Psicologia di un serial killer
L’eco dello sparo, proveniente dalla cresta boscosa dell’altura che sovrastava il borgo, attraversò la piazzetta come un potente schiocco di frusta, facendo alzare in volo atterrito i colombi allocati sul tetto della chiesa. Quattro anziani seduti fuori dal caffè, voltandosi all’unisono puntarono lo sguardo verso l’altura. Un impercettibile attimo dopo lo sparo, il clangore di vetri infranti alle loro spalle fece volgere gli sguardi all’insù, in direzione della finestra che sovrastava l’insegna del caffè. Venti secondi dopo, grida stridule uscirono dalla finestra, seguite dal busto di una donna che, affacciandosi, chiedeva disperatamente aiuto, urlando: «Hanno sparato a Sandro! Me l’hanno ammazzato!»
Il maresciallo e due carabinieri, allertati dal gestore del caffè sito sotto la scena del crimine, arrivando dalla stazione del paese a valle raggiunsero la piazzetta mezz’ora dopo. «Fate largo! Non c’è niente da vedere, circolare, circolare… non c’è niente da vedere, circolare, circolare…» ripeteva a pappagallo con tono professionale (ritornello appreso facendo muovere le macchine dei curiosi che bloccavano il traffico per osservare gli incidenti stradali) uno dei due carabinieri fendendo la piccola folla, per dar modo al maresciallo di raggiungere agiatamente il caffè.
Una signora sulla sessantina seduta a un tavolo singhiozzava affranta, confortata dal titolare del locale: era la donna che aveva gridato dalla finestra.
Il maresciallo le si avvicinò e le chiese se se la sentisse di raccontargli i fatti.
«Stavo stirando nell’altra stanza, quando ho udito i vetri della finestra andare in frantumi… sono corsa di là… e lui, mio marito, il mio Sandro era steso sul tavolo…» a quel punto un pianto convulso non le permise di proseguire.
Il maresciallo non insistette oltre e, dopo aver raccolto la testimonianza dei quattro anziani avventori che avevano udito lo sparo, accompagnato dai due carabinieri uscì dal caffè per entrare subito dopo nella porta accanto. «Mettiti qui fuori e non far passare nessuno!» comandò a uno dei carabinieri. Poi, insieme all’altro, salì la ripida scala e raggiunse la scena del crimine.
Il cadavere era come rimbalzato all’indietro dopo che il proiettile lo aveva colpito, ora giaceva supino sul tavolo, con le gambe piegate che toccavano il pavimento e le braccia distese come un Cristo in croce; la vasta macchia di sangue che circondava la testa come un’aureola si allargava sul piano di noce del tavolo. Dando una rapida occhiata all’arredamento, il maresciallo evinse che quello era il soggiorno. Poi, osservando gli occhi sbarrati, agghiacciati, di primo acchito ebbe l’impressione che la vittima avesse potuto vedere arrivare il proiettile che, dopo avergli procurato un buco in fronte, era uscito dalla nuca; consapevole che ciò non era possibile, sorrise e, cercando di evitare le schegge di vetro sparse sul pavimento, raggiunse la finestra. Qui giunto, toccando una delle schegge rimaste incastrate nel serramento, osservò che si trattava di un vetro sottile, fissato al serramento con dello stucco. “Avrà almeno una settantina d’anni”, valutò. Staccò una scheggia abbastanza grande dal serramento e, dopo aver portato la mano più in alto possibile, la lasciò cadere sul pavimento. “Sì, il clangore del vetro in frantumi, può essere udito anche nella stanza accanto”, tirò le somme, confermando di fatto la testimonianza della moglie.
E dopo un rapido sguardo a centoottanta gradi all’esterno, giunse a concludere che il colpo poteva essere partito dal campanile o dall’altura che sovrastava il borgo. Rammentando la testimonianza raccolta poc’anzi dai quattro anziani avventori, che si dicevano certi che lo sparo provenisse dal bosco, cassò la prima ipotesi. Allora puntò lo sguardo più in alto. “Se si scatena il temporale, la pioggia cancellerà eventuali tracce”, pensò, contrariato.
Accigliato si mise ad osservare il cadavere, poi la finestra, quindi il bosco. “Un’occasione come questa, non mi capiterà più”, si disse, decidendo di agire. «Andiamo su a dare un’occhiata!» annunciò, indicando il bosco.
Scese velocemente la scala, seguito dal suo sottoposto. «Chiudi la porta e resta di piantone!» ordinò al carabiniere che attendeva all’esterno, poi, insieme all’altro, raggiunse la macchina di servizio. Durante il tragitto si premurò d’informare il comando e allertare la polizia scientifica.
«Svelto, non siamo mica in gita di piacere! Dobbiamo arrivare lassù prima che la pioggia cancelli le tracce!» esclamò con il tono del comando dopo aver chiuso il collegamento radio con la centrale operativa, esortando il carabiniere a percorrere i tornanti con più decisione. “Se voglio aspirare a una promozione che mi tolga da questo posto di merda dove non succede mai niente, devo arrivare lassù prima che si scateni il temporale”, ragionò poi, udendo il borbottio che annunciava l’arrivo della tempesta.
Il cinquantenne maresciallo Davide Cabroni, grazie al suo indiscutibile fascino (vantava una somiglianza impressionante con l’attore Steward Granger) e ai suoi modi cortesi, aveva avuto un più che discreto successo con l’altro sesso; basti dire che da quando aveva assunto il comando della locale stazione – dieci anni – tre donne felicemente coniugate erano cadute ben oltre la semplice tentazione. Ma nonostante ciò, il paese e il territorio che cadeva sotto la sua giurisdizione gli andava stretto. Troppo tranquillo per chi ambiva a ben altro che comandare una stazioncina che non gli avrebbe portato né gloria né onori. La sua ambizione era entrare nel reparto investigativo. Indagare e risolvere i casi di omicidio che riempivano pagine e pagine di giornali per mesi, essere intervistato dalle televisioni dopo aver scoperto l’assassino, questo era il suo sogno; per questo nel tempo libero, oltre che insidiare donne sposate e non, raccoglieva notizie sui casi irrisolti, nella speranza di scoprire qualche dettaglio sfuggito all’indagine in corso, da comunicare agli inquirenti, ambendo in tal modo ad essere gratificato con una promozione nel reparto dei suoi sogni. Finora non era accaduto né l’una e, di riflesso, né l’altra cosa. Ma ora, dopo l’insperato crimine su cui aveva appena iniziato ad indagare, l’agitazione che si sentiva addosso la prese come un segnale beneaugurante.
Ferma!» esclamò. E quando il carabiniere bloccò la macchina all’inizio della carrareccia che s’inoltrava nel bosco, aggiunse: «Da qui proseguiamo a piedi! Tu tieni gli occhi aperti sul lato destro, io terrò d’occhio il sinistro», indicando i sentieri paralleli in terra battuta tracciati dalle ruote dei carri agricoli.
«Cosa dobbiamo cercare, maresciallo?»
«Impronte di pneumatici, di scarpe, oggetti; qualsiasi cosa che ti pare fuori contesto.»
Ma sul terreno indurito dalla perdurante siccità, non trovarono nulla. E dopo aver camminato lentamente con gli occhi fissi sul terreno per un buon quarto d’ora, raggiunsero lo spartiacque.
Il maresciallo guardò il borgo che si stendeva sul fianco del monte, cinquanta metri più in basso. Osservò il campanile, la piazzetta, il caffè e poi la finestra; traguardò lo sguardo tirando una linea immaginaria dalla finestra al campanile e, volgendo lentamente lo sguardo, spostò la linea in su, sino a farle raggiungere il crinale. Tese il braccio alla sua destra. «Era appostato dietro quello sperone di roccia!» annunciò sicuro, indicandolo con l’indice. «Seguimi!» e s’incamminarono lungo lo stretto sentiero che percorreva il crinale: il maresciallo davanti e il carabiniere dietro.
«Fermo!» esclamò improvvisamente il maresciallo, bloccandosi in mezzo al sentiero con le braccia ben larghe. «Hai una penna?»
«Una penna? No, maresciallo. Devo andare a prenderne una in macchina?»
Il maresciallo osservò un faggio alla sua destra. «No!» rispose mentre strappava un rametto secco. «Questo andrà benissimo», e s’incamminò.
Baluginando a intermittenza all’apparire e sparire del Sole dietro le nubi che galoppavano minacciose, il bossolo appoggiato sopra la roccia aveva attirato l’attenzione del maresciallo; che ora, con tutte le precauzioni del caso, si apprestava a recuperare infilando il rametto nel colletto.
Il carabiniere si chiese cosa ci vedesse il quel pezzo di ottone il maresciallo. Era da una trentina di secondi che, dopo aver infilato il rametto nel colletto e fatto ruotare di centottanta gradi il bossolo, lo stava osservando.
«Possiamo andare!» annunciò soddisfatto alla fine, procedendo con il rametto stretto nella mano e il bossolo ritto davanti a sé.
“Questa volta ci finirai davvero sui giornali”, gongolava con gli occhi fissi sul prezioso reperto. “E magari, se riesco a scoprire qualcos’altro prima dell’arrivo della scientifica, ci guadagno anche una promozione sul campo.”
Quel bossolo non era stato lasciato lì per caso, ne era convinto; e non poteva essere altrimenti: il caso del serial killer che lasciava un bossolo come firma personale, lo affascinava da più di tre anni. Aveva letto tutto e di più, su indagini, vittime, ipotesi; ed ora, incredibilmente, il killer, a sei mesi dall’ultimo delitto, aveva colpito proprio dove non se lo sarebbe mai aspettato: nel borgo che cadeva sotto la sua giurisdizione.
Mentre la macchina percorreva, ora senza fretta, i tornanti in discesa per tornare sulla scena del crimine, il maresciallo immaginava la cronologia delle indagini: entro sera la scientifica, che aveva allertato via radio, avrebbe raggiunto la scena del crimine, e il caso, dopo il ritrovamento del bossolo e l’analisi balistica del proiettile, sarebbe stato affidato alla squadra messa in piedi dopo il terzo delitto per catturare il serial killer.
La squadra era guidata dal famoso agente speciale: Romeo Ciapasì, che si sarebbe portato dietro il solito codazzo di cronisti a caccia di scoop.
“Migliore occasione di questa per mettermi in luce non mi poteva capitare. Che botta di culo!” realizzò, sorridendo sornione, mentre la macchina si fermava davanti all’ingresso della scena del crimine.
In attesa dell’arrivo della scientifica, non se ne stette certo con le mani in mano, ma si diede da fare chiedendo, prima alla moglie poi al proprietario del caffè e infine ai curiosi che si accalcavano nella piazza, se conoscessero qualcuno che l’aveva giurata alla vittima.
A sera, esausto, se ne tornò in caserma con in mano una testimonianza, probabilmente di poco conto, ma comunque buona per mostrare la sua intraprendenza di fronte all’agente speciale.
Quando il maresciallo vide il Van Mercedes nero con i vetri oscurati entrare nel presidio militare, lasciò il suo ufficio per andare a ricevere l’agente speciale e la sua squadra.
Ma quando la porta scorrevole posteriore si aprì, dal Van scese solamente un uomo alto e secco, dal volto incredibilmente piccolo e tondo, come gli occhietti neri e mobili, sormontato da capelli color cenere, corti e ondulati, che parevano scolpiti, o per meglio dire: tatuati nel cranio.
Sconcertato, allungò lo sguardo all’interno. “Nessuno, solo lui e l’autista”, realizzò. Stava per chiederne conto, ma l’altro lo anticipò. «Si aspettava una squadra di calcio?» gli chiese con tono caldo e piacevolmente ironico.
«Beh, non proprio. Se devo essere sincero», indicò l’autista che stava scendendo, «mi attendevo qualcosa in più di un doppio misto», concluse indicando la donna dal volto asimmetrico e spigoloso, incorniciato da vaporosi capelli fulvi, con indosso un completo giacca pantalone neri, lo stesso colore del vestito indossato dall’agente speciale ; il quale, piegando gli angoli della bocca e inarcando le sopracciglia, accennò un sorriso. Poi, volgendosi, prese un computer portatile dal sedile posteriore e, mostrandolo al maresciallo, ribatté: «Il resto della squadra, è qua dentro! Dati, molti dati, non molti uomini ci servono ora.»
«I dati sono d’importanza vitale», convenne il maresciallo. «Ma per andarli a raccogliere sul campo, ci vogliono gli uomini. Voi come fate, vi affidate alle immagini di google maps?»
L’agente speciale lo osservò con distacco, inarcando le sopracciglia, ma senza sorridere appena, stavolta. «Ci appoggiamo alle forze presenti sul territorio. In questo caso, a lei e ai suoi uomini.»
«Capisco», fece il maresciallo.
«Molto bene, allora se è d’accordo, direi di non perdere altro tempo. Permetta che le presenti l’agente, Marta Trivella!»
«Maresciallo, Davide Cabroni!» esclamò esibendosi nel saluto militare.
«Piacere di conoscerla, maresciallo», replicò lei con voce flautata.
«Accomodiamoci nel mio ufficio», disse poi il maresciallo, indicando la porta. «Dopo di lei, agente», aggiunse scostandosi di lato. La donna annuì e s’incamminò. «Prego, agente speciale», riprese, facendogli cenno di entrare.
Il maresciallo, dopo averli fatti accomodare davanti alla scrivania, si sedette al lato opposto. «Da dove cominciamo?» chiese, rivolgendosi all’agente speciale.
Questi passò il computer portatile all’agente Marta Trivella; che lo appoggiò sulle ginocchia e lo aprì.
L’agente speciale intrecciò le dita. «Cosa sa del serial killer?»
Se l’aspettava la domanda, il maresciallo, e come uno studente modello alle prese con prova orale, dopo un rapido riassunto mentale, cominciò: «La particolarità del nostro uomo è che, a differenza di altri serial killer stanziali, che operano in un territorio circoscritto, il soggetto criminale ha seminato lungo mezza penisola i, finora, sei delitti. Altro particolare degno di nota, da analizzare attentamente, a mio avviso; è che ha iniziato a lasciare la sua firma, il bossolo, dopo il primo delitto…»
«Secondo lei, quale sarebbe la ragione?» lo interruppe l’agente speciale.
«Ho una mia teoria!»
L’agente speciale appoggiò le mani sulla scrivania con i palmi rivolti verso l’alto. «La esponga, siamo qui per scambiarci pareri.»
«Partendo dall’assunto che i serial killer sono persone mentalmente instabili, si potrebbe ipotizzare che il nostro uomo, dopo aver acquistato un fucile di precisione ed essersi allenato al poligono, ha voluto testare la sua abilità colpendo a distanza un bersaglio in movimento. Avrebbe potuto rivolgere le sue attenzioni su un animale, ma evidentemente ritenne che colpire un essere umano sarebbe stato molto più eccitante, avrebbe fatto molto più rumore, e giornali e notiziari si sarebbero finalmente occupati di lui. Difficile che mi possano scoprire, se colpisco una volta sola lontano da dove vivo, deve aver pensato. L’euforia che gli procurava leggere i giornali dopo il delitto, durò poco; una settimana, forse due, il tempo necessario per permettere ad altre notizie di accendere la curiosità dei lettori. A quel punto, la sua mente sconvolta dalla follia non riusciva a darsi pace, si sentiva dimenticato, umiliato. E allora giunse a concludere che se voleva tener viva l’attenzione su di lui, doveva compiere altri delitti. E non solo. Per stimolare la curiosità dei lettori, e non ingenerare equivoci sull’autore dei delitti, decise che da lì in avanti avrebbe lasciato prova del suo passaggio, usando il bossolo come firma d’autore.» Dopo aver concluso, il maresciallo attese con l’ansia dello studente, il giudizio dell’agente speciale.
«Uhm», fece questi. «Non male come ipotesi… convengo sul punto che l’idea iniziale fosse quella di colpire una sola volta, e che poi si sia fatto prendere la mano. Ma secondo me, ha colpito sì lontano dalla sua attuale residenza, ma non a caso. Il nostro uomo sta seguendo un piano molto dettagliato, che se non lo fermeremo prima, dopo l’ultimo delitto lo porterà a suicidarsi!»
Il maresciallo lo osservò perplesso. «E’ troppo chiederle di esporre la sua ipotesi?» gli chiese.
L’agente speciale sorrise sornione, fece un cenno alla sua assistente; la quale digitò sul computer e poi lo posò sulla scrivania, girando lo schermo in direzione del maresciallo che, avvicinando lo sguardo, si mise ad osservare i punti segnati sulla cartina della penisola. «Come una lumachina, il serial killer sta lasciando la sua scia lungo lo stivale», esordì l’agente speciale. «Tra il primo delitto», aggiunse indicando un paese dell’operosa Brianza, «e l’ultimo…» indicò il borgo poco distante dalla stazione dei carabinieri, «ci sono settecento chilometri…» fece una pausa.
«Vada avanti», lo esortò il maresciallo.
L’agente speciale annuì. «Prima di andare avanti, devo tornare indietro, al primo delitto.»
«Torni dove vuole, l’ascolto!»
«Vede, maresciallo, la sua sceneggiatura...» il maresciallo s’irrigidì. «Non ne abbia a male, maresciallo, la sua ricostruzione potrebbe essere una sceneggiatura, buona per costruirci sopra un film giallo», alzò l’indice, «non di eccelsa fattura!»
Il fare saccente, arrogante, cominciava a infastidire il maresciallo. L’agente speciale se ne avvide, ma non se ne curò, e proseguì sulla stessa linea: «Avrebbe dovuto usare le vittime per analizzare la psicologia del serial killer; farsi un quadro mentale dell’omicida, è essenziale nel nostro lavoro. Ma lei, come può capitare a chi legge un romanzo giallo e non vede l’ora di scoprire il colpevole… ha saltato a piè pari i capitoli centrali ed è andato direttamente all’ultima pagina. Preso dalla brama di scoprire l’assassino, non si è soffermato sulle vittime. Se lo avesse fatto, avrebbe scoperto che quei morti, ne avevano ancora di cose da dire.»
«Questo preambolo… fumoso, a cosa ci porterebbe?» gli chiese usando un tono un po’ sopra le righe il maresciallo.
L’agente speciale non si scompose. «Ci sto arrivando», rispose, rilassato. Appoggiò la schiena alla poltroncina, intrecciò le dita e, finalmente, arrivò al punto: «Avrà notato che la prima vittima è anche la più giovane?»
Il maresciallo grugnì un: «Certamente!» ch’era tutto un programma.
«Questo potrebbe stare a significare che i due si conoscessero da poco… oppure da molto. Ma se si fossero conosciuti da poco, perché avrebbe dovuto ucciderlo per primo? Il nostro uomo è pazzo, non stupido. Lo sapeva benissimo che per noi sarebbe stato gioco facile stringere il cerchio intorno a lui scavando tra le conoscenze, gli amici, i vicini di casa, i compagni di lavoro della vittima. No, il quarantenne Onofrio Spada, aveva conosciuto il suo boia molti anni prima, quand’erano entrambi ragazzi, forse coetanei. Probabilmente avevano frequentato la stessa scuola, o condiviso le stesse compagnie. Fatto sta che tra i due si era creato un attrito, un astio insanabile, che a un certo punto aveva spinto il primo ad allontanarsi, andandosene in Liguria, dove ha compiuto il secondo delitto. Ora, stia bene attento alla tempistica. Il secondo omicidio, a differenza di quelli che sarebbero seguiti, oltre ad essere il primo firmato con il bossolo, è anche l’unico compiuto a distanza di neanche un mese dal precedente. Eccola lì, la chiave per entrare nella mente del killer. Ora, tenendo conto che del primo delitto fu inizialmente accusato un amico di Onofrio Spada, ricostruire il quadro psicologico del killer è un gioco da ragazzi. Al nostro uomo, che per comodità chiameremo, Otello, non va giù che un altro si prenda un merito che non gli spetta: che razza di vendetta sarebbe, se per tutti l’assassino non è lui? Forse c’è anche un secondo motivo che lo spinge ad agire: sapere che un innocente è in carcere al posto suo, gli procura una crisi di coscienza, spingendolo a compiere in fretta il secondo delitto, mettendoci la firma, per scagionarlo…» l’agente speciale ruotò l’indice all’indietro. «Facciamo un passo indietro, torniamo al giovane Otello e ripartiamo da lì. Il ragazzo fatica a legare con gli altri, se ne sta in disparte, viene preso costantemente di mira dagli altri ragazzi; in particolare da Onofrio, che per qualche motivo a noi oscuro, si accanisce contro di lui, sino a spingerlo a traslocare in Liguria. Lì si sposta tra mare e collina in cerca di lavoro: presumiamo lavoretti in nero, nelle vigne durante la vendemmia e sulla costa nella stagione balneare. Sino a quando va a cercare lavoro dal capo dei portuali di Genova. Questi lo osserva, lo prende in giro, dileggia il suo fisico mingherlino davanti agli altri lavoratori. Umiliato oltre ogni limite, Otello, scosso da una crisi di pianto, scappa via (sta scritto nelle testimonianze dei portuali), e da quel giorno non lo vedono più. Non lo può vedere più nessuno in Liguria, perché nel frattempo si è trasferito in Toscana, nel Chianti, per la stagione della vendemmia. La terza vittima possiede una vigna, lo assume in nero insieme ad altri stagionali, alcuni regolari altri no. Ma Otello è troppo lento, non lo soddisfa, allora comincia a prenderlo in giro, dandogli della signorina che non vuole rovinarsi le unghie. Un crescendo di gravi insinuazioni sulle preferenze sessuali, espresse davanti agli altri lavoranti, spingerà Otello ad abbandonare la vigna… e la Toscana. Lo ritroveremo nel Lazio, assunto, sempre in nero, e grazie a questo riuscirà a non lasciare tracce del suo passaggio, da un agricoltore: la quarta vittima. Ma anche qui, dura poco, l’agricoltore è un tipo burbero, facile all’ira e a muovere le mani. Così, il giorno che Otello si scorda di pulire l’attrezzatura, lo caccia a pedate nel sedere; e come se non bastasse, lo umilia facendolo davanti agli altri braccianti: “Che vi serva d’esempio”, avrebbe sbraitato agli uomini che assistevano basiti alla scena, “ora sapete cosa vi spetta se rovinate l’attrezzatura, altro che la paga!” Otello non ci può più stare dove ha subito la più cocente umiliazione della sua vita. Sente gli sguardi degli altri su di sé, li immagina ridere di lui, darsi di gomito quando lo vedono passare… e allora, trasloca nuovamente; e se ne va in Campania per la raccolta dei pomodori. Qui è il caporale a trattarlo a pesci in faccia; ma lo fa anche con gli altri lavoranti che carica sul furgone prima dell’alba per andarli a distribuire nei campi; e questo, a differenza delle altre volte, facendolo sembrare perlomeno pari agli altri derelitti del gruppo, gli permette di resistere, sino alla fine della raccolta dei pomodori. Conclusa la quale, si trasferirà qui. E a questo punto, abbiamo in mano tutti gli elementi per tracciare il profilo del serial killer. Il ritratto psicologico emerge chiaramente: Otello ha problemi a relazionarsi con gli altri. Ma non solo, è anche un uomo che non dimentica i torti subiti, e il rancore lo porta a rimuginarli per anni, sino a fargli scoppiare il cervello. E allora, a quel punto cosa decide di fare? Semplice, secondo lui, eliminare il problema alla radice; ovvero: colpire colui che ritiene causa di tutti i suoi mali, il ragazzo, ora fattosi uomo, che per primo lo umiliò. L’eliminazione fisica del problema, seppur per un breve periodo, riesce a procurargli un certo sollievo; ma poi, complice il fatto che del delitto viene accusato un altro, la situazione precipita. Trova estremamente umiliante non essere sospettato del delitto, attribuito erroneamente a un altro. In qualche modo deve porre rimedio all’errore. Un altro delitto, stavolta mettendoci la firma, sistemerà la faccenda. Ora è famoso, si sente gratificato, non è più l’anonimo ometto schivo e solitario; nel suo folle modo di leggere la vita, è un divo ammirato e invidiato. Un divo nero, che per non essere dimenticato in fretta dal suo pubblico, deve tenere alta l’attenzione dei media. Quale miglior occasione per prendere due piccioni con una fava: vendicarsi dei torti che da anni lo tormentano, e tener viva l’attenzione su di sé. E così, alla fine, sceglie di continuare la recita, portandola sino alle estreme conseguenze; la sua folle visione già immagina un finale drammaticamente epico: alla eroe Omerico.»
“Formidabile”, pensò ammirato il maresciallo. Ma non si complimentò, non avrebbe mai dato questa soddisfazione a un tipo così arrogante e sicuro di sé. «Ora, come intende proseguire l’indagine?» gli chiese soltanto, usando un tono neutro.
«Ora tocca a lei, maresciallo!» rispose l’altro. «Si dia da fare, convochi gli amici, i parenti, chi conosceva la vittima.»
«Mi sono già dato da fare», lo informò con una punta d’orgoglio. «Ho sentito un po’ di gente, amici, semplici conoscenti. Sandro Ascioni, la vittima, prima di andare in pensione gestiva una piccola squadra di taglialegna. Un vecchio che al tempo lavorava alle sue dipendenze, mi ha detto che l’Ascioni non disdegnava di assumere personale in nero, se c’era d’assorbire qualche picco di lavoro.»
«E’ un buon inizio», convenne l’agente speciale. «Convochi i taglialegna che sono stati alle sue dipendenze, chieda loro dei lavoranti in nero, se tra loro e l’Ascioni c’erano stati attriti», e mentre diceva ciò si alzò dalla poltroncina. Al che, la sua assistente prese il computer dalla scrivania e lo chiuse, mentre l’agente speciale informava maresciallo dicendogli dove poteva eventualmente rintracciarlo. «Abbiamo prenotato una camera in paese…»
«Una sola camera?» lo interruppe il maresciallo, alzando un sopracciglio.
«Non è nostro costume alleggerire i portafogli dei contribuenti, appesantendo la nota spese!» tagliò corto l’agente speciale, leggermente irritato, mentre la sua assistente abbassava imbarazzata lo sguardo. «Lei faccia le sue indagini. Nel frattempo, domani mattina mandi un carabiniere all’albergo, ci accompagnerà prima sulla scena del crimine e poi dove era appostato il killer. A sera ci aggiorneremo e faremo il punto. Arrivederci, maresciallo!» lo salutò frettolosamente, prima di girare sui tacchi e andarsene, seguito a ruota dall’assistente che, invece, non degnò il maresciallo di uno sguardo, né di un saluto.
«Si sarà mica offesa, l’assistente e amante di quel genio?”, si domandò, osservandola sculettare su scarpe dal tacco medio.
L’agente speciale, dopo che il carabiniere aveva tolto i sigilli alla porta del soggiorno (non avendo un altro posto dove trasferirsi, alla vedova era sto concesso il godimento degli altri ambienti) fece il suo ingresso sulla scena del crimine, seguito come un’ombra dalla sua assistente.
Dopo essersi soffermato sul nastro bianco steso sul tavolo a delimitare la sagoma della vittima, si avvicinò alla finestra e volse lo sguardo all’insù, in direzione della cresta boscosa. Poi, camminando lentamente, compì il periplo dell’ambiente. “Usava il soggiorno come ufficio”, pensò, soffermandosi sugli schedari allineati sui ripiani della libreria. Subito dopo lasciò la camera e chiese alla moglie, che lo attendeva con sguardo afflitto in corridoio, se suo marito riceveva i taglialegna alle sue dipendenze in soggiorno. La signora confermò, aggiungendo che li riceveva il giorno di paga. Dopo di che, l’agente speciale salutò la vedova e disse al carabiniere di accompagnarlo dove si era appostato il killer.
Il carabiniere e l’assistente attendevano in religioso silenzio, leggermente arretrati, che l’agente speciale terminasse d’ispezionare il crinale.
“Dopo essere arrivato in questo punto, deve aver puntato il cannocchiale del fucile dentro quella finestra; constato che era quella della camera da letto, si deve essere spostato un po’ più in là, per inquadrare la finestra del soggiorno. Essendoci stato a ritirare il salario, era al corrente che la vittima, usandolo come ufficio, ci passava molte ore. Allora si è appostato dietro quello spuntone di roccia, ed ha atteso che la vittima si palesasse davanti alla finestra”, riassunse. “Ma dove ha imparato a tirare con il fucile da cecchino? Abbiamo setacciato tutti i poligoni della penisola, tutti i potenziali cecchini che si allenavano con armi di quel tipo sono stati passati sotto la lente, niente! Erano in possesso di alibi di ferro, nei giorni dei delitti… Abbiamo anche controllato l’alibi di quattro ex tiratori scelti delle forze speciali, niente di niente! Possibile che un pazzo sia in grado di maneggiare un’arma con un sistema di puntamento altamente sofisticato, senza mai averlo usato prima?”, si chiese. Poi si volse e raggiunse gli altri. «Possiamo andare!» disse al carabiniere. «Stasera sentiremo cosa ha scoperto il maresciallo, poi tireremo le somme», aggiunse rivolto all’assistente.
«Ho qualcosa di molto interessante, forse decisivo per l’indagine», esordì in tono trionfalistico il maresciallo.
L’agente speciale continuò a tamburellare con i polpastrelli sulla scrivania. «Sentiamo», pronunciò, senza particolare entusiasmo.
«Un vecchio taglialegna che lavorava per la vittima, si è ricordato di un ragazzo assunto per coprire un picco di lavoro, che si lamentava con lui perché il “capo”, oltre a non essere puntuale con i pagamenti, ogni volta gli metteva in mano qualcosa in meno del pattuito. E quando lui si lamentava, lo prendeva a male parole, dicendogli di finirla, che per un buono a nulla, ritardato mentale quale lui era, lo pagava sin troppo profumatamente, e che la prossima volta gli avrebbe fatto assaggiare il filo dell’accetta. Quando il vecchio, stufo di sentirlo lamentarsi, gli chiese perché non se ne andasse, il ragazzo rispose che attendeva un segnale da un suo cugino migrato in Germania; pare che questi stesse brigando per farlo assumere come operaio dove lavorava anche lui: alla Volkswagen. Si è rammentato anche, che quando disse al “capo” di pagarlo perché aveva trovato un altro lavoro all’estero, questi lo aveva preso per il collo, urlandogli che non poteva piantarlo in asso su due piedi, senza neanche un preavviso; e che per questo, non gli avrebbe pagato l’ultima settimana. Il ragazzo, a quanto pare minacciò di fargliela pagare; concludendo con una frase sibillina: “Io non dimentico”, disse puntandosi l’indice in fronte. “Ce li ho tutti qua dentro, quelli che mi hanno trattato come un animale… e a tutti, uno dopo l’altro, gliela farò pagare cara!” dopo di che se ne andò, seguito dalla risata sarcastica della vittima.»
L’agente speciale intrecciò le dita e ci appoggiò sopra il mento. «Intressante… molto interessante», fece. «Le ha detto anche che anno era?»
Il maresciallo annuì. «Anno, mese, giorno… e pure l’ora si ricordava.»
«Il capo lo deve averlo trattato proprio come una merda, quel ragazzo, per far sì che la scena rimanesse impressa nella mente del vecchio taglialegna», commentò l’agente speciale. «Maresciallo!» esclamò poi. «Mi è stato di grande aiuto. Non sarà difficile scoprire chi è l’operaio italiano, assunto sette anni fa grazie ai buoni uffici del cugino che lavora alla Volkswagen.»
Il maresciallo si attendeva ben altro che dei semplici ringraziamenti. Ma l’agente speciale non gli offrì null’altro che quelli, prima di salutarlo e lasciare il paese, dove lui avrebbe continuato a consumare i suoi giorni nella vana attesa del delitto che potesse finalmente far svoltare la sua carriera.
EPILOGO
Remo Buratti, così si chiamava l’operaio della Volkswagen, aveva lasciato il lavoro in fabbrica dopo aver vinto trecentomila euro alla lotteria. Con una parte del denaro aveva acquistato una masseria in Puglia, l’altra invece, su consiglio di un broker, l’aveva investita, perdendo tutto in pochi mesi. Era stata quella la molla che aveva fatto scattare il mai sopito desiderio di vendetta. Elaborato negli anni trascorsi ad avvitare i bulloni delle ruote della Golf, proseguito comprando un fucile di precisione al mercato nero e poi allenandosi in un poligono di tiro in Germania e, infine, accantonato dopo il colpo di fortuna, che il broker imbroglione aveva vanificato. Non fossero arrivati gli agenti ad arrestarlo, sarebbe stato lui, il broker, l’ultima vittima a cadere sotto i suoi micidiali colpi, dopodiché… si sarebbe puntato il fucile in bocca e avrebbe tirato il grilletto.
FINE
Psicologia di un serial killer testo di vecchioautore