"Mi destai per il cadere ritmico di una goccia sul mio viso. Era acqua fresca, poco gradevole per accompagnare un risveglio. Mi resi conto di trovarmi in un luogo sconosciuto, quasi totalmente adombrato, se non fosse stato per un raggio di chiarore proveniente dal soffitto, che illuminava debolmente l’ambiente circostante, delineandone alcuni contorni. Tale fascio di luce aveva origine da una fenditura circolare. La maggior parte dei dettagli, però, ero certo che fosse invisibile al mio sguardo. O, meglio, era inafferrabile per via del buio, che lì aveva il netto sopravvento sulla luce. Come ero arrivato in un simile posto sarebbe certamente rimasto un mistero, che mai sarei stato in misura di risolvere. Per non farmi assalire dal panico, provai a familiarizzare con lo strano luogo. Laddove non riuscivo a scorgere i contorni e i confini dell’ambiente, li immaginavo nella mia mente, tentando di figurarmi il luogo nel modo più rassicurante possibile. Dopo parecchio riflettere e con una certa dose di immaginazione, ebbi buoni motivi di pensare di essere finito in una enorme grotta, umida, visto il suono ripetuto di gocce che cadevano su una superficie d'acqua a me non visibile, e dalla forma approssimativamente sferica. Oltre all’ambiente, un altro elemento mi risultava estraneo, almeno in parte. Era il mio corpo. Difatti, quando le pupille si abituarono alla penombra, compresi che qualcosa doveva essere radicalmente mutato in me. Non avevo più gambe. Non le avevo perse, semplicemente erano state sostituite da altro. Da una coda, di pesce. Una coda molto grande,
ma proporzionata al mio corpo. Quello stesso corpo che un tempo apparteneva ad un essere umano bipede. Adesso avevo ancora le braccia. Avevo ancora una testa, un busto. Delle mie gambe, però, non vi era più traccia.
Questo, inizialmente, mi terrorizzò assai, dal momento che non avrei più potuto spostarmi agevolmente come prima. Ma tanto, in un ambiente così oscuro e chiuso, a poco sarebbe servito muoversi. Probabilmente sarebbe stato utile solo per disperarsi, per via del fatto che, ne ero pienamente certo, un’uscita da quel luogo non c’era. Pensai di essere finito in una sorta di prigione umida, in cui delle gocce continuavano a cadere dall’alto. Seguii il loro suono per trovare la superficie d’acqua all’interno della grotta. Così facendo, mi avvicinai ad uno specchio d’acqua, strisciando e lasciando un solco sul suolo formato da granelli finissimi. Essi andavano a costituire, con ogni probabilità, una sorta di sabbia. Mi abbeverai. Dissetandomi, mi tornarono in mente le più vaste distese marine, che ero solito dominare con la mia imbarcazione. Mi ricordai della pesca, il mio passatempo preferito. Ero solito praticarla da solo, poichè non volevo che qualche estraneo si intromettesse nella quotidianità di cui ero sovrano.
Pescavo grandi quantità di pesce. Molti ne uccidevo per il solo gusto di trascorrere il tempo. Infliggevo, spesso, torture e sofferenze ai malcapitati abitanti del mare: li strangolavo, tagliavo loro la coda, li trinciavo quando erano ancora vivi. Vedevo quei corpi dimenarsi e tentare di difendere la propria vita, invano. Ero spietato.
Un giorno, però, qualcosa non è andato come al solito. E tutto è cambiato.
Ero a pesca. Avevo tra le mani una delle mie vittime: un pesce arancione dalle sottili striature bianche. L’acqua salina ancora gocciolava abbondantemente dal corpo del malcapitato che avevo appena sottratto al mare. Il mio sguardo si mosse e fissò due occhi. Due occhi al confine tra la vita e la morte, due occhi sulla via della morte. In quel momento, il tempo e il vivere della natura attorno a me sembrarono sospendersi. Non vedevo più l’enorme distesa marina, non vedevo più le mie mani a sorreggere quel pesce. C’era solo più quello sguardo, dritto verso di me. Uno sguardo morente. In quegli istanti vagai, errai, anche se non saprei indicare né dove né come questo viaggio avvenne. Forse, però, non ero nemmeno consapevole di ciò che stava succedendo. Posso solo dire che ero da altre parti. In altre zone, immateriali, eteree, oltramondane. O forse stavo scavando nella mia interiorità. O forse stavo precipitando in uno sguardo, quello della mia vittima.
Tutto era vago e confuso. Quando le forme attorno a me hanno ripreso consistenza, mi sono ritrovato in quel luogo semioscuro e umido, la grotta.
Questo è ciò che posso raccontare riguardo allo strano mutamento che il mio corpo ha subito inizialmente. Altro non so".
------
"La luce della fenditura in alto rendeva visibile uno strano oggetto, dalla forma di un pallone, appeso ad una corda molto sottile. Ancora adesso, non ho la minima idea di cosa potesse essere. So solo che, a momenti alterni, quell'arnese cominciava a muoversi lentamente, diffondendo uno strano odore attraverso l'aria fresca della grotta".
-------
Due figure si muovevano con passo rapido su un terreno arido. Si trattava di una sorta di pianura senza vegetazione, dall'insolita e caratteristica colorazione giallognola.
Soffiava un vento secco, che sollevava di tanto in tanto la polvere depositata sul terreno e andava ad urtare le loro vesti ampie e pesanti.
Uno dei due, il più basso, sembrava guidare il compagno attraverso l'arida zona. Doveva essere maggiormente esperto del luogo.
Sembravano avere una destinazione precisa.
Dopo parecchio camminare, apparve dinanzi a loro un punto leggermente più scuro in mezzo al terreno.
Questo, man mano che si avvicinarono, s'ingrandì sempre più, per poi rivelarsi per ciò che era: una fessura circolare in mezzo all'immensa distesa spoglia.
Si appostarono attorno alla fenditura e guardarono verso il basso.
"È lui, vedi?" disse la guida. "È quell'essere umano di cui ti parlavo. O, meglio, era un essere umano. Guarda, adesso giace sulla sabbia al fondo della grotta, una grotta umida, nonostante il posto in cui ci troviamo sia per lo più secco.
È addormentato, per via delle essenze che ho diffuso ieri nell'aria che respira, a causa delle quali rimarrà nel regno del sonno per altri due giorni".
"Come hai fatto a diffonderle laggiù?" domandò la figura più alta, scostando leggermente il mantello e rivelando le sue zampe esili.
"Attraverso una struttura sferica e cava che ho appeso alle pareti superiori della grotta sotterranea. La riempio periodicamente di tali essenze, poi la scuoto, ed esse si espandono per l'aria chiusa che c'è lì sotto. Se sparse in grande quantità, soprattutto in un luogo con poco ricambio d'aria come quello, possono essere nocive e provocare un sonno duraturo".
"Da quanto tempo si trova nella spelonca?"
"Precisamente da quattordici giorni, tre ore, trentadue minuti. Venti secondi, ventuno, ventidue, ventitré,... e così via.
È qui da un po', dunque. Forse un altro della sua specie non avrebbe resistito così a lungo, in un ambiente così solitario e umido.
Ma nel suo caso si tratta di una permanenza necessaria, affinché la transizione, come siamo soliti chiamarla noi, possa avvenire nella maniera corretta". Si interruppe un attimo, in seguito riprese il discorso.
"Quest'uomo ha inflitto dolore, ha portato morte. Per puro gusto e piacere personale.
Si è macchiato di azioni gravissime, che non potevano e non dovevano passare inosservate.
E questa non sarà la sua stazione definitiva. Presto, lo porteremo in altri ambienti, dove rimarrà definitivamente".
In quel momento, una forte folata di vento fece quasi perdere l'equilibrio ai due esseri, che trattennero il mantello attorno al loro corpo perché non venisse trascinato via dalla raffica improvvisa.
Ripresero in seguito a marciare, per poi scomparire all'orizzonte, nella stessa direzione da cui erano giunti.
Esattamente come all'andata, non lasciarono alcuna traccia del loro passaggio.
------
"Vagavo tra i coralli variopinti, nell'acqua fresca del mare invernale. Ero solitario, immerso in un blu intenso.
Sopra di me, di tanto in tanto, passavano enormi banchi di pesci, alcuni di dimensione molto più grande della mia.
Era la prima volta che vedevo un fondale marino così da vicino. Quell'esplosione di vita e colori era una meraviglia per i miei occhi, occhi da creatura marina.
Sì, proprio così, da creatura marina. La metamorfosi che aveva iniziato a compiersi all'interno della caverna, con la sostituzione delle mie gambe umane con una coda, adesso era al completo.
Ero diventato un pesce, un abitante del mare.
Ad un tratto, in lontananza, intravidi dei lunghi tentacoli protrarsi dal fondale. Fluttuavano nell'acqua con eleganza, dando inoltre un'idea di grande leggerezza. Man mano che mi avvicinai, vidi, sempre più chiaramente, la forma di un anemone di mare.
Avrei potuto benissimo passare oltre e continuare la mia erranza senza destinazione, ma qualcosa, una forza esterna, mi trattenne nei pressi di quel groviglio di tentacoli colorati. Nell'indecisione del momento, entrai all'interno dell'anemone.
Vidi tanti pesci arancioni e bianchi, che dovevano avere all'incirca la mia stessa dimensione. Stranamente, nessuno mi cacciò dal quel posto, anzi, venni trattato come parte integrante della comunità. Della vostra comunità.
In quel momento compresi che anch'io dovevo essere un pesce arancione e bianco, esattamente come voi".
Concludendo il racconto, qualche bollicina si distaccò dal suo corpo, per poi cominciare una lunga ascesa verso la superficie.
"Non mi sembra una storia molto credibile. Sicuramente è in grande parte frutto di fantasie o storielle che hai sentito raccontare nelle acque più profonde, probabilmente da parte di qualche creatura abissale. Laggiù, senza la luce, il circostante non si vede. Lo si immagina, esattamente come nella grotta di cui hai appena raccontato" intervenne il capo dei pesci all'interno dell'anemone. "Però, ti vedo ragionare con estrema lucidità, inoltre ti sei reso disponibile per noi, hai lavorato in modo eccellente finora.
Da ciò, deduco che potresti essere un sognatore, o un esploratore, o un fantasioso. Ma non certamente un matto".
La transizione testo di Piero Bolognesi