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La normalità a San Pellegrino in Alpe durò esattamente mezza mattinata.
Poi si perse, come succede alle cose fragili e mal posizionate.
Il paese provò a fare finta di niente. Il bar riaprì all’orario sbagliato, la chiesa suonò le campane con
un minuto di anticipo, e al Dopolavoro Ferroviario qualcuno propose una partita a tressette, idea
subito bocciata per indecenza morale.
Era la Befana, e la Befana, a San Pellegrino, passava due volte: una in Toscana e una in Emilia,
lasciando dolci da una parte e carbone dall’altra, ma senza spiegare i criteri.
Gino Balocchi seguiva la processione con il taccuino in tasca e una bottiglia termica che non
conteneva tè. Scriveva poco. Osservava molto. Il paese, dopo un delitto, diventa interessante come
una persona che ha appena mentito.
Il commissario Passalacqua, invece, cercava di rendersi utile. Stava controllando che la Befana non
sconfinasse senza permesso.
«È una tradizione,» gli dissero.
«Sì, ma di che lato?» chiese lui.
Nessuno seppe rispondere.
Nel pomeriggio, al Dopolavoro, tornarono le carte. Mancava Sergio. Mancava anche il bicchiere
sbagliato. Era stato messo via, come si fa con le cose che ricordano troppo.
«Non è come prima,» disse Nello.
«È come dopo,» rispose Gino.
Bevvero. Poco, per rispetto. Poi un po’ di più, per abitudine.
Fu allora che successe niente.
Ed era questo il problema.
Perché quando a San Pellegrino non succede niente, vuol dire che qualcosa sta prendendo la
rincorsa.
Gino sentì il vento fuori. Mentiva meno del solito.
E capì che il caso era chiuso, sì.
Ma la storia no.