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PIETRA ZERO
CAPITOLO 1: L’ILLUSIONE DEL MATTINO
«Guarda 'sto caffè, Alex. Nero, denso, profuma di tostatura arabica pregiata. Peccato che sia solo merda biochimica, acqua tiepida corretta con stimolanti sintetici e un codice colore proiettato dritto sulla mia retina. Per la puttana, se chiudessi gli occhi sentirei solo il sapore del ferro e della plastica. Ci fottono il cervello Alex, ci fottono a tutti, ogni fottuto secondo, vendendoci un paradiso che puzza di discarica digitale.»
Alex fissava il vapore che saliva dalla tazza, aggrappato al manico di ceramica scheggiata come se tentasse di non cadere. La cucina era minuscola, un buco di cemento saturato da un odore di lavanda sintetica che gli faceva venire il voltastomaco. Era l’odore della "Pace Domestica", un pacchetto di fragranze che la Bio-Life iniettava nei condotti d'aerazione delle case popolari per tenere bassi i livelli di cortisolo. Una droga gassosa per non farti spaccare tutto.
«Alex? Oh, terra chiama cugino sfigato. Ci sei o sei morto in piedi?»
La voce di Alessia lo scaraventò di colpo contro le quattro mura scrostate di quella mansarda. Era seduta di fronte a lui, i gomiti piantati sul tavolo di polimero che il suo filtro trasformava in una calda superficie di quercia antica, venata di storia. Alessia non aveva l'aria di una che sognava a occhi aperti; aveva le occhiaie scavate di chi non dorme bene da mesi, da quando quel pezzo di merda del suo ex l'aveva lasciata con i conti in rosso e i patch sensoriali scaduti. Si era rifugiata da Alex perché erano cresciuti insieme, tra i blocchi di cemento nudo della Barriera, e lui era l'unico di cui si fidasse ancora.
«Pensavo al lavoro, Ale. Alle solite riparazioni di merda nel distretto di Corso Vittorio,» rispose lui, la voce roca e carica di stanchezza elettrica.
«E allora smettila di fissare quella tazza. Guarda che luce c’è oggi, almeno goditi il panorama finché la Bio-Life non decide di fatturarci pure i fotoni. Guarda la Mole, Alex. Sembra d'oro zecchino.»
Alessia indicò la finestra con un cenno del mento. Sapeva benissimo che oltre quel vetro c’era la solita cappa di smog giallastro, una nebbia acida che mangiava i polmoni, ma i suoi filtri oculari stavano proiettando un cobalto pazzesco. Non era rintronata, sapeva che era finto, ma era l'unico modo per non saltare giù dal sesto piano ogni maledetta mattina.
«Sì, è un incanto, Ale. Proprio una bella favola del cazzo,» sbottò Alex, alzandosi di scatto e facendo traballare il tavolo. «Ti vendono il cielo perché sanno che non potrai mai più permetterti di vederlo davvero, e noi stiamo qui a ringraziarli pure. Che schifo.»
«Alex, piantala,» lo interruppe lei, il tono improvvisamente duro. «Lo so che fa schifo. Ma se spegni il filtro, resta solo la polvere. E io non sono pronta per la polvere, non oggi. Ho bisogno di credere che questo caffè sappia di caffè, almeno per dieci minuti.»
Alex si infilò la giacca di scatto, recuperando la borsa degli attrezzi. Sentiva la rabbia premergli contro lo sterno come un pistone idraulico.
«La polvere è vera, Alessia. Almeno quella non ti manda il conto a fine mese se decidi di respirarla. Esco,» continuò lui. «Enzo mi aspetta al deposito e se arrivo tardi mi scala il credito. Tu vedi di non farti venire troppe paranoie, ok? Se bussa qualcuno non aprire.»
«Ehi, frena i giri, cuginetto,» Alessia si alzò e gli diede una pacca sulla spalla. «Vedi di tornare intero. E porta del pane decente, se riesci a sbloccare qualche codice extra. Quello di ieri sembrava gomma masticata.»
Alex strinse la borsa. In tasca, il dispositivo metallico che gli aveva dato Fabrizio, quello che tutti chiamavano Fab, gli pesava contro la coscia come un proiettore in canna. Uscì di casa sbattendo la porta. L'aria gelida di Torino gli schiaffeggiò la faccia appena mise piede in Via Po. Sotto i suoi stivali il marmo appariva bianco e splendente, una distesa regale che portava verso Piazza Castello, ma il rumore del cemento sgretolato sotto la suola gli ricordava che la rivolta non era più un'idea. Camminava tra la folla: migliaia di persone che sorridevano al nulla, schivando ostacoli invisibili proiettati dai loro visori, mentre sopra di loro i droni ronzavano come insetti metallici pronti a pungere. Era un incendio che stava per divampare, e Alex sentiva di avere il fiammifero in tasca.
CAPITOLO 2: IL VENTRE DI TORINO
Il tragitto verso il deposito fu un calvario di luci finte e puzza reale. Alex camminava a testa bassa, schivando i cartelloni olografici che promettevano "Eternità Biologica" a rate. Il deposito della Bio-Life era un ammasso di cemento incastrato tra i resti di Corso Vittorio che puzzava di bagnato e di ferro vecchio. Per la gente fuori, quel posto sembrava un giardino pulito grazie a un proiettore economico piazzato sul tetto. Ma dentro, Alex sentiva solo lo schifo: pareti scrostate, macchinari arrugginiti e quel ronzio costante dei trasformatori.
Enzo era seduto a un tavolaccio di metallo unto, con una sigaretta spenta tra i denti. Le sue dita, gialle di nicotina reale, battevano un ritmo nervoso.
«In ritardo, Alex. Per la puttana, un giorno o l’altro ti faccio licenziare davvero, e allora vediamo se vai a mangiare i pixel con i barboni,» grugnì Enzo senza nemmeno alzare la testa.
«Sì, come no. E poi chi te li aggiusta i bidoni che chiami macchine?» rispose Alex, buttando la borsa dei ferri sul bancone con un botto secco. «Che c’è oggi? Ancora quelle stufe del cavolo da sistemare per i ricchi?»
Enzo si guardò intorno con circospezione, poi abbassò la voce. «Niente stufe. Fab è di là, nell'officina sul retro. È fuori di testa, Alex. È incazzato nero perché quelli della Commissione gli hanno mandato un pezzo nuovo che non ne vuole sapere di funzionare con la nostra roba vecchia.»
Alex attraversò il magazzino e diede una spallata alla porta di lamiera dell’officina. Lì dentro l'aria era irrespirabile: fumo di sigaretta, sudore e bestemmie che volavano nell'aria.
«Ma porca di quella puttana troneggiante! Gianni, passami quel saldatore prima che tiri un pugno a tutto quanto! Perdio, questa scheda è più dura della faccia dei capi della Bio-Life!»
Fab era in piedi davanti a un mucchio di fili scoperti. Aveva la camicia fradicia di sudore e la faccia di uno che non dorme da una settimana. Accanto a lui, Giancarlo — per tutti Jack — cercava di tenere ferma una cella energetica con la pazienza di un martire. Alex si fermò sulla porta e guardò Jack. Erano fratelli, Jack aveva quella vecchia cicatrice che gli attraversava l'occhio sinistro, un ricordo di una rissa di dieci anni prima per difendere Alex.
«Guardali, Alex. Fab che urla contro il mondo e Jack che cerca di tenerlo insieme. Siamo cresciuti giocando a tirare le pietre e ora siamo qui a decidere se spegnere la luce a otto miliardi di persone. Per la puttana, se stasera va male, ci ridurranno in cenere in tre secondi e Alessia non saprà nemmeno che fine ho fatto.»
«Jack, molla quell'attrezzo. Ti tremano le mani, perdio,» disse Alex avvicinandosi.
Fab si voltò appena vide Alex. Mollò un calcio a una cassetta di legno. «Alex! Finalmente! Vieni a vedere che schifezza ci hanno mandato quelli della Commissione! Vogliono che colpiamo dodici posti nel mondo nello stesso istante, ma questa roba ha un ritardo di risposta di mezzo secondo. Mezzo secondo, Alex! Se canniamo il tempo, quelli della Bio-Life ci friggono il cervello!»
«I ricconi di 'sta minchia!» urlò Fab, tirando un’altra bestemmia sonora. «Ci danno i soldi, ci promettono che il deserto diventerà verde, che le foreste puliranno l'aria... ma siamo noi che rischiamo la pelle qui a Torino mentre loro se ne stanno al sicuro!»
Alex gli mise una mano sulla spalla. Fab era un pezzo di ferro teso pronto a spezzarsi. «Calmati, Fab. Respira, cazzo. Se urli non risolvi niente. Fammi vedere 'sto aggeggio. Se la Commissione dice che stasera il mondo torna a respirare davvero, allora dobbiamo farcela.»
Fab lo fissò, con una rabbia che sembrava quasi speranza. Si pulì il sudore dalla fronte con la mano sporca di grasso. «Hai ragione, Alex. Per la puttana, hai ragione. Se funziona, Alessia non dovrà più guardare quei muri finti. Jack, prendi la borsa. Carichiamo tutto sul furgone. Stasera Torino si sveglia, o finisce tutto nel cesso.»
CAPITOLO 3: L'INCURSIONE - NODO UNO
Uscirono dal deposito sotto una pioggia sottile che sapeva di fumo. Caricarono il modulo della Commissione sul vecchio furgone di Enzo, una scatola nera che pesava come il destino del mondo. Alex ingranò la marcia. Imboccarono Corso Vittorio.
«Senti questo silenzio, Alex?» sibilò Jack, guardando fuori dal finestrino mentre imboccavano Corso Vittorio. «È il silenzio di chi dorme con gli occhi aperti. Guarda quel vecchio sulla panchina. Scommetto che nel suo visore sta accarezzando un cane che è morto vent'anni fa in un prato che ora è un parcheggio della Bio-Life. Gli stiamo per portare via l'unica cosa che gli resta.»
«Gli stiamo dando la verità, Jack. La verità non è un regalo, è un diritto,» rispose Alex.
Arrivarono davanti alla torretta del Nodo Uno. Giancarlo accostò con uno stridore di freni.
«Trenta secondi, Alex. Se Daniela non ha bucato il firewall, appena sfiori quel pannello ci ritroviamo i reparti d’assalto nel culo,» sibilò Giancarlo.
Alex scese dal furgone sentendo la pioggia gelida infilarsi sotto il colletto. Appoggiò la mano sul pannello biometrico usando il guanto sintetico di Stefania. Luce verde. La porta scivolò di lato. Entrò e scese le scale verso il seminterrato, tra file di server neri alti tre metri. Trovò la porta del rack centrale. Era bloccata da uno scatto magnetico. Alex imprecò, estrasse un bypass artigianale dalla borsa e forzò i contatti. Scintille blu gli bruciarono i polpastrelli. Finalmente, il pannello cedette. Infilò il connettore del modulo della Commissione.
«Modulo connesso. Inizio caricamento,» disse Alex alla radio.
12%... 35%... Il modulo iniziò a vibrare, emettendo un calore che faceva tremare l’aria gelida del seminterrato. Jack si sporse verso la botola, la cicatrice sull'occhio che pulsava sotto la luce azzurrina dei server.
«Alex, guarda quel timer. Se il segnale di sincronizzazione dalla Commissione non arriva entro trenta secondi, questo Nodo va in corto e noi diventiamo cenere prima ancora che salti il primo ologramma.»
Alex non staccò gli occhi dalla barra di caricamento, il sudore che gli imperlava la fronte nonostante il freddo. «Devono colpire dodici nodi in contemporanea, Jack. Tokyo, New York, Londra... se uno solo di noi canna il tempo di mezzo secondo, il sistema di sicurezza della Bio-Life isola il settore e ci scarica addosso dieci gigawatt di feedback neurale. Ci friggono il cervello a distanza.»
«Dodici stronzi in giro per il mondo con la mano su un interruttore,» sputò Jack, stringendo il calcio della pistola pneumatica. «Spero che a Parigi e Shangai siano più svegli di noi. Se Daniela non tiene aperto il tunnel di dati, siamo solo carne da macello in un bunker di metallo. Alex, ma tu ci credi davvero? Al progetto "Terra Verde", dico. Filantropi che regalano codici di sblocco ambientale per pura bontà d'animo? Mi puzza di bruciato peggio di questi cavi.»
Alex non staccò gli occhi dalla barra. «Nessuno regala niente, Jack. La Commissione non sono santi, sono investitori. Hanno capito che se il pianeta schiatta, i loro capitali diventano carta straccia. Dicono che è filantropia d'emergenza.»
«Filantropia un par de palle,» sputò Jack. «Se questi riaccendono il sole vero, è solo perché vogliono tassarci i raccolti invece degli ologrammi. Ci stanno usando come arieti per abbattere il muro della Bio-Life, e noi gli stiamo aprendo la cassaforte convinti di liberare il mondo.»
«Forse,» rispose Alex, mentre la barra arrivava al 70%. «Ma tra un padrone che mi vende aria finta e uno che mi fa sudare per quella vera, scelgo quello che non mi costringe a sognare per non ammazzarmi. Se ci fottono anche loro, Jack, almeno lo faranno sotto un cielo che non si spegne se salta la corrente.»
75%... Fuori, una pattuglia della Sicurezza accostò dietro il furgone. Un agente scese, la mano vicina alla fondina. «Ehi, voi! Il parcheggio è vietato in questa zona sensibile. Documenti. Ora.»
Giancarlo sfoderò un sorriso da operaio stanco. «Calma, capo. È saltata la derivazione del settore quattro, il magazzino Enzo ci ha mandati d'urgenza. Se non riparo questo bidone entro cinque minuti, metà del distretto vedrà i muri grigi invece del tramonto dorato, e allora i capi della Bio-Life se la prenderanno con lei per il calo di cortisolo della zona. Lo vuole davvero un rivolta perché il cielo è diventato color fumo?»
L'agente esitò, guardando il furgone scassato. «Aprite il portellone. Devo controllare l'attrezzatura.»
Sotto terra, la barra di caricamento sembrava immobile. 85%... 94%... 98%... All'improvviso, un trasformatore esplose poco lontano. Un trucco di Daniela. Gli agenti si voltarono e corsero verso l'incendio. Giancarlo si sporse verso la botola: «Alex! Per la puttana, sbrigati!»
100%. Sotto terra, il modulo emise un suono secco. Alex staccò tutto con uno strattone e corse su per le scale. Saltò sul furgone mentre Giancarlo ingranava la marcia.
«Fatto, Jack! Per la puttana, corri verso il rifugio di Stefy!»
CAPITOLO 4: IL CROLLO E IL NUOVO MONDO
All'ottantesimo piano del grattacielo Bio-Life, l'amministratrice Aris vide il soffitto dorato sfarfallare. All'improvviso, gli ologrammi sparirono. La sala lussuosa divenne una stanza di metallo nudo e sporco. Aris vide i suoi colleghi: vecchi stanchi con la pelle grigia e cadente, i vestiti ridotti a stracci tecnologici sporchi di grasso. Aris si guardò le mani: non erano più affusolate e giovani, ma artigli nodosi segnati dalle macchie dell'età. Portò il bicchiere alla bocca, ma il vino ora sapeva di ammoniaca e plastica bruciata. Lo sputò con un conato di vomito.
«La Commissione... ci hanno venduti,» sibilò Aris, mentre il monitor vomitava il messaggio: IL CODICE È LIBERO. LA MATERIA NON HA PADRONI.
In quel preciso istante, il mondo intero subì un trauma collettivo. A Tokyo, milioni di persone che camminavano su ponti di luce videro i ponti sparire, ritrovandosi a camminare su passerelle di ferro sospese sul vuoto. A New York, Central Park smise di essere una giungla lussureggiante e si rivelò una distesa di fango radioattivo circondata da barriere di plexiglass ingiallite. A Parigi, la Senna divenne una fogna a cielo aperto, densa di detriti e carogne meccaniche. Miliardi di persone che si credevano bellissime si riscoprirono denutrite, sporche e malate.
Il furgone frenò davanti al capannone di Stefania. Entrarono e trovarono Fab euforico. «Il sistema è giù! Daniela dice che i filtri sono saltati ovunque! Porca di quella puttana, la Mole è un pezzo di pietra morta! La verità, finalmente!»
Daniela premette l'ultimo tasto. «Ho il controllo delle frequenze. Fab, vai.»
La voce di Fab risuonò su ogni schermo del pianeta:
«Uomini e donne della Terra. Il vostro abbonamento alla realtà è scaduto. Il codice è libero. La materia è vostra. Il mondo fa schifo, ma finalmente è vero. Iniziate a costruire.»
Alex uscì nel retro. La pioggia sapeva di terra e fumo. Fab lo raggiunse con una sigaretta.
«Ce l'abbiamo fatta, Alex. Per la puttana, ce l'abbiamo fatta. I dissalatori stanno partendo. Il Sahara, le foreste... la Commissione dice che ora tocca a noi essere il fango che fa crescere i semi.»
Alex lo guardò fisso. «Quindi abbiamo nuovi padroni?»
«La Commissione non è fatta di santi, Alex, lo sai meglio di me. Ma sono uomini d'affari che sanno leggere i bilanci: e mi hanno detto chiaramente che preferiscono fare affari in un mondo vivo, dove c'è ancora qualcosa da mungere, piuttosto che regnare su un cimitero digitale che sta per finire le batterie. Ci hanno dato i codici perché un pianeta morto non produce profitto per nessuno. E senti questa: non vogliono passare per tiranni. Hanno già aperto i canali di voto sulla rete libera. Stanno indicendo votazioni globali istantanee, Alex. Vogliono che sia la gente a decidere se restare al buio nella verità o se tornare strisciando a implorare un nuovo contratto di realtà aumentata. Dicono che il cambiamento ha senso solo se è voluto democraticamente. Ci stanno dando la possibilità di votare per la nostra stessa prigione, o per questo schifo di libertà.»
«È un inizio, Alex,» continuò lui. «Meglio sudare nel deserto che sorridere in una tomba di lusso. Almeno ora la colpa sarà di chi ha votato.»
Alex guardò verso Torino. Il grattacielo della Bio-Life era spento. Alessia lo stava aspettando, spaventata dalla luce grigia del mattino. Ma Alex non ebbe paura. Era finalmente sveglio.