Capitolo 8 - Il respiro della tempesta

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Testo: Capitolo 8 - Il respiro della tempesta
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Le ancore vennero salpate con un clangore sordo che riecheggiò sul molo di Porto Squalo. 

La Treasure si staccò lentamente dalla banchina marcia, le vele che si gonfiavano con la brezza leggera del mattino. Reven rimase al timone, lo sguardo fisso sulla linea grigia dell'orizzonte. Finn e Jared stavano già sistemando gli ultimi sacchi di provviste sottocoperta, mentre Draymor controllava le scotte con gesti precisi e silenziosi.

Per un'ora tutto sembrò normale. 

Il mare era calmo, quasi troppo calmo, con un riflesso oleoso sotto il cielo che si stava incupendo a ovest. 

Poi qualcuno – Loris, dalla coffa – gridò.

«Nuvole nere a babordo! Si avvicinano veloci!»

Tutti alzarono lo sguardo. 

Una muraglia di nubi color piombo avanzava come una mano aperta, inghiottendo la luce. Non era una semplice pioggia: era una di quelle tempeste che mangiano le navi intere, con fulmini che sembravano squarciare il cielo e onde che si alzavano come muri prima ancora che il vento arrivasse. Reven la riconobbe subito. Era uguale a quella che li aveva quasi spezzati settimane prima, quando avevano rischiato di perdere la Treasure contro gli scogli.

«Viriamo!» ordinò Draymor, la voce che tagliava l'aria. «Dobbiamo aggirarla da sud. Non possiamo prenderla di petto.»

La ciurma si mosse all'istante: Jared e Jael alle scotte, Mara che urlava ordini ai marinai alle vele di trinchetto, il cuoco che correva a legare tutto quello che poteva rotolare. La nave inclinò bruscamente mentre virava, il timone che vibrava sotto le mani di Reven.

Ma la tempesta era veloce. Troppo veloce. 

Il vento arrivò prima delle gocce: un ululato improvviso che fece cantare le sartie come corde di un'arpa impazzita. Le prime raffiche colpirono la Treasure di traverso, facendola sbandare. L'acqua cominciò a salire sul ponte, gelida e furiosa.

«Più vela!» gridò Reven. «Dobbiamo prendere velocità o ci travolge!»

La mappa, nella cabina aperta, pulsò forte. La voce uscì chiara nonostante il rombo.

«Siete fortunati che io sia sveglia, idioti. Virate di altri dieci gradi a sud-sud-est. C'è una corrente debole lì, vi porterà intorno al cuore della bestia. Se continuate così vi spacca in due entro mezz'ora.»

Reven non perse tempo a discutere. 

«Dieci gradi a sud-sud-est! Ora!»

La nave obbedì, inclinandosi pericolosamente mentre il vento la spingeva. Le onde cominciarono a infrangersi contro lo scafo con colpi che facevano tremare le ossa. Fulmini illuminavano il ponte a giorno, seguiti da tuoni che sembravano esplosioni vicine. L'acqua entrava da ogni fessura, il ponte era un fiume in movimento. Jared scivolò, si aggrappò a una cima, strinse i denti mentre si rialzava.

«Tenetevi!» urlò Draymor, la voce quasi persa nel frastuono.

Per minuti che sembrarono ore combatterono contro il mostro di nuvole. 

La mappa continuava a correggere: «Ancora cinque gradi... no, troppo! Torna indietro di due... bravi, adesso dritti...». Ogni indicazione era secca, quasi annoiata, come se aggirare una tempesta mortale fosse una seccatura quotidiana.

Poi, all'improvviso, il vento calò. 

Le raffiche si fecero irregolari, le onde persero altezza. Le nubi nere rimasero a poppa, sempre più lontane, un muro scuro che inghiottiva l'orizzonte orientale. Il cielo sopra di loro tornò grigio chiaro, il mare tornò a essere solo mare.

Un sospiro collettivo attraversò la ciurma. 

Jared si lasciò cadere seduto sul ponte bagnato, ridendo di sollievo. Mara si asciugò il viso con la manica, Finn si appoggiò all'albero maestro con le mani sulle ginocchia.

«Ce l'abbiamo fatta» mormorò Reven, ancora aggrappata al timone. Le mani le tremavano.

La mappa pulsò una volta, soddisfatta.

«Bravi. Avete evitato di diventare legna da ardere. Ora rilassatevi, perché—»

Non finì la frase.

Dal mare, davanti a loro, si alzò un suono che non era vento né onda. 

Un gorgoglio profondo, come se l'oceano stesso stesse inspirando. 

Tutti si girarono.

A forse duecento metri dalla prua, l'acqua si era incurvata in un cerchio perfetto. 

Un mulinello. 

Non uno qualsiasi: era enorme, largo quasi quanto la lunghezza della Treasure, le pareti d'acqua che giravano lente ma implacabili, scendendo in un imbuto nero che sembrava senza fondo. L'acqua al centro era immobile, lucida come olio, e rifletteva il cielo grigio come uno specchio rotto.

«Per tutti i mari...» sussurrò Jared.

Il gorgoglio si fece più forte. 

La nave sobbalzò leggermente, come se qualcuno l'avesse tirata per una corda invisibile. 

La bussola sul tavolo da carteggio impazzì: l'ago girava vorticosamente, senza più direzione.

Reven strinse il timone. 

«Remi! Tutti ai remi! Dobbiamo allontanarci!»

Ma era già tardi. 

Anche se erano lontani, anche se il mulinello sembrava fermo, la nave stava rallentando. No: stava accelerando verso di esso. Lentamente, inesorabilmente, come se il mare stesso li stesse trascinando per la chiglia. L'acqua sotto lo scafo si inclinò, formando una lieve pendenza verso il centro del vortice.

«Sta risucchiando!» gridò Finn, la voce rotta dal panico. «Non ce la facciamo!»

La mappa pulsò furiosamente.

«Calma! Non remate contro! Virate a dritta, piano! Usate la corrente esterna, girate intorno al bordo! Se entrate dritti vi inghiotte in trenta secondi!»

Reven girò il timone con tutta la forza che aveva. 

La nave gemette, le vele sbatterono, il legno scricchiolò come se stesse per spezzarsi. 

La prua virò lentamente, dolorosamente, mentre il mulinello continuava a ruotare con quella calma terrificante. 

Ogni secondo sembrava durare un'eternità. 

L'acqua saliva lungo lo scafo, il ponte si inclinava sempre di più. Jared e Loris si aggrapparono alle cime, Mara legò una cima intorno alla vita di Finn che rischiava di scivolare. Draymor rimase accanto a Reven, le mani sul timone con lei, spingendo insieme.

Il vortice era ora a cento metri. 

Ottanta. 

Sessanta.

Il gorgoglio era diventato un ruggito basso, costante, come il respiro di un gigante addormentato che si stava svegliando. 

L'acqua nera al centro sembrava assorbire la luce: non rifletteva più nulla, era solo un buco nel mondo.

Quaranta metri.

La mappa urlò – sì, urlò – con una voce che per la prima volta suonava spaventata.

«Adesso! Spingete a dritta con tutto! La corrente vi prenderà, ma se girate abbastanza forte vi sputa fuori dall'altro lato!»

Reven e Draymor spinsero il timone fino in fondo. 

La nave urlò – un gemito di legno torturato – e virò di scatto. 

Per un istante sembrò che stesse per capovolgersi: il ponte si inclinò a quasi quarantacinque gradi, l'acqua entrò dal fianco sinistro, sacchi e barili rotolarono, qualcuno gridò.

Poi la corrente esterna li afferrò. 

Non li tirò dentro: li fece scivolare lungo il bordo del mulinello, come una foglia che gira intorno a uno scarico senza cadere. 

Giro dopo giro, metro dopo metro, la nave rasentò il bordo del vortice. 

Il ruggito era assordante, il vento generato dal movimento li schiaffeggiava, l'acqua li inzuppava fino alle ossa.

Venti metri. 

Dieci.

E poi, all'improvviso, il gorgoglio si affievolì. 

La pendenza si ridusse. 

Il mulinello cominciò a rallentare, come se avesse perso interesse. 

La Treasure scivolò via dall'ultimo giro, sputata fuori come un osso indigerito.

Il mare tornò piatto. 

Il vortice si dissolse in pochi secondi, lasciando solo un'ampia zona di schiuma bianca e un silenzio irreale.

La ciurma rimase immobile per un lungo momento, ansimante, fradicia, aggrappata a qualunque cosa potesse tenerla in piedi.

Reven lasciò andare il timone. Le mani le tremavano ancora. 

Si voltò verso la cabina. La mappa pulsava debolmente, la luce ambrata quasi spenta.

«Grazie» disse piano.

La voce uscì stanca, senza sarcasmo per una volta.

«Non ringraziarmi ancora. Quello non era un mulinello normale. Era un assaggio. L'Abisso sa che state arrivando. E sta già allungando i tentacoli.»

Silenzio.

Poi Draymor parlò, la voce rauca.

«Quanto manca?»

«Due giorni» rispose la mappa. «Forse meno. Preparatevi. Il prossimo non vi lascerà andare così facilmente.»

Reven guardò la ciurma, i volti pallidi, gli occhi spalancati. 

Poi guardò il mare davanti a loro, calmo, innocente, come se nient
e fosse successo.

Ma tutti sapevano la verità.

Il respiro dell'Abisso Pensante si era fatto più vicino. 

E non era più solo un suono lontano.

Era già intorno a loro.

Capitolo 8 - Il respiro della tempesta testo di Mystory90
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