbolo di ciò che lui e Freydis erano. Di ciò che si erano giurati.

Ora, sporco di polvere e cenere, sembrava vuoto, privo di significato. Il mondo sembrò fermarsi.

"Dalla tua reazione sembra che lo riconosci, vero?" disse Hragvold con un sorriso appena accennato.

Leif non riuscì a parlare. Ogni parola gli moriva in bocca.

"Abbiamo trovato i resti di chi lo portava vicino a ciò che rimane del portale. O almeno… parte di lei." 

Il gigante prese un altro pezzo di carne e lo addentò con calma, come se stesse raccontando di un qualsiasi incidente insignificante.

“Le guardie mi hanno avvisato che qualcuno ha provato a oltrepassare il portale senza invito, ma è stato attivato nel modo sbagliato. La runa, quella sul ciondolo, deve aver creato un interferenza con il nostro seiðr. Sai, la vostra magia non si combina bene con la nostra.”

Leif strinse il ciondolo nel pugno, il cuore non voleva smettere di martellare nel petto. Si ricordava di un boato, la scorsa volta che era stato in quella stanza. E anche Hragvold era sembrato stupito.

Che fosse successo allora? Ma perché aveva attraversato? Aveva attraversato da sola?

"Deve essere stato uno spettacolo," continuò Hragvold, inclinando la testa. "Braccia e gambe sparse tra i detriti, carne lacerata come stracci… Gli altri umani sono così fragili." 

Lo Jötunn enfatizzò la parola “altri” con un tono marcato. Come a ribadire che lui poteva non considerarsi più come un umano.

Leif sentì un gelo salire dallo stomaco. Le domande gli si affollavano nella testa e non riusciva a ragionare.

"Che fine miserabile."

Le parole lo colpirono più della lama che gli aveva squarciato il fianco. Freydis era morta.

Lo Jötunn lo guardava, studiandolo come fosse un animale ferito. Si aspettava un’esplosione di rabbia, un grido, un gesto disperato. Ma Leif non si mosse. Rimase seduto, il pugno stretto attorno al ciondolo.

Le torce della stanza sembravano più fioche. Il suono del fuoco nel focolare era distante, ovattato.

Il mondo era diventato irreale. Hragvold sorrise. Il silenzio calò su Leif, perso nel vuoto della sua disperazione.

Non si accorse nemmeno di essere stato portato di nuovo nella sua cella, il pendente ancora stretto nel pugno. Una parte di lui era morta con la sua amata.

Rune & Acciaio: capitolo 9 testo di re dei sepolcri
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