Il messaggio

scritto da dudin
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Testo: Il messaggio
di dudin

Il messaggio.


Le lancette dell’orologio cominciarono a girare in senso antiorario. Ero convinta che avrebbe chiamato, ma non volli accettare un compromesso che da qualche tempo, timbrò la mia vita.
Era un tardo pomeriggio di fine Gennaio, non avevo appetito ma il vuoto dello stomaco brontolò e cucinai un po' di pasta, sperando di distrarre il pensiero avvoltoio. Posai il piatto di pasta sul piccolo tavolino di fronte la tv e attizzai il fuoco nel camino. Navigai tra vari canali scartando film d’amore e optai in un documentario. Mi sistemai sul divano e mi accinsi a mangiare, non feci in tempo ad arrotolare gli spaghetti sulla forchetta, quando il cellulare squillò: era lui.
Il primo impulso fu di rispondere e mettere fine alla storia, ma fui distratta dalla televisione che senza il mio comando approdò su un altro canale, in una scena che mi colpì; c’era una donna di spalle, la testa inclinata da una parte copriva il viso di un uomo e lo sfondo del mare galoppava triste sulla riva, mentre uno stormo di uccelli sembrò formare un arco di parole. Fermai l’immagine, il cellulare continuò a squillare e non volli dare peso all’insistente suono che vociava stridulo nella stanza, ero troppo coinvolta nel decifrare il significato del disegno nel cielo, che gli uccelli magicamente avevano tracciato. Focalizzai l’immagine e cercai di analizzare quella sorta di testo scritto nell’aria, fu come se qualcuno avesse versato lo stormo di volatili in un gioco di parole, ma non ne afferrai il significato, sembrarono gettate in modo confuso senza alcun senso, però qualcosa mi suggerì che c’era un messaggio, invertì l’ordine della sequenza e armata di carta e penna provai a comporre la frase. Lessi tutto di un fiato e mi agitai ulteriormente, credendo che il messaggio fosse rivolto a me e agitata buttai il foglio sul fuoco che ardeva impetuoso. Riavviai la scena ma i titoli di coda indicarono il termine del film, poi lessi nessun evento.
Dovevo assolutamente scoprire il titolo, cercai nel menù e scoprì che su quel canale fu trasmesso un documentario: qualcosa non quadrava.
Se prima non avevo appetito il pensiero di mangiare mi nauseò, così andai in cucina e versai un bicchiere di vino che bevvi tutto in un sorso, suonarono alla porta e andai ad aprire trattenendo l’ansia che come un polipo mi schiacciò il petto.
Non vidi nessuno e mi sporsi scoprendo che il corridoio era deserto. Pensai a uno scherzo, o qualcuno che avesse sbagliato a suonare, stavo per richiudere la porta e mi accorsi che ai miei piedi c’era un foglio, lo raccolsi e per un attimo mi sentì mancare. Quel foglio che prima avevo stropicciato e gettato sul fuoco era tra le mie mani, illeso.
Chiusi in fretta la porta, mentre tenevo da un lembo il foglio come se fosse impestato, corsi a gettarlo ancora sul fuoco e attesi che si riducesse in cenere, poi vi versai tanta acqua fino a farlo spegnere, raccolsi il tutto mettendo in un cartoccio e in una busta che annodai meticolosamente e che gettai nella pattumiera in terrazzo. Feci un respiro di sollievo, mi accertai che le finestre fossero ben chiusa e anche la porta di casa. Tornai in salotto e vidi che la tv era spenta, un brivido mi sali fino allo stomaco e il cuore comincio a battere forte. Mi sedetti sul divano pensando che nelle ultime settimane fui oggetto di forti eventi che si accalcò uno sopra l’altro e sicuramente diventai più sensibile, vulnerabile. Squillò il cellulare e vidi che era ancora lui. In un gesto folle lo scaraventai a terra, ma questo continuò a strillare come un bambino in fasce che acclama il suo pasto, allora lo calpestai con tutta la forza fino a ridurlo in poltiglia e finalmente si spense.
Mi sentì stranamente euforica, libera. L’angoscia che prima mi aveva risucchiato la razionalità iniettandomi un’apparente febbre delirante si attenuò, pensando che fossi caduta in qualche mistica allucinazione. Riaccesi la tv e mi apprestai come un automa a mangiare gli spaghetti ormai freddi. Non so se fu la mia immaginazione, perché di nuovo quella scena tornò; la donna di spalle con la testa inclinata, sembrava ascoltare le parole dell’uomo senza volto, mentre il mare stavolta taceva quieto al sussurro degli amanti. I gabbiani volarono nel cielo in una danza ribelle e dipinsero ancora parole. Stavolta non ci fu bisogno di decifrare nessun messaggio, fu descritto tutto in modo chiaro. Sì, perché di questo si trattava: di un messaggio. Distolsi lo sguardo e spensi quel marchingegno, poi senza volere tornai a guardare sullo schermo che fu acceso da una mano invisibile e mostrò un’immagine scolpita: non potevo fuggire.
Sentì mancare le forze che si dispersero nel panico che mi agganciò alla poltrona. Ormai, senza speranza di disertare ciò che stava accadendo, pronunciai le parole. Il cellulare che prima avevo distrutto era lì, illeso e squillò. Risposi nel terrore che trasudava da ogni poro della mia pelle:
«Pronto…»
«Sono qui»











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