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Mi trovo mille anni luce da me stesso, Aurora mi ha detto che qui c'è una città mobile, senza mura, un mare di luci e qualche gambero solitario che cerca un pianeta verde.
È unica questa città, è un infuso di canti e strade arcane, ha una vista su un paesaggio lunare, si allunga poi verso la Via Lattea e si stempera in ogni dove, ogni lingua e religo.
La Piazza Major è d'una ampiezza indesiderabile, un'avvenenza emozionante, il Monumento allo "Starnuto Incolume" è stato innalzato dopo l'ultima pandemia di liquirizia stantia.
Mi giro verso le colonne del sole, hanno la forma di serpente, poi si allungano ai primordi, e giù verso le porte del tempo.
Sotto il tetto di un cielo scarlatto vedo "la vita a tutti i costi", tensione, passione, e dal suo seno esce latte e miele, pace e fili di seta, ramati ai giunchi di fosse cerebrali.
Gli orologi fermi all'ora precisa del Big Bang, pochi minuti dopo la Genesi. I lampioni di cristallo di rocca, accesi da quando Odisseo tornò nella sua patria, e le fogne, le foglie piene di versi di poeti maledetti.
Nei teatri esseri vestiti di plastica e neve fresca, sulla Torre Multipla king Kong urla e intona "Smoke on the water".
Sospesa su una nebulosa di parole suona melodie antiche, madrigali e rock cosmico, con lievi accenni di New Wave. L'ascolto: e sento echi di Chopin e Cajkovskij.
Nei ristoranti appesi a mura ripide, pranzi d'extasy e melanzane arancioni, nei pub birra ludica appena spillata. Sopra castelli cosmici danzatrici nubili vestite solo di nudità.
Mi trovo cento giorni lontano dal silenzio, a pochi passi dalla solitudine. Vedo un fiore reciso, un albero viola con riflessi dorati, poi un olocausto di madri e falene, un cespuglio di resine antiche a mo' di cascata, riflessa in un certo di vitalità.
"Ti saluto comandante di questa città mobile, questa carretta cosmica", "hai le mani robuste e le pieghe degli occhi vissute". Dove andrai capitano? Sopra le mansarde degli astri, sotto le cantine dei mostri atomici.
E canti s'innalzano al tramonto, e grida di giovani destrieri verso i sentieri motili di versi ascetici. Mio padre mi tende la mano e la bacio come fosse un notte serena, un giorno d'estate visto dall'alto di una rivoluzione.
Poi Aurora mi porta sopra un eclissi dove la città si apre alle valli, ai gabbiani, a esseri con tre occhi e due cuori. Occhi di ghiaccio e cuori di platino color magenta.
E lontano, verso spazi senza tempo, le esplosioni di coscienza sono fiammelle fruite a ogni molecola, ogni casa, ogni momento.
Ora la vedo allontanarsi Aurora, insieme a lei le mura merlate, le strade vitree, le fontane auree e le case informali. La vedo già piccola particella nelle mani di Nausicaa, grande madre nel seno aperto dell'Universo.