Rune & Acciaio: capitolo 7

scritto da re dei sepolcri
Scritto 11 mesi fa • Pubblicato 11 mesi fa • Revisionato 11 mesi fa
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Lasciamo provvisoriamente Astrid e i suoi amici oltre il portale e al destino che li attende e focalizziamoci sul destino che le Norne hanno in serbo per Leif in questo settimo capitolo di Rune & Acciaio.
- Nota dell'autore re dei sepolcri

Testo: Rune & Acciaio: capitolo 7
di re dei sepolcri

Leif si svegliò, una luce accecante gli fece male agli occhi, tanto da non riuscire a tenerli aperti. Passarono alcuni minuti prima di riuscire ad abituarsi. 

Si guardò attorno ma non riconobbe il luogo. Attorno a lui, solo neve e ghiaccio a perdita d’occhio, un paesaggio irreale, immobile come un dipinto sospeso tra il giorno e la notte. Era vestito solo con vestiti strappati e rovinati eppure non aveva freddo. Il vento ululava tra le distese bianche, portando con sé echi lontani, sussurri di voci che non riusciva a comprendere.

Poi, tra i fiocchi che turbinavano nell’aria, vide una figura avanzare.

Astrid.

Era avvolta in un bagliore irreale, i capelli biondi sciolti sulle spalle, il volto sereno ma inespressivo. I suoi occhi lo fissavano con intensità, eppure sembravano quasi non riconoscerlo.

«Tu non dovresti essere qui» gli disse Leif, con la voce incerta, spezzata dal gelo.

Astrid non sembrava averlo sentito.

Un suono sordo risuonò nella distanza. Prima uno, poi due e poi divenne un ritmo lento, quasi minaccioso. Sembrava provenire della terra stessa.

Lei inclinò la testa di lato, come se lo vedesse per la prima volta. Poi il suo sguardo si spostò oltre di lui, nell’ombra lunga che si stendeva dietro di loro.

Leif seguì il suo sguardo e rabbrividì.

Dalla distesa bianca emersero figure oscure, vaghe, prive di volto. Erano decine, forse centinaia. Camminavano lentamente, ondeggiando come spettri, dietro di loro le nubi si addensavano, preannunciando una tempesta. 

Le nubi crebbero, la tempesta li sovrastava e all’interno, due punti luminosi rossi, sembravano due occhi che li scrutavano. 

No. Scrutavano Astrid. Con due falcate si mise di fronte ad Astrid, fra lei e l’ombra per proteggerla.

"Vattene, ora!"

Ma Astrid non sembrava sentirlo e non si muoveva. Leif si voltò,la prese per le spalle per scuoterla e farla scappare. Improvvisamente la terra tremò, Leif cercò di urlare il suo nome, ma prima che potesse farlo, tutto si dissolse in una luce accecante.

Un brivido lo percorse, ma non era il freddo.

Leif aprì gli occhi di scatto, respirando affannosamente. Il gelo della visione lo aveva lasciato, sostituito da un’oscurità opprimente e un odore acre di sudore, sangue e pietra umida. Il corpo gli doleva, come se fosse stato calpestato da un branco di cavalli. Quando cercò di muoversi, sentì il tintinnio metallico di catene.

Era sdraiato su un pavimento di roccia fredda, le mani e i piedi legati da robuste manette di ferro annerito. Il soffitto sopra di lui era alto e irregolare, sembrava sparire nella pietra stessa in cui era scavato, illuminato appena da torce fumose incastonate nelle pareti. L’aria era pesante, satura di un odore ferroso e di umidità stagnante.

Provò a tirarsi su, ignorando il dolore lancinante alle costole. Attorno a lui c’erano altre figure, ammassi di corpi rannicchiati contro le pareti. Alcuni sembravano dormire, altri gemevano piano nel sonno tormentato. Erano prigionieri come lui.

Un ringhio profondo e gutturale interruppe il suo tentativo di orientarsi. Dall’altra parte della cella, dietro un cancello di sbarre contorte e rinforzate si muovevano delle ombre massicce. Leif trattenne il fiato. Giganti.

Uno di loro si avvicinò, la sua figura colossale bloccò la luce fioca della torcia più vicina. La pelle era grigia e spessa come la roccia, le braccia muscolose e coperte di cicatrici. Occhi gelidi come lastre di ghiaccio lo scrutavano con un misto di curiosità e disprezzo. Era simile a quello che aveva affrontato nella radura, anche se alcuni tratti lo differenziavano dal suo altro simile.

La creatura grugnì qualcosa in direzione di Leif in un linguaggio strano, dai toni cavernosi ma con la voce simile al rombo di un tuono lontano.

Era sicuro di non aver afferrato le parole ma era sicuro di averne compreso il significato. Aveva chiesto se era sveglio. Ma come lo aveva compreso?

Leif deglutì a fatica, cercando di mettere insieme i ricordi. La battaglia. Il portale. Il gigante che aveva ucciso. Poi il buio.

«Dove mi trovo?» chiese con voce roca, più per testare la reazione della creatura che per ottenere davvero una risposta. Non sapeva nemmeno se lo capiva.

Il gigante si limitò a ridere, un suono cavernoso e derisorio che fece tremare le pareti. Poi si voltò e si allontanò, lasciando Leif con le sue domande e i suoi timori.

Si guardò di nuovo attorno. Doveva trovare un modo per uscire. Ma prima doveva capire chi erano gli altri prigionieri e se qualcuno di loro fosse in grado di combattere. O, almeno, di rispondere alle sue domande.

Si trascinò fino all’uomo più vicino, una figura magra e curva che respirava a fatica. Lo scosse leggermente. «Ehi, dimmi che non sono l’unico ancora vivo.»

L’uomo gemette piano e sollevò la testa. Aveva occhi scavati, barba lunga e sporca, ma nel suo sguardo c’era ancora una scintilla di lucidità. «Sei vivo, sì… per ora. E sempre che questa si può chiamare vita»

Leif strinse i denti. «Dove siamo? Quanti siamo? E cosa vogliono da noi?»

L’uomo inspirò profondamente. «Siamo nelle fosse degli Jötunn… e siamo qui per morire.»

Leif si fece ancora più in avanti, i polsi doloranti per il metallo ruvido delle catene. Il prigioniero davanti a lui sembrava esausto, nei suoi occhi c’era la disperazione di chi agognava la morte ma rimaneva aggrappato con ogni sua forza alla vita.

«Le fosse degli Jötunn? Intendi i giganti?» ripeté Leif, cercando di mettere ordine nei suoi pensieri.

L’uomo annuì debolmente. «Un luogo da cui nessuno torna. Gli Jötunn ci tengono qui, scaviamo e lavoriamo per loro finché non decidono di sbarazzarsi di noi… alcuni vengono portati via e non tornano. Altri… muoiono di fame o di freddo.» Tossì, una tosse secca e profonda. «Da quanto tempo sei qui?» chiese a Leif.

Il guerriero scosse la testa. «Non lo so. L’ultima cosa che ricordo è la battaglia… poi il portale… poi il buio.»

Diversi rumori di metallo contro metallo fecero sussultare i prigionieri. Leif si voltò appena in tempo per vedere due giganti avvicinarsi. Erano enormi, avevano armature fatte di ossa e ferro grezzo. Uno dei due li scrutò con un ghigno crudele. 

L’altro, invece, fece scorrere una clava di ferro sulle sbarre con un suono acuto e stridente, come se volesse incidere la paura nei prigionieri. Quando il gigante la fece roteare con noncuranza e la abbatté su uno degli uomini più vicini, un rumore sordo rimbombò nella cella, seguito da un grido soffocato. L’aria si riempì del suono delle ossa spezzate.

Il primo dei due indicò Leif e parlò. La voce del gigante era un tuono lontano, carico di malizia. 

Le parole del gigante si aggrovigliarono nell’aria, un linguaggio gutturale e incomprensibile. Eppure, come un sussurro nella sua mente, Leif ne afferrò il significato. Non ne era sicuro… non poteva esserlo. Non conosceva la loro lingua, eppure sapeva cosa volevano da lui. Il pensiero gli diede la nausea, ma non aveva tempo di comprenderlo: i giganti lo attendevano, volevano che andasse con lui.

Leif serrò la mascella. Qualunque cosa stessero per fargli, non sarebbe andato incontro al suo destino senza combattere.

Aveva le mani indolenzite per il freddo e il ferro delle catene, le gambe rigide per il tempo passato sul pavimento di pietra. Gli altri prigionieri abbassarono lo sguardo, rassegnati, ma Leif non era come loro. Aveva combattuto contro uno di quei mostri e l’aveva ucciso. E anche se ora era in catene, non intendeva piegarsi senza lottare.

Fece un respiro profondo e con un balzo si lanciò in avanti, caricando con la spalla il primo gigante, cercando di sbilanciarlo.

Fu un errore.

Il gigante non si mosse di un passo.

Leif rimbalzò contro la sua gamba massiccia e perse l’equilibrio, cadendo rovinosamente a terra con un rumore sordo. Il ferro delle catene gli morse la pelle e il respiro gli si mozzò in petto per l’impatto.

Per un attimo, nella cella calò il silenzio. Poi, le risate esplosero tra i giganti, profonde e fragorose, come il rombo del tuono.

Uno di loro lo afferrò per la catena con una sola mano e lo sollevò senza alcuno sforzo, facendolo penzolare come un fagotto di stracci.

Il gigante grugnì qualcosa, scuotendolo con disprezzo.

Leif si divincolò, cercando di liberarsi, ma la presa era ferrea. Il secondo gigante si avvicinò, afferrò un’estremità della catena e insieme lo trascinarono fuori dalla cella, incuranti del suo tentativo di resistenza.

Nessuno degli altri prigionieri alzò nemmeno la testa mentre veniva portato via, non ne avrebbero mai avuto le forze.

Leif si contorse, scalciò, provò a colpire con i pugni, ma era inutile. Il metallo gli lacerava i polsi, e ogni suo sforzo veniva accolto da un’altra risata beffarda.

Attraversarono un lungo corridoio scavato nella roccia, rischiarato da torce dal fuoco azzurrognolo. Il pavimento era gelido sotto i suoi piedi nudi, ma la sua mente era troppo concentrata sulla rabbia e sulla frustrazione per curarsene.

Diversi corridoi laterali si diramavano da quello,  ma loro continuarono sempre dritto.

Attraversarono due cancelli, ognuno dei quali era semplicemente chiuso da un chiavistello. Non vi erano guardie, gli Jötunn sapevano che dalla fossa nessun umano avrebbe avuto l’ardire di provare a scappare.

Sbucarono in un’area più ampia, illuminata da una serie di bracieri giganteschi. L’odore di sudore, sangue e carne bruciata lo colpì come un pugno. Il terreno era coperto da uno strato di polvere misto a chiazze scure che sapeva riconoscere bene. Sangue secco.

Senza troppe cerimonie i due Jötunn lanciarono Leif a terra cadendo pesantemente sul pavimento dell’arena, il fiato che gli usciva in sbuffi rapidi.

Leif si mise a sedere, le catene ancora ai polsi e alle caviglie. Si guardò attentamente intorno per capire cosa le Norne, le tessitrici dei destini mortali, gli avessero riservato.

Ai lati di quella che sembrava un arena c’erano decine di uomini. Alcuni erano alti e robusti, con muscoli tesi sotto la pelle sporca, altri invece erano più esili, ma con sguardi taglienti come lame. 

Erano tutti prigionieri, ma non avevano l’aria di chi si era rassegnato ancora alla morte. Una cosa sola li accumunava, avevano tutti della catene ai polsi e alle caviglie.

Vi erano quattro Jötunn, due armati di frusta e gli altri due avevano una massiccia clava di pietra e ferro. Controllavano le uscite e gli schiavi. Bastava la loro presenza a intimorire e smorzare qualsiasi voglia di una possibile ribellione.

Dall’altra parte dell’arena, oltre una barriera di pali d’osso, si trovavano altri Jötunn. Osservavano dall’alto delle loro postazioni di pietra, seduti su enormi troni ricavati da carcasse di creature sconosciute. Ridevano, bevevano da corni colmi di liquido scuro e si scambiavano battute nella loro lingua gutturale.

Uno di loro si alzò, una figura ancora più imponente delle altre. Il suo mantello di pelliccia era macchiato dal tempo e dalla battaglia, e nella sua enorme mano stringeva un martello dalle dimensioni assurde, simboli strani, come quelli sulle colonne di pietra della radura adornavano il manico.

Fece alcuni passi avanti per osservare meglio e richiamò il silenzio alzando una mano.

«Nuovo sangue» annunciò con voce potente, facendo tremare l’aria. Aveva parlato in un norreno stentato.

Un secondo gigante si alzò indicando uno degli altri prigionieri. 

Il prigioniero designato fece un passo avanti. Era un uomo alto e possente, con una lunga barba intrecciata e un tatuaggio nero che gli copriva metà del volto. Gli occhi, di un grigio tagliente, si posarono su Leif senza esitazione. Indossava pelli lacere e aveva braccia coperte di cicatrici, segni di battaglie passate.

Guardò Leif con uno sguardo feroce e abbassò lo sguardo a terra, dove una dozzina di armi giacevano sparse nella polvere.

Leif capì subito: era una lotta.

Il suo avversario disse qualcosa in una lingua gutturale, una serie di parole dure e spezzate. Leif non la capiva del tutto, ma alcune parole gli sembravano familiari, simili al norreno.

Probabilmente un germanico. 

Ma ora non aveva tempo per porsi domande sulle origini del suo avversario.

Istintivamente cercò di mettersi in piedi, ma le catene gli bloccarono i movimenti. Il metallo gli morse la carne e lo fece barcollare, costringendolo a puntellarsi con un ginocchio a terra. Strinse i denti. Non sarebbe rimasto lì come un condannato in attesa del colpo di grazia.

Dal lato dell’arena, un’ombra si mosse. Una mano scura si allungò verso di lui. Leif alzò lo sguardo e incontrò quello di un uomo dalla pelle color ebano, con occhi penetranti e una cicatrice che gli attraversava il volto. Non c’era esitazione nel suo sguardo, solo un impercettibile cenno d’incoraggiamento. Alzati.

L’uomo fece un rapido cenno col mento verso il centro dell’arena. Leif capì e annuì accettando l’aiuto dello sconosciuto.

Il gigante sopra di loro ruggì qualcosa e fece un cenno con la testa. Poi, con un ghigno crudele, batté il martello a terra. L’impatto fece tremare l’arena, sollevando una nube di polvere. La battaglia aveva inizio.

Leif sentì le catene pesargli addosso come macigni mentre avanzava lentamente verso il centro dell’arena. Il germanico era già lì, in piedi con le gambe ben piantate nel terreno, le braccia possenti che si muovevano con sicurezza. Il tatuaggio nero gli segnava metà del volto, rendendo il suo sguardo ancora più spietato.

Per un istante, nessuno si mosse. Attorno a loro, gli altri prigionieri osservavano in silenzio, mentre oltre la palizzata d’osso i giganti ridevano e battevano i pugni sui loro troni.

Poi il germanico si mosse.

Si abbassò di scatto e afferrò un ascia a una mano dal suolo. Leif fece lo stesso, lanciandosi verso un gladio corto e logoro. Fu più lento. Il germanico si scagliò su di lui con la rapidità di un lupo, costringendolo a sollevare l’arma per intercettare il colpo. Il clangore dell’acciaio contro l’acciaio risuonò nell’arena, e Leif vacillò all’indietro, i polsi indolenziti dalla forza dello scontro.

L’altro non gli diede tregua. Affondò di nuovo, questa volta mirando al fianco. Leif schivò di poco, ma il movimento limitato dalle catene lo sbilanciò. Il germanico colse l’occasione e con una spallata lo fece cadere sulla schiena.

Leif sputò polvere e sangue. Il fiato gli mancava, il dolore pulsava in ogni fibra del suo corpo, ma il suo spirito non si spezzava.

Con uno scatto improvviso, tirò su le gambe e colpì con entrambi i piedi il ginocchio del germanico. L’uomo barcollò, sorpreso, e Leif sfruttò l’attimo per rimettersi in piedi, anche se vacillante.

Si fissarono. Il germanico si toccò il ginocchio, poi sogghignò.

«Hai fegato, figlio del ghiaccio.» La sua voce era ruvida e pronunciò quelle parole in un norreno incerto, ma era carica di rispetto.

Leif serrò i denti e sollevò il gladio. Sapeva di essere allo stremo, ma non avrebbe ceduto. Se doveva morire, l’avrebbe fatto con un'arma in mano, per entrare nel Valhalla, la sala dorata degli eroi e ricevere tutte le sue promesse.

Il germanico non esitò. Tornò all’attacco con una raffica di colpi potenti e precisi, costringendo Leif a indietreggiare. Il norreno cercò di parare, di schivare, ma il peso delle catene, la fatica e le ferite lo rallentavano.

Il colpo decisivo arrivò all’improvviso. Il germanico deviò la lama di Leif con l’ascia e, con un rapido movimento, lo spinse a terra. In un istante, gli fu sopra, l’ascia sollevata sopra la testa, pronta a calare.

Leif trattenne il fiato, in attesa della valchiria che lo avrebbe accompagnato oltre.

Poi, con un ringhio, l’ascia si abbatté…conficcandosi nel terreno a pochi centimetri dal suo volto.

Leif sgranò gli occhi. Il germanico lo fissava dall’alto, il petto che si sollevava e abbassava lentamente.

«Non così.» La voce era ferma, decisa.

Si rialzò, lasciando Leif a terra, e fece qualche passo indietro. Dietro la palizzata, i giganti ruggirono di disapprovazione, ma il germanico non sembrava curarsene. Gettò un ultimo sguardo a Leif, annuì appena e si voltò, lasciando che i carcerieri decidessero il loro destino.

Leif rimase immobile per un lungo istante, il gladio ancora stretto nel pugno, il sapore del sangue in bocca.

Non era finita.

Era solo l’inizio.

Rune & Acciaio: capitolo 7 testo di re dei sepolcri
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