Terzo racconto - parte prima

scritto da Beppe Tritone
Scritto Ieri • Pubblicato 9 ore fa • Revisionato 9 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Beppe Tritone
Autore del testo Beppe Tritone
Immagine di Beppe Tritone
In cui arriva Riccardo F., detective scalcinato ma geniale.
- Nota dell'autore Beppe Tritone

Testo: Terzo racconto - parte prima
di Beppe Tritone

Il paese di San Pellegrino in Alpe non sapeva di aver bisogno di un detective.
Fino al giorno in cui arrivò Riccardo F., vestito come se avesse sbagliato stagione, con una giacca larga, pantaloni corti di lana, scarpe con tacchi consumati e una valigetta che non conteneva quasi nulla di utile se non una vecchia lente d’ingrandimento e un paio di occhiali storti.

Si presentò al bar del paese con un’aria tra il disorientato e l’orgoglioso.
«Buongiorno,» disse, «mi chiamo Riccardo F. Investigatore privato. Sono a disposizione. Per caso c’è stato… un problema?»
Nessuno capì subito se fosse una battuta o una dichiarazione seria. Era entrambe le cose.

Gino Balocchi lo osservava con sospetto, ma dentro di sé pensava: Se qualcuno può risolvere il prossimo mistero, forse è lui. O forse farà solo danni colossali.

Riccardo F. era un uomo di pochi gesti ma di intuizioni infinite.
Quando gli si poneva davanti un indizio, anche minuscolo, gli occhi si illuminavano come un lampo, e cominciava a tessere collegamenti che nessuno vedeva. Non era elegante, non era coerente, e la sua logica sembrava avere tendenze proprie, ma funzionava. Sempre.

Il commissario Passalacqua guardava questo strano arrivato con la testa inclinata, come se stesse ascoltando un rumore che solo lui poteva sentire.
«Un investigatore?» mormorò.
«Privato,» precisò Riccardo F., già intento a guardarsi intorno, a sbirciare dietro le porte, sotto le panchine e tra le foglie cadute lungo il confine.

Il sindaco Bartolini, da Roma, ricevette un messaggio di presentazione dell’investigatore. Lo lesse distrattamente, poi lo gettò nella carta da riciclo. Non lo avrebbe letto nessuno: troppo complicato. Troppe parole.

E così, tra scarpe consumate, occhiali storti e intuizioni fuori scala, Riccardo F. entrò nel piccolo paese di San Pellegrino in Alpe.
Nessuno sospettava ancora che dietro l’aria da disastro ambulante, si nascondesse il miglior detective che il paese avesse mai visto.

Il paese sembrava normale. Le mucche pascolavano, i contadini discutevano di confini immaginari, il bar era pieno di fumo e carte da briscola.
Eppure, Riccardo F. annusava l’aria come se fosse un indizio vivo.

Non si limitava a guardare.
Piegava la testa, strabuzzava un occhio, batteva le dita sul tavolo, osservava le foglie secche ai margini della strada. Ogni dettaglio, per lui, parlava.

«C’è qualcosa che non quadra,» mormorò, più a se stesso che agli altri.
Donato, seduto al tavolo accanto, lo guardò sospettoso:
«Non sta parlando con noi, vero?»
«No,» disse Riccardo F. «Sto parlando con il silenzio.»

Il commissario Passalacqua, abituato a misurare recinti e confini, non capiva nulla. Ma cominciava a fidarsi dell’aria che Riccardo respirava. C’era qualcosa di diverso, lì dentro: un’attenzione che nessuno del paese possedeva.

E poi, tra un caffè e una partita a briscola, Riccardo F. vide il primo segnale:
una finestra leggermente aperta in un palazzo abbandonato, polvere al bordo, una strana impronta sulla soglia.
«Questo,» disse indicando l’impronta con la lente stortissima, «non è casuale. Qualcuno è passato qui di recente. E non era un turista.»

Gino Balocchi, che stava prendendo appunti per il giornale, sentì un brivido.
Non era il primo delitto, né il più grave, ma il paese non aveva mai visto nessuno osservare così.
E Riccardo F., con le sue scarpe consumate e la lente inclinata, stava già leggendo più dettagli di tutti insieme.

Il confine si mosse appena, come per indicare: attenzione, qualcosa sta succedendo.
E il piccolo paese di San Pellegrino in Alpe, ignaro, continuava a vivere come se nulla fosse.

Riccardo F. iniziò a fare quello che sa fare meglio: interrogare.
Ma non come un normale investigatore. No, lui aveva un metodo tutto suo, fatto di gesti incomprensibili, domande contorte e pause lunghe come se stesse parlando con il vento.

La prima vittima—ehm, testimone—fu la signora Milena, che vendeva formaggi sul mercato.
«Signora Milena,» disse Riccardo, piegando la testa fino a sfiorare l’orecchio della donna, «ha notato qualcosa di… strano?»
Milena guardò la lente stortissima e la giacca larga:
«Strano come?»
«Come… sospetto, come un odore che non c’è, come un’ombra che cammina al contrario,» spiegò Riccardo F., con voce solenne.

La donna si grattò la testa.
«Sì… a volte vedo le ombre camminare…»
«Perfetto,» disse Riccardo, annuendo come se avesse ricevuto la conferma più importante del secolo.

Poi passò a Donato, che stava giocando a briscola con Gino.
«Signor Donato,» disse Riccardo, strizzando un occhio storto, «chi passa di qui senza farsi vedere?»
Donato scosse la testa.
«Io passo sempre con due occhi aperti,» disse.
«Sbagliato,» replicò Riccardo, «bisogna avere uno aperto e uno chiuso. Solo così le verità si rivelano.»

Il commissario Passalacqua, spettatore involontario, non capiva nulla. Ma cominciava a fidarsi: ogni frase stramba di Riccardo F. nascondeva un indizio reale, anche se lui lo mascherava con la buffoneria.

Gino Balocchi, annotando tutto, pensava: Questo uomo potrebbe risolvere il prossimo delitto solo con un colpo d’occhio… e un po’ di follia.

Il confine, come sempre, oscillava leggermente.
Sembrava dire: State attenti… chi osserva veramente ha sempre ragione, anche se sembra un pazzo.

E così, tra formaggi, briscola e frasi strane, Riccardo F. cominciò a tessere la rete che avrebbe portato a scoprire il nuovo mistero del paese.

Il piccolo paese di San Pellegrino in Alpe sembrava tranquillo, ma Riccardo F. sapeva leggere tra le pieghe del quotidiano.
Gli oggetti raccontano storie. Basta saperli guardare.

Il primo indizio fu un vecchio ombrello dimenticato davanti al Museo. Non era un ombrello qualunque: il manico era piegato a forma di serpente, e una macchia di vernice rossa gli segnava la punta.
«Interessante,» mormorò Riccardo F., strizzando l’occhio storto. «Chi passa e lascia dietro sé un’ombra colorata… ha fretta o vuole comunicare?»

Poi scoprì una scarpa spaiata sul bordo del fiume, con un calzino che non corrispondeva.
«Perfetto,» disse, accovacciandosi e tastando la sabbia. «Chi cammina qui ha perso equilibrio… ma non per caso.»

Gino Balocchi osservava tutto, annotando minuziosamente.
«Sta esagerando,» mormorò Donato.
«No,» rispose Gino, «sta leggendo il paese come un libro aperto.»

Il commissario Passalacqua, che passava di lì per caso, fece un passo indietro.
«Ma è un delirio,» disse sottovoce.
«Un delirio geniale,» replicò Riccardo, senza voltarsi. «Tutte le storie si nascondono nei dettagli più insignificanti.»

Riccardo F. raccolse la scarpa, l’ombrello e annotò i punti esatti sulla mappa immaginaria del paese.
Poi guardò il cielo, piegò la testa e disse:
«Le verità si nascondono negli oggetti dimenticati, non nei racconti ufficiali.»

Il confine oscillò appena, come approvando la deduzione.
E San Pellegrino in Alpe, ignaro, continuava a respirare, ignaro che il suo prossimo mistero stava per essere svelato da un uomo con scarpe consumate, occhiali storti e genio da vendere.

Riccardo F. aveva raccolto gli oggetti sospetti: l’ombrello a serpente, la scarpa spaiata, persino una vecchia campanella ritrovata tra le foglie del fiume.
E ora, come un direttore d’orchestra, iniziò a farli parlare.

La signora Milena, che vendeva formaggi, fu la prima a essere interrogata.
«Signora,» disse Riccardo, tenendo l’ombrello davanti al suo naso, «questo ombrello… lo conosce?»
Milena fece un passo indietro.
«Eh… credo sia di mio cugino… o forse del mio gatto,» balbettò.
«Perfetto,» disse Riccardo, annuendo. «Gli oggetti mentono poco. La gente, invece, mente in continuazione.»

Donato, che stava giocando a briscola, ricevette la scarpa spaiata sulle ginocchia.
«Io non l’ho mai vista,» protestò.
«Ah, ma lei cammina sempre con equilibrio apparente,» replicò Riccardo F., strizzando un occhio storto. «Questa scarpa rivela chi ha sbagliato passo.»

Gino Balocchi, annotando tutto, iniziò a capire che il detective non stava facendo domande normali.
Stava osservando gesti e omissioni, collegando tutto a ciò che il paese non voleva ammettere: piccoli tradimenti, bugie innocue, sguardi sfuggenti.

Il commissario Passalacqua, ancora confuso, si trovò a fare da spettatore impotente.
«Questo è assurdo,» mormorò.
«Assurdo,» replicò Riccardo, «ma efficace. E il silenzio del paese lo conferma.»

Il confine oscillò leggermente, come se approvasse la strategia.
E così, in mezzo a formaggi, briscola e oggetti improbabili, Riccardo F. iniziò a svelare una verità semplice: tutti hanno qualcosa da nascondere, anche quando credono di non avere nulla.

San Pellegrino in Alpe non lo sapeva ancora, ma il detective scalcinato stava già leggendo il cuore del prossimo mistero.

Il primo a notarlo fu Riccardo F.
Non perché fosse particolarmente attento, ma perché aveva l’abitudine di contare le assenze, non le presenze.

Al bar del paese mancava Ermete Lari, detto Ermetino, uno che non mancava mai.
Non per virtù. Per abitudine.
Ermetino stava al bar anche quando il bar era chiuso, seduto su una sedia che non era sua, bevendo un caffè che nessuno ricordava di avergli fatto.

Quel mattino, la sedia era vuota.

«Dov’è Ermete?» chiese Riccardo F., con la lente già in mano.
Nessuno rispose subito. Poi arrivarono le spiegazioni. Troppe.

«È via.»
«Torna sempre.»
«Non è uno che avvisa.»
«Sarà andato di là dal confine.»
«Avrà trovato un bar migliore.»

Riccardo F. annuiva a ogni risposta, come se le stesse mettendo in fila dentro la testa.
«Perfetto,» disse infine. «Quando un’assenza ha così tante spiegazioni, vuol dire che non ne ha nemmeno una vera.»

Il commissario Passalacqua fece spallucce.
«Non è un reato sparire,» disse.
«No,» rispose Riccardo, «ma è un reato collettivo fingere di non accorgersene.»

Gino Balocchi guardò la sedia vuota come se la vedesse per la prima volta.
Ermete non aveva famiglia, non aveva lavoro fisso, non aveva orari.
Ma aveva una cosa fondamentale: era sempre lì.

Riccardo F. si avvicinò alla sedia, la spostò di qualche centimetro.
Sotto trovò un mozzicone di sigaretta schiacciato al contrario.
«Questo,» disse, «non è di Ermete. Lui schiacciava sempre in avanti. Aveva paura che tornassero a fumare.»

Il confine oscillò leggermente, come se si fosse sentito chiamato in causa.

E così, senza sirene, senza verbali, senza delitti ufficiali,
San Pellegrino in Alpe entrò in una nuova fase della sua storia:
una sparizione che tutti avevano già deciso di non vedere.

Ma Riccardo F. no.
Lui aveva appena cominciato.

Riccardo F. aveva un metodo infallibile per ricostruire le giornate altrui:
chiedeva a tutti la stessa cosa, ma in momenti diversi.

Cominciò dal bar.
«A che ora avete visto Ermete ieri?»
«Verso le nove.»
«No, alle dieci.»
«Io dico dopo pranzo.»
«Era già sera.»

Riccardo annotava tutto su un foglietto stropicciato che sembrava una lista della spesa.
«Perfetto,» disse. «Ermete è stato visto tutto il giorno. Quindi non è stato visto da nessuno.»

Al dopolavoro ferroviario la situazione peggiorò.
Qualcuno giurava di averci giocato a briscola.
Qualcun altro sosteneva che aveva perso male e se n’era andato offeso.
Un terzo ricordava una vittoria memorabile, che però nessun altro confermava.

Riccardo F. si grattò il mento.
«Ermete non era bravo a carte,» disse.
«Però era bravissimo a perdere sempre allo stesso modo. Questo lo rende memorabile.»

Il commissario Passalacqua ascoltava, sempre più perplesso.
«Ma queste sono solo chiacchiere,» disse.
«No,» rispose Riccardo, «queste sono coreografie della memoria. Il paese sta ballando intorno a un vuoto.»

Gino Balocchi, nel frattempo, aveva tirato fuori il taccuino serio.
Quello che usava solo quando sentiva odore di storia vera.

Riccardo tornò al bar e osservò il pavimento.
Una macchia di vino era stata pulita male.
Troppo recente.
«Ermete beveva solo bianco,» disse. «Qui qualcuno ha bevuto rosso. E non era lui.»

Il confine fece un mezzo passo, come per allontanarsi.

«C’è un problema,» concluse Riccardo F.
«Ermete non ha una giornata ricostruibile.
E quando una giornata sparisce, qualcuno l’ha cancellata a mano.»

Il paese continuava a parlare, a spiegare, a sorridere.
Ma sotto, qualcosa cominciava a scricchiolare.

Riccardo F. infilò la lente in tasca.
«Domani,» disse piano, «guarderemo dove Ermete non sarebbe mai andato.»

E quella frase, a San Pellegrino in Alpe, fece più rumore di una sirena.

Ermete Lari non andava mai al Museo.
Non per ideologia. Per allergia.

Diceva che gli facevano paura gli oggetti fermi, perché “se stanno zitti troppo a lungo, poi parlano tutti insieme”.
E poi al Museo faceva freddo, e lui aveva un ginocchio che sentiva l’umidità anche nei ricordi.

Per questo Riccardo F. capì subito che doveva andare lì.

Entrò senza bussare, perché il Museo di San Pellegrino in Alpe non chiudeva mai davvero.
Gli oggetti erano immobili, ma l’aria no. L’aria aveva quell’odore strano delle cose che hanno visto troppo.

Riccardo camminava piano, come se stesse chiedendo permesso al pavimento.
Poi si fermò.

Davanti a una teca c’era una sedia.
Una sedia del bar.
La sedia di Ermete.

«Ecco,» disse piano. «Questo è grave.»

Il commissario Passalacqua lo raggiunse, ansimando leggermente.
«Una sedia non è una prova.»
«No,» rispose Riccardo, «è una confessione muta.»

La sedia aveva una gamba leggermente più corta.
Ermete la usava sempre per dondolarsi.
Qui era ferma. Troppo ferma. Sistemata.

Gino Balocchi sentì un brivido.
«Ma chi l’ha portata qui?»
Riccardo F. sorrise storto.
«Qualcuno che sapeva che Ermete non sarebbe mai entrato da solo.»

Sotto la sedia, quasi invisibile, c’era un segno sul pavimento.
Una strisciata.
Come se qualcosa fosse stato trascinato… o accompagnato con molta convinzione.

Il confine, fuori, fece un piccolo scatto secco.
Non un’oscillazione.
Un colpo solo.

«Ermete è passato di qui,» disse Riccardo.
«Contro la sua volontà?» chiese Passalacqua.
«No,» rispose lui. «Contro il suo carattere. Ed è molto peggio.»

Il Museo sembrava trattenere il fiato.
Gli oggetti tacevano, ma stavolta per scelta.

Riccardo F. si tolse gli occhiali, li pulì con la giacca troppo grande e concluse:
«Quando qualcuno finisce in un posto che ha sempre evitato, non è una coincidenza.
È una manovra.»

E San Pellegrino in Alpe, per la prima volta, cominciò a sospettare che la sparizione di Ermete non fosse solo una dimenticanza collettiva.

Quando un paese decide di non vedere, di solito parla poco.
Quando invece comincia a parlare troppo, è perché la paura ha trovato una voce.

Al bar, quella mattina, tutti parlavano di Ermete.
Non per cercarlo. Per mettergli addosso una storia qualsiasi.

«Era stanco.»
«Voleva andarsene.»
«Aveva detto che qui non c’era futuro.»
«Si sentiva osservato.»

Riccardo F. ascoltava in silenzio, con l’aria di chi sta contando i battiti di una pendola invisibile.

Poi fece una domanda semplice, di quelle che sembrano innocue:
«Chi è stato l’ultimo a vedere Ermete al Museo?»

Silenzio.

Un silenzio lungo, spesso, appiccicoso.
Il tipo di silenzio che non nasce dall’ignoranza, ma dalla paura di ricordare male.

Finalmente parlò Cesare, detto il Guardiano, uno che al Museo c’era sempre anche quando non serviva.
«Io,» disse. «L’ho visto io. È entrato. Da solo.»

Riccardo F. alzò un sopracciglio.
«Interessante.»
«Perché?» chiese Cesare.
«Perché ieri mi ha detto che Ermete non entrava mai. E oggi mi dice che l’ha visto entrare.»

Cesare si grattò la nuca.
«Magari mi sbaglio.»
«No,» disse Riccardo. «Si sbaglia chi inventa poco. Lei sta inventando troppo bene.»

Il commissario Passalacqua fece un mezzo passo avanti.
«Stiamo parlando di una sparizione, non di un reato.»
Riccardo annuì.
«Infatti. Eppure qualcuno ha già costruito una versione difensiva.»

Gino Balocchi sentì l’aria cambiare.
La storia non era più sospesa.
Aveva appena messo i piedi per terra.

Riccardo F. si avvicinò a Cesare.
«Mi dica una cosa sola,» disse piano.
«Ermete era calmo o agitato?»

Cesare esitò.
Un istante di troppo.

«Agitato,» disse infine.
Riccardo sorrise.
«Perfetto. Lei è l’unico che l’ha visto. E l’unico che gli ha dato un’emozione.»

Il confine, fuori, fece un passo deciso verso nord.
Come per dire: ora siamo dentro.

Riccardo rimise gli occhiali storti.
«Ermete non se n’è andato,» concluse.
«È stato accompagnato.
E qualcuno, qui dentro, ha deciso che doveva sparire senza fare rumore.»

Riccardo F. non disegnava mappe.
Le immaginava.

Seduto al tavolo del bar, con un bicchiere che non beveva mai, spostava tappi, briciole e carte da briscola come se fossero persone.
«Qui Ermete,» disse indicando un tappo storto.
«Qui il Museo.»
«Qui chi aveva interesse a farlo entrare.»

Il commissario Passalacqua osservava, senza interrompere.
Aveva imparato che quando Riccardo F. parlava con gli oggetti, stava dicendo la verità.

«Ermete non voleva entrare al Museo,» continuò Riccardo.
«Ma qualcuno gli ha detto qualcosa che non poteva ignorare.»
Gino Balocchi alzò lo sguardo.
«Cosa?»
Riccardo sorrise appena.
«Una bugia necessaria. O una verità inutile.»

Riccardo spostò il tappo verso una carta coperta.
«Dentro il Museo non è successo nulla di violento.
È successo qualcosa di definitivo.»

Passalacqua si schiarì la voce.
«Sta dicendo che è morto?»
«No,» rispose Riccardo. «Sto dicendo che è uscito diverso. E questo spaventa molto di più.»

Il paese, intanto, si muoveva.
Le voci correvano, le versioni si aggiustavano, i silenzi diventavano strategici.

Riccardo F. si alzò.
«Ora so come è successo,» disse.
«Non so ancora dove sia Ermete.
Ma so chi ha bisogno che non torni più.»

Il confine, come se avesse capito, si fermò di colpo.
Un gesto raro.
Un gesto importante.

«Domani,» concluse Riccardo, «faremo una cosa che il paese odia.»
«Cosa?» chiese Gino.
Riccardo si sistemò la giacca troppo grande.
«Diremo ad alta voce quello che tutti sanno già.»

E San Pellegrino in Alpe, per la prima volta, ebbe paura non di un delitto,
ma della verità detta bene.

Riccardo F. non affisse avvisi.
Non mandò lettere.
Disse semplicemente al barista:
«Domani, dopo pranzo, tutti al Museo.»

Il barista annuì.
Il barista sapeva come funzionavano le cose: se Riccardo lo diceva piano, era serio.

Il giorno dopo, il Museo si riempì come non succedeva da anni.
Non per curiosità.
Per inquietudine organizzata.

Gualtiero Foresi si sedette su una panca, in silenzio.
Il commissario Passalacqua stava in piedi, senza taccuino.
Gino Balocchi aveva il quaderno aperto ma non scriveva.

Riccardo F. entrò per ultimo, con la giacca sempre sbagliata e gli occhiali storti.
Si fermò al centro della sala.
Non parlò subito.

Aspettò.

Il silenzio diventò pesante.
Un silenzio che faceva rumore nelle orecchie.

«Ermete non è sparito,» disse infine Riccardo.
«Ermete è stato spostato.»

Qualcuno tossì.
Qualcuno guardò per terra.
Qualcuno cercò il confine, anche se era dentro.

«Non vi chiederò chi,» continuò Riccardo.
«Vi chiederò perché.»

Il commissario Passalacqua fece un mezzo passo avanti.
«Se c’è un reato—»
«No,» lo interruppe Riccardo. «C’è un accordo. Ed è molto più grave.»

Riccardo indicò la sedia di Ermete, esposta al centro.
«Questa non è una prova.
È un monumento all’abitudine.»

Nessuno parlava.
Il paese stava capendo.

«Ermete sapeva qualcosa,» disse Riccardo piano.
«E non era importante.
Era solo fuori posto.»

Il confine, fuori, oscillò per l’ultima volta.
Poi si fermò.

Riccardo F. concluse:
«Avete deciso che Ermete era sacrificabile.
Non perché fosse colpevole.
Ma perché era inconveniente.»

Nessuno protestò.
Ed era questa, la vera confessione.

Ermete Lari non sapeva segreti di Stato.
Non aveva documenti.
Non aveva prove.
Aveva solo una memoria sbagliata al momento giusto.

Riccardo F. lo spiegò senza enfasi, come si racconta una barzelletta che non fa ridere.

«Ermete ricordava male,» disse.
«E quando uno ricorda male una cosa piccola, può far crollare una cosa grande.»

Gino Balocchi alzò lo sguardo.
«Cosa ricordava?»
Riccardo indicò una vecchia fotografia appesa al muro del Museo:
una cerimonia di confine, anni prima.
Tutti sorridenti. Tutto in ordine. Tutto finto.

«Ermete sosteneva che quel giorno,» continuò Riccardo,
«il confine non fosse lì.
Che fosse stato spostato dopo, di notte.
Non per errore.
Per comodità.»

Un mormorio attraversò la sala.
Non indignazione.
Fastidio.

Il commissario Passalacqua sbiancò leggermente.
Non perché fosse colpevole.
Perché sapeva che era possibile.

«Ermete lo diceva ridendo,» continuò Riccardo.
«Non accusava nessuno.
Ma quando una bugia diventa abitudine, anche una risata può essere pericolosa.»

Gualtiero Foresi chiuse gli occhi.
Sapeva. Tutti sapevano, in qualche modo.
Ma nessuno voleva sentirselo dire da Ermete.

«Così,» concluse Riccardo F.,
«avete deciso che era meglio che non ricordasse più.
Non eliminarlo.
Solo… spostarlo fuori dalla storia.»

Il silenzio fu totale.
Non di colpa.
Di riconoscimento.

Il confine, fuori, fece un rumore secco.
Come un assestamento.

«Ora c’è un problema,» disse Riccardo, aggiustandosi gli occhiali storti.
«Perché quando togli una persona per salvare una bugia,
la bugia comincia a camminare da sola.»

E San Pellegrino in Alpe capì che la sparizione di Ermete non era più sostenibile.
Non per giustizia.
Per equilibrio.

La proposta arrivò piano, come arrivano le idee cattive che si credono buone.

«Magari…» disse qualcuno dal fondo della sala,
«magari lo facciamo tornare.
Diciamo che era via.
Che si era confuso.»

Un’idea ordinata.
Pulita.
Ipocrita quanto basta per sembrare ragionevole.

Riccardo F. non rise.
Si limitò a togliersi gli occhiali, come faceva solo quando stava per dire qualcosa di definitivo.

«Non funziona,» disse.
«Perché Ermete non è sparito per sbaglio.
È stato spostato con cura.»

Il commissario Passalacqua fece un passo avanti.
«Se non c’è violenza—»
«C’è continuità,» lo interruppe Riccardo.
«Ed è peggio.»

Gino Balocchi sentì un brivido.
«Cosa intendi?»
Riccardo indicò la sala.
«Se Ermete torna, non torna com’era.
Torna come prova vivente che il paese ha mentito a se stesso.»

Gualtiero Foresi parlò per la prima volta.
«E noi non siamo pronti.»
Non era una scusa.
Era una constatazione.

«Esatto,» disse Riccardo.
«Avete fatto un’operazione chirurgica senza anestesia.
Ora volete rimettere il paziente in piedi come se nulla fosse.»

Qualcuno propose una festa.
Qualcun altro una spiegazione ufficiale.
Qualcuno parlò persino del sindaco Bartolini, da Roma.

Riccardo F. scosse la testa.
«Ermete non è un errore da correggere.
È una crepa.
E le crepe non si rimettono dentro il muro:
si decide se conviverci.»

Il confine, fuori, rimase immobile.
Come quando anche la terra aspetta una risposta.

Riccardo concluse:
«Se Ermete tornerà, non sarà perché lo avete richiamato.
Sarà perché avrete smesso di averne paura.»

Il paese tacque.
E in quel silenzio si capì una cosa semplice e feroce:
nessuno era ancora pronto.

Il paese cominciò a mormorare, piano.
Qualcuno ricordava un sentiero che si perdeva dietro la collina, tra alberi piegati e vecchi confini.
Qualcun altro parlava di una casetta abbandonata, appena oltre il fiume.
Ermete non c’era mai stato, ma tutti lo immaginavano lì.

Riccardo F. annuì, come se leggesse un libro che nessuno aveva scritto.
«Sì,» disse. «È lì.
Ma il punto non è trovarlo.
Il punto è capire se qualcuno osa guardare.»

Il commissario Passalacqua strinse le spalle.
«Andiamo?» propose, incerto.
«Andare dove?» rispose Riccardo, piegando la testa. «Dove la verità diventa più complicata della menzogna?»

Gino Balocchi annotava freneticamente, ma non scriveva nomi.
Scriveva movimenti, imbarazzi, gesti nervosi.

Il paese, nel frattempo, restava fermo.
Come se anche il vento avesse paura di muoversi tra le foglie secche.

«Vede,» disse Riccardo, «Ermete è là, dove non avrebbe mai voluto andare.
Ma lui non c’entra.
Siete voi a non volere guardarlo.»

La casetta abbandonata, il sentiero dimenticato, la riva del fiume:
tutto indicava la stessa cosa.
Un luogo che esisteva solo perché nessuno osava calpestarlo.

Il confine oscillò appena, quasi per approvare.
«Quando il paese decide di ignorare, il silenzio diventa il vero custode,» concluse Riccardo F.

E così San Pellegrino in Alpe si trovò sospeso:
non tra vita e morte,
non tra verità e bugia,
ma tra paura e curiosità, con un uomo scalcinato che sapeva tutto.

Riccardo F. decise di muoversi da solo.
Non aveva bisogno di compagnia.
Aveva bisogno di seguire il silenzio.

Si avviò lungo il sentiero dietro la collina, quello che tutti chiamavano “il percorso dei confini dimenticati”.
Foglie secche scricchiolavano sotto le scarpe, rami si piegavano come se volessero fermarlo.
Ma lui procedeva lento, con gli occhi storti che catturavano ogni dettaglio.

A un certo punto, notò qualcosa.
Una piccola scia di sabbia spostata.
Non abbastanza grande per un piede umano.
Non abbastanza ordinaria per un animale.

«Perfetto,» mormorò, chinandosi.
Accanto alla scia c’era un pezzo di stoffa.
Un tessuto colorato, logoro, con un bottone strappato.
Riccardo lo riconobbe subito: era della giacca di Ermete.

Il confine, fuori, fece un movimento improvviso.
Non oscillazione, un colpo netto, come per dire: hai trovato la verità.

Riccardo F. sollevò il pezzo di stoffa, lo esaminò, annusò l’aria intorno.
«Non è stato rapito,» disse a voce bassa.
«È stato accompagnato.
E chi lo ha fatto ha lasciato solo questo piccolo indizio… per vedere chi avrebbe notato.»

Gino Balocchi, che lo seguiva a distanza, annotava freneticamente:
«È incredibile come ogni minimo dettaglio racconti tutto.»

Il commissario Passalacqua, rimasto indietro, sospirò.
«E noi dobbiamo ancora capire dove…»
Riccardo lo interruppe con un sorriso storto:
«Dove è Ermete?
Non è difficile.
È proprio davanti a quello che tutti ignorano.»

E così, in mezzo a foglie, rami e un pezzo di stoffa, Riccardo F. capì che la sparizione di Ermete non era misteriosa, era organizzata, e che solo lui poteva leggere i segni nascosti dietro l’apparente normalità del paese.

Riccardo F. si accucciò accanto al pezzo di stoffa.
Lo girò, lo annusò, lo strinse tra le dita.
Non era solo un indizio: era un biglietto d’ingresso.

Si alzò e guardò il paesaggio: il sentiero, la collina, il fiume.
Poi si voltò verso la vecchia casetta abbandonata.
«Ecco,» disse a voce bassa. «Qui siamo.»

Il commissario Passalacqua lo seguiva ansimante.
«Ma… come lo sai?»
«Perché chi sposta una persona lascia segni perfetti per chi osserva.
E questo pezzo di stoffa non è caduto a caso.
Indica dove Ermete è stato portato.»

Gino Balocchi annotava tutto: ogni piega, ogni colore, ogni macchia.
«Un segnale invisibile per chi sa leggere,» sussurrò.
«Perfetto,» disse Riccardo, «perché il paese non sa più guardare nulla.»

Si avvicinarono alla casetta.
Era piccola, impolverata, dimenticata da tempo.
La porta era socchiusa.
Un’ombra all’interno suggeriva la presenza di qualcuno… o di qualcosa che il paese aveva scelto di ignorare.

Riccardo F. si chinò e prese un sasso.
Lo lanciò piano contro il battente.
«Ermete?»
Nessuna risposta.
Solo un silenzio pesante, carico di storie mai dette.

«Perfetto,» disse Riccardo, tornando indietro di qualche passo.
«Il segreto è qui.
Ma nessuno osa confermarlo.
Perché quando una sparizione diventa scelta collettiva, il silenzio è più potente di qualsiasi verità.»

Il confine oscillò leggermente, quasi per avvisare: ora stai davvero entrando nella zona proibita.

Riccardo F. si aggiustò gli occhiali storti, piegò la testa e disse:
«Domani vedremo chi avrà il coraggio di guardare dentro.
E chi invece continuerà a raccontare balle per proteggersi.»

San Pellegrino in Alpe non lo sapeva ancora, ma la sparizione di Ermete stava per diventare la verità più rumorosa del paese.

Il giorno dopo, Riccardo F. tornò al bar del paese.
Non parlava con gli oggetti, non annotava, non sorrideva storto.
Guardava diretto negli occhi chi aveva deciso di far sparire Ermete.

Si avvicinò a Cesare, il custode del Museo, e disse piano:
«So che sei stato tu a convincere il paese a ignorare Ermete.»

Cesare sbiancò leggermente.
«Io… io non volevo…»
«Non importa la volontà,» lo interruppe Riccardo. «Conta l’atto. E tu hai orchestrato tutto.»

Il commissario Passalacqua, imbarazzato, fece un passo avanti.
«Non è un reato! Solo… volevamo proteggere il paese!»
«Ah,» disse Riccardo, piegando la testa. «Proteggere il paese significa far sparire un uomo? Questo è ciò che chiamate protezione?»

Gino Balocchi annotava tutto, cercando di trattenere un sorriso.
«Ogni azione lascia un segno,» continuò Riccardo. «E Cesare ha lasciato troppi segni.»

Cesare si guardava le mani.
«Non pensavo che qualcuno se ne sarebbe accorto,» disse finalmente.

Riccardo F. lo fissò.
«Io me ne sono accorto.
E ora il paese lo sa.
Non come punizione.
Ma come promemoria.»

Il confine oscillò appena.
Non era rabbia. Era attenzione.

«Ermete non tornerà come prima,» concluse Riccardo.
«E voi non tornerete a mentirvi così facilmente.
Perché quando una sparizione diventa una scelta collettiva, la verità resta comunque visibile a chi sa guardare.»

Il bar rimase in silenzio.
Il silenzio non era paura.
Era consapevolezza.

Riccardo F. si aggiustò gli occhiali storti e concluse:
«Domani andremo a vedere la casetta.
Chi non vuole guardare, resterà indietro.»

E San Pellegrino in Alpe cominciò a capire che la sparizione di Ermete non era solo un mistero, ma una lezione.

Terzo racconto - parte prima testo di Beppe Tritone
2

Suggeriti da Beppe Tritone


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di Beppe Tritone